O sei incudine o sei martello. E Salvatore fin da piccoleri e penetranti, osserva. Osserva i padroni, osserva il rispetto che genera la paura. Non va a scuola a lungo. Quinta elementare dirà lui stesso decenni dopo in un’aula di tribunale con quella voce chioccia che nascondeva l’abisso. Ma la sua educazione è un’altra.
impara che le parole sono pericolose, che il silenzio è d’oro e che l’amicizia in Sicilia è un vincolo più forte del sangue. Cresce in un’Italia che scivola verso il fascismo, ma Corleone il tempo sembra essere fermato. È un mondo di privazioni dove la fame morde lo stomaco e indurisce il cuore.
È qui, in questo nulla polveroso, che si forma il carattere di colui che un giorno sfiderà lo stato italiano. Non nasce mostro. Salvatore Rena povero in una terra che non perdona la debolezza. Il destino a volte ha un senso dell’ironia crudele. È il 1943. Gli alleati sono sbarcati in Sicilia. La Seconda Guerra Mondiale sta ridisegnando il mondo, ma per la famiglia Rina la guerra si manifesta non con i grandi eserciti, ma con un residuato bellico, un oggetto di metallo freddo trovato nei campi. Giovanni Rina, il padre,
il piccolo Francesco, il fratello minore di Totò, stanno cercando di aprirlo. Vogliano estrarre la polvere da sparo, recuperare il metallo. In quella miseria nera anche una bomba inesplosa è una risorsa e pane da mettere a tavola. Salvatore è lì vicino, guarda e poi il flash.
Un’esplosione uccide il padre e il fratello all’istante. Salvatore viene investito dallo spostamento d’aria, ferito, ma resta vivo. A 13 anni in un solo istante, Salvatore Rina smette di essere un bambino, diventa il capo famiglia, si ritrova con una madre distrutta e dei fratelli minori da sfamare. Il dolore non lo piega, lo calcifica.
Quella bomba non gli ha portato via solo il padre, gli ha portato via ogni residuo di innocenza. Da quel momento la sua vita diventa una corsa contro la fame e contro il mondo. Non c’è spazio per la pietà. Rina inizia a guardarsi intorno e vede altri ragazzi come lui, figli di un dopoguerra feroce. Tra questi c’è un giovane magro, silenzioso, che sembra muoversi come un fantasma, Bernardo Provenzano.
I due legano subito, sono diversi. Rina è irruento e aggressivo, vuole tutto e subito. Provenzano è calmo, riflessivo, un ragioniere del crimine. Insieme sono perfetti, cominciano con il furto di bestiame, il crimine tipico delle campagne. Ma non sono ladre comuni. C’è in loro una determinazione che spaventa anche i più grandi.
Si muovono di notte, rubano grano, animali, macellano clandestinamente. La gente mormora ma nessuno parla. Hanno paura di quei ragazzi. è l’apprendistato del crimine, ma a Corleone per fare carriera deve avere un protettore e il protettore ha un nome preciso, un nome che incute terrore reverenziale. Il dottor Michele Navarra, medico condotto, direttore dell’ospedale, presidente della Coltivatoria di Diretti e soprattutto capo indiscusso della mafia locale.
Navarra Notarina vede in quel contadino tarchiato una materia grezza eccezionale. Fedeltà assoluta e nessuna esitazione a premere il grilletto. Rina entra nel giro che conta. Non è più un ladro di polli, è un uomo d’onore in divenire. Sotto l’ala di Michele Navarra, Salvatore Rina impara le regole del gioco.
Corleone nel dopoguerra è un laboratorio criminale. Qui la mafia non gestisce droga, gestisce voti, terra e lavoro. Il 10 marzo 1948 Rina riceve il suo battesimo di fuoco ideologico, anche se il suo ruolo materiale rimarrà sempre avvolto nell’ombra dei fascicoli giudiziari. Quella sera scompare Placido Rizzotto, sindacalista, partigiano, un uomo che aveva osato guardare in faccia i mafiosi e chiedere diritti per i contadini.
Viene rapito, ucciso e gettato in una foiba, Rocca Busambra. A indagare su quella morte c’è un giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Dalla Chiesa capisce subito che quei giovani, Liggio, Rina, Provenzano non sono semplice manovalanza, sono il nucleo di qualcosa di nuovo e terribile.
L’anno successivo, nel 1949, la violenza di Rina esplode per futili motivi. Durante una rissa uccide un coetaneo, Domenico Di Matteo. Non è un omicidio di mafia, è un atto di rabbia pura. Viene arrestato e condannato. Entra al lucciardone, il carcere di Palermo. Per un ragazzo di campagna varcare quella soglia è come entrare ad Harvard.
Il carcere per un mafioso non è un luogo di punizione, è un luogo di formazione. Lì dentro Rina incontra i boss della città, i palermitani, uomini eleganti che parlano un italiano corretto, che hanno contatti con la politica romana. Lo guardano dall’alto in basso, lo chiamano Viddano, contadino. Rina incassa, osserva, impara i rituali, le gerarchie, i segnali, ma dentro di sé cova un odio profondo per quella nobiltà criminale che lo disprezza.
Capisce che la mafia palermitana è diventata morbida, troppo legata ai soldi e alla bella vita. Lui invece non ha vizi. Lui ha solo la fame di potere. Quando esce dal carcere nel 1956, Salvatore Rina è un uomo trasformato. Ha capito che per vincere non serve essere ricchi, serve essere spietati. Torna a Corleone, ma non torna per servire Michele Navarra, torna per prendersi tutto.
Al suo fianco c’è Luciano Liggio, l’ambizioso luogo tenente che ha deciso di scalzare il vecchio dottore. Si sta preparando un parricidio che cambierà la storia di Cosa Nostra. Il 2 agosto 1958 il sole a picco brucia le pietre di Prizzi. Sulla strada polverosa viaggia una Fiat 1100. A bordo c’è l’intoccabile, il dottor Michele Navarra.
Dalla boscaglia escono Luciano Liggio, Salvatore Rina e Bernardo Provenzano. Non c’è nessun avvertimento, i mitra sputano centinaia di proiettili. Navarra viene crivellato, il suo corpo diventa un colabrodo. In quel momento muore la vecchia mafia agraria e nasce la belva dei corleonesi. Ma uccidere il re non basta, bisogna sterminare la corte.
