Non hanno scafandri moderni, non hanno comunicazioni satellitari, non hanno GPS, hanno tute neoprene rudimentali. Bombole d’ossigeno a circuito chiuso che non emettono bolle e un mezzo che sembra uscito dall’immaginazione di un ingegnere visionario che aveva troppo poco sonno e troppo coraggio. Il siluro a lenta corsa.
La Maialetto, lungo circa 6 m, guidato da due operatori in posizione prona che cavalcano letteralmente il siluro, capace di trasportare una testata esplosiva fissata sotto lo scafo nemico con magneti. Tre equipaggi, tre maiali. Un’operazione che avrebbe cambiato per sempre la storia della guerra sottomarina.
Luigi Duran de la Pen e Emilio Bianchi si portano sotto la Queen Elisabeth. I mecanismi del maiale cedono, il veicolo affonda, della penne trascina a mano la testata fino allo scafo della corazzata con l’acqua gelida e il tempo che scorre. Vengono catturati, vengono interrogati. Della penne non rivela nulla.
Quella mattina entrambe le corazzate vengono disabilitate dall’esplosione delle mine. La AMS Sagona, una petroliera da rifornimento, viene affondata. Un cacciator pediniere è gravemente danneggiato. La flotta del Mediterraneo orientale della Royal Navy è paralizzata. Con sei uomini e tre siluri a lenta corsa.
L’Italia aveva inflitto alla Marina Britannica. i danni equivalenti a una battaglia navale su larga scala. Winston Churchill definì quello che era successo ad Alessandria come un duro colpo, ma in privato gli ufficiali della Royal Navy erano qualcosa di più che preoccupati. erano terrorizzati dall’idea che quell’attacco potesse essere ripetuto e fu ripetuto a Gibilterra, ad altri porti del Mediterraneo.
Gli italiani avevano inventato qualcosa che il mondo non aveva mai visto prima, la guerra di precisione sottomarina, condotta da operatori umani. Quella tradizione non si è mai interrotta. Dopo la guerra, con la nascita della Repubblica Italiana, la regia marina divenne la Marina militare, ma il nucleo operativo che aveva condotto quelle operazioni speciali non fu smobilitato, fu trasformato.

Nel 1952 nasce ufficialmente il Comsubin Comando subacquei e incursori. Con sede a Varignano, nella baia di La Spezia, lontano dai riflettori, incastonato tra il mare e le colline liguri, il ComSubin diventa il laboratorio vivente dell’operatività subacquea. Ma la vera storia del Comsubin nel dopoguerra non è solo quella di un reparto che sopravvive, è quella di un reparto che esporta.
Negli anni 50, quando la NATO stava costruendo le proprie capacità di guerra non convenzionale, gli americani si trovarono davanti a un problema imbarazzante. Avevano l’attrezzatura, avevano il budget, ma non avevano l’esperienza. Non sapevano come si combatteva sott’acqua con la precisione e l’efficacia dimostrata dagli italiani nel Mediterraneo.
La soluzione fu umiliante quanto pragmatica. In Navy Seal, la forza speciale navale americana che sarebbe diventata la più celebre del mondo, fu addestrata in parte dagli ufficiali e dai subacquei del Comsubin. Gli italiani insegnarono agli americani come si nuota di combattimento, come si pianta una mina, come si penetra in un porto difeso, come si pensa come l’acqua, non contro l’acqua.
Quella eredità è incisa nella struttura stessa delle forze speciali navali occidentali. Ma il Comsubin non si fermò qui. Oggi il Comsubin è articolato in tre reparti operativi che costituiscono tre distinte capacità strategiche, ciascuna più specializzata dell’altra. Il primo è il gruppo operativo subacquei.
Sono gli eredi diretti dei palombari da combattimento del 1941. Operano in ambienti di profondità estrema, conducono ricognizioni subacque, neutralizzano ordigni, penetrano infrastrutture portuali nemiche, usano tecnologie di propulsione subacquea di nuova generazione, sistemi di rebreeder a circuito chiuso che rendono la loro presenza acusticamente invisibile e tute termoregolate che permettono operatività prolungata in acque polari.
Il secondo reparto è il gruppo operativo incursore. Questi sono i combattenti in senso tradizionale, ma con una specializzazione che li distingue da qualsiasi altra forza speciale terrestre. Sono abilitati all’infiltrazione via mare, via aria e via terra. Conducono operazioni di direct, ovvero assalti di precisione contro obiettivi ad alta priorità.
conducono operazioni VBSS, Visit Board Search and Sajure, ovvero l’abbordaggio e il controllo di navi in mare aperto in condizioni ostili. Sono tra i pochi operatori al mondo certificati per operazioni combinate subacque paracadutismo, un’integrazione che trasforma l’oceano e l’atmosfera in un unico teatro di infiltrazione. Il terzo reparto è il centro di addestramento ed è qui che si capisce davvero perché il Comsubin è diverso da ogni altra forza speciale navale del mondo.
