Tutto iniziò in una di quelle serate di luglio, quando l’aria è così calda che sembra di respirare fuoco. Avevo 17 anni e credevo che il mondo mi dovesse tutto. Mio padre, Calogero Messina faceva il pescivendolo al mercato della Vucciria e mia madre cuciva vestiti per le signore del centro.
Eravamo poveri ma onorati, o almeno così credevo. La sera che cambiò la mia vita, stavo tornando a casa dalla bottega di mio zio, dove aiutavo a riparare reti da pesca per poche lire. Vicolo dei Coltellieri era buio come sempre, illuminato solo dalla luce fioca che filtrava dalle finestre. Fu allora che senti le voci.
Calogero, tu ci devi 100.000 lire e le vuoi entro domattina. Ma io non ce l’ho questi soldi, don Peppino. Il pesce non si vende, la gente non ha una lira. Non sono fatti miei. Tu hai preso i soldi dalla cassa comune per pagare l’ospedale di tua moglie. Nobile gesto, ma i soldi vanno restituiti. Mi fermai nell’ombra.
Don Peppino Impastato era uno dei capi del quartiere, uno di quelli che la gente rispettava e temeva in egual misura. Mio padre gli stava di fronte con la schiena curva e le mani che tremao. Don Peppino, vi prego, datemi tempo, una settimana, due. Calogero, tu sai come funziona. Chi non paga insegna agli altri cosa succede a chi non paga.
Fu allora che uscì dall’ombra. Non so cosa mi spinse. Orgoglio giovanile, stupidità, rabbia, forse tutte e tre insieme. Lasciate stare mio padre, dissi con voce che cercava di sembrare sicura. Don Peppino si voltò verso di me. Era un uomo sui 50 anni, basso e tarchiato, con gli occhi piccoli e freddi come quelli di un pesce.
Sorrise, ma non era un sorriso gentile. Ecco il figlio Salvatore, vero? Il pesciolino vuole fare il pesce grosso. Non voglio fare niente, voglio solo che lasciate stare mia famiglia. E cosa fai se non ti ascolto? Mi denunci ai carabinieri? rise e con lui ridacchiarono gli altri tre uomini che lo accompagnavano. Ma io non risi. Ero giovane, ma non stupido.
Sapevo che certi debiti non si pagano ai carabinieri. Vi propongo una cosa dissi. Io lavoro per voi finché il debito non è saldato. Faccio quello che volete, vado dove dite voi, ma mio padre lo lasciate in pace. Don Peppino smise di ridere. mi studiò a lungo, come se stesse valutando il prezzo di un tonno al mercato.
Sai cosa vuol dire lavorare per noi, ragazzo? Lo so. No, non lo sai, ma lo imparerai. E così quella notte diventai un uomo d’onore, o meglio, iniziai il percorso per diventarlo. Non sapevo che stavo entrando in un mondo dove l’onore era solo una parola vuota, dove la lealtà si comprava e si vendeva come il pesce al mercato, dove la verità aveva tante facce quante erano le persone che la raccontavano.
Non sapevo che stavo per diventare parte di una macchina più grande di me, più grande di don Peppino, più grande persino di Totò Rina, una macchina che aveva ingranaggi invisibili e che funzionava con l’olio del sangue. Il primo lavoro, due settimane dopo, don Peppino mi chiamò nel suo ufficio. Era una stanza sopra un bar di via Maqueda arredata con mobili pesanti e scuri che sapevano di naftalina e segreti.
Alle pareti foto di uomini morti e santi miracolosi. In quella stanza i confini tra sacro e profano si confondevano come nebbia al mattino. Salvatore mi disse versandosi un bicchiere di whisky scozzese. È arrivato il momento del tuo primo incarico mi spiegò la situazione. Un commerciante di stoffe del centro tale Gaetano Oliveri doveva dei soldi alla famiglia per la protezione del suo negozio, ma da tre mesi non pagava.
Era arrivato il momento di mandare un messaggio. Cosa devo fare? chiesi. Niente di drammatico. Vai da lui, gli ricordi che deve pagare e se insiste a non voler pagare, beh, il suo negozio potrebbe prendere fuoco per caso e se si rifiuta di pagare anche dopo l’incendio? Don Peppino mi guardò con occhi che sembravano quelli di un padre che spiega a un figlio come funziona il mondo.
Salvatore, nella vita ci sono due tipi di problemi: quelli che si risolvono con le parole e quelli che si risolvono con i fatti. Se le parole non bastano, si passa ai fatti. Che tipo di fatti? Quelli definitivi. Capi, o meglio, credetti di capire? Pensai che fosse tutto lì. Qualcuno non paga, lo minacci, se non paga ancora lo ammazzi.
Semplice, diretto, efficace. Non sapevo che anche quello era solo il primo strato di una realtà molto più complessa. Il negozio di Oliveri bruciò. Quella stessa notte. Non fu difficile. Benzina, un fiammifero e via. L’uomo pagò il giorno dopo, tremando come una foglia e giurando eterna fedeltà alla famiglia. “Bravo ragazzo” mi disse don Peppino quando gli portai i soldi.
“Hai capito subito come funziona il mondo”. Ma quella notte tornando a casa mi accorsi di una cosa strana. Durante l’incendio i vigili del fuoco erano arrivati in ritardo, molto in ritardo, e i carabinieri non erano arrivati per niente, come se qualcuno li avesse avvertiti di non disturbarsi, come se qualcuno da qualche parte avesse fatto una telefonata.
Le prime domande: Nei mesi successivi don Peppino mi affidò incarichi sempre più importanti. Recupero crediti, intimidazioni, qualche pestaggio per chi si dimostrava particolarmente testardo. Ero bravo nel mio lavoro, forse perché avevo fame di rispetto, forse perché la violenza mi veniva naturale, ma più lavoravo per la famiglia, più mi accorgevo di cose che non quadravano, perché alcuni commercianti non pagavano mai, ma nessuno li toccava.