Quello che segue è una caccia all’uomo che dura 5 anni, una guerra civile combattuta casa per casa. I fedelissimi di Navarra vengano braccati come animali. Rina è il comandante sul campo, l’esecutore materiale. È qui che emerge la sua filosofia, quella che applicherà per tutto il resto della sua vita. La terra bruciata.
Non basta eliminare il nemico, bisogna eliminare la memoria del nemico. Bisogna scannarli tutti, diceva i suoi, fino al 20o grado di parentela. Non è un iperbole, è un metodo. Rince nel codice mafioso una ferocia che non conosce limiti etici. Se un uomo tradisce o si oppone, non paga solo lui, pagano i padri, i fratelli, i cugini, cominciando dai bambini di 6 anni, ripete Rina, perché i bambini crescono e crescendo possono vendicarsi.
Corleone si svuota, la gente si chiude in casa terrorizzata. I corleonesi vincono perché non hanno regole, mentre gli altri mafiosi discutono di affari. Rina i suoi sparano. Alla fine degli anni 60 Luciano Liggio è il capo nominale, ma è spesso malato o in carcere. Il vero motore, la mente operativa è Totò.
Ora che Corleone è loro, lo sguardo si sposta verso nord, verso le luci di Palermo. La città del cemento, degli appalti, dei miliardi. I viddani stanno scendendo dalle montagne e Palermo non ha idea dell’orrore che sta per bussare alle sue porte. Palermo, fine anni 70. La città vive un’euforia tossica. I soldi del traffico di eroina, la famosa pizza connection con gli Stati Uniti, inondano le casse delle famiglie mafiose.
A governare questa montagna di denaro c’è l’aristocrazia di Cosa Nostra. Il re indiscusso è Stefano Bontade, lo chiamano il falco oppure il principe di Villagraia. Bontade è un uomo affascinante, veste abiti di sartoria, frequenta i circoli nautici, stringe la mano a politici, massoni e imprenditori, guida una corrente moderata, borghese che vede la mafia come un’impresa silenziosa.
Al suo fianco c’è Salvatore Inzerillo, detto Totuccio, il re dei costruttori edili e signore del passo di Rigano. È lui che gestisce i rapporti con i cugini Gambino di New York. In questo salotto dorato Salvatore Rina e i corleonesi sono visti come intrusi. I palermitani li chiamano i viddani, i contadini.
Li considerano rozzi, ignoranti, gente con le scarpe sporche di terra che non sa stare a tavola. Bontade commette l’errore fatale della superbia, li sottovaluta, crede di poterli controllare, crede che Rina sia solo un braccio armato utile per i lavori sporchi. Non si accorge che Utu sta giocando una partita a scacchi su più livelli.
Mentre si mostra ossequioso e sottomesso nelle riunioni delle commissione, facendo la parte del pompiere, di colui che vuole la pace, Rina sta piazzando i suoi pedoni, infiltra i suoi uomini d’onore, fedelissimi solo a lui all’interno delle famiglie nemiche. Sono le tragedie, uomini che riportano a Rina ogni mossa, ogni parola, ogni debolezza di bontà de inzerillo.
Rina alimenta invidie, promette promozioni, corrompe i sottocapi dei palermitani. Sta costruendo un esercito invisibile dentro le mura della città nemica. Bontade si sente intoccabile, gira per Palermo con la sua Alfa Romeo, sicuro che nessuno oserebbe mai alzare un dito contro il principe, ma Corleone la logica è diversa.
Rena sa che in guerra non vince chi è più ricco o più elegante, vince chi spara per primo. E i corleonesi hanno deciso: l’aristocrazia deve morire per far nascere la dittatura. 23 aprile 1981 è il compleanno di Stefano Bontate. Compie 42 anni. Quella sera il principe ha festeggiato con amici e collaboratori. È rilassato.
Sale sulla sua Alfa Romeo Giulietta 2000 per ritornare a casa. Mentre percorre via Loi una strada stretta che porta verso la sua villa, rallenta un semaforo o a uno stop. Dall’oscurità emerge una moto. A bordo c’è Pino Greco, detto Scarpuzzetta, il killer prediletto di Rina, un uomo che uccide con la naturalezza con cui si beve un caffè, ma questa volta non usa una pistola e nemmeno la vecchia lupara.
In mano a un calascnico fa K47. È una novità assoluta. La mafia non aveva mai usato armi da guerra in città. È il segno che le regole sono cambiate. La raffica è devastante. Il volto di Stefano Bontade viene cancellato. Il principe muore sul colpo con la mano ancora sul volante, massacrato da quei contadini che disprezzava. La notizia corre veloce.
Palermo trema. Se hanno ucciso Bontade nessuno è al sicuro. Passano meno di 20 giorni, è l’11 maggio 1981. Il secondo obiettivo è Salvatore Inzerillo. Lui sa di essere nel mirino. Ha capito che è iniziata la caccia. Gira con un Alfa Romeo 178 blindata, convinto che i veti antreproiettile lo salveranno.
Si trova in via Brunelleschi, sotto casa di una delle sue amanti appena esce dal portone e sale in auto. I killer dei corleonesi entrano in azione. Anche qui la potenza di fuoco è militare. Il Kalashnikov perfora la blindatura come se fosse burro. Inzerillo viene criellato. Quando riportano la notizia a Rina, lui commenta con gelida da ironia.
Mischino non correva niente, poverino, non correva affatto. Con i due capi storici eliminati si scatena l’inferno. Non è una guerra, è una purga stalliniana. Rina ordina lo sterminio sistematico di chiunque fosse fedele a Bontà e inzerlo. È la mattanza. I cadaveri vengano trovati ogni mattina nei balgagliai nei fossi oppure non vengono trovati affatto inghiottiti dalla lupara bianca.
Cadono scappati quelli che tentano di fuggire in America. I parenti di Inzerillo vengano inseguiti fin negli Stati Uniti. Rina vuole il potere assoluto. La commissione provinciale viene epurata. Chi non si inchina a Corleone muore. In pochi mesi la mappa criminale della Sicilia viene riscritta col sangue.
