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PAOLO BORSELLINO: la storia dell’amico e collega di Falcone —e il complotto pianificato dall’interno

19 luglio 1992, via D’Amelio, Palermo. Sono le 16:59. Paolo Borsellino sta per suonare il campanello di sua madre, come fa ogni domenica. Tra pochi secondi un’autobomba con 90 kg di tritolo esploderà uccidendo lui e cinque agenti della sua scorta. Ma c’è qualcosa di diverso in questa strage rispetto a quella di Capaci.

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che aveva ucciso Giovanni Falcone 57 giorni prima, qualcosa di molto più inquietante. La scena del crimine viene contaminata immediatamente prima ancora che i corpi siano freddi. Un’agenda rossa che Borsellino portava sempre con sé scompare misteriosamente e soprattutto Borsellino aveva detto a diverse persone nei giorni precedenti: “So chi mi tradirà, so da dove arriverà il colpo, ma non posso dirlo ancora, devo avere le prove”.

Chi era il traditore che conosceva così intimamente i movimenti di Paolo Borsellino? E perché quello che sapeva era così pericoloso da dover morire a tutti i costi? Esiste una registrazione audio, mai resa completamente pubblica, di una conversazione tra Borsellino e un collega magistrato avvenuta il 17 luglio, due giorni prima della strage.

In quella registrazione, secondo chi l’ha ascoltata, Borsellino dice: “Giovanni è morto perché stava per scoprire la verità sui livelli alti. Io quella verità l’ho scoperta, ho i nomi, ma se li dico ora, prima di avere prove inattaccabili, mi faranno passare per pazzo. Devo aspettare ancora pochi giorni, poi parlerò e quando parlerò cadrà tutto.

Non solo la mafia, ma anche chi la protegge a Roma. Quali nomi aveva scoperto? Quali verità aveva in quella famosa agenda rossa che scomparve dopo la sua morte? La storia ufficiale ci parla di un eroe caduto nella lotta alla mafia, del migliore amico di Falcone che venne ucciso perché continuava il suo lavoro. Ma davvero tutta qui la storia? O forse dietro quella strage c’era qualcosa di più oscuro.

Non solo Cosa Nostra che elimina un nemico, ma qualcuno dentro le istituzioni che decide che Borsellino sa troppo, che sta per rivelare segreti che non possono essere rivelati, che deve essere fermato prima che parli. 19 gennaio 1941, Palermo. Nasce un bambino nel quartiere della Calza, uno dei più popolari e difficili della città. Il padre è un farmacista, la madre casalinga.

Paolo cresce in una Palermo dove la mafia è parte della vita quotidiana, ma in una famiglia borghese che cerca di mantenersi lontana da quegli ambienti. È un bambino vivace, curioso, con un forte senso di giustizia che emerge già molto giovane. Durante l’infanzia e l’adolescenza, Paolo frequenta le stesse scuole di Giovanni Falcone.

Sono quasi coetanei. Falcone ha solo 2 anni più di lui e diventano amici già al liceo, ma sono personalità molto diverse. Falcone è introverso, metodico, calcolatore, Borsellino è estroverso, emotivo, impetuoso. Eppure, o forse proprio per questo, formano un’amicizia profonda che durerà tutta la vita. Condividono la passione per la giustizia, l’intolleranza per l’ingiustizia, il desiderio di fare qualcosa di significativo con le loro vite.

All’università studiano entrambi giurisprudenza, spesso preparando esami insieme, discutendo di diritto, ma anche di come cambiare la Sicilia, come liberarla dalla morsa della mafia. Sono anni di idealismo giovanile quando tutto sembra possibile, quando credono ancora che la buona volontà e la competenza siano sufficienti per sconfiggere il male.

Non sanno ancora quanto sarà difficile, quanto sarà pericoloso, quanto pagheranno personalmente per quelle convinzioni giovanili. Nel 1963, a 22 anni Paolo si laurea con una tesi sul diritto penale. Nel 1964 diventa magistrato seguendo le orme dell’amico Falcone che lo ha preceduto di pochi mesi. I suoi primi incarichi sono a Enna e poi a Monreale, dove si occupa principalmente di reati comuni, ma già in questi anni di un’attitudine particolare.

