Molteno, Piazza della Chiesa. Un sabato mattina del maggio 1974, ore 9:15. L’aria primaverile della Brianza portava il profumo dell’erba appena tagliata dai campi ai margini del paese, mentre l’ombra del campanile della chiesa si allungava sulle pietre della piazza, senza ancora raggiungere il muro lontano, già illuminato dal sole caldo del mattino.
Lungo il lato nord della piazza avevano già aperto alcuni piccoli banchi del mercato. una donna con le prime verdure della stagione sistemate su un tavolo pieghevole, un uomo con dei conigli dentro una cassa di legno e un ragazzo che portava del pane appena preso dal forno di via Roma. E all’estremità sudest della piazza, sopra un panno verde scuro steso con cura sui ciottoli, sei chitarre fatte a mano erano disposte in fila.
Dietro di loro, seduto su un piccolo sgabello di legno portato da casa sua a tre strade di distanza, c’era un uomo di 72 anni chiamato Adelmo Ricci. Le mani riposavano sulle sue ginocchia, gli occhi fissi sulle chitarre, con l’espressione paziente di chi ha ormai imparato a fare pace con l’attesa. Era lì dalle 7:00 del mattino.
In due ore si era fermata una sola persona, un bambino che aveva allungato la mano verso la chitarra più vicina, ma sua madre lo aveva subito allontanato senza nemmeno rallentare il passo. Adelmo non si era mai alzato dal suo sgabello. non sapeva ancora che entro i successivi 40 minuti un uomo che viveva a 3 km da lì avrebbe attraversato quella piazza, si sarebbe fermato davanti al suo panno verde e avrebbe cambiato la direzione di tutto ciò che restava della sua vita.
Esiste una forma particolare di dignità che appartiene a coloro che hanno passato una vita intera a creare cose con le proprie mani e che non si fermano nemmeno quando il mondo ha riniziato a credere in altri modi di dare valore alle cose. Questo canale esiste per raccontare quelle storie. i sabati mattina, le botteghe silenziose e i brevi incontri che hanno deciso cosa sarebbe rimasto e cosa sarebbe andato perduto.
Se tutto questo significa qualcosa anche per te, iscriviti adesso e non perdere la prossima storia, perché ce ne sono molte e ognuna comincia in un luogo ordinario, proprio come questa piazza in primavera. Adelmoci faceva il liutaio da 43 anni. Aveva imparato il mestiere a Cremona verso la fine dei suoi 20 anni.
in una bottega a tre strade dal duomo ed era tornato in Brianza con una cassetta di attrezzi e una serie di principi che non erano cambiati in quattro decenni. Lavorava l’abete, l’acero e il palissandro. intagliava a mano le tavole armoniche regolando lo spessore con il tatto, curvava le fasce sul ferro caldo, montava le catene interne seguendo schemi tramandati da generazioni di artigiani.

Una linea che riusciva a far risalire fino ai primi anni del secolo. Sua moglie Giuseppina aveva tenuto i conti della bottega per 28 anni ed era morta nel 1971 e da allora il laboratorio era diventato lentamente sempre più silenzioso. Nel 1973 le sue mani avevano iniziato a tremare, non in modo grave, ma abbastanza da rallentare il lavoro più delicato.
E Adelmo aveva preso quella decisione che ogni artigiano prende quando capisce che il suo lavoro migliore appartiene ormai al passato. Aveva smesso di accettare nuove commissioni e aveva terminato ciò che restava sul banco. Le sei chitarre sul panno verde erano le ultime cose che aveva costruito. Non voleva chiuderle in un magazzino, voleva sapere se qualcuno le avrebbe ancora suonate.
L’uomo che arrivò davanti al panno di Adelmo alle 9:45 si chiamava Renato Bianchi, 38 anni, proprietario di due negozi di strumenti musicali nella zona dei Naviglia a Milano e impegnato ad aprirne un terzo a Monza. Quella mattina era arrivato in Brianza a bordo di una Fiat 124 azzurro chiaro con l’obiettivo preciso di trovare artigiani locali che potessero fornire strumenti fatti a mano a un prezzo compatibile con il suo modello commerciale.
Indossava una giacca sportiva, una cravatta allentata e portava con sé un taccuino con appunti presi in due botteghe visitate in precedenza. Non era un uomo disonesto, era un uomo la cui idea di valore era stata costruita interamente attorno alla domanda se qualcosa potesse essere venduto in modo efficiente e su larga scala e che anni prima aveva smesso di considerare questa visione una filosofia personale, iniziando invece a crederla semplicemente il modo reale in cui funzionava il commercio.
si accovacciò davanti al panno di Adelmo, prese la chitarra più vicina, la girò tra le mani, premette la tavola armonica con il pollice, osservò il manico contoluce e sbirciò dentro la buca dello strumento. Poi la rimise giù, ne prese una seconda e ripeti. Infine si rialzò in piedi. Renato guardò Ad Elmo e parlò con la schiettezza di un uomo convinto di fare un favore dicendo la verità.
