Secondigliano e Scampia, due quartieri napoletani confinanti le cui frontiere si intrecciano ancora oggi. Sono a lungo stati considerati la periferia della città, dove le cascate di cemento si appoggiano su quella che un tempo era campagna. Da quell’ambiente, in cui la povertà era spesso l’unica costante, è nata la storia di un uomo che ha imparato a sopravvivere nell’ombra.
Si chiamava Paolo Di Lauro, nato a metà degli anni 50 a Napoli, abbandonato dai genitori biologici e adottato da una famiglia di secondano, conobbe presto la fatica del lavoro. Da adolescente lavorava nei negozi del quartiere, ma ben presto scivolò nel mondo dei magliari, venditori ambulanti e piccoli truffatori che nel dopoguerra giravano il Nord Italia e l’estero vendendo merce di dubbia provenienza e qualità.
Fu la sua prima scuola di sopravvivenza. molta improvvisazione, poche regole. Se però volevi diventare qualcosa di più di un truffatore anonimo, dovevi unirti a qualcuno di più forte. Secondo le cronache e gli atti giudiziari successivi, Di Lauro, alla fine degli anni 70 attirò l’attenzione di Aniello La Monica, allora potente capo della zona di Secondigliano.
All’interno di quel gruppo crebbe più rapidamente degli altri. Non era il più rumoroso né il più violento, ma era ossessionato dal denaro e dall’organizzazione. Il soprannome Ciruzzo milionario gli sarebbe stato dato, si racconta, dopo una notte di carte in cui dal suo taschino, come caramelle, caddero delle banconote, una battuta nata al tavolo che sarebbe diventata un marchio.
A differenza di molti capi dell’epoca, Di Lauro contava e registrava. Nel clan di La Monica teneva i conti. imparava come passare inosservato tra estorsioni e affari e edilizi, una percentuale sugli appalti, forniture imposte, controllo del cemento e della manodopera. Ma all’inizio degli anni 80 sulla scena criminale arrivò una merce che cambiò tutto.
Prima l’eroina, poi la cocaina. Mentre i più anziani restavano fedeli ai vecchi schemi, Di Lauro guardava la mappa. vide che Scampia era diversa dai vicoli stretti del centro di Napoli. Ampi spazi, molte vie di fuga, tanto terreno. In un ambiente del genere potevano nascere enormi piazze di spaccio con sorveglianza e rapidi ritiri all’arrivo delle sirene.
Quella visione però il suo protettore non la condivideva. Il clan continuava a guadagnare con i vecchi affari e la nuova merce portava nuovi rischi. Il conflitto, quindi, era scritto: il giovane che voleva cambiare contro il vecchio che difendeva l’ordine, le voci di soldi scomparsi, il carattere irrascibile del capo e il malcontento interno prepararono lentamente il terreno.
Quando, secondo quanto riportato, fu organizzato un tentativo di eliminare di Lauro, la rottura divenne inevitabile. All’inizio degli anni 80 la parte settentrionale di Napoli era una città nella città, un labirinto di edifici in cemento e passaggi trascurati, noto come le vele di Scampia. Era un luogo dimenticato dallo Stato, ma riconosciuto dal crimine come un’occasione.
Proprio lì emerse un uomo destinato a gettare le basi del più grande mercato di stupefacenti d’Europa, Aniello La Monica, conosciuto come Anielluccio o Paz, cioè il pazzo. La Monica proveniva dal cuore della periferia povera. giovane si unì alla fratellanza napoletana, l’organizzazione che si opponeva alla nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo.
Mentre Cutolo costruiva il proprio mito tra carceri e tribunali, la Monica capì che il vero potere non nasceva da giuramenti e simboli, ma dal controllo del territorio. Scampia gli fu assegnata come zona d’influenza, un luogo dove poteva sperimentare nuovi metodi di gestione, reclutamento e profitto.
All’inizio il suo impero non si basava sulla droga. La Monica cominciò con il contrabbando di sigarette, un affare che rappresentava allora la colonna portante dell’economia sommersa napoletana. La merce arrivava dal porto, passava attraverso una rete di magazzini e finiva nelle mani dei piccoli venditori che gli dovevano fedeltà.
Tuttavia capì presto che i veri guadagni si trovavano in qualcosa di molto più rischioso, l’eroina. Scampia aveva tutto ciò di cui aveva bisogno. Enormi complessi abitativi con migliaia di appartamenti, molti giovani disoccupati disposti a lavorare per pochi soldi e una struttura architettonica che rendeva difficile la sorveglianza da parte della polizia.
