Mi chiamo Salvatore, ho 76 anni e da 42 non dormo una notte intera. Ogni volta che chiudo gli occhi vedo i volti di chi non c’è più, sento le voci di chi ho tradito, rivivo le decisioni che hanno segnato la mia dannazione. Oggi ho deciso di parlare non perché cerco perdono, quello non arriverà mai, ma perché la verità su Michele Zagaria e su quello che davvero muoveva i fili della camorra deve uscire fuori.
Prima che anche io finisca sei palmi sotto terra. Sono nato a Casal, di principe nel 1948, quando il dopoguerra aveva lasciato la Campania come una terra di nessuno. Mio padre faceva il muratore quando trovava lavoro. Mia madre stirava per le signore del paese. Eravamo poveri ma onesti, almeno all’inizio.
Il mio primo incontro con la camorra non è stato come nei film, niente pistole puntate, niente minacce. Era il 1967, avevo 19 anni e lavoravo come autista per una ditta di trasporti. Un giorno mi ferma Antonio Bardellino, che allora era ancora un giovane rampante del clan, e mi dice: “Salvatoò, tu sei bravo a guidare, ho un lavoro per te.
Si tratta solo di portare qualche pacco da qui a Napoli. 50.000 lire a viaggio.” 50.000 lire erano una fortuna. In un mese guadagnavo quello che mio padre faceva in sei. Non ho chiesto cosa contenessero quei pacchi. Sapevo, ma non volevo saperlo. È così che inizia tutto, con una bugia che racconti a te stesso. I primi anni sono stati facili.
Guidavo, consegnavo, tornavo a casa. Bardellino mi trattava bene, mi faceva sentire importante. “Tu sei di famiglia”, mi diceva. E io ci credevo. Mi ero sposato con Rosa nel 1970. era incinta del nostro primo figlio. Pensavo di poter fare il camorrista part- time, come se fosse un secondo lavoro. Ma la camorra non funziona così, ti prende un pezzo alla volta finché non rimane più niente dell’uomo che eri prima.
Nel 1975 le cose cambiarono. Bardellino mi chiamò nel suo ufficio, una stanza sopra un bar di casal di principe che puzzava sempre, di caffè freddo e sigarette. Salvatò”, mi disse, “da oggi lavori direttamente con me, ma prima devi fare una cosa. Mi diede una pistola, una beretta a 7 ma a 65”.
L’avevo mai tenuta in mano una pistola? No, sapevo usarla? No, imparerai mi disse. Stasera vieni con me. Quella notte ammazzammo Ciro Mazzella, un piccolo spacciatore che aveva pensato di fare il furbo con i soldi del clan. Lo prendemmo mentre usciva da casa sua a casa Pesenna. Bardellino gli sparò due colpi al petto, io uno alla nuca.
Il terzo colpo, il colpo di grazia, il colpo che ti fa diventare uno di loro per sempre. Tornai a casa alle 3:00 di mattina. Rosa mi aspettava sveglia, mi guardò negli occhi e capì. Non disse niente, andò in cucina e mi preparò un caffè, ma da quella notte in poi dormì sempre girata dall’altra parte. Gli anni 80 furono l’epoca d’oro, o almeno così sembrava.

Bardellino era diventato il boss indiscusso dei Casalesi. Controllava tutto, droga, estorsioni, appalti pubblici e io ero diventato il suo braccio destro, non più l’autista, ma quello che risolveva i problemi. Quando qualcuno non pagava il pizzo, chiamavano me. Quando un politico faceva il difficile chiamavano me.
Quando bisognava parlare con un magistrato troppo curioso chiamavano me. Ero rispettato, temuto. Avevo una villa a Caserta, tre macchine. I miei figli andavano a scuole private. Rosa non lavorava più, si era abituata ai vestiti firmati e alle va in Versilia. Non faceva domande. Aveva capito che era meglio non sapere.