Perché certi carabinieri sapevano sempre dove non dovevano guardare, perché quando arrivavano le retate alcuni di noi sparivano sempre prima che arrivassero le manette. Don Peppino! Gli chiesi una sera, come facciamo a sapere sempre quando arrivano i carabinieri? Perché qualcuno ce lo dice? Chi? Qualcuno che è meglio non conoscere? Era sempre la stessa risposta.
Qualcuno che era meglio non conoscere. Come se sopra di noi, sopra la famiglia, sopra don Peppino stesso, ci fosse un’altra famiglia, una famiglia invisibile, una famiglia che non si sporcava mai le mani, ma che decideva quando le altre famiglie dovevano sporcarsi le loro. L’iniziazione Avevo 20 anni quando don Peppino decise che ero pronto per il grande passo, l’iniziazione, il giuramento che mi avrebbe reso ufficialmente un uomo d’onore.
La cerimonia si tenne in una villa sulle colline di Monreale in una notte senza luna. Eravamo in 12, don Peppino, altri otto uomini della famiglia che non conoscevo bene io e un altro ragazzo della mia età, Calogero Brusca, che sarebbe diventato negli anni uno dei miei più cari amici e alla fine uno dei miei più temuti nemici.
La stanza era illuminata solo da candele. Al centro un tavolo con sopra una pistola, un coltello e l’immagine di un santo. Non ricordo quale santo fosse, ma ricordo i suoi occhi che sembravano guardarmi con disapprovazione. Don Peppino iniziò a recitare le parole del giuramento, parole antiche tramandate da generazioni di uomini che avevano scelto di vivere e morire secondo il codice dell’onore.
O almeno così credevo. Salvatore Messina disse solennemente, giuri davanti a questi uomini e davanti a Dio di rispettare il codice della famiglia? Giuri di obbedire ai tuoi superiori, di proteggere i tuoi fratelli, di non tradire mai i segreti che ti verranno affidati. Lo giuro. Giuri di anteporre sempre gli interessi della famiglia ai tuoi interessi personali? Di sacrificare tutto, anche la tua vita per l’onore della Cosa Nostra? Lo giuro.
E giuri di non rivelare mai a nessuno quello che vedrai e sentirai in questa famiglia, anche se dovessi essere torturato, anche se dovessero minacciare la vita di tua madre. Lo giuro. Don Peppino prese un ago, mi punse un dito, fece cadere una goccia del mio sangue sull’immagine del santo.
Poi accese l’immagine e me la mise in mano. Questa è la tua anima disse mentre la carta bruciava tra le mie dita. Se tradisci la famiglia, la tua anima brucerà come sta bruciando questa immagine. Senti il dolore del fuoco sulla pelle, ma non lasciai cadere la carta finché non fu completamente consumata. Era una prova di resistenza, ma anche un simbolo.
Da quel momento non sarei più appartenuto a me stesso. Appartenevo alla famiglia, o almeno così credevo. Quello che non sapevo era che anche la famiglia apparteneva a qualcun altro. I primi dubbi. Nei due anni successivi al giuramento, la mia posizione nella famiglia crebbe rapidamente. Ero giovane, ambizioso, senza scrupoli e soprattutto efficace.
Don Peppino mi affidava sempre più responsabilità e io non lo deludevo mai, ma più salivo nella gerarchia più mi accorgevo di meccanismi che mi sfuggivano. Per esempio, c’erano riunioni alle quali non venivo mai invitato. Riunioni che si tenevano nella stessa villa di Monreale dove avevo prestato giuramento, ma alle quali partecipavano uomini che non appartenevano alla nostra famiglia.
Uomini eleganti, ben vestiti che arrivavano in Mercedes nere e parlavano a voce bassa con don Peppino. Chi sono? chiesi una volta a Calogero Brusca. Non lo so, ma dopo che vanno via don Peppino è sempre diverso, più nervoso, come se avesse ricevuto ordini che non gli piacciono. Ordini da chi? Da chi credi? Da chi comanda davvero? Un’altra cosa che mi insospettiva erano i soldi.
La nostra famiglia gestiva il pizzo in una zona abbastanza ricca di Palermo. Controllavamo il traffico di sigarette nel porto e avevamo quote in diversi contrabbandi. Dovevamo guadagnare milioni ogni mese. Eppure i soldi che vedevo non corrispondevano mai a quello che avremmo dovuto incassare. “Dove vanno tutti i soldi?”, chiesi un giorno a don Peppino.
“Una parte resta a noi, una parte va ai fratelli di Corleone, una parte va più su”. Quanto più su? Così su che è meglio non saperlo. Era sempre la stessa storia. C’era sempre qualcuno più su, sempre qualcuno che decideva, sempre qualcuno che comandava ma che non si vedeva mai, come se fossimo tutti attori in un teatro, ma il regista fosse seduto in una cabina buia da dove nessuno poteva vederlo.
Il primo incontro, la prima volta che vidi uno di questi uomini invisibili, fu nell’autunno del 1973. Ero stato promosso sotto capo della famiglia dopo che avevo personalmente eliminato due sicari rivali che stavano dando problemi nei nostri territori. Don Peppino aveva deciso che meritavo di partecipare alle riunioni più importanti.
“Stasera c’è una riunione speciale”, mi disse. “Ci sarà qualcuno che devi conoscere, ma ricorda, tu stai zitto, ascolti, e quando è finita te ne dimentichi tutto. Chi verrà?” “Qualo che conta, qualcuno che decide”. La riunione si tenne nel solito posto, ma stavolta l’atmosfera era diversa, più tesa, più formale. Don Peppino aveva messo il suo vestito migliore e continuava a sistemare la cravatta.
