Posted in

L’uomo che ha governato il Paese per mezzo secolo e il mistero dei suoi ultimi mesi

Roma. 6 maggio 2013, ore 23:15. Nella clinica privata Villa Margherita al quarto piano, una stanza è illuminata solo dalla luce fioca di una lampada da comodino. Nel letto un uomo di 94 anni respira con difficoltà. Il suo volto è pallido. Le mani ossute stringono un rosario. Accanto a lui la moglie Livia e i figli.

"
"

Ma c’è qualcosa di strano in questa scena. Fuori dalla porta, due uomini in abito scuro montano la guardia. Non sono infermieri, non sono medici e le loro giacche sono gonfie in modo sospetto all’altezza della cintura, dove di solito si porta una pistola. Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, 21 volte ministro, l’uomo più potente della prima repubblica, sta morendo, ma non nel modo che ci si aspetterebbe per un politico della sua statura.

Niente dichiarazioni ufficiali, niente comunicati stampa, niente telecamere, solo un silenzio assordante che avvolge gli ultimi mesi della sua vita come una coltre di nebbia. Perché un uomo che ha dominato la politica italiana per quasi 60 anni muore nell’ombra quasi di nascosto? Cosa è successo negli ultimi 6 mesi della sua vita quando improvvisamente smette di rilasciare interviste, di incontrare giornalisti, di apparire in pubblico? E soprattutto cosa conteneva quella valigetta nera che, secondo alcuni testimoni non lo ha mai abbandonato fino all’ultimo giorno. La

storia di Giulio Andreotti è la storia dell’Italia del dopoguerra. Nato a Roma il 14 gennaio del 1919 cresce in una famiglia modesta del quartiere trionfale. Suo padre Filippo, insegnante elementare, muore quando Giulio ha solo 2 anni. La madre Gigliola Sarta lo cresce con sacrifici enormi, trasmettendogli quella che diventerà la sua caratteristica principale, l’arte della sopravvivenza attraverso l’astuzia e la prudenza.

Chi ha orecchie per intendere, intenda. ripeterà spesso Andreotti durante la sua lunga carriera, una frase sibillina che nasconde molto più di quanto riveli, perché Giulio Andreotti è stato per tutta la vita un maestro dell’ambiguità, un uomo capace di dire tutto e il contrario di tutto, di essere contemporaneamente dalla parte di tutti e di nessuno.

Durante gli anni universitari alla Sapienza di Roma, si avvicina alla FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Lì incontra altri giovani destinati a diventare protagonisti della politica italiana, Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giulio Pastore, ma soprattutto incontra Alcide De Gasperi che diventerà il suo mentore e padre politico.

De Gasperi vede in quel ragazzo magro con gli occhiali spessi e le spalle curve qualcosa che gli altri non vedono, unintelligenza fredda, calcolatrice, priva di sentimentalismi, perfetta per la politica. Nel 1946, a soli 27 anni, Andreotti viene eletto all’assemblea costituente. È l’inizio di una carriera che durerà quasi 70 anni.

sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con De Gasperi, poi ministro in quasi tutti i dicasteri, finanze, difesa, industria, esteri. Ma è come presidente del Consiglio che Andreotti mostra il suo vero volto, un equilibrista cace di tenere insieme maggioranze impossibili, di mediare trafazioni nemiche, di sopravvivere a crisi che avrebbero distrutto chiunque altro.

Il potere logora chi non ce l’ha”, dice in un’intervista famosa, e lui il potere lo ha avuto. E come? Per decenni è stato l’uomo a cui tutti chiedevano favori, l’uomo che tutti temevano, l’uomo che sapeva tutti i segreti di tutti. Perché Andreotti ha una memoria prodigiosa e un sistema meticoloso di archiviazione.