Sa parlare con la gente, sa conquistare la fiducia, sa leggere tra le righe delle testimonianze. Dove Falcone è brillante nell’analisi dei documenti e dei flussi finanziari, Borsellino eccelle nel rapporto umano, nel capire le persone. Nel 1980 viene trasferito alla Procura di Palermo, nella stessa sezione dove lavora Falcone. È l’inizio della loro collaborazione professionale che si aggiungerà all’amicizia personale e insieme iniziano a capire che per combattere davvero la mafia serve un approccio completamente nuovo.

Serve collaborazione invece di competizione tra magistrati serve guardare il quadro generale invece di concentrarsi sui singoli casi. Quando nel 1982 viene creato il pool antimafia sotto la guida di Rocco Chinnici, sia Falcone che Borsellino ne fanno parte. Sono i due pilastri del gruppo complementari nelle loro competenze.

Falcone si concentra sugli aspetti economici e finanziari, Borsellino sui rapporti con i pentiti e sulle indagini territoriali e insieme costruiscono il castello di prove che porterà al maxi processo. Durante gli anni del pool Borsellino sviluppa un rapporto particolare con i pentiti di mafia. riesce a entrare nella loro psicologia, a capire le loro motivazioni, a conquistare la loro fiducia.

Non li tratta come semplici fonti di informazioni, ma come esseri umani complessi che hanno fatto scelte sbagliate, ma che ora cercano una forma di redenzione. E questa empatia lo rende straordinariamente efficace. I pentiti si aprono con lui come non fanno con altri magistrati, rivelano dettagli che altrimenti nasconderebbero. Durante gli anni del maxi processo, dal 1986 al 1987, Borsellino lavora fianco a fianco con Falcone, costruendo l’impalcatura accusatoria contro i boss di Cosa Nostra.

Ma mentre Falcone diventa la figura pubblica del pool, quello intervistato dai media internazionali, quello riconosciuto come il simbolo della lotta antimafia, Borsellino rimane più nell’ombra, non per scelta dei media, ma per sua preferenza. È meno a suo agio con i riflettori. Preferisce lavorare concretamente piuttosto che parlarne.

Ma questa minore visibilità non significa minore importanza. Anzi, in alcuni aspetti Borsellino è ancora più pericoloso per la mafia di quanto lo sia Falcone. Mentre Falcone segue i soldi e ricostruisce gli organigrammi, Borsellino indaga sui rapporti tra mafia e politica, sui legami tra boss e uomini delle istituzioni. Ed è in questo territorio che scopre cose che molti preferirebbero rimanessero nascoste.

Nel 1987, durante un interrogatorio con un pentito particolarmente importante, Borsellino viene a conoscenza di quello che chiamerà il livello superiore, l’esistenza di una rete di protezione politica e istituzionale che permette a Cosa Nostra di operare. Il pentito gli fa nomi specifici: politici nazionali, funzionari di polizia, uomini dei servizi segreti, imprenditori.

Borsellino annota tutto meticolosamente, ma sa anche che accusare persone così potenti senza prove inattaccabili sarebbe suicidio professionale. Dopo la conclusione vittoriosa del maxi processo nel dicembre 1987, le strade di Borsellino e Falcone iniziano leggermente a divergere. Falcone cerca di costruire strutture nazionali di coordinamento antimafia, viaggia spesso a Roma, lavora a livello ministeriale.

Borsellino invece sceglie di rimanere sul territorio, prima come procuratore a Marsala e poi ad Agrigento. Vuole stare vicino al campo di battaglia, non vuole diventare un burocrate romano. D’Agridento, dal 1989 al 1992 Borsellino conduce indagini importantissime, ma che ricevono meno attenzione mediatica rispetto al lavoro di Falcone.

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