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True Crime Italia: La più Grande Strage Familiare Italiana

Ho aperto la porta e sono entrato già sull’ingresso mi sono accorto che era tutto esattamente come la ricordavo. La notte che sono uscito da lì per l’ultima volta avevo 3 anni. Eppure adesso sapevo già prima di entrare dove si trovava la cucina e dove le altre camere. Queste sono le parole di Marco Benvenuto, 32 anni.

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 Oggi vive in Calabria, dove gestisce uno studio di arti grafiche e una paninoteca. 29 anni fa la sua famiglia fu sterminata a Buon Vicino, un piccolo paese in provincia di Cosenza. Oggi vi racconto l’agghiacciante storia della più grande strage familiare mai avvenuta in Italia. Sono entrato, racconta Marco. Mi sono diretto verso la cucina e ho visto le macchie di sangue a terra, sui muri, anche i fori delle pallottole.

 Dopo quella notte nessuno era più entrato in casa e sembrava di stare ancora sulla scena del crimine. Per capire cosa è successo davvero in quella casa molti anni fa dobbiamo fare un passo indietro fino al 1996 in un paesino della Calabria. Marco di quella tragica sera ricorda dei flash flash che però sono rimasti scolpiti nella sua mente che forse non lo abbandoneranno mai più.

Alfredo e Jenny erano sposati da molti anni e dal loro matrimonio era nata una bambina, Alessandra. Jenny aveva 32 anni ed era originaria della Calabria, ma viveva a Formia, nel Lazio, dove suo marito Alfredo faceva il carabiniere. I genitori di lei erano stati a Forme per le vacanze estive per poi tornare a Buon Vicino, il paesino in provincia di Cosenza, dove vivevano.

 Si stava avvicinando il Natale, ma contrariamente al passato, Alfredo e Jenny non l’avrebbero passato dai genitori di lei al sud. Sì, perché ultimamente le cose tra loro non stavano andando bene, litigavano spesso e le continue incomprensioni stavano distruggendo la serenità di quella relazione, tanto che lei aveva deciso di tornare a vivere in Calabria dai suoi.

 Nel corso dei mesi c’erano stati molti tentativi di Alfredo di salvare quel matrimonio e più volte aveva cercato di parlare a sua moglie nel tentativo di convincerla a tornare da lui. Jelly però era sempre stata convinta che quella fosse la strada giusta e l’unica possibile per il bene di tutti. Alfredo, dal canto suo, non riusciva proprio ad accettare la fine della sua relazione, la viveva quasi come se fosse una sconfitta personale.

Inoltre, ora la lontananza di sua moglie si faceva sentire c’era un tardo che ossessionava la sua mente, la gelosia. Col tempo si era convinto che Jenny avesse una relazione sessuale con uno dei suoi parenti giù in Calabria e questa era una cosa che non lo faceva dormire la notte. Alfredo non aveva ancora rinunciato a sua moglie e continuava a telefonarle cercando di convincerla a tornare indietro, a provare a ricucire quello strappo, ma lei sembrava molto convinta della decisione presa e voleva guardare avanti. Insomma, per Jenny quel

matrimonio era finito per davvero e ora cercava solo un accordo con Alfredo sulle condizioni del divorzio. Si erano sentiti di recente, ma ormai tutte le loro telefonate finivano con accuse reciproche e litigi violenti. Lui non riusciva ad accettare di poter vedere sua figlia solo nei ritagli di tempo e si sentiva in imbarazzo a parlare della fine del suo matrimonio con amici e colleghi.

 continuava a ripetere che Jenny ci avrebbe ripensato e che tutto sarebbe tornato com’era un tempo, ma i tentativi fatti da Alfredo erano sempre falliti miseramente. Di fronte all’evidenza, nella sua mente scattò qualcosa di imprevisto e di imprevedibile. Siamo a novembre del 1996. Alfredo e Jenny hanno trovato un accordo per gestire quella situazione nel miglior modo possibile anche nell’interesse della figlia Alessandra di 5 anni.