I viddani hanno conquistato Palermo. Tentato di ucciderla a Palermo. >> Sì. >> E ce lo riferisce questo episodio? Come andò? >> Sì. Io facevo parte alla famiglia di Stefano Bontario. Eravamo circa 120 persone. All’81 e prima dell’81 hanno ammazzato Stefano Bontà. Dopo di Bontà hanno ucciso Inseril. Dopo di Inseril hanno ucciso quattro della nostra famiglia.
Dopo un giorno mentre io venivo da mio padre andavo verso casa, vedo una macchina. >> Ma era solo lei in quell? >> Io ero in macchina avevo un bambino e mio figlio si trovava in macchina con mia moglie. Mia moglie si trovava circa 500 m in un’altra macchina con mio figlio. In macchina mia avevo un ragazzino che era amico di mio figlio che voluto venire con me e allora mia moglie in circa 500 m avanti o dietro.
Ad un certo punto incontro una macchina che era un certo pieno d’angelo, uno della famiglia di corso di Cosso dei 1000 della famiglia marchese. Vedo questa nella borgata. dico che fa questo e vedo che io mentre camminava andava più piano. Io l’ho sopparso e questo si fa soppassare ci salutiamo. Arrivato a un certo punto che c’è un cavalcavia dalla via Cagulle in via Miro Giaver c’è un cavalcavia.
Mentre arrivo nel cavalcavia vedo un’altra macchina di là. Vedo c’è all’altezza del cavalcavia ci sono de tre fabbricati che abitavano un certo Enzo Buffa della famiglia di Michele Greco e lo vedo all’ultimo piano dietro i vedi e c’ha una radio ricevente tre vetten. Mentre io scendo dal ponte sulla mia sinistra c’è un giardino in questo cavalcavia.
Dietro il cancello c’era Mario Pris Felippo, figlioccio di Michele Greco. A questo punto vedo la macchina che è sorpasso, il D’Angelo e Pino e Enzo Buffa all’ultimo piano che io sono rialzato in questo via c’è sotto il palazzo c’è un garage ce più di un garage di una serie cinetta viene fuori una moto sopra questa moto c’è pieno greco messo dietro e l’ho chiese Giuseppe nipote di Masinare porta la moto e si dirigono verso di me.
Quando io me ne accorgo, siamo moto proprio mi viene a attaccare, diciamo, prova di fronte. Appena mi arrivano all’altezza della macchina mi aprono la prima raffica di Calashinov. Io subito riconosco i killer, va, i personaggi che portavano più altre macchine. Io mi butto dalla dalla macchina, mi abbasso sopra il bambino e la macchina l’abbandono.
Già in questo attimo loro mi hanno tirato la prima graffica di vin di Calashenov. La macchina prosegue senza la guida abbandonata, senza io guidarla. Non per fortuna non ho rotato nessuna macchina. Mi rialzo di nuovo e vedo che la moto sta per girare. Faccio circa una 350-200 m dal tragitto della prima traffica di mitra.
Blocco la macchina, cia c’ho il ragazzino ferito in macchina. Apro la porta sul destra della 127, faccio scendere il bambino, mi butto dalla macchina io e mi rimetto verso il davanti dalla macchina che c’ho il motore per essere più resistenti. Mentre loro già ritornavano con la moto mi tirano le accia raffiche. Io il bambino già se ne va, io rimango là.
Loro arrivano, mettono a tirare. La macchina è diventata butta buchi bugi. Quando loro arrivano all’altezza mia della propria macchina vanno per scendere. Io a questo punto ormai son morto, tiro fuori la mia 108 e gli metto a parare. Gli metto a parare. Piglio a Pino Greco che era quello che aveva calinof e lo colpivo.
A questo punto lui giubot proiettto è andato per terra. Andando per terra, le macchine che ne sono avanti che era una BMW e un golfi dietro che c’era Fifuzzo Merchese, Totò Cuguzza e tanti altri pigliano il ferito che sarebbe pieno al puzzello. Io a questo punto faccio circa 100 m e vedo tutto quello che succede dopo il mio attentato.
>> Mentre Rina massacra i suoi nemici, crea inconsapevolmente l’arma che lo distruggerà. Tra i perdenti della guerra di mafia c’è un uomo che è una leggenda vivente, Tommaso Buscetta, detto don Masino. Buscetta non è un corleonese, è un uomo d’onore, vecchio stampo, carismatico, elegante, amante delle donne e della bella vita.
È stato il boss dei due mondi, il re del traffico tra Italia, Brasile e Stati Uniti. Rina lo odia ma non è riuscito a prenderlo. Buscetta è scappato in Brasile. Allora Rina colpisce ciò che Masino ha più di più caro. Gli uccide due figli, il fratello, il genero, i nipoti, una strage familiare. Buscetta è restato dalla polizia brasiliana, è stradato in Italia nel 1984.
È un uomo finito, distrutto dal dolore che tenta anche il suicidio ingoiando Stricnina. Ma quando atterra in Italia trova un interlocutore diverso dagli altri, trova Giovanni Falcone. Tra i due scatta qualcosa, due siciliani intelligenti che si studiano. Buscetta capisce che Falcone non è un inquisitore, ma un uomo che vuole capire.
Dottore,” gli dice Buscetta, “Io non sono un pentito, io sono un uomo d’onore. È quella gente lì, i corleonesi che hanno tradito Cosa Nostra. Io le racconterò tutto, ma sappia che dopo aver parlato con me lei diventerà una celebrità, ma la sua vita sarà segnata. Cercheranno di distruggerla professionalmente e fisicamente.
È pronto?” Falcone annuisce e Buscetta inizia a parlare per la prima volta alla nebbia sidirata. Prima di Buscetta, magistrati e poliziotti brancolavano nel buio. Pensavano che la mafia fosse un insieme di bande disordinate in lotta tra loro. Buscetta disegna la piramide, spiega che Cosa Nostra è un’organizzazione unitaria, rigida, verticalista.