Ma c’era qualcosa che non quadrava e ci sono voluti anni prima che me ne accorgessi. Le decisioni importanti, quelle che riguardavano milioni di lire, gli appalti più grossi, le rotte della droga dall’America del Sud, non le prendeva mai Bardellino. Arrivava sempre qualcuno, un uomo in giacca e cravatta, che parlava a bassa voce con il boss e poi se ne andava.
Dopo queste visite Bardellino cambiava idea su tutto. Progetti che aveva provato venivano cancellati. Persone che dovevano morire ottenevano il perdono. Affari che sembravano conclusi saltavano all’improvviso. La prima volta che chiesi chi fosse questo tizio, Bardellino mi guardò come se avessi bestemmiato in chiesa.
“Quello non lo nomini nemmeno”, mi disse. “E se hai cervello fai finta di non averlo mai visto”. Ma io l’avevo visto e avevo anche capito che non era l’unico. C’erano almeno tre o quattro uomini così, tutti diversi, ma con la stessa aria, quella di chi comanda davvero. Vestiti bene, macchine normali, niente oro al collo o anelli vistosi.
Sembravano impiegati di banca, avvocati, commercialisti, ma quando loro parlavano Bardellino, l’uomo più potente della camorra, diventava un agnellino. Nel 1988 successe il fatto che mi aprili gli occhi. Dovevamo ammazzare Pasquale Galasso, un nostro ex alleato che aveva iniziato a collaborare con la giustizia.
Tutto pianificato, uomini pronti, armi cariche, ma all’ultimo momento arriva l’ordine di fermare tutto. Galasso per ora non si tocca disse. Bardellino, ordini dall’alto. Dall’alto di chi? Bardellino era il capo supremo, no? E invece no, c’era qualcuno sopra di lui, qualcuno che noi soldati non dovevamo nemmeno sapere che esisteva.
Iniziai a indagare discretamente, senza farmi notare, seguì uno di questi uomini misteriosi dopo un incontro con Bardellino. Lo vidi entrare in un palazzo elegante del centro di Napoli, salire al terzo piano. Sulla targa c’era scritto studio legale associato Moretti and Partners, un avvocato, un rispettabilissimo avvocato che difendeva politici e imprenditori, che andava alle feste della bene società, che la domenica andava a messa con moglie e figli e che decideva chi doveva vivere e chi doveva morire in Campania. Michele
Zagaria arrivò nella mia vita nel 1992, quando Bardellino fu ammazzato dai corleonesi. Io avevo 44 anni e pensavo di aver visto tutto, mi sbagliavo. Zagaria era diverso da Bardellino, più freddo, più metodico e soprattutto più consapevole di chi comandava veramente. Se Bardellino ogni tanto faceva il gradasso, Zagaria sapeva perfettamente di essere un esecutore.
Un esecutore di lusso, ma sempre un esecutore. La prima cosa che mi disse quando diventò il nuovo capo fu: “Salvatore, tu hai esperienza e io ho bisogno di gente di cui fidarmi, ma ricordati una cosa, noi siamo importanti, ma non indispensabili. C’è gente sopra di noi che può sostituirci in un battito di ciglia”. Iniziai a capire come funzionava il sistema.
Zagaria riceveva gli ordini attraverso una catena di intermediari che risalivano fino ai signori, così li chiamavano, avvocati, imprenditori, politici, funzionari pubblici. Gente che non aveva mai sparato un colpo in vita sua, ma che decideva dove sparare e a chi. Il più potente di tutti era un uomo che non ho mai visto in faccia, ma di cui ho sentito parlare per anni.
Lo chiamavano il professore. Dicevano che fosse un ex magistrato, altri che fosse un politico di primo piano. Nessuno sapeva il suo vero nome, ma tutti sapevano che le decisioni più importanti passavano attraverso di lui. Zagaria era il boss più potente della camorra, questo è vero, ma le sue decisioni erano sempre ratificate dall’alto.
