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COSA NOSTRA: Uomini d’Onore – Parte 1

 Il compito sarebbe stato affidato a Francesco Francese, reggente dell’uditore. Ma Gianni riesce a sfuggire anche a questo. Cambia rifugi, si muove tra Palermo, Milano, Calabria, viene segnalato anche all’estero, sempre irraggiungibile. Nel frattempo un altro uomo di rottolo, Nicolò Ingarao, viene ucciso a Palermo.

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 La guerra tra fazioni è ormai aperta e nel novembre 2007 arriva un’altra svolta. Salvatore e Sandro Lo Piccolo vengono arrestati. La loro cattura fa calare il sipario su quella che alcuni cronisti chiamano l’iliade palermitana. Achille contro Ettore, i greci contro i troiani. Ma in questa storia i ruoli si confondono.

 Le forze dell’ordine continuano a cercare Nicchi. Le intercettazioni, i pizzini, i segnali indicano che la sua posizione all’interno di Cosa Nostra è cresciuta. Viene definito il numero due dopo Matteo Messina Denaro. Secondo il questore di Palermo, Alessandro Marangoni è forse il più pericoloso perché giovane, capace e in piena ascesa.

 Le sue reti di protezione sono vaste, il suo nome circola ovunque. Vengono anche riportati i contatti con l’estero. Alcuni resoconti giornalistici raccontano di un viaggio a New York insieme al mafioso Nicola Mandalà e due ragazze. Si ipotizzano contatti con ambienti vicini agli inzerillo, ma queste notizie restano senza conferme ufficiali.

 Sono più suggestioni che prove. Il 5 dicembre 2009, dopo 3 anni di latitanza, arriva la fine. La squadra catturandi della polizia lo localizza in via Filippo Ivara, al numero 25 nel cuore di Palermo. È una palazzina a tre piani. I movimenti di alcuni favoreggiatori nella zona avevano insospettito gli investigatori.

 La sera precedente Gianni era stato visto uscire con il casco in testa, salire su una moto enduro, fermarsi in un pub, una sua abitudine, e poi rientrare. Sabato pomeriggio il Blitz, la polizia fa irruzione. Nikki tenta la fuga, corre verso l’uscita, ma viene bloccato e ammanettato. Non è armato. Nell’appartamento non ci sono armi, ma telefoni, cellulari e pizzini nascosti nei pacchetti di sigarette.

 Insieme a lui vengono arrestati due giovani, Alessandro Presti, 19 anni, e Giusy Amato, 27 anni. In casa un albero di Natale ancora da addobbare e alcune foto di donne. Il giorno dopo le immagini del suo volto sono ovunque. Capelli corti, sguardo freddo, volto scavato. Il simbolo della nuova mafia palermitana è stato preso.

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 Ma per la giustizia non è una fine, è un nuovo inizio. >> La squadra mobile arresta. A Palermo il boss latitante Gianni Nicchi. Lilia de palermitana si è conclusa in via Filippo Ivara al numero 25. Già sotto l’occhio della polizia perché nella zona si muovono alcuni favoreggiatori delle bosse. Venerdì sera Nicki è fuori dal primo piano della palazzina a tre piani indossa un casco, sale su di una moto enduro, corre, poi entra in un pub, comeè stato spesso di sua abitudine, poi a casa.

 Dopo poche ore, sabato pomeriggio, scatta il le blitz. Lui tenta la fuga, la catturanti della squadra mobile lo ammanetta. >> Al momento dell’arresto Nicki è già stato condannato a 15 anni per associazione mafiosa, pena ridotta a 13 in appello. Viene assolto invece per estorsione nel processo legato all’operazione Old Bridge per insufficienza di prove.

 Dopo l’arresto viene trasferito al carcere dell’Aquila in regime di 41 bis. isolamento, controlli costanti, niente contatti esterni, nessuna collaborazione, nessuna dichiarazione, nessun pentimento. Ha scelto il silenzio. Nel tempo la sua figura è rimasta al centro di vari procedimenti. Per alcuni è stato un leader mancato, un uomo troppo giovane per reggere il peso del potere.

 Per altri è il simbolo della nuova Cosa Nostra, moderna, discreta, legata ai circuiti economici e internazionali. Mafiosi in giacca e cravatta, non più con la coppola, ma con l’orecchio sul mercato. Secondo le autorità, l’arresto di Nicki è stato uno dei colpi più importanti inflitti alla mafia palermitana. Un successo investigativo, ma anche un segnale.

