>> >> Grazie alle intercettazioni in carcere si scopre che Pino Lipari, potente rappresentante della mafia al tavolo degli appalti, esercita ancora il suo potere da dietro le sbarre. approfittando sapientemente dei colloqui con i familiari, fa uscire i suoi pizzini destinati al boss latitante.
Questi bigliettini cruciali vengono poi affidati a un nipote del padrino, l’infermiere Vito Alfan. L’uomo utilizza come buca delle lettere un luogo del tutto insospettabile, un ascensore dell’ospedale in cui lavora. Ed è proprio qui, in mezzo alla gente Ignara, che avviene lo scambio continuo tra un pizzino e l’altro.
Osservando questi passaggi metodici, polizia e carabinieri iniziano a delineare chiaramente il metodo di circuitazione dei bigliettini. Vengono individuati i luoghi e i personaggi più disparati che animano questa rete. Si va dal funzionario del Comune di Villafrati che si sente così sicuro da scrivere messaggi sul computer del suo ufficio fino a un consorzio di tir fra Palermo e Bagheria che funge da vero e proprio fermaaposta dei pizzini.
Per un certo periodo tutto questo fluire sotterraneo avviene sotto l’osservazione e la tutela delle forze di polizia, nella speranza tattica di cogliere l’ultimo anello della catena e arrivare direttamente al boss. Ma in questo tipo di indagini, se non cogli l’ultimo anello, a un certo punto devi per forza interrompere il meccanismo.
La Via dei Pizzini infatti si è rivelato un labirinto che non ha mai portato sino a lui. Si decide così di passare all’azione e azzerare l’intero sistema di comunicazione di Provenzano. In una sola notte il boss viene improvvisamente privato della sua guardia reale. Scatta l’operazione Grande Mandamento che porta in carcere in un colpo solo più di 50 persone.
L’obiettivo immediato è raggiunto. Viene letteralmente scompaginato quello che gli investigatori chiamano il ministero delle Poste e comunicazioni di Cosa Nostra. Non c’è dubbio che con questa operazione abbiamo scompaginato il Ministero delle Poste e Comunicazioni di Cosa Nostra e di Provenzano. >> Costretto a riorganizzarsi da zero, Provenzano si rende finalmente vulnerabile ed è qui, all’inizio del 2005, che lo Stato riesce a creare la situazione perfetta per fare una decisiva mossa di anticipo.
Vengono piazzate telecamere, microspie, posizionando meccanismi di controllo nei luoghi dove prevedibilmente si sarebbe riorganizzata la rete della protezione. La partita inevitabilmente si riapre a Corleone perché qui ci sono i suoi vecchi amici, la sua famiglia di sangue e in Sicilia il sangue non tradisce mai. Lontano da occhi indiscreti in un luogo segreto, si costituisce un’unità speciale che si dedica esclusivamente ed ossessivamente alla cattura di Provenzano, il gruppo d’omo.
Ne fanno parte elementi scelti della mobile di Palermo e dello SCO di Roma, rigorosamente selezionati perché ognuno di loro è particolarmente abile ed esperto in un singolo settore dell’indagine. Ci sono uomini bravissimi a stare sul territorio per effettuare estenuanti attività di pedinamento e appostamento.
Gli operatori, altamente esperti nell’ascolto di conversazioni difficili. Questi ultimi sono pienamente consapevoli che ascoltare una telefonata mafiosa non è soltanto sentire le parole, perché spessissimo i boss dicono apertamente una cosa, ma ne vogliano intendere tutto un’altra. I ragazzi del gruppo d’uomo sanno che devono entrare in clandistinità assoluta e confinarsi nell’anonimato.
Nessuno deve assolutamente conoscere la loro vera missione, neanche le loro stesse famiglie. Vivono e lavorano sapendo che i mafiosi hanno una grandissima memoria e non dimenticano mai un viso sospetto. Ora dovranno muoversi costantemente sotto lo sguardo di gente che vive a Corleone, un luogo chiuso dove tutti conoscono tutti e tutto.
Sanno bene che in quel paese qualunque cosa, anche apparentemente insignificante e leggermente diversa dalla quotidianità, viene immediatamente notata. Le primissime volte operano sul territorio con la tangibile paura di essere visti e mandare in fumo anni di lavoro. Iniziano a monitorare la famiglia stretta del latetante studiando attentamente come trascorrono le giornate, quali luoghi frequentano e chi incontrano quotidianamente.
Gli obiettivi elettronici si puntano su Saveria Palazzolo, la moglie di Provenzano, che vive isolata in una casa appena costruita all’ingresso del paese e si puntano in contemporanea anche sul nipote Carmelo Gariffo che abita vicinissimo alla zia a soli 100 m in linea d’aria. In questo difficile gioco di ombre e specchi, anche un semplice panettiere o un fruttivendolo che consegna la spesa potrebbe diventare improvvisamente un favoreggiatore e nascondere un pizzino tra la frutta.
Bisogna esserci senza essere visti, spiando instancabilmente ogni minima increspatura della normalità, grazie alle telecamere piazzate in via continua, giorno e notte. La caccia finale è appena cominciata. Il segnale video catturato dalle lenti nascoste a Corleone viaggia silenzioso e criptato fino ad approdare nella centrale operativa del gruppo d’omo Palermo.
Qui, rinchiusi come in una sala regia sotterranea, gli agenti si alternano in turni massacranti ascoltando ore e ore di telefonate, incrociando i dati, studiando ogni singolo movimento dei familiari e trasmettendo le direttive strategiche alle ombre che pattugliano il territorio. I giorni scivolano vi lenti, interamente dedicati a questa logorante osservazione continua.
