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Messina Denaro: il tesoro dei mafiosi — 200 milioni sequestrati nel 2026

C’è una funzionaria di banca d’Andorra che un giorno, come tanti apre la pratica di un conto corrente e si ferma. 12 milioni di euro inestati a una signora italiana, Maria Antonina Bruno. La spiegazione è quella classica dell’eredità. Il marito è morto e ha lasciato una grossa somma. Una storia semplice e plausibile, già sentita 1000 volte.

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Solo che la funzionaria non ci crede, fa una segnalazione alle autorità locali. La segnalazione arriva a Palermo, alla direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratorio Maurizio De Lucia. Inizia l’indagine. Dura quasi 2 anni. 28 maggio 2026 la Guardia di Finanza di Palermo coordina un’operazione simultanea con le autorità di otto paesi: Andorra, Gibilterra, Isole Caiman, Lussemburgo, Svizzera, Libano, Principato di Monaco, Spagna.

Tre persone vengono arrestate, 200 milioni di euro di beni vengono sequestrati. Resort, titoli, oro fisico, 12 kg custoditi in Lussomburgo e poi ville lussuose a Malaga, Marbeia, Beenavis, Puerto Banus. Conti correnti in mezza Europa. Società fantasma come la Lukeo Family Office, la spagnola Smiley Bubbles, la Cinzano LTD costituita nel 2011 e alle isole Ciman.

Il marito della signora non era morto lasciandole un’eredità. Era Giacomo Tamburello, 66 anni, di Campobello di Mazzara, lo stesso paese in cui Matteo Messina Denaro aveva trascorso gli ultimi anni di latitanza ed era stato lui per 30 anni a gestire il narcotraffico per conto del Bos Castelvetrano.

Matteo Messina Denaro era morto il 25 settembre 2023, ma i suoi soldi erano ancora vivi, ancora al lavoro, ancora a moltiplicarsi. La storia che state per vedere parla di questo, di come si costruisce un impero da miliardi senza che lo Stato riesca mai a trovarlo tutto, di come il denaro sporco diventa pulito, poi invisibile e poi internazionale, di come sopravvive ai boss che lo hanno generato, di come in certi casi sopravvive persino alle leggi pensate per confiscarlo.

Per capire i 200 milioni sequestrati nel 2026 dobbiamo risalire indietro di oltre 50 anni. Dobbiamo andare a Palermo negli anni 60, quando le campagne della Conca d’oro scomparivano sotto il cemento, quando la mafia scoprì che con il mattone si poteva lavare i soldi e poi scoprì qualcosa di ancora più reditizio.

Dobbiamo seguire i soldi fino all’inizio, come diceva qualcuno, folo demone, prima di capire l’eroina bisogna capire il cemento. Nella seconda metà degli anni 50 e per tutti gli anni 60, Palermo fu oggetto di quella che molti storici e magistrati hanno chiamato il sacco della città.

una cementificazione selvaggia e sistematica che trasformò ville, giardini e agrumeti in palazzi popolari e condomini di lusso. Tutto con il benestare di sindaci collusi, assessori compiacenti, funzionari silenziosi. A beneficiare di quella speculazione fu una generazione di boss mafiosi che capì prima degli altri come funzionava la nuova economia del mattone.

Controllare le licenze edilizie, le cave, i trasporti, i subappalti, i soldi del racket e del contrabbando diventano appartamenti, terreni, quote societarie, diventano insomma rispettabili. In questo contesto nascono e crescono le famiglie che domineranno Palermo negli anni 70, i Bontate, gli Inzerillo, i Ricobono, gli Scaglione.

Famiglie ricche, potenti, inserite nel tessuto economico della città, famiglie che il giudice Giovanni Falcone chiamerà la prima mafia imprenditrice. >> Onorevole Francesco Catani, presidente della commissione antimafia, che cosa è? Come si manifesta la nuova mafia di città? L’edilizia, la speculazione sulle aree non ne sono che un aspetto.

Non c’è dubbio, sono solo un aspetto. Direi che la vecchia mafia, quella dei pascoli del mondo agricolo, ormai in certo senso ha fatto il suo tempo. La nuova mafia si è modernizzata anch’essa e ha cercato di inserirsi nei settori più interessanti dello sviluppo economico dei centri della Sicilia occidentale, dalla edilizia alle aree fabbricabili, ai mercati all’ingrosso, all’approvvigionamento delle fonti idriche, addirittura ai cimiteri, cioè tutti gli aspetti più interessanti e più ricchi dell’evoluzione che caratterizza

in parte anche la Sicilia. del 70 nel corso delle famose indagini della scomparsa di Mauro De Mauro che l’Arma dei Carabinieri di Palermo recepì e accertò la nuova dimensione di questa organizzazione mafiosa, una dimensione nazionale e non solo nazionale e ne stabilì anche il potenziale criminogeno.

Si parla oggi di nuova mafia, ma non deve essere intesa solo sotto il profilo dell’apporto delle nuove generazioni che si sono affacciate alla ribalta del sistema mafioso, ma anche e soprattutto quale nuova concessione operativa molto più spregiudicata, ancorata a qualche base all’estero, meglio inserita in settori largamente remunerativi.

dotata di vastissimi mezzi intesi questi ultimi nella più ampiacione del termine. >> Stefano Bontate era nato nel 1939, figlio di Paolino Bontate, boss storico della famiglia di Santa Maria di Gesù a Palermo. Era cresciuto nel sistema mafioso come si cresce in una famiglia di notai. Era il lavoro di famiglia.

Lo chiamavano il principe di Vill Grazia dal quartiere che controllava o il falco per la sua capacità di vedere lontano e di muoversi tra i mondi, perché Bontate era veramente un uomo di più mondi. Iscritto alla massoneria, aveva contatti con il mondo della finanza e con politici nazionali di primo piano. Il suo nome fu più volte collegato negli anni successivi a quello di Giulio Andreotti e secondo la testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia fu lui ad inviare Vittorio Mangano a Milano, il famoso stagliere di hardcore. Finanziari

più sofisticati Bontate si affidava al banchiere Michele Sindona, il finanziere siciliano con relazioni in Vaticano e a Wall Street che nel 1974 avrebbe fatto crollare la Franklin National Bank di New York. Secondo il collaboratorio di giustizia Francesco Marino Mannoia, Bontate usava Sindona per riciclare parte dei proventi criminali.

>> Sui cambi in borsa era riuscito a mettere insieme una costellazione di società con al centro la banca privata, la generale immobiliare, la Finambro ed una banca americana, la Franklin Bank. Nel 74 Sindona cominciò a vacillare prima con il buco clamoroso della banca privata, poi con quello della Franklin >> e attraverso i suoi legami con la famiglia Gambino di New York aveva investito in Florida e in alcune isole dei Caraibi, Aruba o Antigua, non si capisce bene.

Su questo Mannoia rimane vago. Il pentito non ricorda il dettaglio geografico, ma i soldi c’erano e come se c’erano. Canto a bontate c’era Salvatore Inzerillo, nato nel 1944, boss del mandamento di Passo di Rigano, nella zona nord-ovest di Palermo. I due erano alleati stretti, quasi fratelli negli affari.

Inzerillo aveva costituito la sua fortuna anche attraverso il settore edilizio. Il sacco di Palermo aveva fatto ricchi molti e lui era tra questi e aveva mantenuto rapporti solidi con le famiglie idoloamericane, in particolare con il Gambino di New York. La sua famiglia viveva bene. Gli Inzerillo abitavano in via Castellana, in una di quelle ville che erano il simbolo visibile della ricchezza mafiosa palermitana.

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