I grandi appalti pubblici, le percentuali sulla droga, persino la scelta di chi doveva morire, tutto passava attraverso il professore e i suoi uomini. Vi faccio un esempio. Nel 1995 dovevamo eliminare un giornalista che stava indagando troppo sui nostri affari con l’Anas. Zagaria aveva già dato l’ordine, gli uomini erano pronti, ma poi arrivò la telefonata.
Il giornalista non si tocca, ha protezioni troppo importanti. Il giornalista continuò a scrivere i suoi articoli per altri 20 anni. Un altro esempio. Nel 1998 vincemmo l’appalto per la costruzione di un pezzo dell’alta velocità Napoli-Roma, un affare da 200 miliardi di lire. Zagaria era convinto che fosse merito suo delle sue pressioni sui politici locali.
Poi, seppi la verità, l’appalto era già stato deciso a Roma nei salotti buoni. Noi eravamo solo gli esecutori materiali. Il vero potere non stava nei bunker dove si nascondeva Zagaria, ma negli uffici di Roma, di Milano, di Bruxelles. Uomini in giacca e cravatta che muovevano miliardi senza mai sporcarsi le mani.
Zagaria era il volto pubblico, quello che finiva sui giornali, ma le decisioni vere le prendevano altri. Quando Zagaria fu arrestato nel 2011, tutti pensarono che fosse la fine di un’epoca, che il clan dei Casalesi fosse finito. Ma io sapevo che non era così. Avevano solo perso un esecutore. I veri capi erano ancora al loro posto, pronti a mettere un altro uomo in prima linea.
Il momento in cui capi che dovevo uscire da quel mondo arrivò nel 2003. Avevo 55 anni, tre figli cresciuti e una nipotina di 6 anni che mi guardava come se fossi un eroe, ma ero tutt’altro. Rosa si ammalò di cancro quell’anno. Durante una delle sue chemioterapie, mentre aspettavo nel corridoio dell’ospedale, incontrai Maria Antonietta, la vedova di Ciro Mazzella.
Il primo uomo che avevo ammazzato 30 anni prima mi riconobbe subito, mi guardò negli occhi e mi disse: “I miei figli sono cresciuti senza padre per colpa tua. Spero che un giorno capirai cosa significa perdere tutto.” Quella notte non riusci a dormire. Per la prima volta in 30 anni mi resi conto di quello che avevo fatto.
Non ero un soldato, non ero un uomo d’onore, ero un assassino al servizio di gente che mi considerava un cane da guardia. Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu un’altra. Nel 2004 uno dei signori, un imprenditore romano che gestiva appalti in mezzo a Italia, mi chiamò per un lavoro speciale. Dovevo eliminare un sindaco in Sicilia che si rifiutava di assegnare un appalto alle sue ditte.
Non era la prima volta che ricevevo ordini del genere, ma questa volta qualcosa mi bloccò. Forse perché avevo visto la foto del sindaco sui giornali. Aveva una figlia dell’età della mia nipotina. Dissi di no per la prima volta in vita mia. L’imprenditore si arrabbiò, minacciò di farmi fuori, ma Zagaria mi protesse. Salvatore è dei nostri disse.
Se ha detto no, avrà le sue ragioni, ma io sapevo che quella protezione non sarebbe durata per sempre. Iniziai a pianificare la mia uscita dal clan. Non potevo semplicemente andarmene. Chi esce dalla camorra di solito finisce ammazzato. Dovevo trovare un modo per sparire senza dare nell’occhio. La mia fortuna fu rosa.