L’Italia ha bisogno di poche dozzine di operatori che possano fare cose che nessun altro sa fare. Nel Mediterraneo, nel Mar Rosso, nell’Oceano indiano, con una copertura politica minima e un impatto massimo. Qualità radicale sopra quantità industriale. È la stessa filosofia dei sei uomini ad Alessandria nel 1941. I britannici con il SBS Special Boat Service hanno una tradizione altrettanto antica e operatori di straordinaria qualità, ma il SBS opera principalmente come braccio marittimo del SAS, profondamente integrato nella
struttura di comando della difesa britannica. ha meno autonomia concettuale, meno libertà dottrinale. Il Komsubin ha invece sviluppato una dottrina propria evolutasi su 80 anni di esperienza reale che non ha equivalenti nel mondo occidentale. Nel 2009, al largo delle coste della Somalia, la pirateria stava raggiungendo il suo picco storico.
Decine di navi mercantili venivano sequestrate ogni anno. L’operazione Atalanta, la missione navale europea contro la pirateria era in corso, ma le regole di ingaggio erano complesse. I governi nazionali cauti, l’escalation difficile da gestire. In questo contesto un’imbarcazione italiana, la motonave Montecisto, viene sequestrata da pirati somali nell’ottobre 2011.
A bordo ci sono 23 marinai italiani. Il ComSubin viene attivato. Quello che succede nelle ore successive è classificato nei suoi dettagli operativi, ma il risultato è documentato. I pirati vengono neutralizzati. L’equipaggio liberato senza vittime tra i civili, l’imbarcazione recuperata, nessuna conferenza stampa, nessun briefing trionfalistico, un comunicato asciutto della Marina Militare.
Questa discrezione non è timidezza, è dottrina. Nel 2017 nel Mediterraneo centrale, durante l’operazione italiana di contrasto ai traffici di esseri umani, subacquewayi del Comsubin vengono impiegati per operazioni di ricognizione sottomarina su imbarcazioni sospette, raccogliendo intelligence tecnica che avrebbe permesso successive operazioni di sequestro.
Nel 2021, nel contesto dell’evacuazione da Kabul, operatori del COMSubin sono tra i primi elementi della task force italiana, a garantire la sicurezza del perimetro dell’aeroporto internazionale Hamid Karzai durante le prime ore caotiche dell’evacuazione, dimostrando una versatilità operativa che va ben oltre il dominio suba.
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Perché il COMSubin non è solo un reparto di combattimento subacqueo, è una forza speciale completa che usa il mare come porta d’ingresso, ma opera in qualsiasi ambiente. Parliamo di tecnologia perché qui il Comsubin non è solo erede di una tradizione, è protagonista attivo di un’evoluzione che ridefinisce il concetto stesso di operatore speciale navale.
Il principale veicolo di propulsione subacquea, attualmente in dotazione agli operatori del ComSubin, è il DPV, Diver Propulsion Vehicle, ma in versioni militari classificate sviluppate in collaborazione con l’industria della difesa italiana, in particolare con Leonardo e Fincantieri Sistemi integrati.
Questi sistemi sono fondamentalmente diversi dai DPV sportivi che conoscete. Operano in modalità completamente silenziosa, alimentati da sistemi a batteria ad alta densità energetica. Raggiungono profondità operative che non vengono rese pubbliche. possono trasportare operatori in coppia con armamento leggero, sistemi di comunicazione criptati a breve raggio e carichi operativi aggiuntivi che includono cariche esplosive o sensori di ricognizione.
In termini di equipaggiamento subacqueo individuale, il Comsubin utilizza rebriter a circuito chiuso a ossigeno puro o a miscela. Sistemi che non emettono bolle in superficie e che estendono radicalmente l’autonomia subacquea rispetto alle bombole tradizionali. Questo è fondamentale per operazioni di infiltrazione portuale, dove una singola bolla in superficie può compromettere un’intera missione.
Confrontiamo questo con i sistemi russi, i GRU, Speznats, navali, in particolare il reparto noto come PDSS, protivo di versioni e sili isrestva, dispongono di capacità subacquee e significative, ma la dottrina russa privilegia la quantità e la robustezza operativa in condizioni artiche.
