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PERCHÉ I MEDICI ITALIANI LASCIARONO MORIRE FAUSTO COPPI?

La mattina del 26 gennaio 1954 due carabinieri in alta uniforme bussarono alla porta di una villa nella provincia di Varese. Non cercavano un assassino, non cercavano un ladro, cercavano una donna colpevole di amare. Giulia Occhini aprì la porta ancora in vestaglia. Aveva 32 anni, capelli scuri raccolti in fretta, occhi cerchiati dalla notte insonne.

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Sapeva che quel giorno sarebbe arrivato. Lo temeva da mesi, forse da anni. Eppure, quando vide, quando lesse il mandato, qualcosa dentro di lei si spezzò. La portarono via sotto gli sguardi dei vicini. Le tendine si muovevano alle finestre come ali di uccelli spaventati. Le bocche mormoravano dietro i vetri.

I bambini del quartiere guardavano dalla strada senza capire, mentre la donna vestita di bianco veniva caricata su un’automobile nera. Il suo crimine non era sangue versato, non era denaro rubato. Il suo crimine era il cuore. Aveva amato Fausto Coppi. Quello stesso giorno a Roma, Papa Pio X salì sul pulpito della Basilica di San Pietro.

La sua voce amplificata dai microfoni risuonò sotto la cupola di Michelangelo. Parlò della decadenza morale che minacciava la nazione italiana. Parlò di peccato, di adulterio, di famiglie distrutte. non fece nomi, non serviva. Ogni italiano, dal contadino siciliano all’industriale milanese sapeva esattamente di chi stava parlando.

A 150 km di distanza nella casa di Novi Ligure, l’uomo più veloce del mondo sedeva immobile su una poltrona. Fausto Coppie aveva le mani appoggiate sui braccioli, lo sguardo fisso nel vuoto. Fuori dalla finestra il cielo di gennaio era grigio come piombo. Aveva vinto cinque giri d’Italia, aveva conquistato due Tour de France, aveva stabilito record che sembravano impossibili.

Sulle montagne più dure d’Europa. Aveva staccato gli avversari di mezz’ora a volte di più. Quando attaccava il gruppo si arrendeva. Sapevano che inseguirlo era inutile. Era l’aerone. Volava dove gli altri potevano solo camminare. Ma quella mattina di gennaio Fausto Coppi non poteva volare da nessuna parte.

Non poteva raggiungere Giulia, non poteva fermare i carabinieri, non poteva zittire il Papa, non poteva proteggere la donna che amava dalle leggi di un paese che considerava l’amore un crimine. Poteva battere qualsiasi uomo su una bicicletta, non poteva battere l’Italia intera, come erano arrivati a questo punto, come aveva fatto il più grande campione nella storia del ciclismo italiano a diventare il peccatore più famoso della nazione.

Per capirlo bisogna tornare indietro, molto indietro, a un villaggio di 40 case aggrappate a una collina del Piemonte, dove 35 anni prima nacque un bambino che tutti consideravano troppo debole per vivere. Castellania sorge tra Genova e Tortona, in quella terra aspra dove le colline si rincorrono come onde di un mare pietrificato.

Nel 1919 il villaggio contava forse 200 anime. Contadini vignaioli, gente che misurava la vita in stagioni e raccolti, che conosceva il peso della zappa e il sapore del vino fatto in casa. Domenico Coppi era uno di loro, braccia grosse, schiena curva, maniose, un uomo che parlava poco e lavorava molto.

Non credeva nei sogni perché i sogni non riempiono la pancia. Non credeva nel futuro perché il futuro era sempre uguale al presente. Terra da zappare, viti da potare, boche da sfamare. Sua moglie Angiolina era fatta di altra pasta. Aveva negli occhi quella luce calda che solo le madri possiedono, quella capacità di vedere nei propri figli ciò che ancora non esiste.

Il 15 settembre di quell’anno Angiolina diede alla luce il suo secondo figlio maschio. Lo chiamarono Angelo Fausto. Il bambino era piccolo, troppo piccolo. Pesava meno di 3 kg. Le ossa si intravedevano sotto la pelle sottile come carta velina. La levatrice scosse la testa. Il prete fu chiamato in fretta per il battesimo, nel caso il bambino non sopravvivesse alla notte.

Ma Fausto sopravvisse. Sopravvisse a quella prima notte e a tutte quelle che seguirono. Crebbe, se così si può dire, rimanendo sempre il più magro, il più fragile, il più inadatto tra i bambini del villaggio. Mentre gli altri giocavano a fare la lotta nel fango, lui osservava da lontano. Mentre gli altri aiutavano nei campi, lui restava a casa con la tosse o la febbre.

I vicini parlavano come parlano sempre i vicini nei piccoli paesi. Quel bambino non lavorerà mai la terra. Guardate quelle braccia, sembrano stecchi. Povera Angiolina, ha fatto un figlio che non serve a niente. Fausto sentiva tutto. I bambini sentono sempre, anche quando gli adulti credono di parlare sottovoce. Quelle parole si depositarono dentro di lui come sassi in fondo a un pozzo.

Non le dimenticò mai, ma c’era qualcosa che nessuno aveva notato, qualcosa che si manifestava solo quando Fausto correva. Se doveva andare dalla nonna che abitava a 2 km, ci arrivava prima di chiunque altro. Se giocava a rincorrersi con gli altri bambini, nessuno riusciva a prenderlo. Correva senza fatica apparente, con una fluidità che sembrava naturale come il volo degli uccelli.

Non era forte, era leggero. Il suo corpo, che tutti consideravano una maledizione, era in realtà un dono, ma ci vollero anni prima che qualcuno se ne accorgesse. L’Italia in cui Fausto crebbe era l’Italia del fascismo. Mussolini aveva preso il potere nel 22, quando il bambino aveva 3 anni. Per Fausto e per tutti i ragazzi della sua generazione il regime era semplicemente il mondo.

Non conoscevano altro. Le camicie nere, i saluti romani, i discorsi del duce alla radio. Tutto questo era normale come il sorgere del sole. A Castellania la politica arrivava attutita come un rumore lontano. I contadini avevano altro a cui pensare, il raccolto, il tempo, le tasse. Mussolini era un’immagine sui manifesti, una voce gracchiante dalla radio del bar, niente che toccasse veramente la vita quotidiana, non ancora.

A 13 anni, nel 1932, Fausto lasciò il villaggio per andare a lavorare a Novi Ligure. Era la grande depressione. Le famiglie contadine non potevano permettersi bocche in più da sfamare, specialmente bocche attaccate a braccia che non sapevano tenere una zappa. Il ragazzo trovò impiego come garzone in una salummeria.

Il padrone si chiamava Domenico Merlani, un uomo burbero ma giusto. Guardò quel ragazzino smilzo e scosse la testa. Sai andare in bicicletta. Fausto annuì. Bene, il tuo lavoro sarà consegnare la merce ai clienti, carne, salumi, formaggi, tutto quello che ordinano. E guaiate se arrivi in ritardo. Gli diedero una bicicletta pesante, arrugginita, con i freni che cigolano e il sellino scomodo.

Ma era una bicicletta, per Fausto era la libertà. Le consegne lo portavano ovunque, in città e fuori città, sulle colline e nelle valli. Ogni giorno percorreva 4050 km con il sole e con la pioggia, con il caldo dell’estate e con il gelo dell’inverno, il pacco di prosciutto sul portapacchi, le gambe che giravano, il vento sul viso, non sapeva di allenarsi, non sapeva di costruire, pedalata dopo pedalata, i muscoli e i polmoni che lo avrebbero reso il più grande ciclista del mondo.

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