Posted in

Un soldato italiano usò l’arma del nemico — e distrusse 18 postazioni tedesche

Estate 1944. Nelle colline della Toscana un soldato italiano compì l’impossibile. Con le mani ancora tremanti dal combattimento, afferrò la mitragliatrice tedesca MG42 dal corpo del nemico caduto. Aveva solo 20 colpi rimasti nel suo fucile. Davanti a lui 18 postazioni tedesche fortificate che bloccavano l’avanzata alleata.

"
"

Nessuno credeva che un solo uomo potesse fare la differenza. Nessuno immaginava che quella notte avrebbe riscritto le regole del combattimento. Il 23 agosto 1944, alle ore:37 il caporale Giovanni Benedetti della divisione Nembo giaceva immobile dietro un muro di pietra sbriciolato a 3 km da San Gimignano.

L’odore acre della polvere da sparo si mescolava al profumo dei cipressi toscani. La temperatura era scesa a 17°. Ma il sudore gli bagnava la schiena sotto l’uniforme logora. Davanti ai suoi occhi la valle si estendeva nell’oscurità prealbale, punteggiata da 18 postazioni tedesche che formavano una linea difensiva impenetrabile lungo la strada per Poggibonsi.

Giovanni aveva 23 anni, era nato a Empoli, figlio di un vasaio e di una maestra elementare. Aveva combattuto in Albania, era sopravvissuto al disastro della Grecia, aveva visto l’Italia dissolversi nell’armistizio dell’8 settembre 1943. Dopo mesi di fuga e nascondimento si era unito alle forze della resistenza nelle colline toscane.

Ora, aggregato alle truppe alleate per l’offensiva finale contro la linea gotica, si trovava di fronte all’ostacolo che bloccava l’intera operazione. Il problema era matematicamente crudele. Le 18 postazioni tedesche, mitragliatrici MG42, mortai leggeri, nidi di cecchini, controllavano ogni centimetro della valle.

I comandi alleati avevano calcolato che un assalto frontale avrebbe richiesto almeno 200 uomini e avrebbe causato perdite del 40%. Ma non c’erano 200 uomini disponibili. L’offensiva era già in ritardo di tre giorni. Ogni ora persa, significava che i tedeschi avrebbero rafforzato le difese, portato rinforzi, consolidato la ritirata verso nord.

Il colonnello americano aveva stimato che entro 48 ore la finestra operativa si sarebbe chiusa definitivamente. Giovanni non era stato scelto per quella missione, era semplicemente finito lì per caso, separato dalla sua squadra durante un bombardamento notturno. Quando aveva raggiunto la linea del fronte all’alba, il sergente maggiore Thompson, un texano massiccio con la mascella quadrata, gli aveva detto senza mezzi termini: “Non possiamo aspettare i rinforzi.

O troviamo un modo per neutralizzare quelle postazioni entro stamattina o l’offensiva fallisce e i tedeschi si riorganizzano. Abbiamo perso 12 uomini ieri cercando di passare.” 12. Giovanni aveva guardato attraverso il binocolo. Le postazioni erano disposte con precisione germanica, tre file scaglionate, sei postazioni per fila, distanziate esattamente 120 m l’una dall’altra.

Ogni postazione poteva coprire le altre con fuoco incrociato, sacchi di sabbia, trincee profonde, campi di tiro liberi, l’ingegneria militare tedesca al suo meglio, un sistema che trasformava qualsiasi attaccante in bersaglio immobile prima ancora che arrivasse a tiro utile. Ma Giovanni aveva notato qualcosa che gli ufficiali alleati non avevano visto.

aveva notato che le postazioni erano costruite per respingere attacchi frontali massicci, non per difendersi da infiltrazioni singole. aveva notato che l’alba creava ombre lunghe che potevano nascondere un uomo che si muoveva con attenzione. Aveva notato soprattutto che tra le postazioni esisteva un corridoio stretto, appena 40 m, dove il fuoco incrociato lasciava un punto cieco di 3 secondi per un corridore veloce.