La moglie del super latitante Saveria Palazzolo conduce un’esistenza al limite della clausura, abbandonando il proprio domicilio solo per rare e brevi visite ai parenti più stretti. Lo stesso rigido schema viene applicato dal figlio Angelo, la cui vita appare morerata e riservata. Dimenticate l’ostentazione dei classici rampolli di Cosa Nostra.
Qui non c’è traccia di macchine di lusso, vestiti sfarzosi o viaggi in giro per il mondo. Questa è una famiglia che ha scelto di vivere una dura serie di sacrifici per raggiungere piccoli traguardi e soprattutto per tutelare il capofamiglia. Dalle intercettazioni ambientali non affiora mai un segnale di cedimento, se non raramente il suono di un pianto silenzioso della donna, un momento passeggero in cui il peso dell’isolamento si fa insopportabile.
Anche sul monitor puntato su Casa Gariffo la sceneggiatura sembra perfetta e irrilevante. L’abitazione riceve le visite abituali di Saveria con Angelo o di Mariangela, la figlia del padrone di casa che spesso si presenta con il marito Giuseppe Lobue. Proprio Giuseppe incarna l’immagine dell’assoluta normalità.
lavora fianco a fianco con Angelo Provenzano, con il quale condivide l’impiego per conto di una ditta specializzata nella vendita di aspirapolveri. Le comunicazioni intercettate tra i due soci sono la quinta essenza della noia lavorativa. Si sentono per fissare appuntamenti, verificare i rientri in paese e gestire le vendite porta a porta alle clienti.
Una facciata perfetta, inattaccabile. Sembra tutto incredibilmente normale. >> Angelo, dove sei? Io sto ritornando in paese. >> Ah, vabbè. Appena arrivi sempre. >> Io appena arrivo vado la signora. Cosa? La signora. Ci vuoi venire tu? >> Eh, sentiamoci. Gius fammi vedere come sono sentiamoci fra un’oretta. Ciao.
>> Ok. Ciao. >> Ma se a Corleone regna un silenzio tombale, a Palermo il fronte investigativo ribolle e si muove freneticamente. Un’altra branca della squadra mobile sta stringendo le maglie intorno ai luogo tenenti operativi di Pinnu. Il flusso di informazioni raccolte è impressionante. Una miniera inestimabile di conversazioni e dati segreti che scardina la barriera del più alto livello mafioso del capoluogo.
Un’individuazione chiara e limpida permessa dall’ascolto di boss di primissimo piano. Ti hanno dato niente? >> Ho avuto pazz bene. >> Questi 5000 allora sono caratter, giusto? Non si rivisare nessuno. Ogni volta che stanno facendo lavori il 3% è vosto. Lo sai che ha fatto? Ha preso 80 milioni e me li ha messi nelle mani.
Io ho preso i 80 milioni e io ho saliti. Veron e mi raccomando un colpo solo. Canti ess >> l’ombellico di questo potere criminale si nasconde dietro i cancelli di un elegante complesso, il Residence Michelangelo. È qui che i capi mandamento si riuniscano per il loro summit ricevendo la benedizione del viceè di Provenzano.
Nino Rotolo, condannato in via definitiva all’ergastolo, questo boss navigato ha saputo beffare il sistema sfruttando i certificati medici che attestano una grave cardiopatia per garantirsi comodi arresti domiciliari. La realtà, tuttavia, viene spietatamente immortalata dagli scatti della polizia.
L’ergastolano, malato di cuore, viene fotografato mentre salta agilmente una staccata di legno per infilarsi in un anonimo box di lamiera. In quel garage claustrofobico si decide il destino criminale della città, come quando bisogna piegare al proprio volere i nuovi negozianti. Rotolo ordina un’azione intimidatoria, silenziosa ma capillare contro i commercianti cinesi.
La direttiva è spietata ma calcolata, non si deve dare fuoco a nulla, ma impone disabotare notte-tempo le serrature di 15 negozi indondandole di colla attacc. Un avvertimento mafioso da manuale, l’anticamera della pressante richiesta del pizzo per rimarcare il perfetto controllo del territorio. >> Giovedì e notte tutta prima ci facci le cinese.
>> Queste non la fanno >> ora fuoco non gli se può dare? No, assolutamente non si deve dare fu giovedì notte in tutta Palermo mettiamo l’attacc in tutti tutti i negozi che ci sono. Ci belli altre. >> Sara cinesca è bloccata dalla colla. Così questa mattina a Palermo 15 negozi gestiti tutti da cinesi.
Una chiara intimidazione, come ci dice Laura Fasquini. Numerosi commercianti cinesi del quadrilatero preermitano intorno alla stazione centrale non hanno potuto aprire regolarmente i loro negozi perché le serrature sono state cosparse nella notte di colla. Insomma, un avvertimento in attesa della ricchesta del pizzo.
>> C’è una marea ironia che avvolge la città. Da secoli prima ancora di Santa Rosalia. Palermo felicissima ha invocato la protezione di innumerevoli sante, cercando scampo dalla miseria e della pestilenza. Oggi, guardando dal cielo, la Santa assiste a un’epidemia diversa, una mafia che non si manifesta più ammucchiando migliaia di cadaveri per strada, ma che violenta l’anima stessa del popolo, perché l’organizzazione è prima di tutto sete di potere e di affari commerciali. Per campare e alimentare i
suoi ingranaggi ha bisogno disperato di ricchezza e liquidità e a Palermo quei soldi grondano dalle innumerevoli estorsioni. Un taglieggiamento sistematico e quasi a tappeto che soffoca la libertà di ogni commerciante ed esercente. Rotolo supervisiona questi incassi da anni curando i versamenti di grossi gruppi commerciali con filiali strategiche disseminate in tutta l’isola, ma è la sua visione lungimirante e calcolatrice a lasciare senza fiato gli inquirenti. In
una conversazione intercettata, il boss offre un consiglio inquietante al titolare di un grande marchio della distribuzione da lui stesso tagliegiato. 2005 devo dare ora o ve anno? No, anche alla fine d’anno. Allora, questi sono solo 6 mesi di carattere. Sì, sì. e riso la fine d’anno e facciamo una discussione che abbiamo fatto l’altra volta, cioè per tutta per tutta la Sicilia >> e facamo Palermo, Catania, >> Ragusa >> e Pettess e e Mazzare.