Alla base ci sono i soldati organizzati in decine. Le decine formano la famiglia che controlla un quartiere o un paese. Tre o quattro famiglie contigue formano un mandamento. I capi mandamento siedano nella commissione provinciale o cupola e soprattutto c’è la commissione regionale. Buscetta spiega a Falcone che nulla accade per caso.
effettivamente ero entrato e rimango con lo spirito di quando io ero entrato. Ma dagli anni 70 in poi questa associazione, cosiddetta Cosa Nostra, ha sovvertito l’ideale, poco pulito per la gente che vive dentro la legge, ma tanto bello per noi che vivevamo vi vivevamo in questa associazione, cominciando con delle cose che non erano più consoni all’ideale della Cosa Nostra con delle violenze che non appartenevano più a quegli ideali.
>> Gli omicidi eccellenti, quelli di politici, magistrati, giornalisti, non sono opera di cani sciolti, devono essere deliberati dalla cupola. Questo è il teorema Buscetta. La responsabilità è verticista. Se muore un prefetto è perché la commissione e quindi Rina che la presiede ha dato l’ordine. Falcone scrive furiosamente centinaia di pagine di verbali.
Quelle parole sono oro colato, sono la chiave di volta per istruire il maxi processo. Buscetta non parla solo di strutture, parla di politica, anche se con prudenza. Per ora fermiamoci al terzo livello militare, dice a Falcone. Per la politica i tempi non sono maturi, ma il danno per Rina è irreparabile.
Il codice del silenzio, l’omertà su cui si è retto il potere mafioso per secoli, è stato infranto dall’uomo che lui stesso aveva costretto alla fuga. Il pubblico ministero deve fare domande. >> Eh, signor Buccetta, lei ha accennato al fatto che Rina ha fatto uccidere moltissime persone innocenti, moltissime persone, tra cui molte innocenti, vuole ricordare alla corte quali sono questi omicidi, quelli più importanti, che ha deciso Rina o ha fatto Rina.
>> Ma lei sta scherzando? Ma tutti, tutti, chi è che non si rivolgeva a lui per fare un omicidio? Lei pensa che hanno ucciso i miei figli o li hanno fatto scomparire i miei figli e lui non lo sa. È una cosa assurda. È la domanda più assurda che ho ricevuto da tanti anni a questa parte, la sua. Mi dispiace.
Lui ha deciso tutti gli omicidi che sono successi nel Siciliano, tutti, anche quelli della provin di altre province, non solo della provincia di Palermo. Voi non vi siete reso conto il personaggio che avete davanti, non vi siete reso conto. Speriamo che vi renderete conto. Dopo la sentenza della Cassazione, Salvatore Rena vuole solo vendetta, vuole un atto di guerra così clamoroso da piegare le ginocchia allo Stato.
L’obiettivo è Giovanni Falcone, il simbolo della lotta alla mafia. Ma non basta ucciderlo con un colpo di pistola, deve essere cancellato dalla faccia della terra. Per l’operazione che in codice chiamano l’attentato, Rina mobilita i suoi uomini migliori. Giovanni Brusca, Antonio Gioè, Pietro Rampulla, l’artificiere nero, scelgono un punto preciso dell’autostrada a 29 che collega l’aeroporto di Punta Risi a Palermo.
All’altezza dello svincolo di Capaci, sotto l’asfalto occorre un cunicolo di scolo. >> >> È lì che notte dopo notte, con skateboard da bambini per scivolare nel tunnel angusto, i mafiosi trasportano 13 bidoncini. Dentro ci sono 500 kg di una miscela micidiale, nitrato d’ammonio, tritolo e T4. Un esplosivo militare potentissimo.
L’autostrada diventa una mina gigantesca pronta a esplodere. Il 23 maggio 1992, sabato pomeriggio, Giovanni Falcone a terra a Palermo. Vuole guidare lui la croma bianca blindata. >> >> Al suo fianco c’è la moglie Francesca Morvillo. Dietro l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. Il correo di tre auto blindate sfreccia verso la città.
Sulla collina che sovrasta l’autostrada, la casetta, ci sono i killer che osservano. Giovanni Brusca ha in mano un radiocomando per aeromodellismo, aspettando il segnale. Alle 17:578 secondi l’auto di Falcone entra nel raggio d’azione. Brusca preme il pulsante. Buonasera, siamo in grado di darvi le prime immagini dello spaventoso attentato nel quale ha perso la vita il giudice Giovanni Falcone e almeno tre uomini della scorta.
20 le persone che sono rimaste ferite. L’attentato è avvenuto nel tardo pomeriggio sull’autostrada che collega Palermo a a Trapani. Collegamento subito con Palermo per vedere. Ecco, c’è Salvatore Cusimano. Buonasera Cusimano. Ecco, >> buonasera. Vi mando immediatamente le immagini che sono state girate dal nostro collega Marco Sacchi che è riuscito a penetrare la barriera che rendeva impossibile l’accesso e andato e ha girato queste scene, scene drammatiche, scene da guerra.
quel terriccio nasconde, ostruisce quello che una volta era l’autostrada nel tratto di 20 km che eh porta dall’aeroporto di Puntaraisi a Palermo. Vedete, le due corsie in pratica sono assolutamente irriconoscibili. Si vedono lamiere con torte, si vede un’auto al centro e un’altra ancora dietro.
Probabilmente è la croma bianca blindata dove era il giudice Giovanni Falcone. Falcone guidava la sua auto, accanto a lui c’era la moglie. Siamo in grado di dirvi immediatamente che i gli agenti che sono rimasti uccisi sono tre. Sono tutti e tre pugliesi. Vi possiamo dire in nomi. Uno è Antonio Montinari.
L’altro è Rocco Di Cillo, il terzo Vito Schifano. Poi ci sono due civili dei quali non siamo in grado di darvi il nome. Ci sono poi 10 feriti, non 20 come sembrava. Sono 10 tra cui due austriaci che erano qui in venuti in Sicilia per una vacanza. Abbiamo tra i feriti c’è la dottoressa Morvillo, Francesca Morvillo, la moglie appunto del magistrato che è rimasta ferita alle gambe.
La dottoressa Morvillo è giudice alla Corte d’Appello. Il l’attentato è avvenuto intorno alle 17:55, pochi minuti prima Giovanni Falcone era atterrato all’aeroporto di Puntaraisi, rientrando a Palermo, come era solito fare per tutti i fine settimana quando era possibile. Non è un’esplosione, è un’eruzione vulcanica.