Gli altri capi famiglia erano seduti in silenzio con le mani appoggiate sulle ginocchia come scolari in attesa del maestro. Quando lui entrò, capì subito chi comandava davvero. Era un uomo sui 40 anni, alto, magro, vestito con un completo blu scuro che doveva costare più di quanto la mia famiglia guadagnava in un mese. Capelli neri pettinati all’indietro, occhi chiari e freddi, un piccolo sorriso che non arrivava mai agli occhi.
Non si presentò, non salutò nessuno, si sedette semplicemente a capotavola e iniziò a parlare. “Signori”, disse con voce calma, ma che riempiva tutta la stanza. Abbiamo un problema. Le vostre attività stanno diventando troppo visibili, troppo rumorose, troppo sanguinarie. Don Peppino abbassò la testa. Eccellenza, facciamo solo quello che è necessario per mantenere il rispetto.
Il rispetto si mantiene anche in altri modi, modi più eleganti. L’uomo aprì una cartella che aveva portato con sé. Nei prossimi mesi ci saranno cambiamenti importanti, nuovi appalti pubblici, nuovi investimenti, nuove opportunità, ma per approfittarne dobbiamo essere più discreti. Che tipo di opportunità? chiese uno dei capi famiglia.
Il tipo di opportunità che porta milioni invece di migliaia, ma che richiede intelligenza invece di violenza. Parlò per un’ora illustrando piani così complessi che facevano girare la testa. Riclaggio di denaro attraverso società fittizie, infiltrazioni negli appalti pubblici, accordi con imprenditori del Nord Italia, connessioni internazionali con altre organizzazioni criminali.
Era un mondo che non conoscevo, un mondo dove la violenza era solo un piccolo ingranaggio in una macchina molto più grande. Le vostre famiglie, concluse, continueranno a gestire il territorio come hanno sempre fatto, ma ora fanno parte di qualcosa di più grande, di più importante, di più redditizio. E se qualcuno non vuole fare parte di questo qualcosa di più grande?” chiese don Peppino.
L’uomo lo guardò con quei suoi occhi freddi. Nessuno è obbligato a far parte di niente. Ma chi non fa parte, beh, non fa più parte di niente. Il messaggio era chiaro. Non c’era scelta, c’era solo l’obbedienza. Quando la riunione finì e l’uomo se ne andò, nella stanza calò un silenzio pesante. Nessuno osava parlare, nessuno osava muoversi.
Alla fine don Peppino si alzò e versò da bere a tutti. Signori,” disse, “È iniziata una nuova era. Non sapevo ancora quanto avesse ragione. Non sapevo che quella nuova era avrebbe cambiato per sempre non solo la Cosa Nostra, ma tutta la Sicilia. E non sapevo che io, il ragazzo che voleva solo salvare, suo padre dai debiti, sarei diventato uno degli strumenti principali di quella trasformazione.
Uno strumento nelle mani di chi comandava davvero, nelle mani dell’ombra. Dopo quella riunione tutto cambiò, non solo per me, ma per tutta la cosa nostra siciliana. Era come se qualcuno avesse girato un interruttore e improvvisamente fossimo passati dal bianco e nero al colore. I metodi arcaici della vecchia mafia, il pizzo al panettiere, le intimidazioni, gli omicidi eclatanti non sparirono, ma divennero solo una piccola parte di un’operazione molto più sofisticata.
Iniziamo a muovere capitali invece che semplici contanti, a infiltrarci in aziende invece che spaventare commercianti, a corrompere invece che uccidere. E io, quasi senza accorgermene diventai uno degli esecutori più fidati di questa nuova strategia. Don Peppino mi affidò il controllo delle operazioni portuali.
Ufficialmente dovevo solo assicurarmi che le nostre merci arrivassero senza problemi. In realtà gestivo una rete di corruzione che coinvolgeva doganieri, poliziotti, funzionari comunali e sindacalisti. Ogni nave che entrava nel porto di Palermo pagava una tassa invisibile che finiva nelle nostre tasche, ma la vera novità erano i collegamenti con l’esterno.
Salvatore mi disse don Peppino una mattina del 76, oggi inizia la tua vera educazione, devi andare a Milano. Milano. Cosa devo fare a Milano? Devi incontrare certi amici. Amici che ci aiuteranno a far crescere i nostri affari. Mi diede un indirizzo elegante in zona Brera e un nome: Ingegner Giulio Andreotti. No, non quello che pensate.
L’omonimo del politico era un imprenditore milanese che gestiva appalti pubblici per conto di aziende del nord. Il viaggio in treno fu la prima volta che uscivo dalla Sicilia. Milano mi colpì per la sua efficienza, per la sua ricchezza, ma soprattutto per la sua ipocrisia. Tutti sapevano che certi affari si facevano con l’aiuto della mafia, ma nessuno lo diceva apertamente.
Tutto era elegante, civilizzato, ben vestito. L’ingegner Andreotti mi ricevette nel suo ufficio con vista sul Duomo. Era un uomo sui 50 anni, calvo, con occhiali spessi e un sorriso nervoso. “Allora lei è il rappresentante dei nostri amici siciliani”, mi disse stringendomi la mano con poca convinzione. “Sono qui per discutere di affari”.
Naturalmente, naturalmente. Ecco, vede, noi abbiamo certi progetti nel Mezzogiorno che richiedono, come dire, una gestione particolare del territorio. Mi spiegò che la sua società aveva vinto l’appalto per la costruzione di una diga in provincia di Agrigento, un progetto da 20 miliardi di lire, una cifra che mi fece girare la testa, ma c’erano problemi.
I terreni da espropriare, le proteste degli ambientalisti, la resistenza di alcuni amministratori locali. Abbiamo bisogno che questi problemi spariscano”, disse. E in cambio? In cambio i vostri amici avranno il 20% di tutti i subappalti, più una percentuale sui materiali, più certe facilitazioni per altre operazioni. Feci rapidamente i calcoli.