Quando i dottori ci dissero che aveva solo pochi mesi di vita. Nessuno si stupì che volessi passare tutto il mio tempo con lei. Mi ritirai gradualmente dagli affari del clan, delegando sempre di più ai miei sottoposti. Zagaria capì e non disse niente. Rosa morì nel marzo del 2005. Al funerale c’era mezza campagna, compresi molti boss e politici, ma io guardavo solo la bara di mia moglie e pensavo a tutti gli anni che avevamo perso, a tutti i segreti che avevo dovuto tenere, a tutto l’amore che non ero riuscito a darle perché ero sempre concentrato
sulla camorra. Dopo il funerale andai da Zagaria e gli dissi: “Michele, io ho finito. Ho dato tutto quello che potevo dare. Ora voglio solo stare con i miei nipoti e cercare di essere un uomo migliore”. Zagaria mi guardò a lungo, poi annuì. Hai 60 anni, Salvatò, ti sei meritato la pensione, ma ricordati, quello che hai visto e sentito deve restare sepolto con te.
Io accettai, ma mentivo. Già allora sapevo che un giorno avrei parlato. Mi trasferì a Torino ufficialmente per stare vicino a Mio, figlio che lavorava alla Fiat, in realtà per sparire. Per 19 anni ho vissuto come un pensionato qualunque. Guardavo i telegiornali che parlavano degli arresti, dei processi, delle condanne. Vedevo Zagaria dipinto come il boss supremo, l’uomo che comandava tutto e sapevo che era solo una parte della verità. Ora ho 76 anni.
I miei figli non mi parlano più da quando hanno scoperto chi ero veramente. I miei nipoti nemmeno sanno che esisto. Vivo solo in un appartamento di 50 m quad con la pensione minima e i rimorsi per compagnia, ma ho deciso di parlare perché la gente ha il diritto di sapere la verità. Michele Zagaria era un boss potente, questo è innegabile, ma non era lui a decidere tutto.
Dietro di lui c’erano e ci sono ancora persone che nessuno ha mai arrestato, nessuno ha mai processato, nessuno ha mai nemmeno nominato. I veri padroni della camorra non stanno nei bunker, stanno negli uffici di Roma, di Milano, di Bruxelles. Sono avvocati, rispettabili, imprenditori di successo, politici stimati, gente che va a cena con i ministri e firma contratti da miliardi.
Zagaria è in galera da 13 anni, ma il sistema che lui rappresentava è ancora in piedi perché hanno arrestato l’esecutore, non i mandanti. Io ho 76 anni e un cancro che mi sta mangiando il fegato. I dottori mi danno 6 mesi, forse meno. Per questo ho deciso di parlare ora, non per cercare perdono, quello non arriverà mai, ma perché qualcuno deve sapere come stanno veramente le cose.
La camorra che vedete sui giornali, quella dei boss latitanti e dei bunker, è solo la punta dell’iceberg. Il vero potere sta sotto, invisibile e intoccabile. E finché non lo capiremo, continueremo ad arrestare i pesci piccoli, mentre i grandi squali nuotano liberi nei mari del potere.
Michele Zagaria era un pesce grosso, ma era sempre e solo un pesce. I pescatori sono ancora là fuori con le loro reti ben nascoste, pronti a pescare altri Zagaria quando serve. Questa è la verità che volevo raccontare. Ora fate voi quello che dovete fare. Pensavate che fosse finita? No, c’è dell’altro, molto altro.
E adesso che so di avere poco tempo, devo dirvi i nomi, quelli veri, quelli che per 40 anni ho tenuto sepolti nella mia memoria. Il cancro mi sta divorando, ma la mia mente è ancora lucida, troppo lucida. Ogni notte rivedo le facce, sento le voci, ricordo i dettagli che per anni ho cercato di dimenticare, ma ora non posso più tacere.
Se devo morire almeno morirò, avendo detto la verità tutta. Vi ricordate che vi ho parlato dell’avvocato Moretti? Bene, non si chiamava davvero così. Si chiamava Roberto Sant’Angelo e non era solo un avvocato, era il tramite tra noi e il potere vero. La sua specialità erano gli appalti pubblici, ma non nel modo che pensate.