L’artigianato era evidente, disse. In un’altra epoca questo lavoro avrebbe avuto un mercato chiaro, ma le differenze tra uno strumento e l’altro erano troppo irregolari. Ogni chitarra era diversa dalla successiva in modi che rendevano difficile stabilire prezzi affidabili ed esporle in negozio. Il cliente che entrava in un negozio di musica, spiegò, si aspettava che lo strumento scelto fosse identico a quello accanto sullo scaffale.
L’idea del fatto a mano era romantica, continuò, ma l’economia era cambiata. La produzione industriale aveva standardizzato la qualità in un modo che trasformava le differenze individuali in un difetto invece che in un valore. “Il mercato per strumenti come questi era ormai passato” disse, e il tono della sua voce lasciava capire che non gli dispiaceva affatto dirlo.
infilò il taccuino sotto il braccio, si voltò dal panno verde e si avviò verso il caffè, sul lato nord della piazza per bere qualcosa prima di tornare a Milano. Adelmo lo guardò andare via con la stessa espressione che aveva sul volto dalle 7:00 del mattino, quella di un uomo che aveva deciso prima ancora di uscire di casa, di non affidare il proprio cuore a nessun possibile risultato della giornata.
Entrò nella piazza da via Roma alle 10:10, camminando con le mani nelle tasche di una semplice giacca, i capelli scuri e ricci scoperti nell’aria fresca della primavera, con il passo tranquillo di un uomo che considera quel luogo parte della propria vita. Aveva 31 anni, si chiamava Lucio Battisti e viveva a Molteno da 2 anni, abbastanza perché quella piazza gli fosse diventata familiare, come lo diventano certi posti attraversati ogni giorno.
Stava andando al bar sul lato nord della piazza per incontrare Mogol, arrivato da Roma per trascorrere tre giorni a lavorare ai testi dell’album che stavano costruendo insieme, l’album che sarebbe diventato anima latina. Il lavoro stava procedendo bene, ma in modo strano. Battisti stava cercando suoni per cui non aveva ancora trovato il contenitore giusto, texture musicali che si trovavano oltre il limite degli strumenti che aveva sempre usato.
Da settimane ascoltava il mondo in modo diverso, prestando attenzione a cose che prima erano rimaste sullo sfondo. Era immerso in quello stato di ascolto aperto mentre attraversava la piazza. Ed è stato proprio quello stato a farlo fermare quando il suo sguardo incontrò il panno verde scuro, le sei chitarre allineate e il vecchio seduto sullo sgabello dietro di esse.
Esistono incontri che accadono perché una persona ha passato anni a costruire qualcosa e un’altra ha passato a imparare ad ascoltare. Se questa storia sta toccando qualcosa di vero dentro di te, lascia nei commenti una canzone di Battisti che ti ha raggiunto nel momento giusto. Condividi questo video con qualcuno che crede ancora che ciò che viene fatto a mano porti dentro qualcosa che nessuna macchina potrà mai replicare.
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Iscriviti perché ciò che sta per accadere comincia in una piazza silenziosa proprio come questa. Si avvicinò al panno con lo stesso passo tranquillo. il modo in cui ci si avvicina a qualcosa, senza essere ancora sicuri che meriti davvero di fermarsi. Si accovacciò davanti alla fila di chitarre e le osservò per qualche istante senza toccarle.
Poi guardò Adelmo che non si era mosso dallo sgabello. Battisti disse: “Buongiorno”. Adelmo rispose: “Buongiorno”. Battisti chiese se poteva prenderne una in mano. Adelmo disse: “Certo.” Battisti allungò la mano verso la chitarra al centro della fila, né la più vicina né la più lontana, quella sistemata nel punto di maggiore visibilità.
La prese e la inclinò leggermente per osservare le venature dell’abete sulla tavola armonica e il modo in cui la luce del mattino vi si muoveva sopra. Fece scorrere il pollice una sola volta sulle corde senza premere i tasti. ascoltando il suono aperto dello strumento, esaminò il bordo della cassa, l’unione del manico e il taglio del capotto, poi alzò lo sguardo verso Adelmo.