In quelle vele di cemento la Monica organizzò la prima rete seria di distribuzione. Ogni edificio aveva il suo uomo, ogni scala il suo guardiano. Le zone erano divise come reparti di una fabbrica. L’eroina arrivava in grandi quantità e Scampia divenne presto l’epicentro della dipendenza e della violenza.
Eppure la Monica non era un boss tipico. A differenza di Cutolo, non si interessava di religione né di simboli, ma neppure di spettacoli di sangue. Era pragmatico, prudente e consapevole che un’espansione eccessiva avrebbe provocato la rabbia dei capi più anziani della nuova famiglia. Per questo cercava di mantenere un equilibrio tra ambizione e obbedienza.
Quella prudenza però gli sarebbe costata la vita. Il suo più stretto collaboratore e compare Paolo di Lauro, era giovane, ambizioso e impaziente. Mentre la Monica insisteva sui guadagni silenziosi, Di Lauro vedeva in Scampia un potenziale illimitato. Secondo diverse fonti, fu proprio di Lauro a riunire un gruppo di scontenti e a decidere di prendere il controllo del territorio.
Ello La Monica fu ucciso nel 1982. Non ci fu nessuna indagine pubblica né processo, solo silenzio. Al suo funerale, tra la folla c’era anche il suo compare che da quel momento divenne il nuovo padrone di Scampia. Per Di Lauro non si trattò solo di un cambio al vertice, fu l’inizio di una strategia di potere completamente diversa.
Invece di sfilare per il quartiere, decise di scomparire dalla vista. Si ritirò nell’ombra della sua casa, evitando feste, telecamere e perfino incontri amichevoli. Dall’ombra delegava le strade a un uomo di assoluta fiducia. Mentre la mano lunga trasmetteva ordini e sorvegliava gli affari, il capo si occupava dell’essenziale: trasformare la criminalità di quartiere in un’economia.
L’idea era semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria. Interrompere la catena degli intermediari, acquistare il più vicino possibile alla fonte e vendere il più vicino possibile al consumatore finale. In questo modo il margine cresceva e il controllo si consolidava. In altre parole, secondo le successive sentenze e le testimonianze, Di Lauro iniziò a costruire un’azienda senza nome, una gerarchia con finanziatori, organizzatori, capi delle piazze, corrieri, spacciatori e pali, osservatori incaricati di segnalare il pericolo. In questo sistema persino la
qualità della merce divenne una procedura. Test di rischio introdotti per ridurre i casi di overdose e migliorare la reputazione dei luoghi di vendita. Nei quartieri dove la disoccupazione era altissima, questa azienda offriva stipendio e status, ma con una regola senza eccezioni, non consumare la propria merce.
Ai capi, si diceva, servivano mani sobrie e menti lucide. Così ebbe inizio il periodo in cui Scampia e Secondigliano divennero il laboratorio di un nuovo modello industriale di spaccio. L’architettura delle vele, con i suoi passaggi e le sue piattaforme si trasformò in un labirinto di controllo.
Le saracinesche di ferro nei corridoi e nelle scale funzionavano come filtri. L’accesso agli edifici non era più deciso dagli inquilini, ma da chi ne deteneva le chiavi. E ciò che risultò ancora più pericoloso per la società fu che una parte dell’economia locale, dai bar ai piccoli negozi, venne indirettamente alimentata dal flusso che attraversava quei canali di cemento.
In quella fusione di urbanistica, miseria e paura, il nome del capo invisibile iniziò a crescere. fino a diventare mito ancora prima del primo grande spargimento di sangue che sarebbe arrivato. All’inizio degli anni 90 l’impero di Paolo di Lauro aveva raggiunto un notevole livello di organizzazione. All’interno del clan tutto funzionava come in una grande azienda.
Ognuno conosceva il proprio incarico, ogni pagamento era registrato e la disciplina era rigidamente mantenuta. Anche i compiti più piccoli, dalla sorveglianza degli ingressi alla trasmissione dei messaggi, avevano il loro prezzo e le loro regole. Secondo i dati delle indagini, i semplici pali, gli osservatori posti agli ingressi dei quartieri, guadagnavano circa €1200 al mese, gli spacciatori tra 2000 e 4.000.
Mentre i capi delle piazze arrivavano a percepire fino a €30.000. Il sistema di stipendi garantiva la lealtà e un codice di punizioni e ricompense ben definito manteneva l’ordine. Paolo Di Lauro, come scrivevano i media, aveva compreso l’essenza della povertà. Chi non ha prospettive di lavoro e sicurezza può sempre essere comprato con un reddito stabile.
