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Ninetta Bagarella, 80 anni, rompe il silenzio sul passato di Totò Riina

Era una mattina grigia e immobile a Corleone. L’aria aveva quell’odore pungente di terra bagnata e memoria antica. Ninetta Bagarella, 80 anni compiuti da poco, aprì lentamente la finestra della cucina. Il silenzio del vicolo era irreale, come se persino le pietre stessero trattenendo il respiro. Da più di 30 anni non rilasciava interviste.

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Il suo nome era diventato leggenda, ma anche maledizione. Ninetta, la moglie del capo dei capi, Totò Rina, una donna che aveva attraversato le ombre del potere, della morte, del sangue. Eppure nessuno sapeva davvero cosa si nascondesse dietro il suo sguardo freddo e calmo. Nessuno, fino ad ora, seduta accanto al camino spento, accarezzava lentamente una vecchia fotografia in bianco e nero.

Lei, giovane, con un sorriso quasi timido, accanto Totò in giacca e cravatta con lo sguardo fiero. Era il giorno del loro matrimonio. Dietro di loro la chiesa di San Martino. Quella mattina una giornalista era attesa. Era tutto già deciso. Dopo anni di rifiuti, Ninettava accettato di parlare. Nessuna conferenza stampa, nessun scup urlato, solo una stanza silenziosa, due donne e una verità che da troppo tempo pesava come una condanna.

La porta si aprì alle 9:06. La giovane cronista, visibilmente emozionata, salutò con rispetto e si sedette davanti a lei. Il volto segnato di Ninetta sembrava scolpito nella pietra, ma c’era qualcosa nei suoi occhi, qualcosa di nuovo, non paura, forse stanchezza, forse bisogno di redenzione. “Lo faccio solo una volta”, disse Ninetta con voce ferma.

“e poi mai più”. La registrazione iniziò. Tutti pensano che io sia stata complice, che sapessi tutto, che fossi come lui. Non è così semplice, non è mai stato semplice. La giornalista non parlava, lasciava che le parole fluissero. Totò era un uomo che sapeva incantare, ma anche un uomo che faceva paura.

Io io lo amavo o forse amavo l’idea che avevo di lui. Non lo so più. Ninetta abbassò lo sguardo. Il silenzio si fece denso. Quando ci siamo sposati sapevo chi era, ma non sapevo cosa sarebbe diventato. Nessuno può immaginare l’inferno finché non ci si trova dentro. parlò dei primi anni, della famiglia, dei figli, di una vita apparentemente normale, interrotta da sparizioni, sguardi inquietanti, visite improvvise di uomini armati che la chiamavano signora Bagarella, come se fosse una regina del terrore.

Non ho mai chiesto, non potevo. Una volta, una volta ho visto il sangue sulla sua camicia. mi ha detto che era stato un incidente. Io ho creduto perché credergli era più facile che sapere. La giornalista trattenne il fiato. Era solo l’inizio, ma ogni frase era una ferita che si apriva, una storia d’amore tossico, di omertà e terrore.

Non chiedo perdono, non lo merito, ma chiedo di essere ascoltata. Solo questo fu allora che Ninetta tirò fuori dalla borsa un vecchio diario, la copertina in cuoio consumato, le pagine ingiallite dal tempo. L’ho scritto negli anni, ogni volta che succedeva qualcosa, ogni volta che non riuscivo più a dormire. Quella mattina la donna che per decenni aveva incarnato il silenzio stesso, iniziò a leggere e con ogni parola le mura di Corleone sembravano tremare.

Il silenzio era stato rotto. Corleone, anni 40, un piccolo borgo incastonato tra le colline aspre, dove il tempo sembrava scorrere più lentamente e le parole pesavano quanto le pietre. Era un luogo antico, fatto di campiarsi dal sole, vicoli silenziosi e sguardi che dicevano più delle bocche. Qui nacque Ninetta Bagarella, in una famiglia profondamente legata alla tradizione.