Stavamo parlando di miliardi, non di milioni. Era un salto di qualità che mi fece capire perché l’uomo elegante aveva parlato di nuove opportunità. “Deve parlarne con i suoi superiori?” chiese l’ingegnere. No, risposi, i miei superiori sanno già tutto e infatti sapevano. Quando tornai a Palermo, don Peppino mi stava aspettando con un sorriso che non gli vedevo da anni.
Allora, com’è andata? Bene, molto bene. Lo immaginavo. È solo l’inizio, Salvatore. È solo l’inizio. La rete si allarga. Nei mesi successivi viaggiai spesso. Roma, Napoli, Torino, Genova, ovunque c’erano amici che avevano bisogno dei nostri servizi, imprenditori che volevano eliminare la concorrenza, politici che avevano bisogno di voti, funzionari che dovevano far sparire certe pratiche e ovunque, dietro questi amici c’era sempre la stessa ombra.
L’uomo elegante che avevo visto alla riunione del 73 non si faceva mai vedere direttamente, ma la sua presenza si sentiva sempre. Era lui che decideva quali affari fare e quali rifiutare, quali politici appoggiare e quali eliminare, quali territori conquistare e quali lasciare in pace. Come fa a sapere tutto? Chiesi una volta a don Peppino.
A occhi ovunque, nei ministeri, nelle banche, nei giornali, nelle questure non c’è posto dove non possa guardare. Ma chi è veramente? È il potere Salvatore, il potere vero, quello che non ha bisogno di mostrarsi perché sa che tutti lo rispettano. Iniziai a capire che la Cosa Nostra non era più un’organizzazione criminale tradizionale, era diventata un servizio, un servizio che forniva violenza, corruzione, intimidazione e silenzio a chi se li poteva permettere.
E il nostro cliente principale era lo Stato italiano. Il primo grande colpo, l’anno del mio primo grande successo, ma anche l’anno in cui iniziai a capire veramente chi comandava. La Regione Siciliana aveva bandito un concorso per la costruzione del nuovo ospedale di Catania, un appalto da 50 miliardi, il più grande mai assegnato nell’isola.
Ufficialmente partecipavano sei aziende. Ufficiosamente c’era già un vincitore designato, lail sud di Milano, la società dell’ingegnere Andreotti che avevo conosciuto due anni prima. Il mio compito era semplice, convincere le altre cinque aziende a ritirare le loro offerte. Come? Chiesi a don Peppino, con le buone o con le cattive? Ma l’edil sud deve vincere.
Perché è così importante? Perché lo vuole lui. Iniziai dalle buone, incontrai i rappresentanti delle aziende concorrenti e spiegai loro educatamente che sarebbe stato meglio per tutti se si fossero ritirate dalla gara. Offrivo compensazioni, subappalti in altre opere, facilitazioni per futuri progetti, protezione per i loro cantieri.
Quattro aziende accettarono senza problemi, ma la quinta, una società romana guidata da un ingegnere testardo di nome Marcello Cosentino, si rifiutò categoricamente. “Non mi faccio intimidire dalla mafia” mi disse durante il nostro incontro in un hotel di Catania. Ho vinto questo appalto, onestamente e intendo portarlo a termine.
Ingegnere, lei non capisce la situazione. Capisco benissimo. Voi volete che io rinunci a un lavoro legittimo per favorire i vostri amici, ma io non ci sto. Provai a ragionare con lui, a spiegargli che certi meccanismi erano più grandi di noi, che certe decisioni erano già state prese a livelli molto più alti del nostro, ma l’uomo era irremovibile.
Farò ricorso in tribunale, andrò sui giornali, ne parlerò in parlamento se necessario, ma non cedo al ricatto. Tornai a Palermo con la coda tra le gambe. Don Peppino non fu contento. Gli hai spiegato bene la situazione? Gli ho spiegato tutto, ma non vuole sentire ragioni. Allora dovremo passare alle cattive. Cosa vuol dire? Vuol dire che l’ingegner cosentino avrà un incidente.
Un incidente mortale? Dipende da quanto è testardo, ma prima che potessimo organizzare qualsiasi cosa, successe qualcosa di imprevisto. Cosentino ritirò spontaneamente la sua offerta. Da un giorno all’altro, senza spiegazioni, comunicò alla Regione che la sua azienda non era più interessata al progetto.
“Com’è possibile?” chiesi a don Peppino. “È possibile perché qualcuno gli ha fatto capire che era meglio così”. “Chi? Chi credi?” “Lui?” Non capivo. Noi non avevamo fatto niente a Cosentino. Non lo avevamo minacciato, non avevamo bruciato i suoi cantieri, non avevamo toccato la sua famiglia, eppure l’uomo aveva rinunciato. La spiegazione arrivò qualche settimana dopo, quando lessi sui giornali che l’azienda di Cosentino era finita sotto inchiesta della Guardia di Finanza per evasione fiscale.
L’inchiesta era durata esattamente 3 giorni e si era conclusa con una multa salata e la sospensione di tutte le licenze dell’azienda. Improvvisamente capì, il potere vero non aveva bisogno di ammazzare nessuno. Gli bastava fare una telefonata, spostare una pratica, accelerare un’indagine. Il potere vero controllava non solo i criminali, ma anche chi doveva combattere i criminali.
“Ora capisci”, mi disse don Peppino quando gli raccontai le mie riflessioni. Comincio a capire. Lui non ha bisogno di noi per uccidere, ha bisogno di noi per cose più importanti, per essere la faccia visibile del potere, per essere quelli che la gente teme mentre lui rimane nell’ombra. E noi cosa ci guadagniamo? Soldi, rispetto, protezione e soprattutto la possibilità di continuare a esistere.