Ogni conversazione, ogni incontro, ogni accordo segreto viene annotato, classificato, conservato. Nella sua casa di via Pio di Toint, vicino al Vaticano, ci sono stanze intere, piene di schedari con nomi, date, informazioni. Ma cosa c’è veramente in quegli schedari e perché nei suoi ultimi mesi di vita Andreotti sembra ossessionato dall’idea che qualcuno possa entrarne in possesso? Gli anni 70 sono per Andreotti il periodo di massimo potere.

L’Italia è attraversata dagli anni di piombo. Il terrorismo insanguina le strade. La strategia della tensione crea un clima di paura costante. E in questo caos Andreotti prospera. È lui a gestire i rapporti con i servizi segreti. È lui a decidere chi deve sapere cosa. È lui a tenere i fili di una ragnatela sempre più complessa.

Nel 1978 accade qualcosa che cambierà per sempre la storia italiana e forse anche la vita di Andreotti. Il 16 marzo Aldo Moro, cinque volte presidente del Consiglio e presidente della Democrazia Cristiana, viene rapito dalle Brigate Rosse. È l’inizio di 55 giorni di angoscia per il paese, ma è anche l’inizio di un mistero che non sarà mai completamente chiarito.

Durante il sequestro, Moro scrive lettere disperate alla sua famiglia, ai suoi colleghi di partito, ai suoi amici e scrive anche ad Andreotti. Lettere durissime, accusatorie, in cui rimprovera Giulio di non fare abbastanza per salvarlo, di aver scelto la linea della fermezza che lo condannerà a morte. Voi state facendo un processo politico”, scrive Moro in una delle sue lettere, “e io sono stato condannato prima ancora di essere giudicato”.

Quando il corpo di Moro viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault rossa in via Caetani, il 9 maggio 1978 Andreotti è al funerale. Le telecamere lo inquadrano, ha il volto impassibile, gli occhi nascosti dietro gli occhiali, non piange, non mostra emozione, ma chi lo conosce bene nota un particolare. Le sue mani tremano leggermente mentre stringono il messale.

Cosa è successo veramente durante quei 55 giorni? Perché lo Stato italiano, guidato da Andreotti e da Cossiga, ha scelto la linea della fermezza assoluta, rifiutando ogni trattativa con i terroristi? E soprattutto, è vero che c’erano state occasioni per salvare Moro che sono state deliberatamente ignorate? Queste domande accompagneranno Andreotti per il resto della sua vita e forse nei suoi ultimi mesi avranno un peso ancora maggiore.

Negli anni 80 l’Italia cambia volto. La prima repubblica comincia a mostrare le sue crepe. I partiti sono corrosi dalla corruzione. I legami tra politica e criminalità organizzata diventano sempre più evidenti e Andreotti è al centro di tutto questo. Come sempre sopravvive. Ma a quale prezzo? Nel 1993, quando ormai ha 74 anni e sembra destinato a ritirarsi con gli onori di un patriarca della politica, accade l’impensabile.

Un pentito di mafia, Tommaso Buscetta, fa il nome di Giulio Andreotti. dice che il senatore Avita aveva rapporti diretti con Cosa Nostra, che partecipava a riunioni con boss mafiosi che proteggeva i loro interessi in cambio di voti e sostegno politico. Le accuse di Tommaso Buscetta aprono un vaso di Pandora che nessuno avrebbe mai immaginato potesse esistere.

Andreotti, l’uomo che per decenni ha incarnato lo Stato, il Cattolico devoto che andava a messa ogni mattina, il politico integerrimo che predicava moralità e legalità, viene accusato di essere colluso con la mafia. Non è solo Buscetta a parlare, altri pentiti seguono. Balduccio di Maggio racconta di aver visto Andreotti baciare sulla bocca Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra in segno di rispetto mafioso.

Francesco Marino Mannoia conferma gli incontri tra il senatore e i boss. Giovanni Brusca, l’uomo che ha fatto esplodere la bomba che ha ucciso il giudice Falcone, afferma che Andreotti era un punto di riferimento per la mafia. Il 27 marzo del 1995 la Procura di Palermo chiede il rinvio a giudizio di Giulio Andreotti per associazione mafiosa.

Read More