 Alla fine sembrava che lui avesse accettato la separazione che ormai si fosse rassegnato al divorzio. La mattina del 16 novembre Alfredo e Jenny si sentirono al telefono verso le 11:00 e quella fu una conversazione dai toni accesi, come spesso succedeva negli ultimi tempi. Stavolta però, quando chiuse quella telefonata, Alfredo decise di andare da sua moglie in Calabria e quella scelta avrebbe cambiato la vita di almeno tre famiglie per sempre.

 Lo stesso giorno verso le 16:30 partita da Formi ha deciso a percorrere gli oltre 300 km che lo avrebbero portato a buon vicino il paese della Calabria, dove si trovavano sua moglie e sua figlia Alessandra. Nessuno lo aveva invitato e non era previsto un incontro quel giorno, ma Alfredo aveva deciso di fare una visita a casa dei suoceri.

Negli ultimi tempi loro erano stati in vacanza a Formia e lui aveva cercato di convincerli a parlare con la loro figlia. Voleva che provassero a farle cambiare idea, ma quella richiesta non aveva dato i risultati sperati e Alfredo non l’aveva dimenticato. Mentre percorreva la strada in direzione sud e non riusciva a pensare ad altro.

 era ossessionato dal pensiero di avere tutti contro. sapeva che i familiari di Jenny avevano appoggiato la sua decisione di chiedere il divorzio. Per questo aveva deciso di andare a trovarli e le sue intenzioni non erano per niente amichevoli. Quando Alfredo arrivò nel paese di Jenny in Calabria, nessuno si accorse della sua presenza e lui decise di parcheggiare la sua auto a due isolati di distanza dalla casa dei suoi ex suoceri.

 Era una fredda sera di novembre, pioveva forte e i lampi illuminavano a intervalli quasi regolari la villetta di campagna della famiglia Salemme. Era un paesaggio spettrale e la pioggia continuava a cadere incessantemente. Di tanto in tanto un tuono copriva il rumore delle gocce d’acqua sull’asfalto bagnato. All’interno dell’abitazione c’erano Jenny Salemme e sua figlia Alessandra, il padre e la madre della donna, sua sorella e il cognato con i loro due figli Fabiana e Marco.

 Nessuno di loro sapeva che di lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno. Quando Alfredo Valente arrivò davanti al cancello della casa, era ormai sera. Il buio e la pioggia battente davano alla villetta dei Salemme un aspetto sinistro. decise di scavalcare il cancello, poi salì i 17 gradini di finto cotto fiorentino e arrivò davanti alla porta dell’abitazione.

 Teneva saldamente nella mano destra la pistola calibro 9 da 15 colpi in dotazione ai militari dell’arma. bussò alla porta e fu proprio Jenny ad aprire dopo aver controllato chi ci fosse là fuori dallo spioncino. Deve averlo riconosciuto e si sarà sicuramente chiesta che cosa ci facesse lì il suo ex marito. Comunque sia decise di aprire sicura di dover discutere con Alfredo per l’ennesima volta sulla possibilità di tornare insieme, di recuperare quel matrimonio per il bene della loro figlia.

 insomma quello che lui le aveva chiesto spesso nelle ultime settimane, ma quando luscio di casa si aprì partì un colpo di pistola. Jenny non ebbe il tempo di dire nulla. Si accasciò accanto alla credenza quadrettini bianchi e neri con sopra una delle bambole di Alessandra, la loro figlioletta di 4 anni. Rimase in quella posizione di traverso sulla porta a sinistra dell’ingresso della sala da pranzo oscura, quella elegante.

Dall’altro lato del corridoio, su cui si aprono le stanze da letto, c’era un’ampia cucina salone. E fu da lì che arrivò Luigi Benvenuto, 39 anni, il marito di Franca, la sorella di Jenny. Alfredo non disse nulla neanche a lui, appena comparve lo fulminò sparandogli in faccia. Il resto della scena è solo affidato alle ipotesi.