Posso provare”, aveva detto Giovanni al sergente Thompson da solo con approccio laterale. Thomson lo aveva guardato come si guarda un pazzo. Sei italiano, vero? Tu e i tuoi compatrioti avete combattuto contro di noi fino all’anno scorso. “Dì, precisamente per questo conosco i tedeschi”, aveva risposto Giovanni.

“Ho combattuto al loro fianco per 2 anni. Conosco come pensano, conosco le loro procedure e conosco la loro arroganza. Credono che nessun italiano abbia il coraggio di tentare l’impossibile. Era una scommessa disperata, nata dalla necessità. Giovanni aveva solo 18 colpi nel suo fucile Carcano modello 91. Aveva due bombe a mano, non aveva supporto radio, non aveva riserve, non aveva via di fuga pianificata, ma aveva qualcosa che i comandi alleati non potevano quantificare.

Aveva la rabbia accumulata di 2 anni di occupazione, il ricordo della sua città bombardata, il volto di sua sorella fucilata dai tedeschi per aver nascosto due partigiani in cantina. aveva la consapevolezza che l’Italia stava finalmente combattendo dalla parte giusta della storia e che questa era la sua occasione per dimostrare che gli italiani non erano i codardi che la propaganda alleata descriveva.

Thompson aveva esitato, poi aveva annuito lentamente. Se fallisci morrai nei primi 30 secondi. Se riesci, e non ci credo, hai 30 minuti prima che i tedeschi si accorgano che qualcosa non va e mandino rinforzi. 30 minuti per 18 postazioni significa meno di 2 minuti per postazione. È matematicamente impossibile.

Allora farò l’impossibile, aveva risposto Giovanni. Alle 045 Giovanni iniziò a strisciare verso la prima postazione tedesca. Il terreno era pietroso e ogni movimento richiedeva controllo assoluto per evitare rumori. La luna era tramontata, l’oscurità era quasi totale. Poteva sentire le voci dei soldati tedeschi che fumavano e parlavano di casa.

poteva sentire il click metallico delle armi che venivano controllate. Il suo cuore batteva così forte che temeva i tedeschi potessero sentirlo. A 50 m dalla prima postazione, Giovanni si fermò, estrasse il coltello da combattimento, non poteva usare l’arma da fuoco. Lo sparo avrebbe allertato tutte le altre postazioni. doveva essere silenzioso, doveva essere letale, doveva essere qualcosa che non aveva mai fatto prima.

Doveva uccidere un uomo con le sue mani, guardandolo negli occhi, sentendolo lottare per la vita. La decisione era presa. Non c’era ritorno. Giovanni si alzò dalle ombre e corse verso il suo destino. Il primo soldato tedesco morì senza capire cosa stava succedendo. Giovanni emerse dall’oscurità come uno spettro. Il coltello entrò tra le costole con precisione chirurgica che aveva imparato durante l’addestramento.

Il tedesco, un ragazzo biondo che non poteva avere più di 20 anni, boccheggiò una volta, gli occhi spalancati nella sorpresa finale, poi scivolò a terra. Giovanni gli chiuse la bocca con la mano per soffocare ogni suono. Tremava non per paura, ma per l’orrore di ciò che aveva appena fatto. Poteva sentire il sangue caldo sulle sue mani, poteva sentire il peso morto del corpo.

Quel ragazzo tedesco aveva probabilmente una madre in Baviera che aspettava lettere. Aveva forse una fidanzata, aveva una vita che si era appena spenta, ma non c’era tempo per il rimorso. Giovanni afferrò la mitragliatrice MG42 dal corpo. Era un’arma magnifica, temuta e rispettata. 1200 colpi al minuto, precisione devastante fino a 800 m, soprannominata la sega di Hitler per il suono lacerante che produceva.

Read More