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PAPA GIOVANNI PAOLO I: un mese sul trono di San Pietro — e una morte definita “troppo rapida”

Città del Vaticano, 29 settembre 1978. Alle 5:30 del mattino Suor Vincenza Taffarel entra nella camera da letto privata di Papa Giovanni Paolo Pim per portargli il caffè come ogni mattina. Ma invece di trovare il Papa seduto a letto che legge documenti come al solito, lo trova immobile, ancora in posizione seduta con i cuscini dietro la schiena, gli occhiali sul naso, alcune carte in mano.

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È morto durante la notte, ha 65 anni e sono passati esattamente 33 giorni dalla sua elezione al Solio Pontificio, il papato più breve del XXo secolo. Il Vaticano annuncia la morte alle 8:00 del mattino, la causa ufficiale che tati infarto del mio cardio. Nessuna autopsia viene eseguita. La tradizione vaticana la proibisce per i papi.

Il corpo viene imbalsamato rapidamente, forse troppo rapidamente secondo alcuni, e cominciano immediatamente le voci, i sospetti, le domande inquietanti. Come può un uomo apparentemente in buona salute morire improvvisamente dopo solo un mese? Perché il Vaticano ha cambiato più volte la storia di chi ha trovato il corpo e cosa stava leggendo, perché nessuna investigazione seria è stata condotta e soprattutto cosa stava pianificando di fare Giovanni Paolo I, che era così pericoloso da giustificare, secondo alcuni, un omicidio. Le teorie abbondano

immediatamente. Alcuni dicono che stava per smantellare la rete finanziaria corrotta che collegava il Vaticano, il Banco Ambrosiano e la mafia. Altri sostengono che voleva riformare radicalmente la curia romana, licenziare cardinali potenti, democratizzare la Chiesa. Altri ancora credono che avesse scoperto segreti così oscuri.

Forse coinvolgimento del Vaticano in operazioni di intelligence durante la guerra fredda o scandali sessuali di prelati importanti che doveva essere silenzioso prima di poterli rivelare. Questa non è solo la storia di un Papa che è morto misteriosamente. È la storia di come il potere più antico e opaco del mondo, la Chiesa cattolica, reagisce quando viene minacciato dal suo interno.

È la storia di un uomo umile che forse non capiva completamente in quale nido di vipere era entrato quando fu eletto Papa. E alla fine è un mistero che probabilmente non sarà mai completamente risolto perché troppe persone potenti hanno interesse a che la verità rimanga sepolta.

Albino Luciani nasce a Forno di Canale, un piccolo villaggio nelle Dolomiti venete il 17 ottobre 1919. È figlio di Giovanni Luciani, un operaio socialista militante che lavora come muratore e vetraio, e di Bortola Tancon, una casalinga devota. La famiglia è povera, ma non miserabile. Crescono in una comunità montana stretta dove tutti si conoscono e si aiutano.

Ricordo Albino da bambino, dirà anni dopo un compaesano. Era tranquillo, studioso, sempre con un libro in mano, ma non era il tipo di ragazzo Pio che ti aspetti diventi prete. Giocava a calcio, scherzava, era normale, solo più serio degli altri, più riflessivo. Il padre Giovanni è un socialista convinto e anticlericale.

Vuole che Albino diventi insegnante o ingegnere, qualcosa di pratico. Ma Albino a 11 anni dice che vuole entrare in seminario. È una decisione che sorprende la famiglia. Mio padre non voleva racconterà Albino anni dopo. Diceva che la Chiesa era alleata dei ricchi contro i poveri e in un certo senso aveva ragione.

Ma io gli dissi, “Se è così, allora ho ancora più ragione di diventare prete per cambiare la chiesa dall’interno”. È una frase profetica che definisce tutta la sua vita e forse anche la sua morte. Entra nel seminario minore di Feltre nel 1930. Sono anni difficili. Il fascismo domina l’Italia. La Chiesa è complice silenziosa del regime.

Nel seminario Albino si distingue per intelligenza, ma anche per una certa indipendenza di pensiero che preoccupa alcuni superiori. Legge non solo teologia, ma anche filosofia, storia, letteratura. È curioso, fa domande, non accetta dogmi senza capirli. Nel 1935 entra nel seminario maggiore di Belluno. Qui studia con ancora più intensità.

Ma sono anche gli anni in cui Mussolini invade l’Etiopia, firma l’alleanza con Hitler, introduce le leggi raziali e Albino vede come la Chiesa italiana rimane sostanzialmente silenziosa. Mi chiedevo, dirà, come possiamo dire di seguire Cristo che stava con i poveri e gli oppressi se restiamo silenziosi, mentre i potenti commettono ingiustizie? Viene ordinato prete il 7 luglio 1941 nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale.

Ha 21 anni ed è straordinariamente giovane per l’epoca. Viene assegnato come vicario in una piccola parrocchia, ma quasi immediatamente viene richiamato per diventare vicerettore del seminario di Belluno. È un riconoscimento delle sue capacità intellettuali, ma è anche, alcuni sospettano, un modo per tenerlo sotto controllo.

Meglio averlo che insegni in seminario che predicare in una parrocchia dove potrebbe influenzare troppo direttamente i fedeli. Durante gli anni della guerra Albino mostra un coraggio sottile ma reale. Quando il Nord Italia è occupato dai tedeschi, dopo l’armistizio del 1943, aiuta partigiani e ebrei nascondendoli nel seminario.

Non è un eroe alla Schindler, è discreto, cauto, ma fa quello che può. La Chiesa dovrebbe sempre stare dalla parte degli oppressi, dice ai suoi studenti, non importa chi sono gli oppressori. Dopo la guerra, nel 1947, Albino va a Roma per studiare teologia alla Pontificia Università Gregoriana. è la sua prima vera esposizione alla curia romana, alla burocrazia vaticana, al potere ecclesiastico concentrato e rimane profondamente colpito, ma non in modo positivo.

“C’è qualcosa di marcio qui”, scrive in una lettera privata a un amico prete. “Troppa preoccupazione per il potere e il prestigio, troppo poca per le anime.” La sua tesi di dottorato è su Antonio Rosmini, un filosofo e prete del X secolo che aveva criticato la corruzione nella Chiesa e era stato censurato per questo. È una scelta significativa.

Studiare un eretico censurato suggerisce simpatie per il pensiero critico e riformista. La tesi viene accettata, ma alcuni professori sono sospettosi. Dopo aver completato il dottorato nel 1948, Albino Luciani torna in Veneto e riprende l’insegnamento nel seminario di Belluno. Per oltre 20 anni vivrà una vita tranquilla di prete professore, lontano dai riflettori, dedicato all’educazione dei futuri preti.

Ma sono anche anni in cui sviluppa una filosofia pastorale che lo distinguerà, la semplicità, l’umiltà, la vicinanza ai poveri e un rifiuto categorico di qualsiasi ostentazione di potere o ricchezza ecclesiastica. Padre Luciani era diverso dagli altri professori, ricorda un ex seminarista. Non ci parlava dall’alto, si sedeva con noi, ci ascoltava, ammetteva.

quando non sapeva qualcosa, diceva sempre: “Il prete deve essere un servitore, non un principe”. E viveva secondo quello che predicava. La sua stanza era spartana, mangiava poco, regalava tutto quello che riceveva. Nel 1958 viene nominato vescovo di Vittorio Veneto, una diocesi piccola ma importante nel Veneto.

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