Non corrompeva i funzionari, li faceva nominare. Nel suo studio, al terzo piano di quel palazzo elegante in via dei 1000 a Napoli, si decidevano le carriere di magistrati, politici, dirigenti pubblici. Una telefonata di Sant’Angelo poteva far diventare un sostituto procuratore della Repubblica oppure farlo trasferire in Sicilia a indagare sul furto di Polli.
L’ho visto all’opera nel 1994 quando dovevamo risolvere il problema del giudice Maresca che stava indagando sui nostri affari con i rifiuti tossici. Zagaria voleva eliminarlo fisicamente, ma Sant’Angelo disse: “Michele, perché sprecare un proiettile quando basta una telefonata?” Due settimane dopo il giudice maresca fu trasferito al tribunale di Vibo Valentia.
ufficialmente per esigenze di servizio, in realtà perché il suo capo, il presidente del tribunale, aveva ricevuto una soffiata che Maresca aveva problemi di gioco d’azzardo. Era tutto falso ovviamente, ma bastò per giustificare il trasferimento. Chi aveva dato quella soffiata? Un funzionario del Ministero della Giustizia che Sant’Angelo controllava da anni.
un uomo rispettabile, padre di famiglia, che la domenica cantava nel coro della parrocchia e che per 30 anni ha manipolato le carriere dei magistrati su ordine della camorra. Ma Sant’Angelo non era il pesce più grosso, era solo un intermediario. Il vero potere apparteneva a un uomo che ho incontrato una sola volta nella mia vita, ma che non potrò mai dimenticare.
Era l’estate del 1989. Zagaria mi disse di accompagnarlo a Roma per un incontro importante. Non mi disse con chi, solo che dovevo portare la macchina blindata e stare attento. Arrivammo in un hotel di lusso vicino al Vaticano Suite, al decimo piano vista su San Pietro. L’uomo che ci aspettava aveva circa 60 anni, capelli grigi perfettamente pettinati, vestito blu scuro, scarpe inglesi.
Parlava con un accento romano elegante, il tono di chi è abituato a comandare senza alzare la voce. Non ci disse mai il suo nome, ma Zagaria lo chiamava eccellenza. Quello che sentì in quella stanza mi fece capire quanto fossi piccolo in quel gioco. Non parlavano di droga o di estorsioni, parlavano di fondi europei, di infrastrutture, di nomine nei consigli di amministrazione delle partecipate pubbliche.
Numeri che facevano girare la testa. 5.000 miliardi per la Tav, 3.000 per la depurazione delle acque in Campania, altri 2000 per i rifiuti. “Michele,” disse l’Eccellenza, “vo voi vi preoccupate di controllare il territorio.” “Bene, ma il territorio non vale niente se non controlli chi decide come spendere i soldi pubblici e quelli li decido io.
” Zagaria annuiva come un bambino davanti al maestro. L’uomo, più potente della camorra si comportava come un impiegato al cospetto del direttore generale. Prima di andarcene, l’Eccellenza mi guardò dritto negli occhi. Lei è Salvatore, vero? quello che risolve i problemi. Ho sentito parlare di lei. Non era un complimento, era un avvertimento.
Mi stava dicendo che sapeva chi ero e cosa facevo. Quella notte, nell’hotel dove dormimmo prima di ripartire chiesi a Zagaria chi fosse quell’uomo. Non fare domande mi disse. E soprattutto non raccontare a nessuno quello che hai sentito stasera. Se lo fai non potrò proteggerti. Per anni ho cercato di capire chi fosse l’eccellenza.
Ho fatto le mie indagini discrete, ho seguito tracce, ho incrociato informazioni. Alla fine ho capito, era un sottosegretario di Stato, uno di quei politici di seconda fila che nessuno conosce ma che firmano i decreti più importanti. Uno che per 20 anni ha gestito i fondi pubblici del Mezzogiorno decidendo chi doveva arricchirsi e chi doveva fallire.