 Tuttavia il rischio è che senza un vertice la città possa frammentarsi in tante bande in conflitto. Una camorrizzazione della Sicilia. Secondo le analisi che avevamo compiuto, Giovanni Nicchi era forse il più pericoloso perché la sua giovane età e la sua il suo progressivo accreditamento all’interno dell’organizzazione rendevano plausibile l’ipotesi che dovesse diventare il nuovo capo della mafia a Palermo.

 Avevamo segnali di una sorta di eh carriera di nicchi che cresceva sempre più in importanza e l’imponente dispositivo che lo proteggeva e che è stato sagacemente penetrato dalle indagini di polizia lo conferma ancora una volta. Quindi si tratta di un successo che non è enfatico definire straordinario e che prepara probabilmente il collasso delle strutture mafiose a Palermo.

>> Oggi Gianni Nicchi è ancora detenuto, ancora in silenzio, non ha mai parlato, non ha mai raccontato. La sua è la storia di un’ascesa bruciante e di una caduta improvvisa, la storia di una generazione mafiosa che ha cercato di ridisegnare il volto di Cosa Nostra, ma che ancora una volta si è scontrata con lo Stato e mentre la lotta alla mafia continua, quel nome Gianni Nicchi, resterà inciso nella memoria collettiva come simbolo, come monito, come traccia indelebile di un tempo in cui il crimine si travestiva da modernità, ma parlava

ancora la lingua antica della paura. اorgio Liberto, nato il 28 marzo 1937 a Caccamo, si affermò silenziosamente, ma con decisione, come erede designato di Nino Giuf nel mandamento mafioso di Caccamo. In un contesto criminale in continuo fermento, quando nel 2002 Giff entrò nel programma di protezione e iniziò a collaborare con la giustizia, si creò un vuoto di potere che richiedeva una figura esperta, autorevole e rispettata.

 Liberto fu individuato come la persona giusta, un uomo d’onore di lunga consuetudine, conosciuto e stimato nei circuiti criminali locali e regionali, con appoggi consolidati e capacità di mediazione con le famiglie limitrofe. Tra il 2007 e 2009, le indagini condotte dalla squadra mobile di Palermo e dal commissariato di Termini Imese permisero di ricostruire, attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche e le rivelazioni di collaboratori di giustizia come Giuffré e Giovanni Brusca, l’intera rete mafiosa che faceva

capo a Caccamo. Secondo queste fonti, Liberto emergeva come presunto capo del territorio con un ruolo decisionale riconosciuto anche oltre i confini provinciali. Il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e la PM Lia Sava della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo coordinarono l’inchiesta. Il mandato di cattura fu firmato dal Jeep Pasqua Seminara del Tribunale di Palermo.

 Il 10 giugno 2009 Giorgio Liberto fu arrestato all’età di 72 anni. Insieme a lui furono arrestati anche due presunti fiancheggiatori, Gioacchino Priolo e Salvatore Pollina, entrambi di Caccamo, accusati di favoreggiamento aggravato. I due, secondo le accuse, avevano segnalato a un altro mafioso indagato la presenza di una microspia e di una telecamera installata per monitorare gli incontri, permettendogli così di evitare l’arresto.

 L’inchiesta copriva un arco temporale compreso tra aprile 2007 e febbraio 2008 e rivelava una struttura ancora attiva e capace di riorganizzarsi nonostante i numerosi arresti precedenti. >> Blitz antimafia nel palermitano. Arrestato il presunto erede di Nino Giufre. Oggi 10 giugno 2009 è in carcere il presunto erede di Nino Giuffré. La squadra mobile di Palermo e i poliziotti del commissariato di Termini IMese hanno arrestato lui, Giorgio Liberto, nato a Caccamo il 28 marzo del 1937.

Il presunto boss ha 72 anni e non sarebbe solo a capo dell’emmandamento di Caccamo, l’ex roccaforte dell’ex braccio destro di Bernardo Provenzano. Infatti il biglietto da visita di Liberto sarebbe riconosciuto e rispettato nella provincia di Palermo e anche nel Vallone di Caltanissetta. Secondo le indagini la reputazione di Liberto era ben radicata non solo nella provincia di Palermo, ma anche nelle aree montane della provincia di Caltanissetta.