Il vantaggio competitivo russo è la capacità di operare sotto ghiaccio in ambienti di temperatura estrema. Ma la precisione chirurgica in ambienti ad alta densità difensiva, come porti militari protetti o infrastrutture costiere sorvegliate è un dominio in cui il ComSubin ha una ventina di anni di vantaggio dottrinale. Gli americani, i Navy Seal hanno risorse quasi illimitate.
I loro sistemi di propulsione subacquea, come l’Advanced Seal Delivery System, l’ASDS, sono veicoli di dimensioni quasi sommergibile, capaci di trasportare un intero plotone per decine di miglia nautiche in profondità con navigazione autonoma e aria rigenerata a bordo, ma il costo operativo è enorme, la manutenzione è complessa.
ASDS ha avuto storicamente problemi tecnici significativi che ne hanno limitato la disponibilità operativa reale. Il ComSubin ha scelto un approccio diverso, sistemi più compatti, più affidabili, ottimizzati per un teatro specifico, il Mediterraneo e i suoi mari adiacenti, che è geograficamente, politicamente e strategicamente il teatro più complesso del mondo.
Perché il Mediterraneo non è solo acqua, è la confluenza di 21 nazioni, tre continenti, cinque conflitti attivi o latenti, traffici energetici per miliardi di euro al giorno, migrazioni, terrorismo, criminalità organizzata e competizione tra grandi potenze. Ogni metro cubo di quell’acqua ha implicazioni strategiche e il Comsubin lo conosce meglio di chiunque altro.
C’è un aspetto del comsubin che viene spesso trascurato nelle analisi tecnologiche ed è forse il più importante di tutti, la dottrina. La maggior parte delle forze speciali del mondo è stata costruita all’interno di strutture militari convenzionali come risposta a esigenze operative specifiche. I Navy Seal nacquero dalla necessità americana di condurre operazioni anfibie durante la guerra del Vietnam.
Il SAS britannico nacque dal teatro nordafricano della seconda guerra mondiale. Il GSG 9 tedesco nacque dalla tragedia delle Olimpiadi di Monaco del 1972. Ogni forza speciale riflette il trauma che l’ha generata e la struttura burocratica militare che l’ha adottata. Il Comsubin è diverso, è nato dalla visione di un gruppo di ufficiali italiani negli anni 30 che leggevano Jules Vern e pensavano perché non possiamo farlo davvero? non è nata da una necessità imposta dall’esterno, è nata da un’idea interna e questo le ha
dato qualcosa di raro nelle organizzazioni militari, l’autonomia intellettuale. Il ComSubin ha sempre avuto la libertà di sperimentare, di fallire, di ricominciare. In un’epoca in cui la maggior parte degli eserciti del mondo comprò dottrina americana o sovietica, come si compra un prodotto in scatola, il Comsubin continuò a scrivere la propria.
Questo si traduce oggi in un vantaggio operativo concreto. Un operatore del ComSubin, di fronte a una situazione non prevista dal manuale, non cerca il protocollo, trova la soluzione perché è stato addestrato a un principio fondamentale che risale al 1941. L’obiettivo non cambia, il metodo è sempre negoziabile. De Penne perse il suo mezzo a metà missione, trascinò la testata a mano sul fondo del porto.
L’obiettivo era ancora in piedi. Lui completò la missione. Quella mentalità non si insegna in 8 settimane di corso, si costruisce in 11 mesi di selezione e anni di operatività reale. Parliamo dell’elefante nella stanza, ovvero di cosa è capace il Consubin che ci preoccupa davvero nella prospettiva di un avversario ipotetico, le infrastrutture critiche sottomarine.
Il mondo moderno dipende da una rete di cavi sottomarini che trasportano il 99% del traffico internet globale, da gasdotti sottomarini che muovono energia per interi continenti, da infrastrutture portuali che garantiscono catene di approvvigionamento globali. Tutte queste strutture sono vulnerabili a operatori subacquei addestrati a operare in profondità, con sistemi silenti, con la capacità di posizionare cariche o sensori su obiettivi che le difese convenzionali non sanno nemmeno di dover proteggere. Nel 2022 l’esplosione dei
gas dotti Nordstream nel Mar Baltico ha portato all’attenzione del grande pubblico quanto queste infrastrutture siano vulnerabili. Indipendentemente da chi sia responsabile di quell’operazione, la domanda tecnica è rimasta aperta. Chi ha la capacità di fare una cosa del genere in modo ripetibile, preciso e non attribuibile? La risposta onesta è pochissimi operatori al mondo e il Comsubin è certamente tra questi, ma è anche vero il contrario.