>> Esatto. Sto parlando di Pino Migliore se il caso che la ditta aderisce migliore aderisce signore all’antemafia. >> Esatto. >> Per evitare attenzioni sgradite da parte degli investigatori ed essere insospettabile l’intima di associarsi ufficialmente a un movimento antircket e antiusura.
Se l’imprenditore paga l’estorsione ma sventola la bandiera dell’antimafia per le forze dell’ordine, sarà un vicolo cieco, uno sbalorditivo errore di valutazione. >> E allora migliore aderisce all’altra ci siamo sbagliati. È un contorcimento logico senza precedenti, ma incarna alla perfezione l’essenza stessa dell’era di Bernardo Provenzano.
Questa arte raffinata di mescolare costantemente le carte e di ammantare la di verità la menzogna più nera. È il suo inconfondibile marchio di fabbrica. Questo abile e spietato architetto di labirinti sociali ha imposto ai suoi una strategia perversa che gioca tutto sui paradossi.
ha infiltrato le vene della società civile, manovrando, come burattini persone della società comune, avvolte inconsapevoli e in totale buona fede. Il suo capolavoro strategico va in scena nel 2004, quando l’amministrazione del Comune di Villabate decide clamorosamente di conferire la cittadinanza onoraria all’attore Raul Bova, volto televisivo del capitano ultimo.
All’apparenza un lodevole gesto di ribellione. In realtà i figli di quell’evento erano tirati da Mandalà, uno degli uomini fedeli del boss corleonese. E il boss supremo in persona, dopo aver valutato l’incredibile vantaggio dell’operazione, si era esposto direttamente per autorizzarla. Usare quell’evento pubblico per accreditare una giunta profondamente mafiosa, facendola passare paradossalmente per una fiera oppositrice della criminalità.
Siamo a tutti gli effetti in Sicilia, nella terra che ha dato i Natali a Pirandello, dove le maschere si confondono sempre con i volti. Ma torniamo con gli occhi puntati sui monitor che inquadrano Corleone. Sono passati ormai tre lunghi mesi di appostamenti, video sulla mura domestica e della famiglia di Provenzan.
ore interminabili di sorveglianza senza che emergolo fotogramma rilevante. Ma l’intuito degli investigatori del gruppo d’uomo, affinato da anni di indagini spiatate, percepisce che qualcosa stona in quel quadro così immobile. Un dettaglio, all’apparenza banale, ma metodico, comincia a farsi spazio nella mente degli agenti, partendo da quel modesto venditore di aspirapolveri e dalle sue strane tempistiche, Giuseppe Lobue.
Un minuscolo strappo in questa narrazione di perfetta legalità sta per rivelarsi l’errore decisivo. Il primo campanello d’allarme scatta in pieno inverno. È il 26 gennaio del 2006. Angelo Provenzano esce di casa a metà pomeriggio accompagnato proprio da suo cugino Giuseppe Lobue. Prima di allontanarsi Giuseppe ripone due borse nel portabaglie della vettura, mentre Angelo sistema una busta della spazzatura nell’abitacolo.
Nei giorni successivi Giuseppe fa visita all’abitazione del parente ripetutamente. Eppure c’è un’anomalia profonda nel suo comportamento. Prima di recarsi sul posto telefona sempre per assicurarsi che il cugino sia rientrato in paese per la mentalità siciliana. È un dettaglio stonato. Se sai che in casa c’è solo tua zia, una donna che vive perennemente isolata, per quale motivo andresti a farle visita proprio quando l’uomo di casa è assente? È una pura questione di delicatezza e logica.
Il secondo sospetto ruota attorno a quei banali sacchetti di plastica. Dalle riprese video gli agenti nuotano un atteggiamento irrazionale. Vedono chiaramente dei pacchi spuntare dai sacchi dell’immondizia portati fuori. Hanno il cassonetto a 10 m dal portone, ma invece di gettarli lì li caricano in macchina e se li portano via per smaltirli altrove.
Il terzo e definitivo indizio arriva da uno sfogo intercettato a parlare al telefono e Mariangela Gariffo, esasperata perché il marito alle 10:30 di sera non è ancora rincasato. La donna logorata da 8 mesi di quella vita fatta di continue assenze lo rimproverà duramente alludendo a un pericolo imminente.
“Dovrebbe succedere una cosa che dovresti stare solo e riflettere” gli dice con rabbia. Il consorte fatica a cogliere il messaggio rispondendo che potrebbe stare da solo anche per tre o 4 anni per poi ritornare insieme a lei. Ma per gli investigatori in ascolto il senso è cristallino.
Mariangela è il terrore che l’uomo finisca in galera restando chiuso dietro le sbarre a causa dei compiti oscuri che sta svolgendo. Sono 8 mesi che non gli faccio sta vita e ci sono ancora. Eh, e io la vol fatto ancora sta vita peggio di quella. Tu magari dici se io sono non ti credo mai perlomeno diciamo quando ti 5 minuti cosi fare questo.
