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LA STORIA DEL CAPO DEI CAPI SALVATORE RIINA

O sei incudine o sei martello. E Salvatore fin da piccoleri e penetranti,  osserva. Osserva i padroni, osserva il rispetto che genera la paura. Non va a scuola a lungo. Quinta elementare dirà lui stesso decenni dopo in un’aula di tribunale con quella voce chioccia che nascondeva l’abisso. Ma la sua educazione è un’altra.

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impara che le parole sono pericolose, che il silenzio è d’oro e che l’amicizia  in Sicilia è un vincolo più forte del sangue. Cresce in un’Italia che scivola verso il fascismo, ma Corleone il tempo sembra essere fermato. È un mondo di privazioni dove la fame morde lo stomaco e indurisce il cuore.

È qui, in questo nulla polveroso, che si forma il carattere di colui che un giorno sfiderà lo stato italiano. Non nasce mostro. Salvatore Rena  povero in una terra che non perdona la debolezza. Il destino a volte ha un senso dell’ironia crudele. È il 1943. Gli alleati sono sbarcati in Sicilia. La Seconda Guerra Mondiale sta ridisegnando il mondo, ma per la famiglia Rina la guerra si manifesta non con i grandi eserciti, ma con un residuato bellico, un oggetto di metallo freddo trovato nei campi. Giovanni  Rina, il padre,

il piccolo Francesco, il fratello minore di Totò, stanno cercando di aprirlo. Vogliano estrarre la polvere da sparo, recuperare il metallo.  In quella miseria nera anche una bomba inesplosa è una risorsa e pane da  mettere a tavola. Salvatore è lì vicino, guarda e poi il flash.

Un’esplosione uccide il padre e il fratello all’istante. Salvatore viene investito dallo spostamento d’aria,  ferito, ma resta vivo. A 13 anni in un solo istante, Salvatore Rina smette di essere un bambino, diventa il capo famiglia, si ritrova con una madre distrutta e dei fratelli minori da sfamare. Il dolore non lo piega, lo calcifica.

Quella bomba non gli ha portato via solo il padre, gli ha portato via ogni residuo di innocenza. Da quel momento la sua vita diventa una corsa contro la fame e contro il mondo. Non c’è spazio per la pietà. Rina inizia a guardarsi intorno e vede altri ragazzi come lui, figli di un dopoguerra feroce. Tra questi c’è un giovane magro, silenzioso, che sembra muoversi come un fantasma, Bernardo Provenzano.

I due legano subito, sono diversi.  Rina è irruento e aggressivo, vuole tutto e subito. Provenzano è calmo, riflessivo, un ragioniere del crimine. Insieme sono perfetti, cominciano con il furto di bestiame, il crimine tipico delle campagne. Ma non sono ladre comuni. C’è in loro una  determinazione che spaventa anche i più grandi.

Si muovono di notte, rubano grano, animali, macellano clandestinamente. La gente mormora  ma nessuno parla. Hanno paura di quei ragazzi. è l’apprendistato del crimine, ma a Corleone per fare carriera deve avere un protettore e il  protettore ha un nome preciso, un nome che incute terrore reverenziale. Il dottor Michele Navarra, medico condotto, direttore dell’ospedale,  presidente della Coltivatoria di Diretti e soprattutto capo indiscusso della mafia locale.

Navarra Notarina vede in quel contadino tarchiato una materia  grezza eccezionale. Fedeltà assoluta e nessuna esitazione a premere il grilletto. Rina entra nel giro che conta. Non è più un ladro di polli, è un uomo d’onore in divenire. Sotto l’ala di Michele Navarra, Salvatore Rina impara le regole del gioco.

Corleone nel dopoguerra è un laboratorio criminale. Qui la mafia non gestisce droga, gestisce voti, terra e lavoro.  Il 10 marzo 1948 Rina riceve il suo battesimo di fuoco ideologico, anche se il suo ruolo materiale rimarrà sempre avvolto nell’ombra dei fascicoli giudiziari.  Quella sera scompare Placido Rizzotto, sindacalista, partigiano, un uomo che aveva osato guardare in faccia i mafiosi e chiedere diritti per i contadini.

Viene rapito, ucciso e gettato  in una foiba, Rocca Busambra. A indagare su quella morte c’è un giovane capitano dei  carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Dalla Chiesa capisce subito che quei giovani, Liggio, Rina, Provenzano non sono semplice manovalanza, sono il nucleo di qualcosa di nuovo e terribile.

L’anno successivo, nel 1949, la violenza di Rina esplode per futili motivi. Durante una rissa uccide un coetaneo, Domenico Di Matteo. Non è un omicidio di mafia, è un atto di rabbia pura. Viene arrestato e condannato. Entra al lucciardone, il carcere di Palermo. Per un ragazzo di campagna varcare quella soglia è come entrare ad Harvard.

Il carcere per un mafioso non è un luogo di punizione, è un luogo di formazione. Lì dentro Rina incontra i boss della città, i palermitani, uomini eleganti che parlano un italiano corretto, che hanno contatti con la politica romana. Lo guardano dall’alto in basso, lo chiamano Viddano, contadino. Rina incassa, osserva, impara i rituali, le gerarchie, i segnali, ma dentro di sé cova un odio profondo per quella nobiltà criminale che lo disprezza.

Capisce che la mafia palermitana è diventata morbida, troppo legata ai soldi e alla bella vita. Lui invece non ha vizi. Lui ha solo la fame di potere. Quando esce dal carcere nel 1956, Salvatore Rina è un uomo trasformato. Ha capito che per vincere non serve essere ricchi, serve essere spietati. Torna a Corleone, ma non torna per servire Michele Navarra, torna per prendersi tutto.

Al suo fianco c’è Luciano Liggio, l’ambizioso luogo tenente che ha deciso di scalzare  il vecchio dottore. Si sta preparando un parricidio che cambierà la storia di Cosa Nostra. Il 2 agosto 1958 il sole a picco brucia le pietre di Prizzi. Sulla strada polverosa viaggia una Fiat 1100. A bordo c’è l’intoccabile, il dottor Michele Navarra.

Dalla boscaglia escono Luciano Liggio, Salvatore Rina e Bernardo Provenzano. Non c’è nessun avvertimento, i mitra sputano centinaia di proiettili. Navarra viene crivellato, il suo corpo diventa un colabrodo. In quel momento muore la vecchia mafia agraria e nasce la belva dei corleonesi. Ma uccidere il re non basta, bisogna sterminare la corte.

Quello che segue è una caccia all’uomo che dura 5 anni, una guerra civile combattuta casa per casa. I fedelissimi di Navarra vengano braccati come animali. Rina è il comandante sul campo, l’esecutore materiale. È qui che emerge la sua filosofia, quella che applicherà per tutto il resto della sua vita. La terra bruciata.

Non basta eliminare il nemico, bisogna eliminare la memoria del nemico. Bisogna scannarli tutti, diceva i suoi, fino al 20o grado di parentela. Non è un iperbole, è un metodo. Rince nel codice mafioso una ferocia che non conosce limiti etici. Se un uomo tradisce o si oppone, non paga solo lui, pagano i padri, i fratelli, i cugini, cominciando dai bambini di 6 anni, ripete Rina,  perché i bambini crescono e crescendo possono vendicarsi.

Corleone si svuota, la gente si chiude in casa terrorizzata. I corleonesi vincono perché non hanno regole, mentre gli altri mafiosi discutono di affari. Rina i suoi sparano. Alla fine degli anni 60 Luciano Liggio è il capo nominale, ma è spesso malato o in carcere. Il vero motore, la mente operativa è Totò.

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