In un simile contesto, la criminalità diventa una necessità economica più che una scelta. Per questo nel suo quartiere pochi parlavano apertamente contro di lui. Al contrario molti lo vedevano come un protettore che non toccava i piccoli commercianti, che non imponeva pizzi ai negozi di quartiere, ma solo alle grandi imprese edili e agli investitori.
Nacque così il mito del buon capo, una pericolosa illusione in cui la paura si trasformava in gratitudine. ogni sistema, anche il più organizzato, ha un punto di rottura. Il primo vero colpo arrivò con la faida contro la famiglia Ruocco all’inizio degli anni 90. Tutto ebbe inizio secondo le cronache dell’epoca, quando uno dei loro uomini, Antonio Ruocco, perse la propria posizione mentre si trovava in soggiorno obbligato fuori Napoli.
Tornato in città, cercò di riprendere il controllo della sua zona, cosa che Di Lauro interpretò come una sfida. Ben presto la violenza esplose. Rapimenti, minacce, omicidi. Il culmine dello scontro fu la cosiddetta strage del bar fulmine, il massacro in cui durante un attacco mattutino con armi automatiche furono uccisi diversi membri del clan di Lauro.
Tra le vittime anche Raffaele Prestieri, il braccio destro del boss, l’uomo che per anni era stato la voce e il volto del suo potere nelle strade. Era una mattina limpida del 18 maggio 1992. La via Monterosa, nel quartiere di Secondigliano, respirava con il suo solito ritmo. L’aroma del caffè appena fatto, il viavai dei negozi, le voci provenienti dal mercato.
All’angolo, nel bar Fulmine, luogo che per anni era stato simbolo del potere della famiglia Prestieri, erano seduti Raffaele e Rosario Prestieri, stretti collaboratori e amici di Paolo di Lauro, il boss che in quel periodo teneva saldamente sotto controllo il nord di Napoli. Il bar fulmine era molto più di un semplice locale.
era il quartier generale del clan Prestieri, un punto d’incontro dove si riuniva l’elite degli uomini di di Di Lauro. Da lì partivano ordini, si risolvevano dispute, si pianificavano le spedizioni e si monitoravano gli affari. Quella mattina tutto sembrava tranquillo, quasi monotono. Raffaele sfogliava il giornale. Rosario chiacchierava con un conoscente al bancone.
Nessuno immaginava che di lì a poco la via Monterosa sarebbe diventata teatro di uno dei più sanguinosi attentati nella storia della camorra. Alle 10:30 dal lato di via Roma si udì un rombo di motori. Quattro motociclette, ognuna con due uomini vestiti di nero e con il casco integrale, si fermarono davanti al bar. Non ci furono avvertimenti né parole, solo raffiche di Kalashnikov che squarciarono il silenzio.
I killer spararono a raffica, direttamente attraverso le vetrate del locale, colpendo tutto ciò che si trovava davanti a loro. I fratelli prestieri caddero quasi all’istante. Raffaele, conosciuto come il braccio destro di Di Lauro, fu colpito più volte al torace. Rosario tentò di alzarsi, ma un proiettile lo raggiunse al collo.
In pochi secondi il bar fulmine fu trasformato in un inferno. Tavoli rovesciati, pareti crivellate di colpi e il fumo della polvere da sparo che si diffondeva tra i vetri infranti. Mentre i motori venivano riaccesi, uno degli aggressori lanciò una granata artigianale di tipo M75, di origine russa, per cancellare ogni traccia.
L’esplosione risuonò in tutto Secondigliano, scatenando il panico tra i passanti. In quell’attacco morirono quattro persone e tre rimasero ferite. Una di loro morì pochi giorni dopo. Fu l’apice della faida di Mugnano, il conflitto armato tra il clan di Lauro e la fazione ribelle di Antonio Ruocco, detto Capa e Seccia.
Ruocco, ex alleato che si sentiva tradito e umiliato, decise di colpire nel punto più doloroso, il cuore del sistema di Lauro. L’attacco al bar fulmine fu un messaggio chiaro. Nessuno è intoccabile, neanche i più vicini al capo. Ciò che seguì fu una catena di vendette implacabili. Già poche ore dopo l’attentato, gli uomini di Di Lauro iniziarono a reagire.