Io neanche questo posso fare. Vabbè, continua allora vediamo dove ci porta. Vedremo un giorno. Giuseppe, >> che cosa >> facciamo un giorno? Quando sarai solo? Io sono da solo, ad esempio, tipo in quella situazione che sono stato da solo. >> Lo sai quando sei stato solo? >> E dimmelo. >> Che non siamo stati insieme.
>> Mh. >> Giusto, >> giusto. E allora che c’entra questo? Sì, chissà dovrebbe succedere una cosa che dovessi stare solo e riflettere e capire qual è la cosa più importante. >> Ma Angela, allora ascoltami. Io potrei stare da solo anni, 3 anni, 4 anni, poi sarei di nuovo assieme a voi. Di nuovo questo farei fare la cosa non farmi mancare niente.
Forse l’ho caputo questo. >> Queste tre tessere incastrata l’una nell’altra blindano l’intuizione del gruppo d’uomo. Giuseppe è il bersaglio da seguire. I misteriosi involucri che trasporta potrebbero viaggiare dritti verso Bernardo Provenzano. Nel frattempo l’indagine parallela, svela i piani alti di Cosa Nostra e i suoi agganci.
La fazione corleonese cerca entrature politiche di buon livello per gestire grandi appalti. I padrini discutono di incontri con figure istituzionali, di voti scambiati e di compensi esorbitanti che sfiorano i 20 milioni al mese, oltre a ricche pensioni maturate all’interno del sistema sanitario. Si pianifica persino di candidare alle elezioni soggetti vicini all’organizzazione, come il nipote di alcuni esponenti del quartiere uditore, per difendere gli interessi delle cosche agendo comodamente dall’interno delle
istituzioni. >> Nemmeno hai incontrato? >> Ah, sì, sì. Mi sono visto con Giovanni Mercatan. Eh, e ho fatto una premessa. Vi ho detto sono finiti i tempi che ci potevate prendere per fessi. Qua non ci esce niente. Io ti do e tu mi dai, anche perché ti ho eredetto e ti vai a guadagnare 20 milioni al mese >> più la pensione e 3 milioni al mese.
>> Sì, esato. >> 3 milioni al mese e al mese dopo 30 anni d’ospedale. Oh, Nino, ci si devono dire queste cose? Sì, sì. Eh sì, sì, ho detto, tu hai l’impegno con nipoti >> l’architetto di questo sistema con mente raffinata e pragmatismo laico, non ha esitato a stringere alleanze ovunque, coinvolgendo persino le cooperative rosse nei suoi lucrosi affari, una strategia diametralmente opposta a quella del suo predecessore che un tempo aveva cacciato via i comunisti con la violenza. due facce
della stessa medaglia cresciute all’ombra dell’ex sindaco di Palermo che per decenni aveva tutelato l’ascesa dei Vidani. >> Una mente raffinata come quella del signor Provenzano decise di coprirsi le spalle facendo partecipare le cooperative rosse, mentre Rina a Corleone Buzzurro Picuraro le aveva buttate fuori.
Cioè io sono i comunista che portano avanti queste cose, signor Violanti, signor Caselli da Palermo, c’è tutto un una combicola. >> Tuttavia una nuova e letale minaccia incombe sugli equilibri palermitani. Salvatore Lo Piccolo, latitante da ben 25 anni. Egli controlla storicamente la periferia, ma ora preme per impadronirsi del centro cittadino, sovvertendo i vecchi confini spartitori a danno dei clan storici.
L’emergente, chiamato anche egli con deferenza zio, nega sistematicamente gli appuntamenti agli emissari mandati dal regente del capoluogo, avventandosi con spregiudicatezza su contratti pubblici, narcotraffico edilizia. Si teme che stia ammassando un esercito personale forte del ritorno in Sicilia degli Inzerillo.
Le famiglie sterminate e costrette all’esilio in America proprio dai capi supremi decenni prima. Questo ci vuole fare ammazzare tutti sbotta il boss ai domiciliari durante una conversazione registrata, minacciando apertamente di dover tagliare la testa al toro. Una nuova sanguinosa mattanza sembra profilarsi all’orizzonte.
Con queste nubi nere che si addensano, decapitare l’organizzazione diventa una corsa contro il tempo. L’attenzione investigativa torna freneticamente su Giuseppe Lobue. Un giorno al telefono lo si sente lamentarsi di dover pagare un certo bollettino primavera. Gli agenti incrociano rapidamente le banche dati. Non esiste nessuna persona o azienda con quel nome.
È l’ennesimo linguaggio criptato per fissare uno scambio di materiale. Bollettin primavera. Speriamo che ci telefonate. Ah, >> quanto ne avemo oggi? 15 R tu se c a pagare sto bollettino. Dai, sto venendo dai ciao >> ciao. Pedenare fisicamente quest’uomo si trasforma però in un incubo al volante della sua vettura per scrollarsi di dosso eventuali inseguitori sfreccia a 170 e persino a 180 km/h.
Corre senza limiti ovunque azzardando manovre pericolose sulle strette strade statali dell’entroterra. Stargli dietro senza essere inequivocabilmente notati è tecnicamente impossibile. La squadra speciale decide allora di affidarsi all’elettronica agganciando un localizzatore satellitare sotto la sua automobile.
Il quadro che emerge dal tracciamento digitale è caotico. L’autista incontra centinaia di individui e si ferma in una miriade di luoghi differenti. Isolare la tappa giusta in mezzo a 1000 falsi bersagli è un’impresa titanica. Gli operatori macinano migliaia di chilometri a distanza analizzando ogni sosta.
finché non individuano un tracciamento ridondante. Nonostante l’infinita ragnatela di deviazioni, le sue destinazioni cruciali sono sempre solo tre: la zia Saveria, il suocero Carmelo Gariffo e infine suo padre. L’osservazione incrociata, smaschera l’inganno. Quando si ferma dal suocero, l’involucro sospetto viene lasciato intatto dentro l’abitacolo.