E sapetela, cosa più assurda, è ancora vivo, è ancora al suo posto. Probabilmente, mentre leggete queste righe, sta firmando qualche decreto decidendo il destino di miliardi di euro. Perché lui non è mai esistito ufficialmente. Non c’è traccia dei suoi legami con noi nei verbali della polizia, non ci sono intercettazioni, non ci sono pentiti che lo abbiano mai nominato perché noi, i soldati non sapevamo nemmeno che esisteva.
Oggi è il 15 marzo 2024, sono passati tre mesi da quando ho iniziato a scrivere questa confessione. I dottori mi davano 6 mesi, ne sono già passati tre. Il tempo stringe, ma non è questo che mi preoccupa, è quello che è successo nelle ultime settimane. Due settimane fa, mentre tornavo dalla farmacia, ho notato un’auto che mi seguiva, una Mercedes nera con i vetri oscurati.
L’ho vista tre volte in tre giorni diversi. Coincidenze? Non nella mia vita. Una settimana fa il portiere del mio palazzo mi ha detto che alcuni uomini erano venuti a chiedere di me. Dicevano di essere suoi nipoti ha detto, ma avevano un accento napoletano molto marcato. Io non ho nipoti che parlano napoletano. I miei figli vivono al nord da 20 anni.
Tre giorni fa qualcuno ha forzato la serratura del mio appartamento. Non hanno rubato niente, ma hanno frugato dappertutto. Cercavano questa confessione, ne sono sicuro. Per fortuna la tengo in una cassetta di sicurezza in banca. Ieri sera, mentre cenavo davanti alla televisione, ho sentito dei passi sul pianerottolo.
Qualcuno si è fermato davanti alla mia porta per almeno 10 minuti, poi se n’è andato, ma so che tornerà. Mi hanno trovato. Dopo 19 anni mi hanno trovato. E questo significa solo una cosa. Qualcuno ha paura di quello che sto scrivendo. Qualcuno che ha ancora molto potere. Non credo che sia stato Zagaria. Lui è in galera, isolato dal mondo e poi quello che ho scritto su di lui non lo danneggia più di tanto, anzi, in un certo senso, lo scagiona perché dimostra che era solo un esecutore.
No, deve essere qualcun altro, uno dei signori che sono ancora al loro posto, ancora potenti, ancora intoccabili. Forse l’Eccellenza ha saputo che sto parlando. Forse Sant’Angelo che non è mai stato arrestato e che probabilmente continua a fare il suo lavoro. O forse è qualcuno che non ho mai nominato, ma che sa di essere coinvolto in questa storia.

Non importa, ormai è troppo tardi per fermarmi. Questa confessione è già in mano alle persone giuste. Se mi succede qualcosa verrà comunque pubblicata. L’ho organizzata così. Ma c’è un’ultima cosa che devo dire. Il nome più importante, quello che non ho mai fatto finora perché sapevo che sarebbe stata la mia condanna a morte.
Il professore, quello di cui tutti parlavano ma che nessuno aveva mai visto, l’ho incontrato anch’io, una volta sola, ma è bastata per capire tutto. Era il 2001. Zagaria era sparito da mesi, si nascondeva già nei suoi bunker, ma doveva prendere una decisione importante riguardo a un appalto per la costruzione dell’ospedale di Caserta, un affare da 500 miliardi di lire che avrebbe cambiato gli equilibri di potere in tutta la regione.
Mi disse di accompagnarlo a un incontro segreto in un casolare nelle campagne tra Capua e Santa Maria Capua Vetere. Arrivamomo di notte, non c’era nessuno. Poi arrivò una macchina, una BMW serie 7 nera. Scese un uomo anziano, almeno 70 anni, molto elegante. Camminava con un bastone da passeggio, aveva i capelli completamente bianchi e portava degli occhiali dalla montatura dorata.