“Quanto tempo ci è voluto per questa?” chiese. Adelmo rispose 4 mesi. Battisti annuì una volta e guardò di nuovo la chitarra. Dall’altra parte della piazza Renato Bianchi sedeva a un tavolino del caffè con il suo espresso, osservando la scena senza particolare interesse. Battisti appoggiò la chitarra sul ginocchio sopra i ciottoli della piazza, sistemò leggermente la posizione del corpo e iniziò a suonare.
Non eseguì una melodia riconoscibile. suonò una serie di intervalli lentamente, ascoltando ciò che la chitarra faceva di ogni nota, come un artigiano che passa il palmo della mano su una superficie per capirla davvero. Poi passò a qualcosa di più lungo, una frase musicale che saliva e scendeva attraverso quattro corde con la pazienza di qualcuno che sta imparando un nuovo linguaggio.
Il suono che uscì dalla tavola armonica in abete non era ciò che Renato Bianchi si era aspettato vedendo un uomo accovacciarsi accanto al panno di un vecchio e prendere in mano una chitarra. Era un suono pieno, così pieno da interrompere a metà frase la donna al banco delle verdure. Attraversò tutta la piazza fino al muro lontano e tornò indietro con qualcosa in più, come succede ai suoni negli spazi di pietra quando trovano se stessi nel ritorno dell’eco.
Il ragazzo col pane rallentò fino a fermarsi. L’uomo con i conigli alzò lo sguardo dalla cassa di legno. Renato posò lentamente la tazzina sul piattino senza nemmeno accorgersene. La risonanza tra la mano sinistra di Battisti e la tavola in cedro non era soltanto il risultato della tecnica, anche se la tecnica era evidente, era il risultato di una chitarra costruita da qualcuno che capiva davvero a cosa servisse una chitarra.
incontrare un musicista che capiva esattamente la stessa cosa e di quel particolare silenzio che riempie uno spazio quando due comprensioni così rare si incontrano nello stesso istante. Fu Maria del Banco delle Verdure a riconoscerlo. Aveva 60 anni, era cresciuta a Molteno e aveva visto Lucio Battisti attraversare quella piazza forse una dozzina di volte nei due anni da quando era venuto a vivere lì vicino, sempre a piedi, sempre da solo, mai fermandosi troppo a lungo.
Sapeva chi fosse nello stesso modo in cui nei piccoli paesi si conoscono le persone importanti del luogo, con quella familiarità silenziosa di chi ha visto più volte un volto senza mai avere motivo di parlarne davvero. Quando Lucio suonò la prima frase musicale, Maria lo osservò con più attenzione e poi disse con il tono tranquillo di chi condivide un’informazione e non vuole creare una scena che l’uomo seduto sui ciottoli era Lucio Battisti.
La donna davanti a lei, che stava comprando zucchine si voltò. Si voltò il padre del ragazzo col pane. Renato Bianchi si girò dal tavolino del caffè e l’espressione che attraversò il suo volto fu quella di un uomo costretto a riconsiderare in pochi secondi una convinzione pronunciata con sicurezza 40 minuti prima, basata su informazioni che ora capiva essere incomplete.
guardò l’uomo accovacciato sulle pietre della piazza di Molteno, mentre suonava una chitarra presa dal panno di un vecchio, e sentì, con la precisione, che solo un certo tipo di imbarazzo può dare, esattamente ciò che aveva detto e a chi lo aveva detto. Battisti lasciò svanire l’ultima nota e appoggiò lentamente la mano piatta sulle corde.
guardò la chitarra per un momento, poi guardò Ad Elmo, disse una cosa sulla chitarra prima di voltarsi verso Renato, che quella che Renato aveva definito un’incoerenza non era un problema di qualità. disse che ogni chitarra era diversa dall’altra perché l’uomo che le aveva costruite aveva ascoltato il mondo in modo diverso in ciascuno dei giorni in cui le aveva realizzate e che quella differenza non era un difetto, ma una traccia, come la differenza tra una lettera scritta a mano e un modulo stampato. Poi si alzò in piedi e guardò
verso il tavolino del caffè, dove Renato non si era ancora mosso, parlando con quel tono calmo e misurato che aveva sempre quando stava dicendo qualcosa in cui credeva davvero. Disse che dentro quella chitarra c’era un suono che stava cercando da mesi negli studi di registrazione e strumenti di ogni tipo e che non era riuscito a trovare fino a quella mattina in una piazza della Brianza in un sabato di maggio.
disse che proprio quelle cose che Renato aveva definito limiti commerciali, la variazione, l’individualità, l’incoerenza tra uno strumento e l’altro erano esattamente le qualità che avrebbero portato musicisti da Milano lungo la stessa strada che Renato aveva appena percorso e che non le avrebbero trovate in nessun negozio progettato secondo il suo modello commerciale.