Il conducente scende, si intrattiene per pochi istanti come se dovesse ritirare qualcosa di minuscolo e riparte immediatamente. La rivelazione definitiva avviene a poche centinaia di metri di distanza. Il carico giunge sempre allo stesso identico capolineo, la dimora del padre, Calogero l buue e quando il corriere esce da quell’edificio ha sistematicamente le mani vuote.
La catena logistica segreta ha appena aggiunto un nuovo vitale tassello. Il 4 marzo, nel silenzio assoluto delle campagne un nuovo obiettivo viene acceso. Ora il mirino dello Stato punta inesorabilmente verso il portone di Calogero. L’attenzione del gruppo d’uomo si sposta ora con precisione chirurgica su Calogero Lobue, il padre di Giuseppe.
Non è solo un sospettato, è un uomo che incarna la paranoia di un intero sistema. Dalle telecamere appena installate emerge un comportamento che va oltre ogni logica quotidiana. Calogero trascorre ore interminabili piantato davanti al portone di casa, scrutando ogni singolo automobile che attraversa la strada.
Non è la distrazione di un anziano, è il compito di una sentinella. Quel guardare ossessivo tradisce l’esistenza di qualcosa di prezioso e terribile nascosto dietro quelle mura. O forse la consapevolezza di essere l’ultimo baluardo prima del fantasma. Mentre Calogero monta la guardia a Corleone, i pizzini intercettati altrove rivelano che l’impero di Provenzano sta affrontando una scossa tellurica interna.
Un uomo nome in codice, il numero 30 inizia a pesare come un macigno nelle indagini. è Salvatore Lo Piccolo. Lo Piccolo è un latitante di lungo corso che chiama Provenzano Zio, ma il suo rispetto è solo una facciata strategica. Egli è il regente incontrastato della periferia palermitana e sta iniziando a muoversi con ferocia verso il cuore della città, calpestando i vecchi confini che per decenni avevano garantito una pace armata tra i clan.
Il conflitto con Nino Rotolo è ormai aperto e insanabile. >> Minchia come cololo piccolo. Minchia, si incontra con tutte e non si incontra con me e addirittura lo vado a trovare io. Non è che si deve disturbare lui, sto pezza di cast. Ma c’era l’appuntamento che com’è che che ha fatto? Ha smantallato l’appuntamento? >> Sì.
Cioè che t’ ha mandato a dire? No, ancora niente. Neanche mi ha mandato a dire niente sto peruto. >> Il signor Peicolo non è nessuno. Se deve dare una ridimensionata. Lo piccolo non rispetta più i ranghi, nega appuntamenti agli emissari storici e si avventa su ogni affare possibile, dall’edilizia al traffico di droga, cercando di costruire un proprio esercito personale attraverso alleanze spregiudicate.
Gli investigatori sentono l’odore acre di una nuova guerra di mafia che sta per esplodere, una mattanza che potrebbe far fallire l’intero progetto di pace silenziosa costruito da Provenzano. In questo clima di tensione elettrica a Corleone accade l’imprevisto che ogni investigatore teme. Giuseppe Lobue si sta recando ancora una volta dalla zia Saveria, la moglie del boss e la sensazione è che un nuovo carico stia per muoversi.
>> Maria >> Oh, >> come va? >> Sta >> Ah, >> eraata. >> Non ti ho capito. >> Tiattata. Mamma mia. Comunque meglio per i giorni stanno? >> Non lo so. >> Vabbè dai, ora sto a casa. Ok. >> Ok. Ciao. >> Ma proprio nel momento cruciale la telecamera di sorveglianza puntata su casa Provenzano si spenge improvvisamente.
Un blackout tecnico che rischia di mandare in fumo mesi di appostamenti. I ragazzi del gruppo d’uomo non possono permettersi di perdere il contatto. Scatta una corsa contro il tempo. Gli agenti devono posizionarsi fisicamente sul terreno cercando un punto d’osservazione precario che permetta di dominare dall’alto l’ingresso dell’abitazione.
Dalla loro nuova posizione di fortuna, gli occhi degli investigatori inquadrano finalmente l’obiettivo. Giuseppe Lobue esce dal portone della zia portando con sé un pacco di un arancione vivido. Non è un più un’ipotesi, è la prova fisica del passaggio di testimone. Il giro di consegna avviene con una velocità sorprendente, quasi a voler bruciare i tempi della possibile sorveglianza.
Giuseppe corre dal suocero Carmelo Gariffo lasciando il pacco in macchina come da protocollo, confermando che Gariffo funge da collettore intermedio. Poi alle 12:22 il Corriere raggiunge la destinazione finale della giornata, la casa del padre Calogero. Quel pacco arancione prelevato direttamente dalle mani della moglie di Provenzano entra ufficialmente nel rifugio dei Lobue.
Ora inizia la fase più logorante, l’attesa. Dalla centrale operativa gli agenti monitorano i movimenti di Calogero Lobue che quella mattina appare visibilmente inquieto. L’uomo entra ed esce freniticamente dal garage. Si guarda attorno con sospetto, come se sentisse il fiato degli investigatori sul collo.
Poco prima del tramonto avviene il movimento decisivo. Il pacco arancione riprende il suo cammino. Calogero lo carica sulla sua Opelastra, accompagnato dall’altro figlio Giovanni. Gli investigatori sanno che questa potrebbe essere la consegna definitiva, quella che porta direttamente al covo dell’attitante. Nonostante l’altissimo rischio di essere scoperti, la squadra decide di tentare un pedinamento ravvicinato tra i vicoli stretti e silenziosi di Corleone.