L’appalto dell’ospedale fu assegnato alle Deilsud senza sorprese. Io ricevetti la mia percentuale, 200 milioni di lire, più soldi di quanti ne avessi mai visti. Ma quello che mi colpì di più fu l’efficienza dell’operazione. Nessuna violenza, nessun sangue, nessun rumore, solo una telefonata nel posto giusto al momento giusto.
Era questo il nuovo modo di fare le cose, era questa la nuova cosa nostra e io stavo diventando uno dei suoi interpreti migliori. La promozione don Peppino aveva 70 anni e la salute cagionevole. Durante una riunione di famiglia annunciò la sua decisione di ritirarsi. Salvatore mi disse davanti a tutti, “tu sarai il nuovo capo.
Hai dimostrato di capire come va il mondo. Hai dimostrato di saper fare affari senza sporcarti troppo le mani. Sei il futuro.” Diventai capofamiglia a 29 anni. Ero il più giovane boss della Sicilia occidentale e anche uno dei più ricchi. Controllavo il porto di Palermo, avevo interessi in una dozzina di aziende del nord e gestivo una rete di corruzione che si estendeva da Trapani a Messina, ma soprattutto ora avevo accesso alle riunioni riservate ai veri capi.
Le riunioni dove si decidevano le strategie, dove si pianificavano le operazioni più importanti, dove si incontravano i rappresentanti del potere invisibile. Fu durante una di queste riunioni che conobbi Totò Riina, l’incontro con il futuro capo dei capi. Villa San Martino delle Scale, novembre 1980. Una delle proprietà più esclusive dei monti.
Palermitani, nascosta tra uliveti secolari e protetta da mura alte 3 m. La villa apparteneva ufficialmente a un avvocato di Palermo, ma in realtà era uno dei luoghi di ritrovo preferiti dai capi mafia per le riunioni più delicate. Quella sera eravamo in 12. I boss più potenti della Sicilia occidentale, Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti, Michele Greco, Bernardo Provenzano e poi c’era lui, Salvatore Rina Totò, il capo dei corleonesi.
L’avevo già sentito nominare, naturalmente. Tutti sapevano che i corleonesi stavano diventando sempre più aggressivi, che stavano espandendo il loro territorio, che non rispettavano le vecchie regole di convivenza tra famiglie. Ma vederlo di persona fu diverso. Rina era un uomo piccolo, tozzo, con gli occhi piccoli e nervi.
Vestiva male, parlava con l’accento contadino, aveva le mani ruvide di chi aveva lavorato la terra. Niente di impressionante, niente che facesse pensare al futuro capo dei capi. Eppure, quando parlava tutti lo ascoltavano, non per rispetto, ma per paura. La situazione sta cambiando”, disse quella sera, guardando fisso Michele Greco che presiedeva la riunione.
“Icchi metodi non funzionano più. Troppi compromessi, troppa diplomazia, troppa gentilezza. È ora di prendere decisioni forti”. “Che tipo di decisioni?” chiese Bontade, il tipo di decisioni che eliminano i problemi alla radice. La tensione nella stanza era palpabile. Tutti sapevano che Rina stava parlando di guerra, non la guerra tradizionale tra famiglie rivali, ma qualcosa di più sistematico, l’eliminazione fisica di chiunque si opponesse al nuovo corso della Cosa Nostra.
Totò! Intervenne Provenzano con la sua voce sempre calma. La violenza porta attenzione, l’attenzione porta problemi. La violenza porta rispetto, replicò Rina. E il rispetto porta obbedienza. Fu allora che lui entrò nella stanza. L’uomo elegante che avevo visto anni prima era invecchiato, ma la sua presenza era ancora magnetica. Si sedette senza dire una parola e immediatamente tutti tacquero.
Anche Rina smise di parlare e abbassò lo sguardo. Signori disse l’uomo con la sua voce sempre calma. Ho sentito la vostra discussione. È interessante, ma irrilevante. Come irrilevante? Chiese Michele Greco. Irrilevante perché le decisioni strategiche non si prendono qui, si prendono altrove. Voi eseguite, non decidete. Rina alzò la testa.
E chi decide se posso saperlo? L’uomo lo guardò con quegli occhi freddi che avevo imparato a conoscere. Decidono quelli che hanno qualcosa da perdere davvero, quelli che muovono miliardi, non milioni, quelli che pensano a decenni, non a mesi. E noi cosa siamo? Voi siete i nostri strumenti. Strumenti preziosi, utili, ma pur sempre strumenti.
Il silenzio che seguì fu glaciale. Nessuno osava muoversi, nessuno osava respirare troppo forte. Era la prima volta che qualcuno diceva apertamente quello che tutti sapevamo. Non eravamo i padroni di niente, eravamo solo i gestori di un potere che apparteneva ad altri. Il prossimo anno, continuò l’uomo, ci saranno cambiamenti importanti a livello nazionale e internazionale.
Le vostre organizzazioni dovranno adattarsi, evolversi, diventare più efficienti. Che tipo di cambiamenti? chiesi io. Cambiamenti che richiederanno più disciplina, più coordinamento, meno iniziative personali e più obbedienza agli ordini. Si alzò, si avvicinò alla finestra che dava sui monti. Alcuni di voi si adatteranno, altri no.
E quelli che non si adatteranno? Chiese Badalamenti. Saranno sostituiti. Se ne andò senza aggiungere altro, lasciando nella stanza un’atmosfera di gelo. Per lunghi minuti nessuno parlò. Alla fine Michele Greco si schiarì la gola. Signori, mi sembra che il messaggio sia chiaro. Chiarissimo disse Rina, ma nel suo tono c’era qualcosa che non mi piacque, una rabbia trattenuta, un orgoglio ferito.
