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MISSILI su Lampedusa – La Notte in cui Gheddafi Attaccò L’ITALIA

Hook 15 aprile 1986. Due missili balistici di  fabbricazione sovietica, lanciati dalla Libia,   sono diretti verso il suolo italiano. L’obiettivo:  una base americana sull’isola di Lampedusa. Per   una manciata di chilometri, l’Italia evita il  disastro. Ma cosa sarebbe successo se quegli Scud   avessero centrato il bersaglio? Quella notte,  mentre il Mediterraneo ribolliva di tensioni,   il nostro Paese ha rischiato la guerra.

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Oggi  vi raccontiamo la cronaca di un attacco quasi   annunciato e delle ore frenetiche che seguirono,  tra segreti diplomatici e paure molto reali. Cta Prima di addentrarci   nel cuore di questa incredibile vicenda, vi  invitiamo a supportare il nostro canale. Se   apprezzate i nostri approfondimenti,  iscrivetevi, lasciate un commento,   condividete questo video con i vostri amici e  considerate di abbonarvi per accedere a contenuti   esclusivi.

 Il vostro sostegno è fondamentale  per continuare a produrre documentari come   questo. Intro  Quello di cui parleremo in questo video  racconta della tesa notte dell’aprile 1986,   quando l’Italia si trovò sull’orlo della guerra  dopo un attacco missilistico libico sull’isola di   Lampedusa. Analizzeremo il contesto geopolitico,  i retroscena di un’operazione militare americana   e il ruolo segreto della diplomazia  italiana che cambiò il corso degli eventi.

Sezione 1: Il Contesto – Un Mediterraneo Infuocato Per capire la folle notte del 15 aprile 1986,  dobbiamo fare un passo indietro. Gli anni ’80   non sono solo l’era delle spalline larghe e del  synth-pop; sono anche l’apice della seconda Guerra   Fredda.

 Il mondo è spaccato in due, ma sotto  la grande contesa tra USA e Unione Sovietica,   ribollono tensioni regionali pronte a esplodere.  E il Mar Mediterraneo è una di queste polveriere. Al centro della scena ci sono tre uomini, le cui  decisioni plasmeranno gli eventi. A Washington,   c’è Ronald Reagan. L’ex attore  di Hollywood, ora presidente,   incarna una politica estera da sceriffo.

  Per lui, il mondo è in bianco e nero:   da una parte gli alleati dell’America,  dall’altra l'”Impero del Male” e i suoi   sostenitori. Tra questi, Reagan ha un  bersaglio prediletto: Mu’ammar Gheddafi. Gheddafi, la “Guida della Rivoluzione”  libica, è al potere dal 1969. Il suo sogno   è un panarabismo socialista e anti-occidentale.

  Vede America e Israele come nemici assoluti e   usa ogni mezzo per combatterli. Dalle casse  dello stato libico, ricchissimo di petrolio,   partono fiumi di denaro per finanziare gruppi  terroristici e di liberazione in tutto il mondo,   dalle Brigate Rosse all’IRA, fino ai gruppi  estremisti palestinesi. La Libia di Gheddafi   non è solo uno sponsor, ma un santuario che  accoglie militanti da ogni angolo del pianeta.  

Per l’amministrazione Reagan, Gheddafi  è il “cane pazzo del Medio Oriente”. In mezzo a questi due fuochi c’è l’Italia, guidata  da Bettino Craxi. Il leader socialista ha una   visione precisa: non vuole che l’Italia sia una  semplice “portaerei” americana nel Mediterraneo.   Vuole che giochi una partita autonoma, da  protagonista, capace di dialogare con tutti,   inclusi i Paesi arabi.

 Questa politica, a  volte definita “filo-araba”, è un misto di   pragmatismo economico – la Libia è un fornitore  energetico cruciale – e ambizione geopolitica.   Craxi crede di poter “gestire” Gheddafi con  la diplomazia e gli accordi commerciali. Ma la situazione sta già precipitando.  Nell’ottobre del 1985, c’è la crisi di   Sigonella: militari italiani e forze speciali  americane si fronteggiano armi in pugno sulla   pista di una base siciliana per il controllo  di terroristi palestinesi.

 Craxi si impunta,   difende la sovranità italiana e vince. Un trionfo  politico che però Washington non dimentica. Pochi mesi dopo, a dicembre, due attacchi  terroristici quasi simultanei sconvolgono   gli aeroporti di Roma Fiumicino e Vienna: 19 morti  e 140 feriti. La responsabilità ricade sul gruppo   palestinese di Abu Nidal, notoriamente  finanziato da Gheddafi.