Le prime vittime furono Angela Ronga, madre di Antonio Ruocco, e suo fratello Sebastiano, uccisi davanti alla loro abitazione. Fu un gesto che sconvolse perfino i veterani della camorra. L’uccisione di una donna era considerata un saccrilegio, una violazione del codice non scritto che vigeva anche tra i criminali.
Ma di Lauro non cercava approvazione, cercava di diffondere paura. Poco dopo seguì anche la liquidazione di Rocco Capuozzo, conosciuto come Rocchino, ritenuto coinvolto nell’attacco. Si trovava in un salone da barbiere quando entrò Antonio Abbinante, uomo di fiducia di Di Lauro. Senza dire una parola, gli sparò alla testa.
Quando vide che respirava ancora, gli frantumò il cranio con il calcio della pistola. In seguito, secondo la testimonianza di un pentito, la stessa arma, ancora macchiata di sangue e frammenti, fu regalata a Maurizio Prestieri, il fratello minore delle vittime, come trofeo macabro e simbolo di vendetta. Da quel momento Secondigliano e Mugnano divennero un campo di battaglia.
La polizia parlava di una città in guerra, mentre i giornalisti scrivevano che la camorra non conosce più limiti. Le strade erano deserte, la gente camminava a testa bassa, consapevole che un proiettile poteva partire in qualsiasi momento, ovunque. La strage del bar fulmine non fu soltanto un crimine, fu una svolta storica.
Quel giorno Napoli perse l’ultimo barlume del vecchio codice, quello che imponeva confini e regole. Dopo l’esplosione di via Monterosa, la camorra entrò in una nuova era, un’epoca in cui il potere significava una sola cosa, sopravvivere senza rimorso. La perdita dei fratelli prestieri segnò un punto di svolta.
Di Lauro, fino ad allora conosciuto per la sua freddezza, avrebbe pianto per la prima e unica volta. Da quel momento ebbe inizio una catena di vendette che lo avrebbe trasformato nel simbolo stesso della spietatezza. Solo pochi giorni dopo la strage, in un attacco, furono uccisi i membri della famiglia Ruocco, compresa la madre anziana, un fatto che sconvolse il mondo criminale dell’epoca.
L’uccisione di una donna anziana era considerata un atto che superava i limiti del cosiddetto codice d’onore. Tuttavia, secondo le testimonianze, Di Lauro ignorò le critiche. Il suo messaggio era chiaro. Questo è il mio modo di fare la guerra. Con quel gesto consolidò la propria reputazione di uomo che nulla poteva fermare, né la morale né la tradizione.
Poco dopo arrivò una vendetta ancora più simbolica. L’omicidio di Alfredo stretto collaboratore di Ruocco. sospettato di aver nascosto le armi usate nell’attacco al Bar Fulmine. Secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, fu torturato per ore e poi bruciato all’interno di un’automobile parcheggiata accanto al carcere di Secondigliano.
Il luogo non era casuale. Lì scontava la pena Maurizio Prestieri, fratello delle vittime Raffaele e Rosario, che potè sentire l’odore di benzina e fumo oltre le mura. Fu un gesto di lealtà verso i fratelli uccisi, un modo per dimostrare che la vendetta era stata compiuta. Quando, pochi mesi dopo Antonio Ruocco venne arrestato a Milano e accettò di collaborare con la giustizia, divenne chiaro che la battaglia era finita.
Per Diuro, tuttavia quella era una vittoria. I nemici erano morti, l’avversario si era arreso e lui era rimasto al comando. A quel punto, nella metà degli anni 90, il suo clan era il più potente di Napoli. Scampia e Secondigliano si trasformarono in una rete di piazze autosufficienti e le vele divennero il centro operativo dell’organizzazione.
Le strutture di cemento nate come complesso residenziale modernista si convertirono nel cuore dell’industria della droga. A ogni piano furono installate grate e saracinesche di ferro. I clienti aspettavano fuori mentre i venditori restavano dietro, protetti da barriere metalliche. Se la polizia arrivava, serviva tempo per superare gli ostacoli, abbastanza da nascondere denaro e sostanze.
Chi abitava lì doveva aspettare che qualcuno del clan aprisse le porte, poiché le chiavi non appartenevano agli inquilini, ma a coloro che gestivano la piazza. Quel sistema di controllo era così capillare che anche i cittadini comuni, pur consapevoli di tutto, restavano in silenzio, alcuni per paura, altri per convenienza.