Non lo disse con rabbia, lo disse con la calma attenta di un uomo che sta semplicemente osservando un fatto importante. Comprò tutte e sei le chitarre, posò il denaro sul panno davanti ad Adelmo, pagando il prezzo segnato sui piccoli cartoncini accanto a ogni strumento, una cifra superiore a quella che Renato era stato disposto a offrire per l’intero lotto.
Chiese adelmo quale delle sei fosse quella che lui stesso considerava più riuscita e Adelmo indicò quella con la tavola in cedro, la quarta da sinistra, costruita con legno rimasto a stagionare nella bottega per 11 anni prima che lui decidesse di usarlo. Battisti mise quella da parte, disse ad Adelmo che stava lavorando a un album e che quella chitarra sarebbe stata usata lì dentro e che voleva il nome di Adelmo nei crediti del disco.
Adelmo rimase seduto sul piccolo sgabello di legno a guardarlo senza riuscire a dire nulla per qualche secondo. Battisti gli chiese l’indirizzo della bottega. Adelmo rispose: “Oggio, 3 km più a sud”. Battisti disse che forse sarebbe passato nelle settimane successive con alcune domande perché lavorava meglio quando poteva parlare direttamente con la persona che aveva costruito lo strumento che stava usando.
Chiese se questo potesse essere un disturbo. Adelmo rispose di no. Prima di attraversare la piazza, Battisti si voltò ancora una volta e disse di avere una sola richiesta. Se un giorno qualche giovane liutaio fosse arrivato da Adelmo chiedendo come si faceva quel lavoro, lui non avrebbe dovuto mandarlo via.
Nel novembre del 1974 uscì Animal Latina. Nei crediti degli strumenti all’interno delle note del disco compariva una sola riga: chitarra in cedro. Adelmoicci oggono 1963. Adelmo quella frase seduto al tavolo della sua cucina con gli occhiali da lettura sul naso, posò lentamente la copertina del disco e rimase immobile per qualche minuto.
Gli ordini iniziarono ad arrivare nella primavera del 1975, tre nel primo mese, sette nel secondo, poi ancora di più. Arrivavano da musicisti di Milano e Roma che avevano ascoltato l’album e seguito quel piccolo credito stampato. Adelmo riaprì la bottega di Oggi e prese con sé un giovane assistente di Lecco chiamato Piero che aveva cercato di imparare il mestiere dai libri e che invece lo imparò dalle mani di Adelmo nel corso di 4 anni.
Quando le mani di Adelmo non furono più in grado di continuare il lavoro, Piero aveva ormai imparato abbastanza per andare avanti da solo. L’insegna sopra la porta della bottega continuò a dire gli uteria ricci. Sotto il nome, in lettere più piccole, dopo la morte di Adelmo nel 1981, Piero aggiunse una frase: “Fondata nel 1958 e sotto ancora in caratteri più piccoli e tutto ciò che continua da qui.
” Renato Bianchi tornò a Milano quella mattina di sabato senza finire il suo caffè. Aprì il negozio di Monza nel 1975 e lo gestere strumenti fatti a mano. Ma negli anni successivi raccontò sempre con onestà la storia della piazza di Molteno, quando qualcuno gliela chiedeva, cosa che ogni tanto accadeva.
Diceva che ciò che era successo era molto semplice. Lui aveva guardato sei chitarre e aveva visto sei oggetti. Poi un uomo ne aveva presa una in mano e gli aveva fatto sentire sei voci. Prima di quella mattina non conosceva la differenza. Dopo di allora sì. Lucio Battisti morì il 9 settembre 1998 a Milano a 55 anni dopo aver dato al mondo molto più di quanto il mondo gli avesse chiesto.
Da uomo che aveva sempre preferito lasciare parlare la musica invece di parlare lui della musica. La chitarra con tavola in cedro costruita da Adelmo Ricci a Oggono nel 1963 venne usata in anima latina e poi tornò nella casa di Molteno, dove rimase. Nessuno ne fece un monumento. Era semplicemente una chitarra suonata da qualcuno che aveva davvero capito cosa fosse.
Ed è questo l’unico monumento che qualunque cosa fatta a mano abbia mai avuto bisogno di ricevere. Se questa storia ti ha raggiunto oggi, condividila, iscriviti, lascia un commento, tramanda il nome di qualcosa fatto a mano che meritava più di quanto abbia ricevuto. È tutto ciò che ogni artigiano abbia mai chiesto.
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