 Il colonnello,   per tutta risposta, dichiara che continuerà a  sostenere gruppi come le Brigate Rosse e l’IRA   finché l’Europa aiuterà i dissidenti libici. Per  Reagan, è un’altra provocazione intollerabile. La Marina americana alza la pressione. Nel marzo  1986, organizza un’esercitazione navale nel Golfo   della Sirte, acque che Gheddafi considera libiche.

  La reazione libica è immediata ma inefficace:   alcuni missili vengono lanciati contro i  caccia americani, mancandoli. La risposta   USA è devastante: motovedette libiche  affondate e una stazione radar distrutta. La goccia che fa traboccare il vaso cade  il 5 aprile 1986. Una bomba esplode nella   discoteca “La Belle” a Berlino Ovest,  frequentata da soldati americani.  

Muoiono due militari statunitensi e  una donna turca; i feriti sono 229,   di cui 79 americani. L’intelligence intercetta  comunicazioni inequivocabili tra l’ambasciata   libica a Berlino Est e Tripoli, che  provano il coinvolgimento del regime. Per Ronald Reagan, la linea è superata.

 È  il momento di un’azione militare diretta,   un colpo al cuore del regime per eliminare  Gheddafi. L’operazione ha già un nome:   “El Dorado Canyon”. Il Mediterraneo sta  per diventare un campo di battaglia e   l’Italia si troverà proprio al centro del mirino. Sezione 2: L’Azione – “El Dorado  Canyon” e la Risposta Libica La notte tra il 14 e il 15 aprile 1986,  i cieli del Mediterraneo si riempiono   del rombo dei caccia. L’Operazione El Dorado  Canyon è scattata.

 È un’operazione massiccia,   che mostra la formidabile potenza militare  americana. Dalle portaerei USS America e USS   Coral Sea decollano caccia A-6 Intruder e F/A-18  Hornet per colpire le difese aeree a Bengasi. Contemporaneamente, dalle basi britanniche  decollano 24 bombardieri tattici F-111.   La loro missione è un’impresa.

 Francia  e Spagna hanno negato il sorvolo,   costringendo gli aerei a una rotta lunghissima:  devono circumnavigare la penisola iberica,   entrare nel Mediterraneo da Gibilterra e  volare per quasi 3000 chilometri, con quattro   rifornimenti in volo. Un viaggio di 13 ore per  un bombardamento che durerà appena 12 minuti. Poco dopo le due del mattino, l’inferno si scatena  su Tripoli e Bengasi.

 Gli obiettivi sono precisi:   l’aeroporto militare, una base di addestramento  e soprattutto il compound di Bab al-Azizia,   la residenza-fortezza di Gheddafi.  In pochi minuti, vengono sganciate   oltre 60 tonnellate di bombe. La contraerea  libica reagisce in modo confuso e tardivo. L’attacco è chirurgico, ma non perfetto.

  Alcune bombe mancano il bersaglio,   cadendo su aree residenziali. Il bilancio  ufficiale parla di circa 40-60 morti,   molti dei quali civili. Tra le vittime  c’è anche una bambina di 15 mesi,   Hanna, che i libici indicano come la figlia  adottiva di Gheddafi. Il Colonnello, però,   è salvo. Come ha fatto a scampare all’attacco?  È il primo grande mistero di questa storia.

La notizia del raid fa il giro  del mondo. L’Assemblea Generale   dell’ONU condanna l’attacco. In  Europa, a parte il Regno Unito,   la reazione è fredda. Il governo italiano, con  Bettino Craxi, esprime la sua “contrarietà”.   Craxi sa che la mossa di Reagan rischia di  esporre l’Italia a rappresaglie. E ha ragione.

La vendetta di Gheddafi non si  fa attendere. È furioso. E la   sua vendetta ha un obiettivo preciso: Lampedusa. Perché proprio Lampedusa? L’isola ospita una  stazione LORAN della Guardia Costiera americana,   un’infrastruttura di radionavigazione  fondamentale per la NATO. Per Gheddafi,   colpire quella base significa colpire  l’America sul suolo di un alleato che,   ai suoi occhi, ha permesso l’attacco.

  In una conferenza stampa, un Gheddafi   rabbioso annuncia di aver risposto, di  aver attaccato la base di Lampedusa. Nel pomeriggio del 15 aprile, la minaccia si  concretizza. Poco prima delle 17:00, gli abitanti   di Lampedusa sentono due boati sordi provenire  dal mare. Il panico si diffonde. La gente,   memore dei bombardamenti della Seconda Guerra  Mondiale, abbandona le case e cerca rifugio   nelle campagne.