Persino i negozi vicini, secondo i sequestri successivi, vendevano kit per il consumo di eroina nascosti sotto il bancone come merce ordinaria. Napoli divenne così l’epicentro del più grande mercato di droga a cielo aperto d’Europa e di Lauro, il suo sovrano invisibile. La sua immagine non era quella del mafioso tradizionale.
Non frequentava ristoranti, non indossava abiti costosi. Era un fantasma, ma un fantasma che controllava migliaia di persone. Proprio questa assenza lo rese leggenda. Tutti parlavano di lui, ma nessuno lo vedeva. I giovani affiliati del clan sognavano di incontrarlo almeno una volta nella vita e più spariva dalla scena pubblica, più la sua potenza cresceva.
Alla fine degli anni 90 Paolo di Lauro era ormai una figura nell’ombra, un uomo il cui nome non veniva più pronunciato ad alta voce. Mentre i suoi rivali attiravano l’attenzione con armi e ostentazione, lui viveva come un eremita. Uscendo raramente dalla sua villa di via Cupa dell’Arco a Secondigliano, gestiva gli affari tramite uomini di assoluta fiducia e soprattutto attraverso i suoi figli.
Ne aveva 10, tutti maschi, un fatto che nel quartiere veniva visto come un segno divino, il capo che genera capi. I figli crebbero all’ombra del potere paterno, ognuno con un compito preciso. Alcuni supervisionavano la distribuzione, altri riciclavano denaro, altri ancora controllavano la sicurezza e le comunicazioni.
Nei registri del clan erano indicati con codici F1, F2, F3. Paolo sapeva che in quel mondo l’erede non doveva essere solo figlio, ma anche soldato, freddo e concentrato. Eppure, proprio lì si rivelò la sua più grande debolezza. Un episodio apparentemente insignificante mostrò quanto fosse sottile la linea tra famiglia e crimine.
Nel 1998 suo figlio tredicenne Nunzio, ebbe una lite con un professore a scuola. La disputa finì con un pestaggio da parte dei compagni contro l’insegnante. Quando la polizia convocò il padre per una dichiarazione, si presentò un uomo che si faceva chiamare Pasquale. Solo allora gli investigatori capirono che dietro quel nome in codice si nascondeva Paolo di Lauro.
Fu il primo episodio che collegò direttamente lo pseudonimo pasquale al vero boss. Da quel momento la sorveglianza sul clan si intensificò. Nel settembre 2002 fu emesso il primo mandato di arresto per Associazione Mafiosa contro Di Lauro. Più di 20 membri del clan finirono in carcere, ma non lui scomparve completamente senza lasciare traccia.
Cominciò così la sua lunga latitanza, durante la quale circolarono voci di ogni tipo che fosse morto in Russia, in Grecia. o su uno yacht ancorato nel golfo di Napoli, visibile a occhio nudo, ma irraggiungibile per la legge. Mentre il capo degli invisibili era in fuga, la gestione degli affari passò al figlio maggiore, Cosimo.
Paolo credeva di averlo formato per diventare un leader severo, disciplinato, privo di vizi. Ma Cosimo non aveva né il carisma né il rispetto che accompagnavano il padre. I membri più anziani del clan lo vedevano come un ragazzo che aveva ereditato un trono senza meritarselo. Nel tentativo di riaffermare la propria autorità, Cosimo cambiò le regole.
introdusse stipendi fissi per i capi delle piazze, trasformandoli da investitori indipendenti, indipendenti soggetti alla volontà della famiglia di Lauro. Questa decisione provocò malcontento. I più esperti, soprattutto quelli che per anni avevano finanziato da soli l’acquisto e la vendita di droga, si sentirono umiliati.
Cosimo prese poi un’altra decisione controversa. Nessuno sopra i 30 anni avrebbe potuto più gestire una piazza. In questo modo cercava di eliminare la vecchia guardia e circondarsi di giovani più obbedienti, ma tra coloro che tentò di estromettere c’era Raffaele Amato, detto Lello, l’uomo che aveva portato nel clan i contatti diretti con i cartelli sudamericani.
Bello amato rifiutò di farsi da parte, al contrario radunò i scontenti e fondò una nuova fazione. Gli scissionisti, cioè i separati, spostarono il centro delle operazioni in Spagna, soprattutto a Barcellona, dove mantennero i contatti con i broker della cocaina e investirono nel settore immobiliare.
Ma per conservare le redditizie piazze di Napoli dovevano conquistarle con la forza. Così ebbe inizio la faida più sanguinosa della storia di Napoli, conosciuta come la guerra tra i Di Lauro e gli scissionisti. Tra il 2004 e il 2006 le strade di Secondigliano e Scampia si trasformarono in un campo di battaglia. Ogni pochi giorni qualcuno veniva ucciso, membri di un clan o dell’altro e a volte semplici passanti.