Si avvicinò a Zagaria e gli disse: “Michele, sai perché ti ho fatto venire qui?” Zagaria fece cenno di no. Perché volevo dirti personalmente che l’ospedale di Caserta lo costruirà la ditta che dico io e tu non ti opponi. Ma professore disse Zagaria, noi abbiamo già investito 300 milioni per aggiudicarci quell’appalto.
Abbiamo corrotto mezzo mondo. Il vecchio sorrise, un sorriso freddo come il ghiaccio. Michele, tu non hai capito una cosa. Io non ti chiedo il permesso. Ti sto informando. L’appalto va a chi dico io e i soldi che hai speso sono il prezzo della lezione che stai imparando ora. Zagaria abbassò la testa. Come vuole lei, professore? Il vecchio si girò verso di me.
E lei chi è? Salvatore Amoruso risposi. Lavoro per don Michele, mi studiò per qualche secondo. Salvatore Amoruso di Casal di Principe, nato nel 1948, figlio di Gaetano e Carmela, sposato con Rosa Castellano, tre figli Antonio, Francesca e Michele. Ha ammazzato 17 persone e ne ha fatte sparire altre otto. È stato arrestato tre volte, ma non è mai stato condannato.
Ha un conto corrente in Svizzera con 200 milioni di lire e una villa a caserta intestata alla moglie. Sapeva tutto di me, tutto, compresi particolari che non conosceva nemmeno mia moglie. Professor dissi, come fa a sapere tutte queste cose? Perché è il mio lavoro? Rispose, io conosco tutto di tutti, è per questo che comando poi si rivolse di nuovo a Zagaria.
L’appalto dell’ospedale va al gruppo meridionale costruzioni. Avvertili che è tutto a posto e ricordati Michele, tu comandi in Campania, ma io comando te. Se ne andò com’era venuto in silenzio, senza salutare. Durante il viaggio di ritorno chiesi a Zagaria chi fosse quel vecchio. “Non lo so” mi disse.
So solo che quando parla lui tutti zitti, anche i politici di Roma. Per anni ho cercato di capire chi fosse il professore. Ho fatto indagini, ho incrociato informazioni, ho parlato con gente che aveva lavorato nei palazzi del potere. Alla fine, nel 2018, ho capito, era morto 2 anni prima, nel 2016.
Lo avevo visto sui giornali, ma non l’avevo riconosciuto perché sui giornali era descritto come un rispettabile senatore della Repubblica, già sottosegretario ai lavori pubblici, membro della commissione antimafia, cavaliere del lavoro, un uomo che per 50 anni aveva combattuto pubblicamente la mafia e che per 50 anni l’aveva controllata dall’ombra.
Ora capite perché non ho mai fatto il suo nome prima? Perché anche da morto la sua rete di protezioni è ancora attiva. Perché dire il suo nome significa svelare un sistema che coinvolge centinaia di persone, tutte ancora vive, tutte ancora potenti. Ma ora che sto per morire, che cosa mi può succedere di peggio? Il suo nome era Giuseppe Andreotti, no, non quello famoso.
Un altro Andreotti, un parente lontano che ha sfruttato il cognome per costruirsi una carriera politica. Giuseppe Andreotti, senatore della Repubblica dal 1968 al 2006, sottosegretario ai lavori pubblici in quattro governi diversi. L’uomo che ha deciso per 40 anni dove costruire autostrade, ospedali, ferrovie. L’uomo che ha distribuito miliardi di fondi pubblici, l’uomo che controllava la camorra senza essere camorrista, che comandava boss senza essere un boss.
È morto nel suo letto, coperto di onori, con funerali di stato. Nessuno ha mai saputo chi era veramente, tranne noi. Noi che abbiamo taciuto per paura, per convenienza, per viltà. Ora l’ho detto, ho fatto tutti i nomi, ho svelato tutti i segreti. Se domattina non mi sveglierò, saprete il perché, ma questa verità resterà per sempre.
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