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Poteva fermare Totò Riina… ma ha scelto l’errore peggiore della sua intera vita. Fine! Per sempre.

Per comprendere la portata dell’errore di Stefano Bontade, dobbiamo tornare alla Palermo della fine degli anni 70. La città stava vivendo una metamorfosi economica e criminale senza precedenti, trainata dal traffico internazionale di eroina. Era l’era della Pizza Connection, un canale immenso che collegava la Sicilia agli Stati Uniti, inondando le casse delle famiglie palermitane con fiumi di denaro.

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Al vertice di questo impero illegale sedeva Stefano Bontade, soprannominato il principe di Villa Grazia. Egli frequentava l’alta borghesia, aveva rapporti stretti con la politica e si muoveva con la disinvoltura di un nobile. Questa sua condizione, unita a una ricchezza apparentemente illimitata, creò attorno a lui una bolla di onnipotenza.

Bontade e i suoi alleati, come Salvatore Inserillo, erano convinti che nessuno avrebbe mai potuto sfidare il loro potere consolidato. Mentre l’aristocrazia palermitana si godeva la sua epoca d’oro, a Corleone si muoveva una forza diversa, mossa da una fame di potere assoluta e priva di scrupoli. A guidare i corleonesi c’era Totori Ina, affiancato da Bernardo Provenzano.

Nel linguaggio dei salotti di Palermo i corleonesi venivano chiamati con disprezzo viddani, termine dialettale che significa contadini. Questo appellativo racchiudeva un profondo giudizio di classe. Per Bontade e i suoi associati i corleonesi erano rozzi, ignoranti e incapaci di comprendere i complessi meccanismi della finanza o della diplomazia politica.

Erano visti come pura manovalanza violenta, utile per i lavori sporchi, ma del tutto inadeguata a guidare Cosa Nostra. Questa colossale sottovalutazione basata sul pregiudizio si rivelerà il più grande errore strategico della criminalità organizzata, un vuoto di analisi in cui Riina seppe inserirsi con spietata intelligenza tattica.

La minaccia dei corleonesi, tuttavia non era invisibile. Giuseppe di Cristina, capo della famiglia di Riesi, fu il primo a comprendere il reale pericolo. Di Cristina operava in un territorio di frontiera e vedeva da vicino la strategia letale con cui Totò Riina stava estendendo la sua influenza. Rina non cercava il dialogo, eliminava sistematicamente, spesso in modo anonimo o attribuendo le colpe ad altri, chiunque potesse ostacolarlo.

Di Cristina capì che i corleonesi stavano portando avanti una silenziosa guerra di logoramento volta a svuotare le famiglie palermitane dall’interno prima di attaccare. Con una lucidità quasi disperata, cercò di scuotere i vertici palermitani. si recò più volte a Palermo per incontrare Bontade, pronunciando parole che oggi risuonano come un avvertimento agghiacciante.

I contadini sono ormai arrivati alle porte di Palermo. Dovete svegliarvi prima che sia tardi. L’allarme lanciato da Di Cristina non era una speculazione teorica, ma poggiava su elementi operativi concreti. Insieme ad altri esponenti contrari all’espansione corleonese, come i fratelli Grado di Cristina aveva elaborato un piano dettagliato ed efficace.

Avevano studiato minuziosamente gli spostamenti di Totori, che in quel periodo era latitante ma si muoveva sul territorio. Gli uomini di Di Cristina avevano individuato i luoghi esatti in cui Riina si nascondeva e i suoi percorsi abituali. Avevano le armi pronte, i tiratori scelti posizionati e la logistica pianificata.

Mancava solo un elemento per far scattare l’operazione e l’autorizzazione ufficiale di Stefano Bontade, il capo che doveva dare il via libera politico all’eliminazione di un membro della commissione. Se Bontade avesse pronunciato quel sì, Totò Riina sarebbe stato eliminato molto prima di poter scatenare la sua offensiva. Questo capitolo ci offre una profonda opportunità di riflessione educativa e sociologica.

Spesso crediamo che i grandi cambiamenti storici siano inevitabili, ma la verità è che la storia è determinata da decisioni individuali, bivi cruciali in cui la psicologia dei singoli attori decide il destino di una nazione. L’incapacità di Bontade di ascoltare di Cristina non fu dovuta a mancanza di informazioni, ma a una cecità mentale causata dall’arroganza del potere.

Egli era così convinto della propria superiorità sociale e della stabilità delle regole vigenti da non concepire che un avversario potesse distruggere l’intero sistema pur di vincere. Secondo voi l’atteggiamento di Bontade dimostra come il successo economico possa accecare i leader di fronte ai reali mutamenti della realtà.

Condividete le vostre riflessioni nei commenti, contribuendo a creare un dibattito costruttivo su una delle pagine più complesse del nostro passato. Nel prossimo capitolo analizzeremo la tragica risposta di Bontade a questa proposta. Quando gli venne presentata la possibilità concreta di fermare Totò Rina, Stefano Bontade pronunciò quella frase che sarebbe passata alla storia come l’emblema di un’imperdonabile miopia strategica.

Lascialo correre questo Viddanù, tanto da qui deve passare. Queste parole, riferite successivamente dai più importanti collaboratori di giustizia nei tribunali, non erano un semplice commento di circostanza. Rappresentavano la sintesi perfetta del pensiero di un uomo che si riteneva al di sopra di ogni minaccia.

Nel dialetto siciliano dell’epoca, Viddano non era solo un riferimento al lavoro nei campi, ma un insulto mirato a definire qualcuno privo di finezza, di cultura e di visione a lungo termine. Bontade pensava davvero che Riina fosse una figura minore, un elemento rozzo e provinciale che prima o poi si sarebbe dovuto piegare alla superiorità finanziaria e logistica di Palermo.

Nella sua mente, qualunque ricchezza o potere i corleonesi avessero accumulato, avrebbero comunque dovuto passare da Palermo per riciclare il denaro, per ottenere i contatti politici e per gestire le rotte internazionali. Ma dietro questa arroganza c’era anche un errore logico strutturale che merita un’analisi approfondita.

Bontade era un profondo sostenitore delle regole formali di Cosa Nostra. credeva ciecamente nel ruolo della commissione, l’organo supremo istituito proprio per garantire la pace interna e l’equilibrio tra i vari mandamenti. Per Bontade, ordinare la morte di un capo influente senza una delibera collettiva o una motivazione formalmente accettata dall’intera cupola sarebbe stato un atto intollerabile, in grado di destabilizzare l’intero sistema che garantiva la sua stessa ricchezza.

Egli riteneva che le regole formali dell’organizzazione fossero uno scudo sufficiente a proteggerlo. Nella sua ottica aristocratica il rispetto per la gerarchia e per la tradizione mafiosa era una garanzia universale. Bontade non riusciva a concepire che qualcuno potesse avere l’audacia di ignorare completamente quel codice per scatenare una guerra di sterminio totale.

Questa sua rigidità burocratica e formale lo portò a trattare una minaccia di morte asimmetrica con gli strumenti di una diplomazia interna ormai obsoleta. Totori Ina, al contrario, aveva capito perfettamente la debolezza intrinseca di questo sistema di pensiero. Per il boss di Corleone la commissione non era un’istituzione da rispettare, ma uno straordinario velo di fumo dietro cui nascondere le proprie mosse reali.

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