 A gettare l’isola nel terrore è  l’evacuazione del personale americano dalla base   LORAN. Il comandante, il tenente Ernest  Del Bueno, mette in salvo i suoi uomini,   ma non il personale italiano. Per i  lampedusani è un segnale terribile:   gli americani sanno che sta per arrivare  un altro attacco e li stanno abbandonando. Poco dopo, arriva la conferma.

 Gheddafi ha  lanciato due missili balistici Scud contro   Lampedusa. I missili, però, sono caduti in mare:  il primo a 2 chilometri a nord-ovest della base,   il secondo a 2 chilometri a sud-ovest. Nessun  danno, nessuna vittima. L’attacco è fallito,   ma per l’Italia lo shock è immenso. Per la prima  volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il   territorio nazionale è stato oggetto di un attacco  militare diretto da parte di un altro stato.

Sezione 3: Il “Giallo” – Una  Soffiata e Missili a Salve? La polvere si è posata, ma la storia di quella  notte è tutt’altro che finita. Anzi, qui inizia   un vero thriller politico-diplomatico. I misteri  da risolvere sono due, e sono intrecciati. Il primo: come ha fatto Gheddafi a salvarsi da  un raid studiato per ucciderlo? Per anni si è   pensato a un colpo di fortuna. La verità,  emersa molto più tardi, è più complessa.

Nel 2008, l’allora ministro degli Esteri  libico, Abdel-Rahman Shalgam, sgancia la bomba:   ha raccontato che, forse l’11 o il 12 aprile 1986,   fu contattato da un “amico” inviato da Bettino  Craxi. Il messaggio era chiaro: “state attenti,   il 14 o il 15 aprile ci sarà un raid americano”.

  Craxi non solo avrebbe avvisato Gheddafi,   ma avrebbe anche negato l’uso dello  spazio aereo italiano per l’attacco. Le parole di Shalgam vengono confermate da  una figura chiave: Giulio Andreotti, all’epoca   Ministro degli Esteri, che ammise: “Credo  proprio che dall’Italia partì un avvertimento   per la Libia”. La “soffiata” di Craxi, quindi, è  un fatto storico.

 Ma perché lo fece? Innanzitutto,   per evitare un’escalation militare nel  Mediterraneo. Salvare Gheddafi significava,   nella sua logica, prevenire una guerra totale.  In secondo luogo, per riaffermare la sovranità   italiana rispetto all’alleato americano, come già  successo a Sigonella. Una mossa rischiosissima,   un atto di slealtà verso un partner NATO  per perseguire l’interesse nazionale.

E qui si apre il secondo mistero. Se Gheddafi  era grato a Craxi, perché bombardare un’isola   italiana? Shalgam fornisce la risposta:  “Perché gli Stati Uniti usarono Lampedusa.   La Libia reagì contro gli Stati Uniti, non  contro l’Italia”. Nella logica del regime,   la base LORAN rendeva l’isola un  obiettivo americano legittimo.

Ma questo non chiude il cerchio. Perché  i missili, due sofisticati Scud-B,   sono finiti in mare così lontano dal  bersaglio? Errore, bluff o gesto calcolato? La prima ipotesi è l’errore tecnico.  Gli Scud non erano armi di precisione,   con un margine di errore che  poteva arrivare al chilometro.   Se aggiungiamo la scarsa preparazione degli  operatori libici, un errore di mira è plausibile.

La seconda ipotesi, avanzata all’epoca, è  quella del bluff. L’allora Capo di Stato   Maggiore dell’Aeronautica, Basilio Cottone,  mise in dubbio l’esistenza di prove fisiche,   come anche un solo frammento dei  missili. Questa sua perplessità,   però, è stata smentita da troppe  fonti, inclusi i rilevamenti radar.

Rimane la terza e più intrigante ipotesi: il  “fallimento intenzionale”. Gheddafi doveva reagire   per salvare la faccia. Ma sapeva che colpire  davvero l’Italia avrebbe significato scatenare una   reazione della NATO che avrebbe potuto spazzare  via il suo regime. Quindi, potrebbe aver ordinato   un attacco dimostrativo: lanciare i missili, ma  con coordinate volutamente sbagliate.