 Il suo nome era rispettato dai referenti mafiosi locali come simbolo di continuità e discrezione. Non era solo il capo dell’area di Caccamo, ex rocaforte di Giufri e prima ancora di Bernardo Provenzano, ma una figura di raccordo tra mandamenti che necessitavano di coordinamento e mediazione in questioni complesse come spartizione di appalti, gestione di estorsioni e rapporti con colletti bianchi.

 Il procuratore Teresi definì Liberto un vecchio mafioso, un uomo d’onore da decenni. appartenente a quella mafia classica che ha sempre vissuto infiltrando il territorio, la politica e le attività economiche più rilevanti come l’edilizia e la distribuzione commerciale. Una mafia che non si limitava alla violenza, ma che puntava a cavalcare le istituzioni per rafforzare il proprio potere e garantirsi l’impunità attraverso alleanze strategiche.

 Un nodo cruciale nella sua parabola fu l’omicidio del sindacalista e candidato sindaco Domenico Mico Geraci, avvenuto l’8 ottobre 1998 a Caccamò. Geraci, attivo nella Will e già consigliere provinciale del PPI, denunciava con forza le infiltrazioni mafiose nel comune, in particolare nei settori agricoli e negli appalti pubblici.

 Fu ucciso con sei colpi di fucile a pompa davanti alla moglie e al figlio di 17 anni, mentre rientrava a casa dopo una giornata di lavoro. A indicare i mandanti furono collaboratori come Massimiliano Restivo, Emanuele Cecala e Andrea Lombardo che attribuirono l’ordine a Bernardo Provenzano tramite i fratelli Rinella. Secondo Giff, Geraci si oppose fermamente ai metodi mafiosi, specialmente in materia di contributi agricoli e fondi europei, e la sua candidatura da sindaco era vista come una minaccia seria all’equilibrio mafioso del territorio. Il

coinvolgimento di Liberto nell’assassinio di Geraci non fu mai provato giudiziariamente in maniera definitiva, ma molti collaboratori di giustizia lo indicavano come uno degli ispiratori dell’eliminazione. Dopo quell’episodio, Liberto divenne una figura troppo visibile per i vertici mafiosi.

 La sua vicinanza all’omicidio lo rese un elemento di potenziale imbarazzo e fu quindi posato, ossia messo da parte dalla leadership, non eliminato fisicamente, ma gradualmente escluso dai processi decisionali più delicati. Le indagini successive evidenziarono come la famiglia mafiosa di Caccamo avesse sviluppato una vera e propria condotta istituzionale: infiltrazione negli appalti pubblici, controllo delle imprese edili, rapporti consolidati con imprenditori locali, commercianti e pubblici amministratori.

Si scoprì, ad esempio, che un assessore comunale sarebbe stato socio in affari con il figlio di Liberto, favorendo l’assegnazione di appalti a ditte compiaenti o controllate dal clan. La mafia sotto Liberto non puntava più a governare con la paura, ma con il consenso e l’intreccio di interessi. L’operazione fu accolta come un duro colpo a Cosa Nostra nella provincia, tanto che il senatore Giuseppe Lumia definì quell’azione fondamentale per individuare responsabilità politiche sul caso Geraci. Tuttavia, nel secondo grado

di giudizio, Liberto fu assolto dall’accusa di essere l’erede diretto di Giuf e la condanna per l’associazione mafiosa fu annullata per insufficienza di prove riguardanti la sua posizione di comando effettivo. La magistratura non riuscì a dimostrare in modo incontrovertibile che fosse lui a impartire ordini diretti al mandamento.

Il delitto di Mico Geraci rimase formalmente senza colpevoli fino agli ultimi sviluppi. I fratelli Rinella furono identificati come mandanti e gli esecutori materiali Lokoco e Cano, vennero in seguito eliminati presumibilmente per impedire fughe di notizie. Questo episodio rappresenta uno spartiacque nella storia del territorio.

Il tentativo concreto e coraggioso di interrompere la presa mafiosa su Caccamo è una denuncia pubblica che molti cercarono di sopprimere attraverso il silenzio, la paura o la complicità. Il nome di Liberto riemerse spesso nei resoconti successivi, non più come boss violento o carismatico, ma come uomo dai legami profondi con le istituzioni locali e le reti economiche del territorio.