La polizia e i giornalisti registrarono oltre 200 omicidi trasformando la città nel simbolo del caos e dell’assenza di legge. Controllava il traffico di numerose sostanze illegali. La sua rete aveva punti di contatto in Spagna, paesi bassi. Belgio e nei Balcani, mentre a Napoli tutto funzionava come una macchina perfettamente oliata.
Tuttavia, dietro la facciata del potere cominciarono a comparire le prime crepe. Già nel 1999 le tensioni covavano tra le sue sottosezioni. L’arresto di un corriere del rione Monterosa suscitò sospetti. Alcuni sostenevano che l’informazione fosse trapelata da rivali interni allo stesso sistema.
La sfiducia si diffuse come un virus. Nel 2002 Paolo di Lauro finì sotto inchiesta e fu sottoposto a misure restrittive della libertà. Il suo ritiro dalla gestione quotidiana del clan aprì la strada a una nuova generazione. I suoi figli Cosimo, Vincenzo, Ciro e Marco. Il primogenito Cosimo di Lauro, era freddo, razionale e desideroso di imporre un nuovo ordine.
Rimosse i vecchi capopiazza e mise al loro posto uomini di fiducia, giovani, leali, spietati. Questa mossa fu un segnale chiaro per tutti coloro che avevano lavorato per suo padre. Nessuno era più al sicuro. Tra coloro che si sentirono traditi c’era Raffaele Amato, un tempo considerato uno dei collaboratori più fedeli di Paolo di Lauro.
Accusato di aver trattenuto parte del denaro del clan Amato, fuggì in Spagna. Lì creò una propria rete collegandosi agli emigrati napoletani e stabilendo contatti con trafficanti internazionali. In quel periodo i suoi uomini cominciarono a chiamarsi gli spagnoli, ma a Napoli le cose cambiavano rapidamente. Mentre i figli dei di Lauro diffondevano il terrore tra i membri più anziani del clan, Amato decise di tornare.
Alla fine del 2004 ricomparve a Secondigliano e radunò tutti gli scontenti. Il suo ritorno fu la scintilla che accese la polvere da sparo. Le tensioni si trasformarono presto in minacce aperte. Gli uomini della vecchia guardia abbandonarono il clan, formarono gruppi autonomi e iniziarono a passare dalla parte di Amato.
Le strade di Scampia divennero linee di confine. Ogni edificio, ogni terrazza, ogni scala si divise tra i fedeli ai di Lauro e i nuovi scissionisti. I primi spari risuonarono nell’ottobre 2004. Non fu un semplice regolamento di conti, fu l’inizio di una vera e propria guerra. Ogni giorno venivano registrati nuovi omicidi.
Le persone morivano per strada, Maybar, nelle auto. Le telecamere riprendevano scene che ricordavano un fronte di battaglia. Le strade di Secondigliano e Scampia si trasformarono in campi di guerra tra due fazioni che fino al giorno prima avevano giurato fedeltà allo stesso capo. Raffaele Amato, ormai conosciuto come Olello, poteva contare su alleati potenti.
Al suo fianco c’erano Cesare Pagano, i fratelli Notturno, Arcangelo Abete, Vincenzo e Rosario Pariante, Raffaele Abbinante, Gennaro Marino, detto Jenny Mcchec e molti altri. Dall’altra parte i di Lauro cercavano di mantenere un sistema che stava crollando dall’interno, mentre Cosimo e i suoi fratelli mostravano una spietatezza che neppure il padre avrebbe approvato.
Napoli divenne una città senza legge. In pochi mesi furono uccise oltre 70 persone. Alcune erano membri dei clan rivali, ma molte vittime erano innocenti, passanti, parenti, perfino amici di chi aveva tentato di fuggire dal conflitto. L’obiettivo era chiaro, seminare il terrore e costringere il nemico a uscire allo scoperto.
La polizia parlò di una città in guerra. I media battezzarono lo scontro come la faida di Scampia, una guerra combattuta tra uomini che un tempo appartenevano allo stesso sistema. Fu il momento in cui Napoli perse il confine tra criminalità e vita quotidiana. Ogni strada aveva i suoi morti.