 Alfredo Valente avrebbe scavalcato il cadavere del cognato fiondandosi in cucina per concludere il resto della mattanza. Uccise Raffaele, Salem e Marianna Muruso, i suoceri di 75-72 anni e la cognata Franca. Insomma, sterminò tutti quelli che, nella sua delirante ricostruzione erano i suoi nemici, quelli che secondo lui avevano spalleggiato sua moglie, che l’avevano convinta a lasciarlo, privandolo della dolcezza di Alessandra, sua figlia di 4 anni.

 In un angolo, rannicchiati e con gli occhi sbarrati dal terrore, c’erano i bambini, Alessandra e i suoi cuginetti Fabiana, di 11 anni e Marco di tre. Loro non facevano parte di quell’esercito di parenti nemici. Alfredo gli disse di non aver paura e di prepararsi per andar via con lui. Intanto c’erano altre cose da fare: tagliare i fili del telefono e del citofono, chiudere bene porte e finestre per ritardare al massimo la scoperta di quella carneficina.

 All’ultimo istante, quando i bambini avevano già indossato i cappottini, Fabiana, in preda alla disperazione, si lanciò sul corpo della madre, rifiutandosi di abbandonarla. Alfredo tentò di convincerla a venir via, ma la bambina rimase aggrappata alla mamma, piangendo e urlando sempre più forte, e lui temeva che avrebbe attirato l’attenzione dei vicini.

 Fu a quel punto che afferrò di nuovo la pistola, l’appoggiò sulla tempia della nipote e fece fuoco due volte. La calibro 9 ha 15 colpi. Valente quella sera ne ha sparati almeno 23. Questo significa che ha dovuto sospendere il massacro e ricaricare l’arma. Ma a quale punto della strage l’ha fatto e perché ha tagliato i fili di un telefono al quale nessuno avrebbe potuto rispondere? Quello che è certo è che Alfredo sapeva che martedì sera il nucleo dei parenti più stretti della moglie si sarebbe riunito a Visciglioso, la contrada sulle

colline tra Diamante e buon vicino, dove c’era la casa dei suoceri tra ulivi giganteschi, querce e canneti. Era sicuro che li avrebbe trovati tutti lì al consiglio di famiglia che avrebbe deciso le sordi del suo matrimonio. Per questo era partito da Forme, dove svolgeva con scrupolo e precisione puntigliosi il suo lavoro in direzione sud verso la Calabria.

 Obiettivo spezzare quella riunione delicata decisa per scegliere l’avvocato e stabilire i passi da fare in vista della separazione legale e definitiva tra lui e sua moglie. Alfredo si era sentito martedì mattina con Jenny, una telefonata burrascosa che aveva aggravato invece di allentare le tensioni. Una discussione convulsa e carica di rancori, rimproveri, di gesti, episodi e pensieri rinfacciati.

 Lui le aveva ripetuto di voler ricominciare sentendosi rispondere che non era possibile, che quel rapporto per lei era diventato un inferno. Per questo i viaggi in Calabria di Jenny da tempo erano diventati più frequenti, i soggiorni sempre più lunghi. Ma quanto è durata la pazzia di Alfredo Valente? La dinamica della tragedia offre risposte terribili.

 si è armato fino ai denti e ha macinato centinaia e centinaia di chilometri con la sua Audi 80 grigia, con in testa un pensiero unico, arrivare in Calabria e uccidere tutti i responsabili del fallimento del suo matrimonio. 3 ore, forse quattro, un tempo infinito che niente e nessuno, purtroppo, è riuscito a spezzare. una domanda, perché dopo il massacro Alfredo non ha portato i due bimbi sopravvissuti dalle sorelle e dalla madre? Secondo la versione ufficiale nessuno avrebbe sentito i 23 colpi quella sera.