Il padre era un uomo severo, devoto alla famiglia e alla Chiesa, ma con un rispetto silenzioso verso certe persone del paese. Crescere a Corleone voleva dire imparare presto a tacere, a guardare senza farsi vedere, a capire senza che nessuno parlasse. Ninetta era una bambina curiosa, intelligente, ma fin da piccola capì che certe domande non andavano fatte.

Alcune porte non si aprivano mai, alcuni uomini non venivano mai nominati se non con sussurri. Trai vicoli giocava anche un ragazzino magro e determinato, dal nome che più tardi avrebbe fatto tremare l’intera nazione, Salvatore Riina, Totò, come lo chiamavano tutti, non era come gli altri. C’era qualcosa nei suoi occhi, un misto di fame, rabbia e ambizione.

Voleva tutto e sapeva che Corleone, da sola, gli sarebbe sempre stata stretta. Fu durante una processione religiosa che Ninetta e Totò si parlarono per la prima volta. Lei aveva 14 anni, lui 17. I loro sguardi si incrociarono tra le candele accese e il profumo dell’incenso. Non ci fu bisogno di parole. Da quel giorno Totò iniziò a comparire sempre più spesso nei dintorni della casa dei Bagarella, portava il pane caldo appena sfornato o si offriva di aiutare con piccoli lavoretti.

Era l’inizio di un corteggiamento discreto ma determinato. La madre di Ninetta era scettica, aveva sentito parlare del ragazzo, delle sue frequentazioni, ma il padre, pur senza dire nulla, non oppose resistenza. In paese i Rina cominciavano già a essere temuti e in Sicilia a volte una figlia protetta da un uomo potente era meglio di una figlia onesta ma vulnerabile.

Quando Totò compì 20 anni chiese ufficialmente la mano di Ninetta. Il matrimonio fu organizzato con sobrietà, ma con presenze che non passarono inosservate. Alla cerimonia parteciparono uomini che non sorridevano mai, con occhi che sembravano scrutare l’anima. Nessuno osò fare domande. Nel cuore di Ninetta c’era una strana mescolanza di emozione e timore.

Lo amava forse, oppure amava la sicurezza che lui rappresentava, ma dietro la sicurezza c’era il buio e lei lo sentiva. La loro casa fu sistemata in una zona discreta del paese. Totò era spesso via, ma quando tornava portava regali costosi e buste di denaro. Lavoro duro” diceva lui con un sorriso sottile. Ninetta non chiedeva.

Era stata cresciuta così. Le donne non dovevano sapere. Le donne dovevano tenere la casa, crescere i figli e soprattutto restare in silenzio. Ma Corleone parlava, le voci correvano del giovane Rina che stava salendo in fretta, degli omicidi, dei nemici spariti nel nulla, dei legami con i boss di Palermo. E Ninetta camminava per le vie del paese con la testa alta, fiera, ma dentro qualcosa cominciava a incrinarsi.

Un giorno, durante una visita alla sorella, sentì pronunciare il nome di Totò in un sussurro pieno di paura. È pericoloso, più di quanto si dica. Ninetta si voltò, ma non disse nulla. guardò fuori dalla finestra verso le colline che circondavano Corleone. Per la prima volta si chiese se non fosse stata ingannata, ma era troppo tardi.

L’anello era già al dito, il nome ormai era suo e Corleone, la culla dei loro ricordi, si stava lentamente trasformando in un campo di battaglia. Il matrimonio tra Ninetta Bagarella e Salvatore Rina non fu solo l’unione di due giovani, fu in realtà un patto tra due dinastie, un legame che andava oltre l’amore, oltre l’intimità.

Era un giuramento silenzioso, stipulato sotto il peso dell’omertà e delle leggi non scritte della cosa Nostra. Ninetta lo capì la notte stessa delle nozze. Non fu un matrimonio qualunque, nonostante la semplicità esteriore. Niente festeggiamenti eccessivi, niente sfarzo. Il clima era carico di tensione. Gli invitati erano uomini in giacca scura, donne silenziose, sguardi sfuggenti.

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