Ogni giorno un nuovo nome veniva aggiunto alla lista dei dispersi. Entro il febbraio 2005 la guerra tra il clan di Lauro e gli scissionisti era entrata nella sua fase finale. Quella che era iniziata come una lotta per il controllo del territorio si era trasformata in un bagno di sangue che ricordava una guerra civile. Le strade di Scampia erano ricoperte di graffiti con i nomi dei morti e l’odore della polvere da sparo era diventato parte della quotidianità.
Gli scissionisti chiamati dai media agli spagnoli, per la loro base a Malaga e Barcellona, avevano i loro punti di forza a Marano, Mugnano, e Melito, mentre i di Lauro controllavano Secondigliano e Cupa dell’arco. Entrambe le fazioni disponevano di proprie piazze di spaccio, di armi e di una rete di contatti all’interno della polizia e delle strutture locali.
Ma ciò che più sconvolse l’opinione pubblica fu il livello di brutalità. Si uccideva senza preavviso e senza regole. Gli attentati venivano compiuti in pieno giorno, spesso davanti a testimoni. Alcuni venivano eliminati per strada, altri nelle proprie abitazioni. Locali furono bombardati, automobili incendiate e le esplosioni scuotevano interi quartieri.
In un caso la madre di un affiliato fu assassinata soltanto per inviare un messaggio al figlio. Quella che un tempo era la piramide rigidamente controllata da Paolo di Lauro, si era ormai trasformata in una rete caotica di vendette incrociate. Cosimo di Lauro, nel tentativo di riconquistare l’autorità del padre, reagiva con ferocia.
I suoi uomini indossavano guanti neri e caschi da motociclista. Apparivano dal nulla e scomparivano in pochi secondi, lasciandosi dietro corpi a terra e bossoli vuoti. Gli scissionisti rispondevano con la stessa violenza. Raffaele Amato, nascosto in Spagna, inviava ordini tramite intermediari, mentre i suoi comandanti sul campo, pagano, Marino, Abete e notturno, gestivano direttamente le operazioni. La città era ormai divisa.
Ogni via aveva la sua fedeltà. Ogni edificio i propri guardiani. Per gli abitanti di Scampia quella non era una guerra di camorra, era un inferno quotidiano. I bambini avevano smesso di andare a scuola, i negozi chiudevano non appena calava il buio e le pattuglie di polizia entravano solo in convoglio. Sui muri comparivano scritte come Di Lauro non si tocca e scissionisti fino alla morte.

Non era solo una lotta per il territorio, ma per l’identità stessa di Napoli, per decidere chi avrebbe comandato e secondo quali regole. In una di quelle notti scomparve Josimina Verde, una giovane donna che aveva avuto una relazione con uno degli uomini passati dalla parte degli scissionisti. Poco dopo fu trovata morta, il corpo bruciato dentro un’automobile.
Il messaggio era chiaro. Chiunque avesse aiutato i nemici avrebbe pagato con la vita. Solo pochi giorni dopo un altro nome divenne simbolo dell’ingiustizia. Dario Scherillo, proprietario di una scuola guida, completamente estraneo al mondo criminale, fu ucciso per errore, perché guidava uno scooter dello stesso modello di quello appartenente a un membro del gruppo rivale.
Fu il momento che scosse l’opinione pubblica. Napoli era diventata una città in cui si poteva morire per il colore sbagliato di un motorino. Nel frattempo i figli di Di Lauro finivano uno dopo l’altro dietro le sbarre. Prima Ciro e Vincenzo, poi Cosimo. Durante il suo arresto, nel gennaio 2005, centinaia di abitanti di Secondigliano si radunarono davanti all’edificio lanciando pietre e molotov contro la polizia per difendere il loro principe.
Per molti quell’episodio fu la prova di quanto profondamente il clan si fosse radicato nella vita quotidiana, fino al punto che una parte della popolazione vedeva in esso una forma di protezione, non una minaccia. Nel momento in cui i figli di Paolo di Lauro finirono uno dopo l’altro dietro le sbarre, la rete costruita dal boss cominciò lentamente a sgretolarsi.
Senza di lui e senza eredi affidabili, il clan perse coesione, mentre la guerra con gli scissionisti lasciava dietro di sé solo macerie. Le strade di Secondigliano erano intrise di paura e chiunque poteva diventare un bersaglio. In quel caos Paolo di Lauro restava latitante, il fantasma della città, scomparso, ma presente ovunque.
La polizia lo cercava in tutta Italia e all’estero, dal sud al Canada, dalla Slovenia ai porti della Grecia. Tuttavia si sospettava che fosse tornato proprio lì dove tutto era cominciato, a Napoli. Gli investigatori seguirono per mesi le donne legate al clan, osservandone le abitudini, gli acquisti, persino il contenuto delle borse della spesa.