 Divenne il simbolo di una mafia che non eliminava con violenza, ma infiltrava, occupava spazi di potere e si sostituiva allo Stato. La sua strategia era quella del controllo silenzioso, intervenire solo se necessario, ma sempre con l’obiettivo di mantenere saldo il dominio sul territorio. Nel racconto della comunità Caccamo era conosciuta come la Svizzera della mafia, un luogo dove i boss ambientavano le loro trattative, architettavano gli affari e governavano attraverso figure come Liberto che comandavano senza spargimento di sangue,

ma con una rete fitta di relazioni, favori e accordi. Il potere non era visibile, ma pervasivo. Ogni decisione importante passava da lì. La vicenda di Liberto con la sua anziana età, l’arresto clamoroso, la soluzione e il suo ruolo controverso, rappresenta una svolta nel modo di narrare Cosa Nostra. Non più solo cadaveri eccellenti e stragi, ma una forma più silenziosa e capillare di potere, capace di penetrare i gangli vitali della vita civile.

 Il suo nome non comparve in film o libri popolari, ma nei verbali processuali e nelle informative della DA rimase un esempio emblematico di mafia che governa sul territorio non con la paura, ma con la gestione dei rapporti sociali e istituzionali. Oggi molti documenti investigativi e analisi accademiche considerano Liberto come un caso emblematico di quell’evoluzione mafiosa che tentava di trasformarsi da violenza esplicita a dominio latente.

 Per chi vuole studiare la metamorfosi di Cosa Nostra dopo Orina e Provenzano, la figura di Liberto appare come simbolo della mafia che cambia pelle, pur mantenendo intatta la sua ossessione per il controllo. La sua storia è un esempio di come il potere mafioso possa sopravvivere alle stagioni giudiziarie, reinventarsi e adattarsi senza mai perdere di vista l’obiettivo finale, comandare.

Gerlandino Messina è stato uno dei nomi più discussi e controversi della mafia agrigentina. La sua parabola criminale racconta non solo la storia di un uomo, ma anche quella di un’intera terra segnata dalla violenza e dal potere delle cosche. Dall’ascesa come giovane boss temuto e rispettato fino al declino con l’arresto e la condanna, il suo percorso è una finestra su come Cosa Nostra si sia trasformata e frammentata negli ultimi decenni.

In provincia di Agrigento, per decenni la mafia ha dettato legge, un territorio ricco di risorse naturali, di cultura e di storia, trasformato in una delle zone più depresse d’Europa. Un paradosso drammatico, figlio della morsa di Cosa Nostra, che ha soffocato lo sviluppo, imposto paura e ridotto al silenzio intere comunità.

 Per anni la mafia è sembrata invincibile. La popolazione, spesso impotente, non aveva altra scelta che piegarsi. Eppure, a partire dagli anni 80, grazie al sacrificio e al coraggio di uomini come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Rosario Livatino, lo Stato ha iniziato a incrinare quel dominio criminale che appariva eterno, ma Agrigento e in particolare Porto Empedocle restavano un epicentro di violenza e di potere mafioso.

 Ed è proprio qui che nasce e cresce Gerlandino Messina. Gerlandino Messina viene al mondo il 22 luglio 1972 nel popolare rione Cannelle di Porto Empedocle. Il padre Giuseppe Messina è un esponente di spicco di Cosa Nostra, già noto alle forze dell’ordine. La famiglia vive anni di piombo tra guerre di mafia e lotte di potere che insanguinano le strade dell’Agrigentino.

L’8 luglio 1986, quando Gerlandino non ha ancora compiuto 14 anni, la sua vita viene stravolta. Il padre Giuseppe viene assassinato sotto i suoi occhi, vittima di un agguato del clan rivale dei Grassonelli. Quel giorno la violenza mafiosa entra con prepotenza nella sua esistenza, segnandone per sempre il destino.

 Secondo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, proprio dopo l’omicidio del padre, Gerlandino si avvicina al mondo criminale. La sera del 21 settembre 1986, durante la cosiddetta prima strage di Porto Empedocle, un commando di Cosa Nostra colpisce i rivali grassonelli traina, provocando sei morti. Un blackout improvviso, studiato nei minimi dettagli, facilita l’azione dei killer.

