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BERNARDO PROVENZANO LA CATTURA DEL FANTASMA

>>  >> Grazie alle intercettazioni in carcere si scopre  che Pino Lipari, potente rappresentante della mafia al tavolo degli appalti, esercita ancora il suo potere da dietro le sbarre. approfittando sapientemente dei colloqui con i familiari, fa uscire i suoi pizzini destinati al boss latitante.

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Questi bigliettini cruciali vengono poi affidati a un nipote del padrino, l’infermiere Vito Alfan. L’uomo utilizza come buca delle lettere un luogo del tutto insospettabile, un ascensore dell’ospedale in cui lavora. Ed è proprio qui, in mezzo alla gente Ignara, che avviene lo scambio continuo tra un pizzino e l’altro.

Osservando questi passaggi metodici, polizia e carabinieri iniziano a delineare chiaramente il metodo di circuitazione dei bigliettini. Vengono individuati i luoghi e i personaggi più disparati che animano questa rete. Si va dal funzionario del Comune di Villafrati che si sente così sicuro da scrivere messaggi sul computer del suo ufficio fino a un consorzio di tir fra Palermo e Bagheria che funge da vero e proprio fermaaposta dei pizzini.

Per un certo periodo tutto questo fluire sotterraneo avviene sotto l’osservazione e la tutela delle forze di polizia, nella speranza tattica di cogliere l’ultimo anello della catena e arrivare direttamente al boss. Ma in questo tipo di indagini, se non cogli l’ultimo anello, a un certo punto devi per forza interrompere il meccanismo.

La Via dei Pizzini infatti si è rivelato un labirinto che non ha mai portato sino a lui. Si decide così di passare all’azione e azzerare l’intero sistema di comunicazione di Provenzano. In una sola notte il boss viene improvvisamente privato della sua guardia reale. Scatta l’operazione Grande Mandamento che porta in carcere in un colpo solo più di 50 persone.

L’obiettivo immediato è raggiunto. Viene letteralmente scompaginato quello che gli investigatori chiamano il ministero delle Poste e comunicazioni di Cosa Nostra. Non c’è dubbio che con questa operazione abbiamo scompaginato il Ministero delle Poste e Comunicazioni di Cosa Nostra e di Provenzano. >> Costretto a riorganizzarsi da zero, Provenzano si rende finalmente vulnerabile ed è qui, all’inizio del 2005, che lo Stato riesce a creare la situazione perfetta per fare una decisiva mossa di anticipo.

Vengono piazzate telecamere, microspie, posizionando meccanismi di controllo nei luoghi dove prevedibilmente si sarebbe riorganizzata la rete della protezione. La partita inevitabilmente si riapre a Corleone perché qui ci sono i suoi vecchi amici, la sua famiglia di sangue e in Sicilia il sangue non tradisce mai. Lontano da occhi indiscreti in un luogo segreto, si costituisce un’unità speciale che si dedica esclusivamente ed ossessivamente alla cattura di Provenzano, il gruppo d’omo.

Ne fanno parte elementi scelti della mobile di Palermo e dello SCO di Roma, rigorosamente selezionati perché ognuno di loro è particolarmente abile ed esperto in un singolo settore dell’indagine. Ci sono uomini bravissimi a stare sul territorio per effettuare estenuanti attività di pedinamento e appostamento.

Gli operatori, altamente esperti nell’ascolto di conversazioni difficili. Questi ultimi sono pienamente consapevoli che ascoltare una telefonata mafiosa non è soltanto sentire le parole, perché spessissimo i boss dicono apertamente una cosa, ma ne vogliano intendere tutto un’altra. I ragazzi del gruppo d’uomo sanno che devono entrare in clandistinità assoluta e confinarsi nell’anonimato.

Nessuno deve assolutamente conoscere la loro vera missione, neanche le loro stesse famiglie. Vivono e lavorano sapendo che i mafiosi hanno una grandissima memoria e non dimenticano mai un viso sospetto. Ora dovranno muoversi costantemente sotto lo sguardo di gente che vive a Corleone, un luogo chiuso dove tutti conoscono tutti e tutto.

Sanno bene che in quel paese qualunque cosa, anche apparentemente insignificante e leggermente diversa dalla quotidianità, viene immediatamente notata. Le primissime volte operano sul territorio con la tangibile paura di essere visti e mandare in fumo anni di lavoro. Iniziano a monitorare la famiglia stretta del latetante studiando attentamente come trascorrono le giornate, quali luoghi frequentano e chi incontrano quotidianamente.

Gli obiettivi elettronici si puntano su Saveria Palazzolo, la moglie di Provenzano, che vive isolata in una casa appena costruita all’ingresso del paese e si puntano in contemporanea anche sul nipote Carmelo Gariffo che abita vicinissimo alla zia a soli 100 m in linea d’aria. In questo difficile gioco di ombre e specchi, anche un semplice panettiere o un fruttivendolo che consegna la spesa potrebbe diventare improvvisamente un favoreggiatore e nascondere un pizzino tra la frutta.

Bisogna esserci senza essere visti, spiando instancabilmente ogni minima increspatura della normalità, grazie alle telecamere piazzate in via continua, giorno e notte. La caccia finale è appena cominciata. Il segnale video catturato dalle lenti nascoste a Corleone viaggia silenzioso e criptato fino ad approdare nella centrale operativa del gruppo d’omo Palermo.

Qui, rinchiusi come in una sala regia sotterranea, gli agenti si alternano in turni massacranti ascoltando ore e ore di telefonate, incrociando i dati, studiando ogni singolo movimento dei familiari e trasmettendo le direttive strategiche alle ombre che pattugliano il territorio. I giorni scivolano vi lenti, interamente dedicati a questa logorante osservazione continua.

La moglie del super latitante Saveria Palazzolo conduce un’esistenza al limite della clausura, abbandonando il proprio domicilio solo per rare e brevi visite ai parenti più stretti. Lo stesso rigido schema viene applicato dal figlio Angelo, la cui vita appare morerata e riservata. Dimenticate l’ostentazione dei classici rampolli di Cosa Nostra.

Qui non c’è traccia di macchine di  lusso, vestiti sfarzosi o viaggi in giro per il mondo. Questa è una famiglia che ha scelto di vivere una dura serie di sacrifici per raggiungere piccoli traguardi e soprattutto per tutelare il capofamiglia. Dalle intercettazioni ambientali non affiora mai un segnale di cedimento, se non raramente il suono di un pianto silenzioso della donna, un momento passeggero in cui il peso dell’isolamento si fa insopportabile.

Anche sul monitor puntato su Casa Gariffo la sceneggiatura sembra perfetta e irrilevante. L’abitazione riceve le visite abituali di Saveria con Angelo o di Mariangela, la figlia del padrone di casa che spesso si presenta con il marito Giuseppe Lobue. Proprio Giuseppe incarna l’immagine dell’assoluta normalità.

lavora fianco a fianco con Angelo Provenzano, con il quale condivide l’impiego per conto di una ditta specializzata nella vendita di aspirapolveri. Le comunicazioni intercettate tra i due soci sono la quinta essenza della noia lavorativa. Si sentono per fissare appuntamenti, verificare i rientri in paese e gestire le vendite porta a porta alle clienti.

Una facciata perfetta, inattaccabile. Sembra tutto incredibilmente normale. >> Angelo, dove sei? Io sto ritornando in paese. >> Ah, vabbè. Appena arrivi sempre. >> Io appena arrivo vado la signora. Cosa? La signora. Ci vuoi venire tu? >> Eh, sentiamoci. Gius fammi vedere come sono sentiamoci fra un’oretta. Ciao.

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