L’asfalto si solleva come un’onda del mare, proiettando detriti e terra a centinaia di metri di altezza. I sismografi dell’Istituto Nazionale di Geofisica registrano l’evento come un piccolo terremoto. La prima auto della scorta, la croma marrone, viene investita in pieno. Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani non hanno scampo.
La loro auto viene scagliata oltre 100 m di distanza, ridotta a un ammasso di lamerie con torte in un uliveto. L’auto di Falcone si schianta contro il muro di detriti che si è alzato all’improvviso. Falcone e la moglie non muoiono sul colpo, ma le lesioni interne sono devastanti. Moriranno poche ore dopo in ospedale tra le mani disperate dei medici.
Si salva miracolosamente l’autista Giuseppe Costanza che sedeva dietro. A Corleone Rina festeggia. Brinda champagna. Abbiamo fatto il botto”, dicono. Credono di aver vinto. Paolo Borsellino raccoglie l’eredità dell’amico e fratello Giovanni, ma sa che il suo tempo è scaduto. Nei 57 giorni che separano le due stragi, Borsellino vive in uno stato di febrile lucidità.
Non dorme, mangia poco, fuma in continuazione. Scrive freneticamente sulla sua agenda rossa, annotando tutto ciò che scopre. Ha capito che la morte di Falcone non è solo mafia. ha intuito che c’è un dialogo osceno in corso, una trattativa tra pezzi dello stato e i boss per fermare le stragi in cambio di benefici.
E lui, borsellino, è l’ostacolo, è il granello di sabbia che inceppa l’ingranaggio. Rina ordina di fare presto. Dobbiamo toglierci il dente, dice. La fretta è anomala, sospetta. Perché non aspettare si calmino le acque? Perché Borsellino sta per arrivare alla verità. Il 19 luglio 1992, una domenica di caldo africano.
Borsellino è a Villagraia. Dopo pranzo decide di andare a prendere l’anziana madre per portarla dal cardiologo. La madre abita in via D’Amelio, una strada stretta, un budello senza uscita, piena di auto parcheggiate, un incubo per qualsiasi caposcorta. I servizi segreti e la polizia sanno che è arrivato il tritolo a Palermo per lui, ma nessuno bonifica quella strada, nessuno impone il divieto di sosta.
Lì, parcheggiata da giorni, c’è una Fiat 126 rubata e imbottita con 90 kg di esplosivo. Un esplosivo ancora più potente di quello di Capaci, potenziato con gelatina. Ore 16:58. Borsellino scende dall’auto blindata, accende una sigaretta, si avvicina al citofono, al castello Utveggio, sul Monte Pellegrino che domina la città, o forse appostato dietro al muretto lì vicino.
C’è qualcuno, osserva e preme il telecomando. L’inferno si scatena in un cortile di condominio. La palazzina trema. I vetri esplodono in un raggio di centinaia di metri. Le auto blindate vengono spazzate via come giocattoli. Paolo Borsellino muore istantaneamente. Con lui vengono smembrati cinque angeli custodi: Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Walter Eddy Cosina, Claudio Traina e Emanuela Loi.
24 anni, la prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio. La notizia arriva poco dopo le 17. Un attentato dinamitardo a Palermo, molti feriti, forse colpito un magistrato. Poi col passare dei minuti la spaventosa conferma, il giudice Paolo Borsellino è rimasto ucciso nell’esplosione.
Con lui cinque agenti della scorta, 18 i feriti. Il corpo del giudice è completamente carbonizzato con il braccio destro troncato di netto. È nel cortile del palazzo dove abitano la madre e la sorella in via Mariano Stabia al numero civico 21. È stata una bomba collocata su una Fiat 126. a provocare l’esplosione violentissima.
In via Mariano Stabia la scena è terribile. Resti umani, cadaveri ovunque. Al momento dello scoppio, le 16:55 Borsellino era fuori dalla sua croma blindata. Percorreva a piedi un piccolo passaggio che conduce al portone d’ingresso del palazzo, sventrato dall’esplosione che ha aperto un piccolo cratere sulla strada.
Insieme al giudice, in questa nuova ennesima strage sono morti gli agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cusina, Claudio Traina, Vincenzo Limuli. Mentre le radio e le TV diffondono la notizia, in una città spopolata dal caldo, ambulanze, auto delle forze dell’ordine e magistrati accorrono sul luogo e insieme a loro la gente di Palermo, tutti coloro che hanno parenti e amici che abitano in quella via.
La gente si affolla, cerca notizie, piange, prega le forze dell’ordine di farli passare. “Siamo in guerra”, dice un passante. Si salva solo l’agente Antonio Vullo che stava facendo manovra con l’auto in fondo alla via. Quando i primi soccorritori arrivano, si trovano davanti a una scena che descriveranno come macelleria a cielo aperto, c’è fumo, puzza di zolfo e carne bruciata.
Pezzi di corpi umani sono finiti sui balconi del terzo piano, sugli alberi. Non c’è più nulla di umano in via D’Amelio, solo orrore. Tra le fiamme misteriosamente sparisce l’agenda rossa di Borsellino. Qualcuno nella confusione la preleva dalla borsa di cuoio del magistrato.
Un altro mistero che si aggiunge al sangue, ma questa volta l’effetto non è la resa, è la rabbia. Ai funerali degli agenti la folla inferocita rompe i corridoi di sicurezza, sputa sui politici, urla fuori la mafia dallo Stato. Il governo, messo con le spalle al muro dall’indignazione popolare reagisce con una durezza mai vista.
Viene convertito in legge l’articolo 41 bis, il carcere duro. >> Io, Rosaria Costa, vedova della gente, vito Sifanimo, battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. A nome di tutti coloro che hanno la che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato. Chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia adesso, rivolgendomi agli uomini della della mafia, perché ci sono qua dentro e non, ma certamente non cristiani.
Sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono. Io vi perdono, però mi dovete mettere in ginocchio. Se avete il coraggio di cambiare, loro non cambiano. Avete il coraggio >> di cambiare di cambiare. Loro non vogliono cambiare. Loro loro non cambiano. Loro non cambiano. >> >> di cambiare radicalmente i vostri progetti, i progetti mortali che avete.
