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Ex boss della Cosa Nostra CONFESSA: LA MANO NASCOSTA NON ERA Totò Riina

Tutto iniziò in una di quelle serate di luglio, quando l’aria è così calda che sembra di respirare fuoco. Avevo 17 anni e credevo che il mondo mi dovesse tutto. Mio padre, Calogero Messina faceva il pescivendolo al mercato della Vucciria e mia madre cuciva vestiti per le signore del centro.

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Eravamo poveri ma onorati, o almeno così credevo. La sera che cambiò la mia vita, stavo tornando a casa dalla bottega di mio zio, dove aiutavo a riparare reti da pesca per poche lire. Vicolo dei Coltellieri era buio come sempre, illuminato solo dalla luce fioca che filtrava dalle finestre. Fu allora che senti le voci.

Calogero, tu ci devi 100.000 lire e le vuoi entro domattina. Ma io non ce l’ho questi soldi, don Peppino. Il pesce non si vende, la gente non ha una lira. Non sono fatti miei. Tu hai preso i soldi dalla cassa comune per pagare l’ospedale di tua moglie. Nobile gesto, ma i soldi vanno restituiti. Mi fermai nell’ombra.

Don Peppino Impastato era uno dei capi del quartiere, uno di quelli che la gente rispettava e temeva in egual misura. Mio padre gli stava di fronte con la schiena curva e le mani che tremao. Don Peppino, vi prego, datemi tempo, una settimana, due. Calogero, tu sai come funziona. Chi non paga insegna agli altri cosa succede a chi non paga.

Fu allora che uscì dall’ombra. Non so cosa mi spinse. Orgoglio giovanile, stupidità, rabbia, forse tutte e tre insieme. Lasciate stare mio padre, dissi con voce che cercava di sembrare sicura. Don Peppino si voltò verso di me. Era un uomo sui 50 anni, basso e tarchiato, con gli occhi piccoli e freddi come quelli di un pesce.

Sorrise, ma non era un sorriso gentile. Ecco il figlio Salvatore, vero? Il pesciolino vuole fare il pesce grosso. Non voglio fare niente, voglio solo che lasciate stare mia famiglia. E cosa fai se non ti ascolto? Mi denunci ai carabinieri? rise e con lui ridacchiarono gli altri tre uomini che lo accompagnavano. Ma io non risi. Ero giovane, ma non stupido.

Sapevo che certi debiti non si pagano ai carabinieri. Vi propongo una cosa dissi. Io lavoro per voi finché il debito non è saldato. Faccio quello che volete, vado dove dite voi, ma mio padre lo lasciate in pace. Don Peppino smise di ridere. mi studiò a lungo, come se stesse valutando il prezzo di un tonno al mercato.

Sai cosa vuol dire lavorare per noi, ragazzo? Lo so. No, non lo sai, ma lo imparerai. E così quella notte diventai un uomo d’onore, o meglio, iniziai il percorso per diventarlo. Non sapevo che stavo entrando in un mondo dove l’onore era solo una parola vuota, dove la lealtà si comprava e si vendeva come il pesce al mercato, dove la verità aveva tante facce quante erano le persone che la raccontavano.

Non sapevo che stavo per diventare parte di una macchina più grande di me, più grande di don Peppino, più grande persino di Totò Rina, una macchina che aveva ingranaggi invisibili e che funzionava con l’olio del sangue. Il primo lavoro, due settimane dopo, don Peppino mi chiamò nel suo ufficio. Era una stanza sopra un bar di via Maqueda arredata con mobili pesanti e scuri che sapevano di naftalina e segreti.

Alle pareti foto di uomini morti e santi miracolosi. In quella stanza i confini tra sacro e profano si confondevano come nebbia al mattino. Salvatore mi disse versandosi un bicchiere di whisky scozzese. È arrivato il momento del tuo primo incarico mi spiegò la situazione. Un commerciante di stoffe del centro tale Gaetano Oliveri doveva dei soldi alla famiglia per la protezione del suo negozio, ma da tre mesi non pagava.

