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BERNARDO PROVENZANO – Il Fantasma di Corleone | 43 Anni di Latitanza e la Cattura Shock del 2006

È qui   che entra in contatto con quel mondo parallelo  fatto di gabellotti, campieri e “uomini d’onore”.   La sua prima “gavetta” criminale inizia con  piccoli furti di bestiame e intimidazioni   ai danni dei contadini che non pagano le  tangenti. Non è violenza gratuita: è business.   A vent’anni, Bernardo Provenzano ha già capito che  in Sicilia il potere non si conquista con le urla,   ma con la pazienza e la capacità  di aspettare il momento giusto.

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L’incontro che cambierà per sempre la sua vita  avviene negli anni Cinquanta. Luciano Liggio,   un giovane gabellotto ambizioso e spietato, nota  le qualità del ragazzo di Corleone. Provenzano   ha tutto quello che serve: è silenzioso,  fedele, determinato. Soprattutto, è capace   di uccidere a sangue freddo quando necessario.

Liggio lo prende sotto la sua protezione e lo   introduce nell’organizzazione che domina  Corleone: la famiglia di Michele Navarra.   Michele Navarra regna su Corleone con  il camice bianco e la pistola in tasca.   Medico-chirurgo, primario dell’ospedale cittadino,  prima sostenitore del Partito Liberale Italiano   e poi della Democrazia Cristiana, è l’uomo  più potente del paese.

Dietro la facciata   rispettabile di professionista stimato si nasconde  il capo indiscusso della famiglia mafiosa locale.   Navarra è l’archetipo della mafia che  media, che tesse con pazienza le relazioni,   che controlla ogni aspetto della vita  economica e sociale di Corleone.   Negli anni Cinquanta Bernardo Provenzano  entra nell’organizzazione di Navarra.

La   sua prima “missione” è sorvegliare i pascoli della  famiglia, controllare che nessuno rubi bestiame   senza autorizzazione, riscuotere le tangenti dai  piccoli allevatori. È un apprendistato criminale   che lo forma alla disciplina mafiosa: obbedienza  cieca, discrezione assoluta, violenza calcolata.

Ma a Corleone serpeggia una tensione sotterranea.  Luciano Liggio, ambizioso e imprevedibile,   non sopporta l’autorità di Navarra. Vuole il  potere. Ha capito che il futuro della mafia   non è più nel controllo delle campagne, ma nel  traffico di droga che inizia ad attraversare il   Mediterraneo. Navarra, legato ai vecchi schemi del  controllo territoriale, rappresenta il passato.

Il giovane Provenzano si trova in mezzo a questo  scontro generazionale. Da una parte Navarra,   il boss consolidato che gli ha dato  lavoro e protezione. Dall’altra Liggio,   che rappresenta l’ambizione e il cambiamento.  La scelta non è difficile: Bernardo sa da   che parte soffia il vento del futuro.

Le tensioni crescono fino a diventare   insostenibili. Liggio comincia a tessere  la sua rete, a conquistare alleati,   a pianificare l’eliminazione del rivale. Il  2 agosto 1958, Michele Navarra viene ucciso   mentre rientra a Corleone da Lercara Friddi, sulla  strada statale 118, in località Sant’Isidoro. La   sua auto viene colpita da numerosi proiettili.

L’omicidio di Michele Navarra è storicamente   attribuito al gruppo di Luciano Liggio, ma il  coinvolgimento diretto operativo di Provenzano,   seppur riportato in alcune ricostruzioni  investigative, non è un fatto univocamente   accertato da sentenze definitive specifiche sul  suo ruolo nell’esecuzione materiale dell’agguato.   Da quel momento Provenzano diventa un ricercato,  un uomo segnato per sempre.

È in questi giorni di   sangue che nasce il soprannome che lo accompagnerà  per tutta la vita: “u tratturi”, il trattore. Un   nomignolo che racchiude la sua essenza di quegli  anni: implacabile, metodico, inarrestabile. Come   un trattore che ara il campo, Provenzano elimina  sistematicamente tutti gli oppositori di Liggio.

Non conosce pietà, non fa distinzioni. È lo  strumento perfetto della vendetta del suo capo.   La “pulizia” dura mesi. Secondo  le ricostruzioni investigative,   molti uomini scompaiono nelle campagne di  Corleone. Alcuni vengono trovati morti in fossi   e casolari abbandonati. Altri non vengono mai  più trovati.

Provenzano si muove come un’ombra:   colpisce di notte, non lascia testimoni, non  commette errori. Negli archivi della polizia il   suo nome inizia a comparire in numerosi fascicoli.  Omicidi, scomparse, intimidazioni. Un curriculum   criminale che cresce di settimana in settimana. Ma il prezzo da pagare è alto: il 9 maggio 1963   Bernardo Provenzano diventa ufficialmente  latitante.

Ha trent’anni e inizia una fuga   che durerà quarantatré anni. Una fuga che  lo trasformerà da killer spietato in boss   invisibile, da “trattore” in “fantasma”. Il ragazzo di Corleone che rubava pecore è   diventato un professionista della morte. Ma  questa è solo l’alba di un’ascesa criminale   che ridefinirà per sempre il volto di  Cosa Nostra.

Dietro la maschera del   “trattore” si nasconde già l’architetto di  una nuova mafia, più silenziosa, più letale,   più invisibile di quella che l’ha preceduta. 1963 Mentre l’Italia vive il boom economico e   Palermo si trasforma in una metropoli moderna,  Bernardo Provenzano inizia la sua vita da   latitante. Ha trent’anni e una reputazione che  incute terrore in tutta la Sicilia occidentale.

Il “trattore” di Corleone è diventato uno  dei killer più temuti di Cosa Nostra.   La sua base operativa è una rete di  masserie sperdute nelle campagne siciliane,   protette da un antico codice di silenzio.  Qui Provenzano si nasconde di giorno e   organizza i suoi colpi di notte.

Il metodo è  sempre lo stesso: pianificazione maniacale,   esecuzione perfetta, scomparsa nel nulla.  Non ama i conflitti a fuoco, preferisce gli   agguati. Non cerca la gloria, cerca l’efficacia. Un uomo senza volto, ricercato dal 9 maggio 1963   da tutte le forze dell’ordine, un vero e proprio  professionista della clandestinità. Ma essere   latitante negli anni Sessanta non significa  vivere nascosti.

Significa avere protezioni,   complici, una rete di favoreggiatori  che rende possibile l’invisibilità.   Provenzano sa di poter contare su molte persone  sparse per tutta la Sicilia: contadini, piccoli   commercianti, professionisti, politici locali. Il suo primo grande incarico arriva nel 1969.   Palermo è scossa dalla prima guerra di mafia: le  famiglie storiche si combattono per il controllo   del traffico di eroina che inizia ad arrivare  dai laboratori libanesi e turchi.

Al centro dello   scontro c’è Michele Cavataio, boss di Acquasanta  soprannominato “il cobra”, accusato di aver   orchestrato la strage di Ciaculli del 1963. La strage di viale Lazio del 10 dicembre 1969   segna l’ingresso di Provenzano nel grande  palcoscenico della mafia palermitana.   Cavataio viene eliminato insieme ai suoi uomini  negli uffici dell’impresa Moncada.

Secondo le   ricostruzioni processuali, l’operazione porta  la firma dei Corleonesi: precisione chirurgica,   nessun testimone sopravvissuto,  messaggio chiaro agli altri boss.   Provenzano non è solo un esecutore. È uno  stratega. Secondo gli inquirenti, studia le   abitudini delle vittime, mappa i loro spostamenti,  individua i momenti di debolezza.

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