Tornate ad essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: “Padre, perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno.” Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo. >> I boss mafiosi vengono prelevati nella notte e trasferiti nei penitenziari Isola di Pianosa e Asinara.
Niente più contatti, niente più potere. In Sicilia vengono inviati 7.000 soldati dell’esercito con l’operazione vespri siciliani. I blindati militari presidiano le strade di Palermo. Rin ha calcolato male. Pensava di costringere lo Stato a trattare con le bombe, invece ha scatenato una reazione che porterà alla fine del suo impero.
La sua onnipotenza è diventata la sua condanna. Ora è solo questione di tempo. L’estate del 1992 non è solo una stagione di caldo soffocante. È stata l’estate in cui l’Italia ha tremato sotto i colpi di un esercito invisibile. Al comando di quell’esercito c’era lui, Salvatore Rina. Dopo la sentenza definitiva del maxi processo, il capo dei capi aveva deciso che non c’era più spazio per la diplomazia sommersa.
Era il momento della guerra totale. È una mattanza che prosegue l’anno successivo colpendo il cuore del patrimonio artistico a Roma, Firenze e Milano, quando i suoi stessi fedelissimi sollevano dubbi sulla crodeltà di colpire donne e bambini negli attentati sul continente. Rina risponde con una frase che resterà scolpita nell’orrore.
A Sarajievo muoiono tanti bambini, perché dovremmo preoccuparci noi? Mentre le strade si tingono di sangue nei palazzi e nelle zone d’ombra dello Stato, qualcosa si muove. E in questo clima di terrore che nasce quella che la storia chiamerà la trattativa, all’inizio di giugno del 92 il vice comomandante del Ross Mario Mori inizia a incontrare segretamente l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.
Moris sosterrà sempre di averlo fatto per tendere una trappola, per infiltrare Cosa Nostra e arrivare ai vertici, ma i collaboratori di giustizia racconteranno una versione diversa fatta di messaggi e richieste. percependo lo stato in ginocchio, risponde con quello che passerà alla storia come il papello, un foglio scritto a mano con 12 richieste perentorio, la chiusura delle carceri speciali di Pinose e dell’Asinara, la revisione delle condanne del maxi processo, l’abolizione del carcere duro del 41 bis e dell’ergastolo, un DOT DES
brutale. Fermare le stragi in cambio di impunità e benefici carcerari. La magistratura confermerà anni dopo che quella trattativa ci fu e che l’iniziativa fu presa dai rappresentanti dello Stato, non dalla mafia. In questo teatro di specchi e tradimenti la svolta arriva da un uomo in fuga. Baldassarre di Maggio, un tempo autista fidato del boss, sa che il suo destino è segnato.
È entrato in rotta di collisione con Giovanni Brusca e sa che Rina non perdona i conflitti interni. L’8 gennaio 1993 di maggio viene intercettato e arrestato a Borgo Manero in Piemonte. Non è un arresto qualunque. Di Maggio chiede subito di parlare con il generale Francesco Delfino. “So dove si nasconde il corto”, dice.
È la parola d’ordine che mette in moto la macchina della Crimor, la squadra d’elite del Ross guidata dal capitano Sergio De Caprio, l’uomo che tutti conoscono come ultimo. Di maggio viene riportato segretamente in Sicilia. L’11 gennaio sotto scorta viene portato in giro per le strade di Palermo finché non rinconosce un luogo familiare.
Indica un complesso di ville in via Bernini 54. È un’area che gli uomini di ultimo stavano monitorando da mesi nell’ambito di altre indagini, senza sapere di aver avuto il fantasma sotto il naso per tutto quel tempo. Rina non era in una grotta o in un casolare sperduto. Viveva nel lusso di una residenza cittadina protetto da mura alte da una rete di costruttori edili compiacenti.
Ora la caccia ha un indirizzo preciso. Ora il predatore sta per diventare preda. Il 14 gennaio 1993 Palermo si sveglia sotto una pioggia sottile. Ignara che dietro il cancello verde di via Bernini 54 si sta giocando il destino della Repubblica. Gli uomini del Capitano Ultimo hanno posizionato la balena, un vecchio furgone attrezzato con telecamere nascoste e monitor proprio davanti all’ingresso del complesso di Ville.
È una trappola invisibile. All’interno, stipati tra cavi e apparecchiature, i carabinieri osservano ogni minima vibrazione di quel cancello. La sera stessa Ultimo mostra i filmati della giornata a Baldassarre di Maggio. Il pentito sgrana gli occhi davanti allo schermo granuloso. Indica una donna che esce a bordo di una Volkswagen Golf.
È Ninetta Bagarella, la moglie di Rina, insieme ai figli. È la prova definitiva. La famiglia reale è lì. La mattina del 15 gennaio la tensione all’interno della balena è una corda pronta a spezzarsi. Alle 8:55 il cancello automatico di via Bernini si apre ancora una volta ne esce una Citroen ZX grigia.
Al volante c’è Salvatore Biondino, il braccio destro del boss, l’uomo che gestisce i suoi spostamenti e i suoi segreti. Accanto a lui, sul sedile del passeggero, siede un uomo anziano con una giacca scura e l’aria di un pensionato qualunque. Di Maggio lo riconosce all’istante, nonostante le uniche foto segnaletiche risalgano al 1969.
È lui, è il corto, sussurra. Il cuore degli investigatori accelera, inizia un pedinamento a distanza. silenzioso come un’ombra. L’auto di Biondino si mette nel flusso caotico di viale della Regione Siciliana. Rin tranquillo, non immagina che quel viaggio sarà l’ultimo da uomo libero. Le autocivetta della Crimor si muovono come un branco di lupi che circondano la preda.
All’altezza della rotonda con via Leonardo da Vinci, il traffico di Palermo diventa un alleato dello Stato. La Citroën è bloccata. È in quel momento che ultimo dà l’ordine. In pochi secondi le auto dei carabinieri tagliano la strada alla Citroen. Sergio De Caprio e i suoi uomini balzano fuori, spalancano le portiere e trascinano via gli occupanti.