 Questa tesi   è stata avallata dallo stesso Andreotti, che  nel 2005 commentò: “Di certo io non mi sono   spaventato. La mia sensazione è che i missili  furono lanciati ma volutamente fuori bersaglio”.   Un colpo sparato in aria, per far capire che il  prossimo avrebbe potuto colpire il bersaglio. Sezione 4: Le Conseguenze – L’Operazione  Girasole e la Crisi Diplomatica I due boati al largo di Lampedusa non  si sono ancora spenti che a Roma si   scatena una tempesta. L’attacco è una  ferita inaccettabile alla sovranità  

Quel giorno di caos in cui Gheddafi colpì la Sicilia con i missili dalla Libia - Castelvetranonews.it

nazionale. La risposta del governo  Craxi deve essere immediata e ferma. Scatta così, all’alba del 16 aprile, l'”Operazione  Girasole”. Lampedusa viene trasformata in una   fortezza. Arrivano i paracadutisti della  Folgore e gli uomini del 1° Battaglione   Carabinieri “Tuscania”.

 Gli F-104 Starfighter  dell’Aeronautica scortano persino i voli civili,   mentre i cacciabombardieri Tornado  vengono rischierati a Pantelleria,   pronti a intervenire. La Marina Militare  mobilita una squadra navale imponente,   con l’incrociatore Andrea Doria e i  cacciatorpediniere Audace e Intrepido.   Per tre mesi, il messaggio a Gheddafi  è chiaro: l’Italia non è indifesa.

Ma la partita più difficile si gioca  nella diplomazia. L’Italia è in una morsa.   Da un lato, c’è la rabbia dell’alleato americano.  A Washington, la “soffiata” di Craxi a Gheddafi,   anche se non pubblica, è un segreto di Pulcinella.  L’Italia è vista con crescente sospetto, accusata   di ambiguità.

 Dall’altro lato, un conflitto aperto  con Gheddafi sarebbe un disastro: metterebbe a   rischio la sicurezza energetica e aprirebbe un  fronte di instabilità a poche miglia dalle coste. La linea scelta da Craxi e Andreotti è quella  della “fermezza difensiva”: si condanna l’attacco,   si rafforzano le difese, ma si esclude qualsiasi  rappresaglia militare. Si insiste sulla via   diplomatica.

 È una posizione difficile, che  scontenta i “falchi” a Roma e a Washington,   ma che secondo il governo è l’unica in  grado di tutelare l’interesse nazionale. L’attacco a Lampedusa, paradossalmente, ha anche  una conseguenza surreale. Per la prima volta, il   nome di questa piccola isola fa il giro del mondo.  I telegiornali di ogni paese mostrano le immagini   di questo scoglio minacciato dai missili di un  dittatore.

 L’enorme esposizione mediatica accende   una curiosità che, negli anni, si trasformerà in  interesse turistico. L’isola che ha rischiato la   guerra diventerà, anche grazie a quella notte, una  delle mete balneari più ambite del Mediterraneo. Conclusione e Call to Action Quella notte di aprile del 1986, l’Italia si  scoprì vulnerabile.

 L’attacco a Lampedusa fu uno   specchio che rifletté tutte le contraddizioni del  nostro Paese: alleato fedele degli Stati Uniti,   ma anche potenza mediterranea con  interessi vitali sulla sponda sud;   membro della NATO, ma anche nazione  alla ricerca di una via autonoma. L’episodio, con i suoi retroscena fatti di  avvertimenti segreti e diplomazia parallela,   ci racconta un’Italia che tentava di ritagliarsi  un ruolo da protagonista.

 La scelta di Craxi   di avvertire Gheddafi fu un atto di equilibrio  precario, un gesto che forse evitò una guerra,   ma che mostrò tutta l’ambiguità di essere  una media potenza incastrata tra giganti. Oggi, a decenni di distanza, con una Libia ancora  frammentata e un Mediterraneo attraversato da   nuove tensioni, le domande di allora sono ancora  attuali.

 Cosa significa sovranità nazionale in un   mondo di alleanze? Fino a che punto un paese può  spingersi per tutelare i propri interessi, anche a   costo di irritare l’alleato più potente? La notte  dei missili su Lampedusa non è solo un capitolo   dimenticato. È una lezione su quanto siano  fragili gli equilibri e su come la pace, a volte,   resti appesa al filo di una telefonata segreta  o alla traiettoria sbagliata di un missile.

E voi, cosa ne pensate? La mossa di Craxi fu  un atto coraggioso per salvare la pace o un   tradimento verso un alleato? Diteci la vostra  nei commenti. Se questo video vi è piaciuto,   iscrivetevi al canale e attivate la campanella  per non perdere i prossimi episodi. Alla prossima.

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