Le donne ti guardavano in modo diverso, gli uomini ti salutavano con cautela, smettevi di essere invisibile, esistevi. L’illusione della mafia non comincia con una pistola, comincia con un pranzo, con un uomo che paga il conto senza esitare, che ride forte, che conosce tutti per nome. Per un giovane siciliano degli anni 60 o 70 che non aveva mai visto il padre comprare un regalo di compleanno per mancanza di soldi, quella scena valeva più di qualsiasi discorso.
Era la prova vivente che esisteva un’altra strada e che quella strada era disponibile per lui. Quello che nessuno raccontava era cosa succedeva dopo la prima volta, dopo il primo favore accettato, dopo la prima busta messa via, dopo il primo silenzio comprato. Perché la cosa Nostra non legava i suoi uomini con catene, li legava con la gratitudine, con la sensazione che tu gli dovevi qualcosa.
Il debito in quel mondo non era finanziario, era morale, era esistenziale, era il tipo di debito che non ha un valore definito proprio perché non possa mai essere saldato. C’era anche quello che in silenzio chiamavano la bella vita. La vita bella, non la ricchezza assurda dei capi, ma il sufficiente.
Il sufficiente perché la madre non dovesse più lavorare, perché il fratello potesse studiare, perché la fidanzata dicesse sì. perché il vicino che ti aveva sempre guardato storto cominciasse a salutarti con rispetto. Era poco, era umano ed era proprio per questo che funzionava così bene. La mafia non vendeva potere ai suoi soldati, vendeva dignità e la dignità, per chi non l’ha mai avuta non ha prezzo.
Al culmine della Cosa Nostra, negli anni 80, l’organizzazione muoveva più di 10 miliardi di dollari all’anno. C’erano decine di famiglie sparse per la Sicilia, centinaia di soldati battezzati, migliaia di collaboratori, persone che non erano membri, ma chiudevano gli occhi, aprivano porte e restavano in silenzio.

Ognuno di loro era entrato allo stesso modo, con un’offerta che sembrava troppo bella per essere rifiutata. La struttura della cosa nostra non era caos, era ordine, una gerarchia precisa, quasi militare. Tutto cominciava dal picciotto. Il giovane che fa i lavori minori, fa la guardia, trasporta, impara. Se dimostrava lealtà saliva a soldato a pieno titolo, membro battezzato, parte della famiglia, con doveri, ma anche con una protezione reale.
Sopra di lui il capo decina, capo di una decina di uomini. Quello che gestisce risolve e risponde per la sua squadra. Poi l’under boss e in cima il capo di tutti i capi, il boss di tutti i boss. Ogni scalata in quella scala richiedeva una cosa: non solo lealtà, non solo silenzio, richiedeva complicità.
E la complicità nella cosa nostra aveva un significato molto preciso, non salivi senza sangue sulle mani. Tra il 1981 e il 1983, durante la seconda guerra di mafia, più di 1000 persone furono assassinate in Sicilia. Nel 1982 il generale dalla Chiesa, inviato per combattere la mafia, fu ucciso insieme alla moglie.
Era in carica da 100 giorni. Nel 1992 i magistrati Falcone e Borsellino furono eliminati a pochi mesi di distanza. Sotto Rina La Cosa Nostra uccise più di 1500 persone in due decenni. Non era crimine organizzato, era guerra. Salvatore Rina nacque nel 1930 a Corleone. Entrò nella mafia ancora adolescente.
A 19 anni aveva già commesso il suo primo omicidio. Nel 1969 fu condannato in Contumacia e scomparve. Restò latitante per 23 anni. 23 anni nascosto in un’isola dove tutti si conoscevano. Questo era possibile solo perché la rete di protezione intorno a lui era totale, assoluta e basata sul terrore.
Durante quei 23 anni Rina non solo sopravvisse, governò, si sposò, ebbe figli, creò una famiglia, tutto nella clandestinità e allo stesso tempo comandava esecuzioni, ordinava guerre, eliminava rivali. Per i suoi uomini non era solo il capo, era qualcosa di inevitabile, una forza che non si discuteva, non si questionava, non si rifiutava.
Riina era diverso dai capi precedenti, mentre altri preferivano la negoziazione, lui preferiva l’eliminazione. Mentre altri evitavano di attaccare direttamente lo Stato, lui assassinò giudici, poliziotti e politici con una freddezza che sconvolse persino altri mafiosi. Nessuno, in tutta la storia della Cosa Nostra concentrò tanto potere e tanto sangue nelle mani.
E nessuno diceva no a Rina, quasi nessuno. Chiamiamolo Marco, non è il nome vero, ma la storia è vera. Ci ha scritto chiedendoci di non rivelare la sua identità, chiedendo cautela, ma chiedendo che venisse raccontata. Marco crebbe a Palermo, figlio di un falegname, fratello maggiore di tre, famiglia onesta, come si diceva allora.
famiglia povera, come era la realtà di quasi tutti in quel quartiere. A 24 anni Marco aveva un piccolo bar nel quartiere di Pagliarelli. Non era granché qualche tavolo, un bancone, l’odore di caffè dalle 6:00 del mattino, ma era suo e in quel contesto avere qualcosa di proprio era già una conquista.
Fu in quel bar, in una normale mattina di martedì che tutto cominciò. Con un uomo che entrò, chiese un caffè e rimase un po’ più del necessario. Non fu una minaccia, fu una conversazione, un caffè, una proposta presentata come se fosse un favore. Noi abbiamo riunioni a volte discrete. Abbiamo bisogno di un posto, sarai pagato bene.
Non devi sapere niente, non devi partecipare a niente, devi solo aprire la porta all’ora giusta e chiudere gli occhi. Marco disse sì, non per cattiveria, per necessità, per paura e per quella logica che la mafia conosce meglio di chiunque altro. Per due anni il bar di Marco fu usato come punto di incontro.
non partecipò mai a nessuna riunione, non sentì mai nulla di concreto, serviva il caffè, chiudeva la cassa e se ne andava, ma sapeva non i dettagli, ma sapeva abbastanza per capire in che tipo di accordo era entrato e con questo arrivò il denaro, non tanto, ma sufficiente per rinnovare il bar, comprare attrezzature nuove, pagare l’affitto senza contare i giorni e arrivò il rispetto.
Per le strade del quartiere la gente sapeva che Marco era protetto. Nessuno chiedeva il pizzo, nessuno creava problemi. I fornitori consegnavano in orario. Era come se una mano invisibile avesse messo uno scudo intorno alla sua vita. E questo era esattamente il veleno della cosa nostra, non la violenza. La violenza sarebbe arrivata dopo.
Prima arrivava il comfort, la sensazione che la vita finalmente avesse un senso. Fu nel 1987. Marco aveva 31 anni. Lo stesso uomo che era entrato nel bar 3 anni prima tornò questa volta con un altro, più anziano, più calmo, con quel tipo di silenzio che pesa. Il messaggio era chiaro. Marco aveva dimostrato la sua lealtà.