Rina non oppone resistenza e sorpreso, quasi incredulo, mentre viene immobilizzato. Gli trovano addosso una carta d’identità falsa intestata a un tale Giuseppe Bellomo di Mazara del Vallo. Più tardi dirà, con un pizzico di ironia Maabbara di aver pagato quel documento solo 300.000 lire. Rena viene portato via in tutta fretta verso la caserma, mentre Palermo continua a scorrere come se nulla fosse accaduto.

La cattura dell’uomo che era latitante dal 1969 avviene in un banale incrocio cittadino, ma l’incredibile realtà che emerge dopo l’arresto è ancora più scioccante. Il capo di Cosa Nostra viveva in quella villa da circa 10 anni. In quella fortezza di via Bernini aveva cresciuto i suoi figli, pagato regolarmente l’affitto e le bollette come un cittadino modello.
Era rimasto invisibile perché nessuno lo stava davvero cercando dove era più ovvio trovarlo. Ma mentre il mondo festeggia l’arresto, un’ombra si allunga sulla villa. Ultimo e Mori. Convincono la procura che non è necessario perquisire subito la casa. Vogliono mantenere pulito l’obiettivo per vedere chi altro si presenterà a quel cancello.
È una scelta investigativa che nelle ore successive trasformerà il trionfo in un mistero irrisolto. Dopo sole 6 ore dall’arresto la sorveglianza viene tolta. Via Bernini 54 viene lasciata senza protezione spalancando le porte a quello che accadrà nei giorni successivi. 18 giorni. Questo è il tempo che passa tra l’arresto di Salvatore Rina e l’ingresso ufficiale dei carabinieri nella villa di via Bernini.
Quando gli investigatori finalmente varcano quella soglia, lo scenario che si presenta davanti ai loro occhi è desolante e inquietante allo stesso tempo. La casa è stata completamente svuotata, non ci sono mobili, non ci sono documenti. >> D’intatto in via Bernini c’è rimasto ben poco, quasi nulla, tranne i misteri che la villa custodirà forse per sempre.
Nei due piani lussuosi, nel residence e nel cuore del quartiere Uditore, Totorina trascorse non una latitanza isolata, ma una vita agiata con moglie e figli. Finché il 15 gennaio del 93 non lo arrestarono. La villa sembra una casa bombardata. Le uniche tracce di vita sono un paio di bottiglie di liquore.
Distrutta anche la sala da pranzo e i bagni. Ne abbiamo contato sei. I mobili, tutti su misura, sono stati tirati giù. I carabinieri entrarono nella villa 18 giorni dopo l’arresto. Trovarono gli evidenti segni del passaggio di chi aveva ripulito il covo. I pentiti dissero che erano stati addirittura abbattuti e ricostruiti i muri e soprattutto svuotata la camera blindata.
Ed eccola la stanza del mistero. La camera blindata che probabilmente custodiva dei documenti importantissimi, documenti che avrebbero potuto fare tremare non soltanto Cosa Nostra. Secondo Antonino Giuffre, la cassaforte custodiva l’archivio di Rina, un archivio finito nelle madina Denaro, l’ultimo dei grandi latitanti di Cosa Nostra.
Per la ritardata perquisizione c’è stato pure un processo. Alla fine sono stati assolti Mario Mori all’epoca della cattura di Rinera, capo del Ross e Sergio De Caprio, il capitano ultimo, il carabiniere che mise le manette al capo dei capi. I vandali hanno risparmiato un grande lampadario di cristallo al soffitto.
Le cassette la luce sono state divelte. I sanitari, di ceramica buona, sono in frantumi. In una stanza c’è un vecchio matarasso per terra. Presto lo scenario cambierà. La villa di via Bernini ospiterà la nuova stazione delle carabinieri di Palermo uditore. Nel 2010 il Comune prima assegnatario del bene l’ha restituita alla prefettura e dalla prefettura all’arma dei Carabinieri.
Per renderla l’agibile serve 1 milione e mezzo di euro gli sborsa della regione. La giunta di governo ha deciso di finanziare l’opera per il grande valore simbolico e culturale. Il mese scorso il progetto è stato approvato. Nelle prossime settimane sarà bandita la gara d’appalto. Entro il primo semestre 2013 la villa diventerà una stazione dei militari.
>> Mentre le polemiche infuriano, Rina inizia la sua nuova vita davanti alle telecamere. Il primo marzo 1993, il capo dei capi fa la sua prima apparizione pubblica dopo 24 anni di latitanza. È un momento storico. Davanti ai giudici del processo Mattarella Rina la Torre. Rina non appare come il mostro sanguinario che tutti immaginavamo.
Si presenta come un uomo umile, un perseguitato, una vittima di un errore giudiziario. Arriva a paragonare il suo caso a quello di Enzo Tortora, negando con sfrontatezza persino di sapere cosa sia Cosa Nostra. è un attore consumato, chiede e ottiene confronti diretti con i suoi grandi accusatori, Giuseppe Marchese e Gaspare Mutolo.
Questi scontri trasmessi in televisione da un giorno in pretura diventano un evento nazionale. L’ex sovrano assoluto che sfida i traditori nel cuore dello Stato. Quando si parla di Tommaso Buscetta, Rina cambia registro, rifiuta il confronto definendo Don Masimo, un uomo di scarsa moralità, indegno di stargli di fronte.
è un modo per riaffermare la sua etica criminale, quella di un uomo d’onore della vecchia scuola che non riconosce i nuovi pentiti. Poi, signor presidente, come mio nonno, parto di mio nonno, che io quando mi riferisco di moralità passo dalla mia famiglia. Mio nonno è rimasto vedovo a 40 anni e aveva cinque figli con papà e non ha cercato più moglie, non ha sposato e mia madre è rimasta vedova a 36 anni, quindi noi viviamo nel nostro paese di correttezza morale.
E >> lei aveva chiesto il confronto con tutte le persone che >> aveva chiesto, ora ho letto queste cose, signor giudice, non voglio fare più i confronti con questo signore. Cosa è successo nel frattempo da quando è stato interrogato la prima volta ad oggi? Perché lei rifiuti questo? Eh, signor giudice, >> e decida di non discolparsi, quindi signor giudice.