Quella notte, uscendo dalla villa, Rina mi si avvicinò. Salvatore, tu sei giovane, hai tempo per imparare? Imparare cosa? che esistono due tipi di potere: quello che si vede e quello che non si vede. Lui rappresenta quello che non si vede, ma anche quello che non si vede ha dei punti deboli. Quali punti deboli? Ha bisogno di noi, più di quanto voglia ammettere.
mi strinse il braccio con una forza sorprendente. Un giorno forse scopriremo quanto ha bisogno di noi e quel giorno i rapporti di forza potrebbero cambiare. Non capì subito cosa intendesse. Solo anni dopo, quando Rina iniziò la sua scalata al potere assoluto, compresi che quella sera aveva già iniziato a pianificare la sua ribellione non contro lo Stato, non contro i magistrati, non contro le famiglie rivali, contro lui, contro l’ombra.

I primi segni della guerra 1981-1982, gli anni in cui tutto iniziò a precipitare. All’inizio furono episodi isolati, apparentemente scollegati. Un capo famiglia trovato morto nella sua auto, un altro scomparso nel nulla, un terzo ucciso durante una battuta di caccia. Ma chi conosceva i meccanismi interni della Cosa Nostra capiva che dietro questi omicidi c’era una strategia precisa.
Riina stava eliminando tutti quelli che potevano opporsi alla sua ascesa. Il primo colpo grosso fu l’assassinio di Stefano Bontade nel maggio dell’81. Bontade era uno dei boss più potenti e rispettati di Palermo, un uomo che rappresentava la vecchia guardia, quella che preferiva la diplomazia alla violenza.
La sua morte mandò un messaggio chiaro. I tempi erano cambiati. Perché l’hanno ammazzato? Chiesi a don Peppino che, nonostante il ritiro, continuava a essere il mio consigliere più fidato, perché voleva mantenere i vecchi equilibri e i vecchi equilibri non servono più. A chi non servono? A Riina? A chi sta sopra Rina? Ma lui non aveva detto che la violenza porta problemi.
Don Peppino mi guardò con un’espressione strana. Salvatore, tu credi ancora che lui sia contrario alla violenza? Non è quello che ha sempre detto. Lui è contrario alla violenza? inutile. Ma questa violenza non è inutile. Serve a riorganizzare la cosa nostra secondo le sue direttive. Cominciai a capire, la guerra non era una ribellione di Riina contro il potere invisibile, era uno strumento del potere invisibile per riorganizzare la cosa nostra.
Riina non stava conquistando il comando, glielo stavano consegnando. “Ma perché proprio Riina?” chiesi. “Perché Riina è perfetto per quello che serve ora. è spietato, efficiente e soprattutto non ha scrupoli. I vecchi boss avevano ancora qualche residuo di onore, qualche limite che non volevano superare. Riina non ha limiti e questo è un bene.
È un bene per chi vuole trasformare la cosa nostra in una macchina perfetta, una macchina senza sentimenti, senza scrupoli, senza pietà. La conferma arrivò pochi mesi dopo, durante una riunione nella villa di Bagheria. C’eravamo solo io, Riina, Provenzano e altri quattro capi. Lui entrò come al solito, senza farsi annunciare.
Signori disse, “sono soddisfatto dei progressi. L’organizzazione si sta snellendo. Snellendo?” chiese uno dei capi. Si sta liberando degli elementi inutili, degli elementi che rallentavano il processo di modernizzazione. Riina sorrise. Era la prima volta che lo vedevo sorridere in presenza dell’uomo elegante. Eccellenza, stiamo facendo tutto quello che ci avete chiesto.
Lo so, Totò, e per questo meritate di essere ricompensati. Aprì la sua cartella e tirò fuori alcune fotografie. Le passò sul tavolo perché tutti potessimo vederle. erano foto di uomini politici, magistrati, poliziotti. Questi, disse, sono i vostri prossimi obiettivi. Guardai le foto con crescente stupore. Riconoscevo alcuni volti.
Un assessore regionale che si era sempre opposto a certi appalti, un magistrato che indagava sui traffici portuali, un commissario di polizia troppo onesto per i suoi stessi bene. “Tutti questi devono essere eliminati?” chiesi. Tutti questi sono diventati un problema per voi e per noi ma alcuni di questi sono persone importanti. La loro morte farà rumore.
Il rumore a volte serve disse l’uomo. A volte bisogna mandare messaggi forti per far capire a tutti come stanno le cose. Rina raccolse le foto. Quando? Nei prossimi 6 mesi. Uno alla volta, con calma, senza fretta, ma tutti. E se qualcuno di noi si rifiuta? L’uomo lo guardò con quell’espressione che avevo imparato a temere.
Nessuno si rifiuterà, perché chi si rifiuta finisce nella prossima lista di foto. Quella notte tornai a casa con la sensazione che stessimo per varcare una soglia dalla quale non saremmo più tornati indietro. Non stavamo più uccidendo per difendere i nostri interessi o per mantenere il rispetto. Stavamo uccidendo per conto di qualcun altro, per servire interessi che non erano i nostri.
Stavamo diventando killer professionisti al servizio del potere. Ma il peggio doveva ancora venire. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, settembre 1982, il nome che avrebbe cambiato tutto. Il generale dalla chiesa era arrivato a Palermo come prefetto solo 4 mesi prima, ma aveva già dimostrato di non essere un burocrate qualunque.
Aveva esperienza, aveva metodi e soprattutto aveva una cosa che ci spaventava più di tutto. Aveva successo. I suoi uomini stavano smantellando le nostre reti una dopo l’altra. Non con rettate spettacolari, ma con indagini precise, mirate, chirurgiche. Era chiaro che qualcuno lo stava informando sui nostri meccanismi interni, sui nostri metodi, sui nostri punti deboli.