 Il massacro sarebbe stato scoperto grazie a una telefonata anonima. In realtà i parenti di Benvenuto, non vedendolo rientrare, si sono preoccupati. Fatto un giro di telefonate tra amici e parenti, hanno intuito che doveva essere accaduto qualcosa visciglioso. La porta è stata forzata e di fronte ai testimoni è apparso uno spettacolo sconvolgente.

 A quella tragedia si è unito il terrore per la vita dei due bimbi scomparsi. Così è iniziata la ricerca disperata nelle stalle e nelle campagne vicine. La casa della strage, dopo il sopralluogo dei carabinieri del CIS di Messina fu sigillata. Sono rimasti i panni di un bucato steso sotto la tettoia e ricordare che fino a poco prima lì ci abitavano delle persone.

 Un bavaglino verde, forse di Alessandra, accanto a una maglietta con l’immagine di Topolino e Minnie e poi quei lamenti degli animali rimasti senza cibo. Nei giorni seguenti il massacro. La gente passava, rallentava un po’ e si faceva il segno della croce. E qui comincia un altro triste capitolo di questa tragica storia. Dopo aver ammazzato la moglie, i suoceri e i cognati, Alfredo voleva fuggire portando con sé sua figlia e i nipoti Marco e Fabiana, i quali aveva appena ucciso i genitori.

 Ma quali erano le sue reali intenzioni? Risparmia i due bambini e li trascina con sé partendo per quel lungo viaggio che il mattino dopo lo porterà alle porte di Brescia. Ma perché sta andando proprio lì? Alfredo schiaccia fino in fondo l’acceleratore della sua Audi 80 imboccando la statale 18 e poco prima di mezzanotte al lago  imbocca l’autostrada del sole.

 È ancora notte quando percorre a velocità folle il raccordo annulare di Roma e poi ancora via col motore che arranca fino a Piacenza, dove devia in direzione Cremona-Brescia. È proprio in questo tratto di strada che l’auto lo tradisce. L’Aud infatti si ferma col motore fuso al kmro 143 al confine tra Piacenza e Cremona.

 Valente raggiunge la prima colonnina del soccorso autostradale e poco dopo Luigino Barieri, il titolare dell’officina ACI di Castelvetro, arriva col carro attrezzi. Si preoccupava solo dei bambini e di arrivare al più presto a Brescia. Continuava ad accertarsi che dormissero. Aveva paura che prendessero freddo, racconta il meccanico che per quasi un’ora è rimasto in officina con Alfredo Valente.

 Quando sono arrivato col carro attrezzi, stavano dormendo tutti, mi ha mostrato un tesserino di carabiniere, mi ha dato nome e cognome e mi ha detto che preferiva restare in auto coi bimbi durante il tragitto per non svegliarli. Distinto, educato, apparentemente molto calmo. Così Barbieri descrive Alfredo. Ho notato qualche segno di nervosismo solo mentre aspettava il taxi.

 Me lo ha fatto chiamare due volte. Mi ha chiesto quanto tempo ci avrebbe messo ad arrivare da Cremona. Poi se n’è andato dicendo che sarebbe venuto a riprendere l’auto tra due giorni. addirittura voleva pagare in anticipo e sono stato io a dirgli che non era possibile. Barbieri poi ha saputo solo dal telegiornale che quell’uomo educato e frettoloso che aveva soccorso all’alba era il pluriomicida che la sera prima aveva ammazzato sei persone.

 Ma che cosa ha in mente di fare ora? Alfredo è richiorcato dai suoi stessi colleghi e la sua folle corsa attraverso l’Italia. Si conclude a Concesio, un paese alle porte di Brescia, una villetta bianca a due piani, circondata da una siepe di barche rosse. Sono le 9 del mattino, quando il campanello suona per la seconda volta e sulla porta appare lui, Alfredo Valente, il carabiniere scelto che la sera prima, a 1000 km di distanza, aveva scaricato la pistola d’ordinanza sui suoi familiari, bilancio sei morti.