È una danza pericolosa sulle strade deserte dove ogni rumore di motore può tradire la presenza di un’autocivetta. In una piazzetta fuori dal centro, l’astra di Lobue rallenta sensibilmente. Un’altra vettura, una golf grigia, le si accode immediatamente. Le due macchine imboccano insieme una strada secondaria che costeggia il paese, iniziando una salita verso l’ignoto.
I ragazzi passano oltre per non insospettire i bersagli, ma riescono a cogliere un movimento fondamentale. Calogero Lobue scende dall’Astra e sale a bordo della Golf. Mentre il cuore batte all’impazzata, uno degli agenti riesce a leggere e comunicare la targa della nuova auto. La Golf riparte a tutta velocità e questa volta il pedinamento si fa ancora più serrato.
Dallo specchietto retrovisore gli investigatori vedono l’auto svoltare improvvisamente a sinistra e inerpicarsi su per la montagna. danno qualche secondo di vantaggio, fanno inversione e si rimettono in scia, ma il destino gioca un brutto scherzo. In un attimo la golf sparisce tra le pieghe del terreno, la macchina è sparita e con essa il pacco arancione diretto a Bernardo Provenzano.
Per il gruppo d’uomo aver perso quel contatto ha il sapore amaro di una sconfitta devastante, proprio quando il traguardo sembrava un passo. Ma la partita è tutt’altro che finita. Alle 22:15 Calogero Lobue riappare improvvisamente a piedi, ritornando verso casa dopo essere stato lasciato da quella stessa golf che ora sfreccia via nell’oscurità.
Nelle sue mani ci sono due nuovi sacchetti diversi da quelli con cui era uscito. È avvenuto lo scambio. La conferma arriva pochi minuti dopo attraverso una telefonata tra la moglie di Calogero e il figlio Giuseppe. I pacchi ricevuti dal fantasma stanno tornando indietro per essere consegnati alla famiglia Provenzano.
>> Mamma >> eh, >> hai telefonato quale? >> Un >> pesciata chi è? Io te aveva telefonato. >> Ma come sta gior telefonato? Ora v Ciao. >> Vabbè. Ciao. >> La sequenza degli eventi parla chiaro. Lo scambio è avvenuto nel giro di pochissime ore. Questo significa solo una cosa. Bernardo Provenzano è lì incredibilmente vicino.
Chi si nascondeva dietro il volante di quella vettura grigia sfuggita all’inseguimento? L’identità del conducente misterioso non resta un segreto a lungo. I terminali della polizia restituiscono un nome che pesa come un macigno. Si tratta di Bernardo Rina, classe 1938, un nome che da quelle parti evoca subito spettri del passato.
È una vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, ma soprattutto è un fedelissimo della prima ora di Provenzano. Hanno condiviso l’infanzia, i primi crimini, gli anni bui delle galere. Non è un fiancheggiatore qualsiasi, è l’amico di una vita, l’ultimo anello corazzato della catena postale mafiosa. La caccia entra in una fase di apnea.
Il 25 marzo si registra un nuovo fremito logistico. Un altro carico è pronto a muoversi. Quando l’involucro frinisce tra le mani di Calogero Lugue, le pattuglie invisibili gli si attaccano letteralmente alle costole per la seconda volta. In questa occasione però l’Astra abbandona il perimetro urbano di Corleone.
Il tracciato sembra inizialmente scontato. La direttrice punta dritta verso l’abitazione di Bernardo Rina, situata a 1,m5 di distanza. Gli agenti a bordo dell’autocivetta trattengono il respiro preparandosi a documentare la consegna. In prossimità del bivio decisivo, l’autore rallenta. Sembra il preludio a una svolta a sinistra, ma improvvisamente le previsioni crollano.
Lubue tira dritto e prosegue la sua corsa. Lo strappo spiazza totalmente la squadra. Sulle strade provinciali ora deserte. Mantenere l’aggancio visivo senza farsi scoprire equivale a un suicidio tattico. I poliziotti sono costretti ad allentare la presa lasciando sfilare l’obiettivo. Il silenzio radio diventa assordante.
Dalla centrale operativa le voci dei colleghi gracchiano ansiose chiedendo la posizione del veicolo, ma le risposte tacciano. La macchina del Corriere è stata inghiottita dal nulla. Si inizia a macinare chilometri a vuoto con il terrore di aver perso l’occasione della vita.
Poi, come in un assurdo trucco di magia, giunti all’altezza del km 45, la vettura riappare ai bordi della carreggiata. Viene lanciato subito il segnale di ritrovamento alla base, mentre gli agenti si mimetizzano nella vegetazione per osservare la scena senza essere scorti. Quello che vedono ha dell’inverosimile.
L’autista è rimasto al suo posto di comando, fermo, immobile, non compie un solo gesto, non si guarda intorno. La sua staticità è così assoluta da farlo sembrare quasi privo di vita. Iniziano 40 minuti di stallo psicologico devastante per gli uomini appostati. Il tempo si dilata, alimentando paranoie e interrogativi atroci.
è parcheggiato lì per chi attende l’arrivo imminente del super latitante o peggio si è accorto del pedinamento e sta giocando al gatto col topo? In questo logorante gioco dell’oca, dopo quasi un’ora di paralisi totale, il motore si riaccende, l’auto inverte bruscamente la marcia e riprende la via per Corleone.