Era arrivato il momento di mandare un messaggio. Cosa devo fare? chiesi. Niente di drammatico. Vai da lui, gli ricordi che deve pagare e se insiste a non voler pagare, beh, il suo negozio potrebbe prendere fuoco per caso e se si rifiuta di pagare anche dopo l’incendio? Don Peppino mi guardò con occhi che sembravano quelli di un padre che spiega a un figlio come funziona il mondo.

Salvatore, nella vita ci sono due tipi di problemi: quelli che si risolvono con le parole e quelli che si risolvono con i fatti. Se le parole non bastano, si passa ai fatti. Che tipo di fatti? Quelli definitivi. Capi, o meglio, credetti di capire? Pensai che fosse tutto lì. Qualcuno non paga, lo minacci, se non paga ancora lo ammazzi.

Semplice, diretto, efficace. Non sapevo che anche quello era solo il primo strato di una realtà molto più complessa. Il negozio di Oliveri bruciò. Quella stessa notte. Non fu difficile. Benzina, un fiammifero e via. L’uomo pagò il giorno dopo, tremando come una foglia e giurando eterna fedeltà alla famiglia. “Bravo ragazzo” mi disse don Peppino quando gli portai i soldi.

“Hai capito subito come funziona il mondo”. Ma quella notte tornando a casa mi accorsi di una cosa strana. Durante l’incendio i vigili del fuoco erano arrivati in ritardo, molto in ritardo, e i carabinieri non erano arrivati per niente, come se qualcuno li avesse avvertiti di non disturbarsi, come se qualcuno da qualche parte avesse fatto una telefonata.

Le prime domande: Nei mesi successivi don Peppino mi affidò incarichi sempre più importanti. Recupero crediti, intimidazioni, qualche pestaggio per chi si dimostrava particolarmente testardo. Ero bravo nel mio lavoro, forse perché avevo fame di rispetto, forse perché la violenza mi veniva naturale, ma più lavoravo per la famiglia, più mi accorgevo di cose che non quadravano, perché alcuni commercianti non pagavano mai, ma nessuno li toccava.

Perché certi carabinieri sapevano sempre dove non dovevano guardare, perché quando arrivavano le retate alcuni di noi sparivano sempre prima che arrivassero le manette. Don Peppino! Gli chiesi una sera, come facciamo a sapere sempre quando arrivano i carabinieri? Perché qualcuno ce lo dice? Chi? Qualcuno che è meglio non conoscere? Era sempre la stessa risposta.

Qualcuno che era meglio non conoscere. Come se sopra di noi, sopra la famiglia, sopra don Peppino stesso, ci fosse un’altra famiglia, una famiglia invisibile, una famiglia che non si sporcava mai le mani, ma che decideva quando le altre famiglie dovevano sporcarsi le loro. L’iniziazione Avevo 20 anni quando don Peppino decise che ero pronto per il grande passo, l’iniziazione, il giuramento che mi avrebbe reso ufficialmente un uomo d’onore.

La cerimonia si tenne in una villa sulle colline di Monreale in una notte senza luna. Eravamo in 12, don Peppino, altri otto uomini della famiglia che non conoscevo bene io e un altro ragazzo della mia età, Calogero Brusca, che sarebbe diventato negli anni uno dei miei più cari amici e alla fine uno dei miei più temuti nemici.

La stanza era illuminata solo da candele. Al centro un tavolo con sopra una pistola, un coltello e l’immagine di un santo. Non ricordo quale santo fosse, ma ricordo i suoi occhi che sembravano guardarmi con disapprovazione. Don Peppino iniziò a recitare le parole del giuramento, parole antiche tramandate da generazioni di uomini che avevano scelto di vivere e morire secondo il codice dell’onore.

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