Ma quello che ci preoccupava di più erano le sue indagini sui flussi finanziari. Dalla Chiesa aveva capito che la nuova Cosa Nostra non si basava solo sulla violenza, ma soprattutto sui soldi e stava seguendo i soldi. È pericoloso disse Rina durante una riunione di emergenza. Troppo pericoloso. Ma è un prefetto, obiettai io.
Se lo ammazziamo ci scateneranno l’inferno addosso e se non lo ammazziamo ci arresta tutti. Dobbiamo parlarne con lui disse Provenzano. Una decisione così importante non la possiamo prendere da soli. L’incontro fu organizzato per la sera seguente nella solita villa di Bagheria, ma stavolta l’atmosfera era diversa, più tesa, più drammatica.
Tutti sapevamo che stava per essere presa una decisione che avrebbe cambiato la storia. Lui arrivò accompagnato da un altro uomo che non avevo mai visto, un tipo sui 50 anni, capelli grigi, vestito con un completo nero. Non si presentò, ma dalla differenza con cui l’uomo elegante lo trattava, capì che doveva essere qualcuno di molto importante.
Signori disse l’uomo elegante, abbiamo un problema serio. Il generale dalla chiesa sta diventando troppo efficace. È quello che stavamo dicendo”, disse Rina. “Bisogna fermarlo.” “Il problema” intervenne l’uomo in nero con voce tagliente. “Non è solo dalla chiesa. Il problema è quello che rappresenta.” Cosa rappresenta? Chiesi? Rappresenta un nuovo approccio nella lotta alla criminalità organizzata.
Un approccio che potrebbe essere imitato da altri, che potrebbe diventare standard, un approccio che potrebbe rovinare tutto quello che abbiamo costruito. L’uomo elegante annuì dalla chiesa non sta solo combattendo la mafia, sta combattendo il sistema che permette alla mafia di esistere e questo non possiamo permetterlo.
Quindi chiese Rina, quindi deve essere eliminato, ma l’operazione deve essere perfetta. Deve sembrare un atto di guerra della vecchia mafia, non un’operazione pianificata. Deve sembrare ferocia, non strategia. E dopo cosa succederà dopo? L’uomo in nero sorrise per la prima volta. Dopo arriverà la reazione, una reazione forte, dura, spettacolare.
Arresti, processi, condanne, ma saranno arresti mirati, processi controllati, condanne preventivate? Non capisco. Capirai, dalla chiesa morirà e con lui morirà anche la vecchia mafia, ma dalla sua ceneri nascerà qualcosa di nuovo, qualcosa di più efficace, di più controllabile, di più utile. L’operazione fu pianificata nei minimi dettagli, ma quello che mi colpì fu l’efficienza con cui vennero ottenute le informazioni sui movimenti di Dalla Chiesa.
Qualcuno dall’interno della prefettura stava passando notizie, qualcuno che sapeva tutto dei suoi spostamenti, delle sue abitudini, dei suoi programmi. Il 3 settembre 1982 il generale Carlo Alberto dalla Chiesa fu ucciso insieme alla moglie in via Carini. L’operazione fu perfetta dal punto di vista tecnico, ma disastrosa dal punto di vista delle conseguenze.
Come aveva previsto l’uomo in nero, la reazione dello Stato fu durissima, ma fuamente selettiva. Alcuni di noi finirono in galera, altri continuarono a operare indisturbati. Alcuni capi furono arrestati, altri sparirono opportunamente dalla circolazione. Era come se qualcuno stesse dirigendo anche la reazione dello Stato.
Era come se l’omicidio dalla Chiesa non fosse stato solo un crimine, ma anche l’inizio di una nuova fase, una fase in cui il confine tra mafia e antimafia sarebbe diventato sempre più sottile, una fase in cui l’ombra avrebbe preso definitivamente il controllo di tutto. Il prezzo del sangue 1983-1985. Gli anni più bui della mia vita.
Dopo l’omicidio dalla chiesa, la guerra divenne totale. Non più omicidi mirati, non più violenza chirurgica. Riina aveva iniziato a eliminare chiunque rappresentasse un ostacolo ai suoi piani e gli ostacoli erano centinaia. Io ero diventato uno dei suoi esecutori principali, non per scelta, ma per necessità.
In quella fase chi non dimostrava lealtà assoluta a Rina finiva morto e la lealtà si dimostrava con il sangue. Uccisi Michele Reina, il segretario democristiano che aveva iniziato a fare domande scomode sui finanziamenti ai partiti. Uccisi Pio La Torre, il deputato comunista che voleva una legge contro i patrimoni mafiosi. Uccisi decine di poliziotti, carabinieri, magistrati che stavano diventando troppo bravi nel loro lavoro, ma soprattutto uccisi altri mafiosi, boss che non accettavano il nuovo corso.
Soldati che mantenevano lealtà alle vecchie famiglie, capi che volevano mantenere l’autonomia dei loro territori. La Sicilia divenne un mattatoio. Ogni giorno c’erano morti, ogni settimana c’erano funerali, ogni mese c’erano vendette, ma dietro tutto quel sangue, dietro tutta quella violenza apparentemente insensata, c’era una logica precisa.
“Salvatore” mi disse don Peppino in uno dei nostri ultimi incontri prima che morisse di infarto nell’84. Tu lo sai perché stiamo ammazzando tutti? Perché Rina vuole il controllo totale. No, Riina è solo uno strumento. Stiamo ammazzando tutti perché qualcuno vuole ricominciare da capo. Cosa vuol dire ricominciare da capo? Vuol dire eliminare la vecchia Cosa Nostra e costruirne una nuova.
Una Cosa Nostra senza tradizioni, senza codici d’onore, senza legami con il territorio. Una cosa nostra che sia solo un’azienda criminale al servizio di chi paga di più. E chi paga di più? Chi credi? Lui sempre lui. Le parole di don Peppino mi rimasero in testa per mesi. Cominciai a guardarmi intorno con occhi diversi, a cercare di capire la logica dietro le nostre azioni e quello che vidi mi spaventò.