A pochi passi dall’ingresso del paese, la mossa finale. Lo buue scivola silenziosamente nel vialetto della tenuta di Rina. La deduzione investigativa è fulminea. Ricostruendo a ritroso il percorso, i poliziotti comprendono il motivo di quel lungo e incomprensibile vagabondare. Durante il primo transito davanti alla villa, proprio in quell’esatto momento, c’era un posto di blocco causale delle forze dell’ordine.
Il Corriere aveva dovuto tirare dritto per non rischiare una perquisizione rovinosa, optando per una lunghissima sosta di decantazione prima di riprovare l’avvicinamento. Il contatto è avvenuto, il cerchio si stringe. Oramai l’ipotesi investigativa è granitica. L’inafferrabile padrino è rintanato a un passo da Corleone.
Tutta l’attenzione strategica viene dirottata sull’amico d’infanzia. Tuttavia, avvicinarsi al nuovo bersaglio richiede una cautela paranoica. In quel territorio ostile non sono ammessi margini di errore. Si decide di operare con metodi antichi e silenziosi. Le stesse microcamere di sorveglianza vengono piazzate a distanze siderali, restituendo immagini sgranate e imperfette pur di non inquinare l’aria.
Si osservano i movimenti del nucleo familiare e tra i vari mezzi a disposizione del patriarca un fuoristadra attira l’attenzione con una cadenza quasi quotidiana. >> >> Quel mezzo abbandona la dimora per inerpicarsi verso una zona impervia, una contrada brulla che domina la valle dall’alto, montagna dei cavalli. È un comprensorio agricolo vastissimo, attraversato da una sola isolata via d’accesso.
Provare a seguire il fuoristrada su quelle pendenze significherebbe firmare la propria condanna a essere scoperti. Gli investigatori devono per forza cambiare approccio. Serve uno stratagemma burocratico, una risonanza magnetica del territorio. Inviando un operatore fidato negli uffici del catasto, sfogliando i registri con discrezione assoluta per non allertare possibili talpe infiltrate nei gangli dell’amministrazione comunale, si cerca una traccia documentale e la traccia emerge nitida.
I parenti acquisiti di Rina, i suoi cognati, risultano proprietari di due immobili rustici proprio in quella frazione remota. L’enigma si sta per svelare, ma Montagna dei cavalli è un ecosistema chiuso, immobile da secoli. E un luogo in cui i pastori e i guardiani conoscono ogni singola pietra, capaci di fiutare la presenza di uno straniero o di notare se l’inclinazione di un ramo è stata alterata.
Piazzare uomini tra quei pascoli è un’utopia. La squadra compie a loro una scelta tattica estrema, arretrare per poter vedere. Gli agenti si arrampicano su un crinale boscoso situato a ben 8 km in linea d’aria dal bersaglio. Lì, sfidando il vento e le intemperie, piazzano un potente telescopio astronomico puntato sulle due villette sospette.
C’è il terrore costante di commettere un passo falso che azzeri decenni di sacrifici, perché contro un nemico del genere la partita non finisce in pareggio. Se lui fiuta il pericolo svanisce per sempre. Per penetrare i segreti di montagna dei cavalli la squadra del gruppo d’uomo deve forzare la mano.
Dimenticate la tecnologia avanzata o le comodità. Qui si tratta di appiattimento puro, un lavoro durissimo fatto passo dopo passo. Gli agenti si sdraiano a terra mimetizzati tra la vegetazione selvaggia, sfidando il sole cocente, la pioggia e le lucertole che camminano loro addosso, pur di tenere sotto osservazione una cinquantina di case in attesa di un solo evento decisivo, il movimento dei famosi pacchi.
Lì in mezzo al fango il tempo sembra non scorrere mai. Il 3 aprile di primissima mattina quell’attesa massacrante viene ripagata. Bernardo Rina si reca a montagna dei cavalli, esattamente come d’abitudine. Grazie a questo nuovo e precario punto d’osservazione tattico, le forze dell’ordine possono finalmente dominare a vista tutte le abitazioni e seguire il percorso del fuoristrada.
L’auto avanza e gli inquirenti vedono finalmente dove si ferma, a costa vicino a un ovile affiancato da una vecchia casa mezza di roccata. Dagli accertamenti documentali emerge che la proprietà appartiene a un pastore incensurato, Giovanni Marino, un uomo d’altri tempi, molto conosciuto a Corleone perché produce e vende ottimi formaggi e ricotta fresca.
Gli agenti non sanno ancora con assoluta certezza se Bernardo Provenzano sia nascosto proprio lì dentro, ma intuiscono un nesso logico innegabile e l’intera area viene immediatamente messa sotto strettissima osservazione tramite l’ennesima telecamera nascosta. Tuttavia, il quadro che si delinea nei giorni seguenti spiazza l’intera squadra.
La masseria si rivela un viavwa continuo. Oltre a Rina che va e viene con assoluta regolarità, si recano sul posto numerose altre persone, clienti del tutto normali che arrivano per acquistare formaggio per rifornirsi dell’acqua dall’antica fontana locale. Il dubbio serpeggia pesantemente tra gli investigatori.
È mai possibile che il capo supremo di Cosa Nostra, l’uomo più ricercato d’Italia, si nascondea in un luogo così esposto e frequentato da gente estranea? E soprattutto scrutando ogni movimento dei famosi pacchi, non emerge nessuna traccia. Che sia concordia questa vostra terra, senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, >> come lei saprà.
vittime >> vi è un uomo vile e pieno di tragedie che non va facendo altro che parlare male di lei. Sempre due già colte e non t’ avvicinare a Concordia questi ti portano sulle loro coscienze tante vittime umane a terra. Mi raccomando un colpo solo. Tanti esseri >> devono capire. devono capire che non si permette uccidere innocenti.