Io sono pure anche ho diritto a non rispondere. Non voglio rispondere, non è un mio diritto. Non è che lei mi può imporre di di rispondere. >> Eh >> no, nessuno le può imporre di non rispond di rispondere a Buscetta. >> Signor Giud, signor Giudice, cè che insiste perché lei non ha niente da insistere. Io l’ho pregato che non voglio fare i confronto.
Ho il mio diritto e quindi mi ottengo il mio diritto di non fare il >> Avrei voluto che questo signore mi rintunuzzasse per potere trovare gli argomenti per parlare con lui perché lui parla di moralità con me per le donne. Però io vorrei sapere da voi tutti e da lui stesso con quanto coraggio lui può dire a me di moralità quando è l’artefice della fine dei miei cari.
Questo individuo può parlare di moralità quando ha ucciso tanta gente innocente lui parla di moralità a me. Dov’è la sua moralità, Rina? La faccia vedere, la faccia conoscere. Dov’è la tua moralità? Dov’è la tua moralità? Dove? Perché hai andato letto con tua moglie? Io lo so perché. eri troppo preso a seguire le cose mafiose.
Tu eri troppo preso per diventare la star della cosa nostra. Quindi non ti preoccupavi delle donne, ti preoccupavi di inseguire altre cose, io invece ho inseguito altre cose. Le tue cose non mi interessavano. Io con questo ho concluso, io non ho niente da dire perché già già io mi sento un >> La risposta dello Stato non si fa attendere.
viene spedito nel supercere dell’Asinara in Sardegna e poi a Marino del Tronto. È sottoposto al regime del 41 bis, il carcere duro che isola i boss dal mondo esterno. Marina trova sempre un modo per far sentire la sua voce. Nel maggio del 1994, durante una pausa di un processo a Reggio Calabria, riesce a parlare con un giornalista.
Lancia minacce aperte contro il procuratore Giancarlo Caselli e incontro esponenti della cultura e della politica. parlando di un complotto comunista ai suoi danni. È la prova che anche dietro le sbarre il capo di Corleone cerca ancora di dirigere l’orchestra del terrore. Lo Stato reagisce rendendo il 41 bis ancora più severo e prorogabile.
Una morsa che non si allenterà più, ma il fisico di Rina inizia a cedere. Nel 2003 arrivano i primi problemi cardiaci, gli interventi di angioplastica e i ricoveri d’urgenza. I suoi avvocati invocano gli arresti domiciliari, parlano di un uomo ormai innocu e malato, ma per i giudici il corpo resta un pericolo pubblico numero uno.
La sua mente, anche se chiusa in un corpo che invecchia, non ha mai smesso di pensare alla guerra. Gli ultimi anni di Salvatore Rina sono un lento crepuscolo vissuto tra le celle di massima sicurezza e reparti ospedalieri per detenuti. Anche se il suo corpo è devastato, la sua voce continua a seminare odio. Nel 2013, intercettato nel carcere di opera, dice di voler uccidere il magistrato Nino Di Matteo.
Gli farei fare la fine del tonno. Sussurra. È l’ultimo riuggito di un predatore che non ha mai deposto le armi, ma il fisico non regge più la sua ferocia. Salvatore Rina muore alle 3:37 del 17 novembre 2017 all’ospedale di Parma. Muore da prigioniero portando con sé segreti che potrebbero riscrivere la storia d’Italia.
viene sepolto nel silenzio di Corleone, ma la sua morte non chiude i conti con il passato, perché mentre il sipario cala sulla vita del carnefice, resta acceso il riflettore sulla vita delle sue vittime. Questo documentario non è stato realizzato per glorificare un criminale, ma per dare risalto al male.
è stato scritto e prodotto per onorare il sacrificio di chi ha detto no, per ricordare che dietro ogni starage, ogni pizzino, ogni ordine di morte c’erano uomini e donne che amavano la vita più della loro stessa sicurezza. Noi ricordiamo, ricordiamo il sangue dei giusti che ha bagnato la terra di Sicilia e le strade d’Italia.
Ricordiamo Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, uniti nell’amore nel martirio a Capaci. Ricordiamo Paolo Borsellino che ha camminato verso la morte con la dignità di un eroe antico. Ricordiamo il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, lasciato solo a combattere una guerra impossibile. Ricordiamo Rocco Chinnici, l’inventore del pool ucciso davanti alla sua casa.
Ricordiamo Placido Rizzotto, il sindacalista che sognava alla Terra Libera e finì in una foiba. Ricordiamo Pieranti Mattarella, ucciso tra le baraccia del fratello per aver voluto una Sicilia con le carte in regola. Ricordiamo Libero Grassi, l’imprenditore che disse: “Caro esattore, non ti pago” e pagò con la vita.
Ricordiamo don Pino Puglisi, ucciso con un sorriso perché toglieva i bambini dalla strada. Ricordiamo Boris Giuliano, Nini Casarà, Beppe Montana, soldati della legge in una città assediata. Ricordiamo il piccolo Giuseppe di Matteo sciolto nell’acido a soli 12 anni, la ferita più profonda imperdonabile. E ricordiamo gli agenti delle scorte Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Walter Eddy Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, ragazzi comuni diventati scudi umani per
la nostra libertà. Sono solo alcuni nomi tra le centinaia di caduti. Padri, madri, figli, persone che non hanno cercato il martirio, ma che non hanno saputo voltarsi dall’altra parte. La loro morte è un debito che non potremmo mai estinguere se non attraverso l’impegno quotidiano, la ricerca della verità e il rifiuto di ogni compromesso.
Il rumore delle bombe di Salvatore Rina è stato assordante, ma il silenzio della loro memoria deve essere ancora più potente, perché la mafia potrà anche uccidere i corpi, ma non potrà mai cancellare le idee. E quelle idee, come diceva Giovanni Falcone, continuano a camminare sulle gambe di altri uomini, sulle nostre gambe, in memoria di chi ha combattuto, in memoria di chi ha pagato, in memoria di chi non dimentica.
Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro. Questo debito dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarno, anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro, facendo il nostro dovere.
La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.
Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi e con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro dei giudici”. Significava qualcosa di più. significava sopracc lavoro stava anche smuovendo le coscienze.
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