Non stavamo conquistando il potere, stavamo distruggendo tutto quello che la cosa nostra aveva rappresentato per 100 anni. le vecchie famiglie, le tradizioni, i codici d’onore, i legami territoriali, tutto stava andando in frantumi e dai frantumi stava nascendo qualcosa di completamente diverso, il summit di Villa Igea novembre 1985, l’incontro che avrebbe cambiato tutto.
Villa Igea era uno degli alberghi più lussuosi di Palermo, frequentato da politici, imprenditori e turisti stranieri, un posto dove la mafia ufficialmente non metteva mai piede. Eppure quella sera di novembre nella suite presidenziale dell’ultimo piano si tenne una delle riunioni più importanti della storia della Cosa Nostra.
Eravamo in Otto. Riina che ormai tutti riconoscevano come il nuovo capo supremo. Provenzano il suo braccio destro. Io e altri quattro capi che avevamo dimostrato lealtà assoluta al nuovo corso e naturalmente lui, ma stavolta non era solo. Con lui c’erano tre persone che cambiarono la mia percezione di quello che stavamo vivendo.
Il primo era un uomo sui 60 anni, elegantissimo, che parlava con un leggero accento straniero. Quando si presentò disse semplicemente: “Sono un rappresentante di certi interessi internazionali”. Il secondo era una donna sulla quarantina bionda, vestita con uno taglior nero che doveva costare più di quanto la mia famiglia guadagnava in un anno.
“Io rappresento certi fondi di investimento” disse con voce fredda. Il terzo era il più sorprendente, un alto funzionario dello Stato italiano che avevo visto diverse volte sui giornali. Non farò il nome perché è ancora vivo e potente, ma la sua presenza in quella stanza mi fece capire fino a che punto arrivava la rete di connivenze.
“Signori, iniziò l’uomo elegante. È arrivato il momento di parlare del futuro”. “Quale futuro?” chiese Rina. “Il futuro della vostra organizzazione e il futuro dell’Italia?” La donna bionda aprì una cartella e tirò fuori alcuni documenti. “Nei prossimi anni l’Europa cambierà. Ci sarà un mercato unico, una moneta unica, leggi comuni.
L’Italia dovrà adattarsi a questi cambiamenti. E noi cosa c’entriamo? Chiesi. Voi c’entrate perché sarete uno degli strumenti di questo adattamento rispose l’uomo straniero. L’Italia ha bisogno di flessibilità nel lavoro, negli appalti, nella gestione del territorio e voi fornite questa flessibilità. Il funzionario statale si alzò, si avvicinò alla finestra che dava sul porto.
La Sicilia diventerà un punto strategico per i traffici mediterranei, petrolio, gas, merci, capitali, ma anche per altri tipi di traffici. Che tipo di traffici? chieser Rina con interesse. Droga, armi, persone, tutto quello che l’Europa ufficiale non può gestire direttamente. La donna bionda sorrise. Naturalmente questi traffici dovranno essere gestiti in modo professionale, senza troppo rumore, senza troppa violenza, senza troppa attenzione.
E come si fa? chiese Provenzano. “Si fa eliminando gli elementi incontrollabili”, rispose l’uomo elegante, “e integrando quelli controllabili in una struttura più ampia”, mi spiegarono in quelle tre ore di riunione i piani per i prossimi 10 anni. La cosa nostra siciliana sarebbe diventata parte di una rete criminale internazionale che si estendeva dalla Calabria, alla Bulgaria, dalla Turchia al Messico, una rete che gestiva traffici per migliaia di miliardi, che riciclava denaro attraverso banche di mezzo mondo, che corrompeva politici in
decine di paesi. Il vostro ruolo, disse la donna bionda, sarà quello di fornire servizi specializzati, eliminazioni mirate, intimidazioni, controllo del territorio, riciclaggio di denaro sporco e in cambio, chiese Rina, in cambio avrete accesso a mercati che non potete nemmeno immaginare e soprattutto avrete protezione.
Che tipo di protezione? L’uomo elegante sorrise. La protezione di chi controlla davvero le cose, magistrati, poliziotti, politici, giornalisti, tutti quelli che potrebbero crearvi problemi. E se qualcuno non si lascia controllare? Qualcuno che non si lascia controllare non rimane in circolazione a lungo. Quella notte compresi finalmente la verità.
Non stavamo semplicemente uccidendo per conquistare il potere in Sicilia, stavamo uccidendo per diventare il braccio armato di un potere globale, un potere che non aveva volto, che non aveva nazionalità, che non aveva ideologia, un potere che esisteva solo per moltiplicare se stesso e noi eravamo i suoi soldati.
Dopo la riunione di Villa Igea, tutto cambiò radicalmente, non solo i metodi, ma anche gli obiettivi. Non stavamo più combattendo per il controllo di Palermo o della Sicilia. Stavamo costruendo un impero che si estendeva dall’America Latina all’Europa orientale. Io diventai quello che loro chiamavano un coordinatore intercontinentale, un termine pomposo per dire che gestivo i rapporti tra la Cosa Nostra Siciliana e le altre organizzazioni criminali del mondo.
Viaggiavo continuamente Colombia per la cocaina, Turchia per l’eroina, Stati Uniti per il riciclaggio di denaro, Svizzera per i paradisi fiscali. Ma fu durante questi viaggi che cominciai a capire le vere dimensioni di quello che stavamo servendo. Bogotà, Colombia, marzo 1987. Il mio primo viaggio in Sud America fu un’esperienza che mi cambiò per sempre.
Ero andato a negoziare un accordo con il cartello di Medellin per l’importazione di cocaina in Europa. Ufficialmente dovevo incontrare il luogo tenenti di Pablo Escobar. In realtà mi ritrovo
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