Ma non può cambiare e canestare questo diritto santissimo di Dio. >> La svolta si fa attendere fino a quando all’improvviso un’intercettazione telefonica squarcia il silenzio. È una comunicazione all’apparenza banale. Passa un attimo qua. In realtà il segnale è atteso da mesi. Il pacco ha ripreso ufficialmente il suo giro vizioso.
>> Ehi, ehi, dove sei? Io sono Gian e io sono qua a casa. Passa un attimo qua che eh che la casa. Sì, vabbè dai, passo un minuto. Ok. Controllando ossessivamente le immagini della masseria di Marino, le forze dell’ordine nuotano un dettaglio architettonico cruciale che prima era sfuggito all’attenzione.
C’è una costruzione recente, un’aggiunta alla struttura principale che non risulta affatto registrata al catastro. Sembra un ambiente assolutamente disabitato con tutte le finestre perennemente chiuse e sigillate per non far trapelare nulla all’esterno. Il sospetto si trasforma in certezza. È lì dentro che si nasconde il fantasma.
L’illusione del trionfo imminente si scontra però con il terrore del fallimento. Il 10 aprile si trasforma in una giornata di tensione altissima e cocente delusione. Stranamente Bernardo Rina non si fa vivo al casolare. I fantasmi del passato tornano prepotentemente a tormentare i poliziotti.
Già nel 94, nel 98 e nel 2001 Provenzano era riuscito a sfuggire alla cattura per un soffio, beffando un intero apparato investigativo. La paura cronica, un incubo a occhi aperti, è che la partita sia truccata, inquinata dalle talpe. Spietati traditori in divisa, pronti a fornire al boss le soffiate giuste per farlo sparire nel nulla ancora una volta.
Ma la storia questa volta ha deciso di voltare pagina. Arriva l’11 aprile, il giorno dei giorni e l’ennesima consegna si mette faticosamente in moto. Un sacchetto della spesa, una banalissima busta della Despar, esce da Casa Provenzano a Corleone. Gli agenti trattengono il respiro finché non vedono esattamente quella stessa identica busta arrivare tra le mani di Rina, dritta verso la porta di quel casolare anonimo.
È la conferma definitiva. Scatta l’ordine di irruzione, un intervento fissato per le 11:23 in pieno giorno che non ammette repliche. >> Tutto dentro. >> Tutto dentro. >> Vanno direttamente al Casolare a sfondare la porta. Tutti gli altri velocemente a cinturare tutto il casolare quanto più largo possibile, scusamo. Quanto più largo possibile.
>> La macchina dell’operazione si muove con precisione chirurgica per non destare alcun sospetto in quel paesaggio immobile. Gli agenti utilizzano un fuoristrada del tutto identico a quello guidato abitualmente da Rina. Arrivati a ridosso dell’obiettivo, un imprevisto gela il sangue. Ci sono dei civili, ignari che stanno comprando serenamente il formaggio.
Bisogna attendere in apnea che la strada sia sgombra per evitare vittime innocenti o una distraastrosa fuga. Poi finalmente il via libera. In pochi frenetici secondi gli operatori circondano il casolare e sfondano la porta d’ingresso con un colpo secco. Dentro c’è lui, l’uomo che lo Stato cerca ininterrottamente da lontano 9 maggio del 1963.
Non c’è alcun bunker ipertecnologico a proteggerlo, ma solo una stanza modesta. Lo trovano seduto accanto a una vecchia macchina da scrivere, circondato da una marea di carte, di pizzini strategici, testi religiosi e un’immancabile Bibbia. Al collo e sul petto porta decine di crocifissi, completamente immerso in un delirante lucido misticismo.
Quando il primo poliziotto varca la soglia, Provenzano non fa una piega, risponde al saluto stringendogli la mano con impressionante freddezza e in modo surreale. Gli fa persino i complimenti per il lavoro svolto. Poi sul suo volto rugoso si dipinge una smorfia, un sorrisetto indecifrabile, un misto di inquietante serenità e rassegnazione, una maschera calcolata e mantenuta fino all’ultimo respiro in libertà.
L’invisibile Bernardo Provenzano ha smesso definitivamente di essere un fantasma alle famiglie e che gli ha garantito la capacità di gestire una latidanza da Rod, nonostante alcuni suoi dati come il tradico Nino Giuffre o come Mario Cimano ormai collaborano con i magistrati. Lo cercavano dal 9 maggio 1963, 42 anni, una vita.
Dopo una violenza sparatoria tra i vicoli di Corleone era scomparso nel nulla dell’omesà mafiosa. Sulla sua scia era rimasta solo una foto scattata. era il luogo nel quale lo abbiamo sempre immaginato. Poi averlo trovato accanto con la macchina da scrivere immerso in un contorno di carte, di pizzini, di testi religiosi, la Bibbia e la cosa che mi colpì appena ho visto il i crocefissi al collo, no? Questi doci fissi che aveva al petto che ti danno subito l’idea del personaggio immerso in questo contesto religioso. Siamo alla fine di
una maratona. Quando arrivi alla fine di una maratona sono entrato subito dentro il casolare, l’ho salutato com’è giusto che sia buona educazione e lui ha risposto al saluto eccetto Milano. Mi ha fatto i complimenti. >> La cosa che ho pensato è come se sapesse del mio ruolo in questa vicenda. Passati i primi secondi dell’effetto sorpresa e assume quella quella smorfia sul viso che è un misto di serenità e questo sorrisetto, diciamo, sul viso che lo ha sempre accompagnato in pelle ore fino a quando è rimasto con noi, diciamo.
Il re è caduto ed è tempo di leggere i segreti oscuri del suo regno per smantellare una volta per tutte i pilastri dell’Impero di Carta che aveva tenuto in ostaggio un’intera isola.
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