Una di loro, fortunata Liguori, comprava regolarmente pesce costoso, salmone e pezzogna, i preferiti di Di Lauro. Quel dettaglio apparentemente insignificante divenne la chiave dell’indagine. Il 16 settembre 2005, poco prima delle 7:00 del mattino, 15 carabinieri circondarono un piccolo appartamento dove viveva la Liguori, a meno di 1 km dalla villa di lusso del boss.
Quando fecero irruzione trovarono Paolo di Lauro nella camera da letto. pose resistenza, si limitò a dire “Tranquilli, non accadrà nulla”. La notizia dell’arresto si diffuse in un lampo. Le strade di Secondigliano si riempirono di persone, per lo più giovani, che cercavano di scorgere il volto del loro capo invisibile, ma neppure allora ci riuscirono.
Mentre la polizia lo portava via, teneva il capo Chino. Ciruccio è solo un onesto commerciante”, gridavano alcuni. Altri lo paragonavano a un santo del quartiere, un uomo che aveva fatto del bene. Quell’immagine rivelò quanto profondamente il mito del boss si fosse radicato nella mentalità collettiva. Pochi giorni dopo i giornali raccontarono che il capo era stato preso per colpa del pesce.
Un simbolismo ironico per un uomo che per anni aveva ingannato la legge. Tuttavia molti cronisti non credettero a quella versione. Secondo loro, Vila Lauro non era accaduto per caso, ma per tradimento, forse da parte di qualcuno del suo stesso cerchio. Subito dopo l’arresto si svolse una scena destinata ad entrare nella storia criminale italiana.
In tribunale, in gabbie separate, per la prima volta dopo tanti anni si trovarono faccia a faccia Paolo di Lauro, i suoi ex alleati e coloro che lo avevano tradito, tra cui suo figlio Vincenzo. I due si guardarono, poi senza parlare cominciarono a comunicare con gesti. Uno indicò l’anello, l’altro mimò il gesto del rasoio, poi quello di chi guida un’auto.
Solo più tardi si disse che quei gesti erano codici, messaggi cifrati che annunciavano una vendetta. Non molto tempo dopo nella periferia di Napoli, fu trovato il corpo di Edoardo Lamonica, discendente di Agnello La Monica, il capo che Paolo di Lauro aveva fatto eliminare agli inizi della sua ascesa. Le ferite erano brutali e simboliche: occhi, orecchie, lingua.
La punizione per il tradimento. Il significato era fin troppo chiaro. Il cerchio si era chiuso. Da quel momento in poi l’impero dei di Lauro cominciò a sgretolarsi. Gran parte dei suoi beni fu sequestrata, ville, aziende, terreni. La villa di via Cupa dell’Arco fu trasformata in una sede della polizia municipale.
Ironia della sorte, la stessa finestra da cui il boss un tempo osservava la città, ora si affaccia su un agente in uniforme. Nella casa accanto vive ancora la sua famiglia. Eppure la vera ricchezza di Di Lauro non fu mai trovata. Secondo le dichiarazioni del pentito Maurizio Prestieri, il tesoro sarebbe nascosto sotto terra.
Raccontò che Di Lauro e i suoi uomini riempivano bottiglie di plastica con pietre preziose, diamanti, smeraldi, rubini e le seppellivano per tutta Scampia. I soldi sarebbero svaniti, le ville confiscate, ma le gemme sarebbero rimaste intatte, eterne. Oggi Paolo di Lauro sta scontando tre ergastoli nel regime di massima sicurezza, il famoso 41 bis.
Non ha mai collaborato con la giustizia, né ha mai ammesso le proprie colpe. Per alcuni è l’incarnazione del male assoluto, per altri l’ultimo capo del vecchio stampo, un uomo che comandava nel silenzio. La sua storia resta un monito. Dove lo Stato è assente, qualcuno finirà sempre per prenderne il posto. Nelle strade di Secondigliano e Scampia ancora oggi si sentono spari, cambiano i nomi e i clan, ma la leggenda di Ciruzzo milionario continua a vivere tra coloro che lo considerano un protettore.
Ed è forse questo l’aspetto più pericoloso della sua eredità, il fatto che agli occhi di molti sembri ancora un eroe, quando in realtà fu ciò che davvero era il simbolo di un sistema che trasformò la miseria in potere e la città in un campo di battaglia.
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