Il ComSubin è una delle forze più avanzate al mondo nella difesa di quelle stesse infrastrutture, perché chi sa come attaccare sa anche come difendere. La marina militare italiana utilizza il Comsubin per operazioni di Explosive Ordinance Dispose al subacqueo, per la bonifica di aree portuali e fondali marini, per la difesa di infrastrutture energetiche sottomarine nel Mediterraneo, dove l’Italia ha interessi diretti nei gasdotti che collegano il Nord Africa all’Europa.
È questa dualità la capacità di essere contemporaneamente il bisturi e il chirurgo che protegge il paziente a rendere il COMsubin uno strumento strategico di primo ordine per un paese come l’Italia che non può competere con gli Stati Uniti o la Russia per massa militare, ma può eccellere nella precisione.
C’è un ultimo capitolo che merita attenzione, il futuro. L’evoluzione tecnologica sta ridefinendo la guerra speciale subacquea in modi che avrebbero stupito persino gli ingegneri del decima massa. I sistemi autonomi subacquei, i cosiddetti UUV Unmanned Underwater Vehicles, stanno diventando una componente crescente della capacità operativa di ogni marina militare avanzata.
La domanda non è se i droni subacquei sostituiranno gli operatori umani. La domanda è come gli operatori umani lavoreranno insieme ai droni subacquei per moltiplicare la loro efficacia. In questo contesto il COMSubin sta sviluppando in collaborazione con il Centro Interforze Studi per le Applicazioni militari, il CISAM e con il programma di innovazione della difesa italiana.
Capacità integrate uomo macchina per operazioni subacquee. Sistemi in cui un singolo operatore può coordinare uno sciame di micro UUV per ricognizione, mentre lui stesso rimane in profondità ad attendere il momento dell’azione. Immaginate lo scenario. Una notte nel Mar Rosso, un’infrastruttura portuale di interesse strategico sotto la minaccia di un gruppo armato non statale.
Le vedette in superficie non notano nulla. I sonar rilevano qualcosa forse, ma interpretano il segnale come rumore di fondo biologico. Sotto la superficie, un team di quattro operatori del Comsubin si muove in formazione, guidato da telemetria passiva. 30 microdroni si sono già infiltrati nell’area portuale nelle ore precedenti, mappando ogni metro del fondale, identificando ogni minaccia, trasmettendo dati criptati in tempo reale.
Quando il team arriva all’obiettivo sa già tutto. Dove sono le guardie? Dove sono le mine? Dove sono le vulnerabilità? L’operazione dura 11 minuti. L’obiettivo è neutralizzato. Il team si ritira prima che qualsiasi sistema di sorveglianza possa elaborare quello che è successo. È la stessa filosofia di De Penne nel 1941, ma con 80 anni di evoluzione tecnologica.
Questa è la dottrina del futuro e il Komsubin la sta costruendo oggi. Riassumiamo quello che abbiamo scoperto. Il Komsubin è la forza speciale navale più antica in senso dottrinale del mondo moderno, non perché esista da più tempo, ma perché ha inventato la disciplina che tutti gli altri hanno poi imitato. Ha inflitto danni strategici alla più potente marina del mondo con sei uomini e tre siluri artigianali.

ha addestrato le forze speciali navali americane. Ha sviluppato una selezione e una dottrina che privilegia la qualità radicale sopra ogni altra considerazione. Opera con tecnologie classificate in un teatro, il Mediterraneo, che è il crocevia strategico del mondo e si sta evolvendo verso capacità integrate uomo macchina che ridefiniscono la guerra speciale del futuro.
L’Italia non è una grande potenza militare, nel senso convenzionale. Non può schierare portaerei nucleari o divisioni corazzate in numero sufficiente a intimidire la Russia o la Cina, ma può mandare quattro uomini in un porto straniero nel cuore della notte e farli sparire come non fossero mai stati lì.
È per questo che la frase esiste. È per questo che i suoi interlocutori la pronunciano con rispetto. Non mandare gli italiani. E voi cosa ne pensate? Credete che la superiorità qualitativa di forze come il ComSubin sia sufficiente a compensare il divario numerico con le grandi potenze? O la guerra del futuro richiederà inevitabilmente massa e tecnologia su scala industriale? Pensate che i sistemi autonomi subacque cambieranno così radicalmente la guerra sottomarina da rendere obsoleta la tradizione degli operatori umani o il fattore umano
rimarrà sempre insostituibile? Scrivete la vostra opinione nei commenti. Siamo curiosi di sentire le vostre analisi su questa forza che ha cambiato la storia della guerra moderna. Se questo approfondimento sulla vera eccellenza della difesa italiana vi ha colpito, lasciateci un pollice su. Iscrivetevi a Ver Technic per non perdere nessuna analisi.
Dove la tecnica incontra la strategia, restiamo in prima linea. Restate vigili, restate informati. Alla prossima. M.
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