 La pistola ce l’ha ancora infilata nei pantaloni, la estrae e la consegna ai militari che lo stanno aspettando e dice solo quattro parole: “Fatemi scappare e poi sparatemi alle spalle. Non merito altro.” Alla fine si consegna a Concesio. Era arrivato un’ora prima in taxi e si era diretto in quella villetta dove abitano i cognati.

 Giovanni Salemme, insegnante di educazione tecnica, arrivato nel bresciano 15 anni fa, è sposato con Vianella Balzarini, infermiera e padre di Marianna, una ragazzina di 11 anni. Con sé Alfredo aveva la figlia Alessandra, quattro anni e il nipote Marco Benvenuto, più piccolo di un anno. Aveva suonato il campanello e si era allontanato con lo stesso taxi, lasciando i bambini davanti al cancello.

Poi al primo bar si era fermato per telefonare ai cognati, voleva notizie della figlia e del bambino. I carabinieri erano già arrivati sul posto e seguendo le loro istruzioni, la signora Vianella ha cercato di farlo ragionare, lo ha supplicato di costituirsi e infatti poco dopo il campanello suona e finisce il folle viaggio di Alfredo Valente.

 In un attimo avviene tutto. Il piccolo Marco è lievemente ferito. Un proiettile lo aveva colpito di striscio durante l’inferno della sera prima. Alessandra è coperta di macchie, sembrano sangue rappreso, ma è solo il cioccolato che il padre le aveva dato durante il viaggio per calmarla. Una corsa al pronto socorso e nel giro di poche ore i bambini vengono dimessi e tornano a casa dagli zii.

 Valente intanto è già al comando dei Carabinieri di Brescia, pronto per essere rispedito a Cosenza, dove ci sono i magistrati che si occupano del suo caso. Tappa intermedia il carcere militare di Peschiera. A Forme a Valente aveva fatto il suo ultimo servizio lunedì e martedì aveva il giorno libero e sarebbe dovuto rientrare nella notte tra mercoledì e giovedì.

 Nel palazzo dove abitava in via Gramci al numero 15, a circa un kilometro dalla caserma, i vicini di casa lo descrivono come una persona tranquilla e ricordano quelli che l’estate scorsa sembravano giorni felici per la famiglia di Valente. Nell’abitazione dove si era trasferito all’inizio dell’estate prendendo il posto di un altro collega.

 Infatti Valente aveva ospitato i suoceri. Era forse l’ultimo tentativo di cercare di ricucire una situazione che lo aveva portato alla disperazione. Nel corso delle indagini viene fuori che tre mesi prima della strage Alfredo aveva confidato le proprie angosce al comandante provinciale dei Carabinieri di Latina, il colonnello Tomasone.

 Lo ha rivelato lui stesso nel corso di un incontro con i giornalisti nei locali della compagnia di Formia. Valente gli disse che non sopportava l’idea di doversi separare dalla moglie e lo sfogo avuto con il colonnello è stato probabilmente il culmine di una serie di confidenze che il carabiniere aveva fatto nell’ultimo anno a numerosi colleghi della stazione.

 Il suo atteggiamento era sempre stato molto riservato, ma negli ultimi tempi Alfredo si era chiuso completamente fino a non parlare più con nessuno. Dai racconti che vengono fatti, emerge la figura di una persona che non aveva altri interessi. Insomma, uscito dalla caserma, rientrava in casa e lì restava fino al turno successivo.

 Alla fine, al processo, non è stata riconosciuta la premeditazione, nonostante fosse abbastanza evidente, e alla fine Alfredo Valente è stato condannato a 30 anni di carcere. ne ha scontati circa 25, poi grazie a un piccolo sconto di pena per buona condotta è stato rilasciato e ora è un uomo libero. È tornato a vivere a buon vicino a poca distanza dove si trova Marco Benvenuto, uno di quei due bambini sopravvissuti alla strage.

Cosa ne pensi? È giusto che non sia stata considerata la premeditazione e soprattutto bastano 30 anni per il crimine che ha commesso? 

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