E dietro quel buio, dietro lo spegnimento delle luci che getta la città nel caos, secondo alcuni pentiti, ci sarebbe stata la mano di un giovanissimo gerlandino, appena quattordicenne, ma già pronto a immergersi nell’abisso della mafia. La prima volta che il suo nome appare nei registri delle forze dell’ordine è il 18 ottobre 1992.

La polizia lo arresta a Porto Empedocle. In un catoio vengono trovati una pistola calibro 765 e alcuni grammi di hashish. È solo l’inizio. Negli anni successivi Gerlandino diventa un punto di riferimento per le famiglie mafiose dell’Agrigentino. È legato agli albanese ai Putrone e partecipa a una stagione di sangue che segna profondamente la provincia.

Tra i delitti più efferati a lui attribuiti ci sono l’omicidio del brigadiere dei Carabinieri Pasquale Di Lorenzo, ucciso il 13 ottobre 1992 e il brutale assassinio del maresciallo Giuliano Guazzelli, considerato un nemico giurato delle cose. Un colpo durissimo allo Stato che dimostra la ferocia e l’audacia di Cosa Nostra in quegli anni.

Determinanti per ricostruire il ruolo di Messina sono le dichiarazioni del killer Alfonso Falzone che lo indica come compagno di azioni criminali. Un intreccio di sangue che segna un’intera generazione di mafiosi empedlini. La carriera criminale di Gerlandino Messina si consolida negli anni 90, partecipa alle guerre di mafia, si muove tra alleanze e tradimenti e conquista sempre più potere.

 Il suo nome compare anche nell’inchiesta sul sequestro del piccolo Giuseppe di Matteo, il ragazzino strangolato e sciolto nell’acido dopo quasi 2 anni di prigionia. Un crimine che rimane una delle pagine più nere della storia di Cosa Nostra. Nel 1998 scatta la prima maxi operazione Akragas che decima le cosche dell’Agrigentino. Molti finiscono in carcere, ma Gerlandino riesce a salvarsi anche grazie al silenzio di alcuni familiari che evitano di accusarlo apertamente.

 Il suo nome però resta al centro delle indagini. Tra il 2003 e il 2006 Gerlandino Messina si afferma come uno dei boss più influenti della provincia. Accanto a Maurizio Di Gati, poi a Giuseppe Falsone, diventa una figura centrale negli equilibri mafiosi. Dopo l’arresto di Digati è Falsone a emergere come capoprovincia e proprio lui sceglie Gerlandino come suo vice.

 Un riconoscimento che certifica la sua importanza. Messina è ormai il numero due della mafia agrigentina. Quando nel 2010 Giuseppe Falsone viene catturato a Marsiglia, Gerlandino diventa automaticamente il nuovo capo, il vertice della piramide, il punto di riferimento di tutte le famiglie dell’Agrigentino. Ma la sua leadership dura poco.

 Lo Stato, da anni sulle sue tracce gli dà la caccia senza sosta. Il 27 novembre 2009 la squadra mobile di Agrigento scopre un covo a Favara appena abbandonato. All’interno tracce che dimostrano come fino a pochi minuti prima lì si nascondesse proprio lui. Il cerchio si stringe. Il 23 ottobre 2010 le teste di cuoio del GIS fanno irruzione in un appartamento di Favara in viale Stati Uniti 79.

 Granate accecanti, porte sfondate, uomini in armi. All’interno trovano un uomo calvo e robusto. È Gerlandino Messina. La sua latitanza finisce così in una palazzina anonima della periferia. La notizia fa il Giro d’Italia. Agrigento, la provincia che per anni aveva subito la violenza di Cosa Nostra, vede cadere l’ultimo grande boss ancora libero.

 La cattura di Gerlandino Messina destabilizza le cosche. Senza Falsone e senza Messina la mafia agrigentina perde due punti di riferimento fondamentali. Le famiglie divise tra l’ala corleonese e quella provenzaniana faticano a riconoscere un nuovo capo. Eppure, nonostante i colpi inferti dallo Stato, la mafia non scompare.

 I pizzini trovati nei covi, le indagini sugli appalti e sulle infiltrazioni economiche di come la rete criminale resti viva, pronta a riorganizzarsi. Quanto a Gerlandino, dopo la cattura gli inquirenti si chiesero: “Seguirà mai la strada del pentimento? La sua figura, il suo carattere, il peso della famiglia di appartenenza rendono questa ipotesi difficile? Eppure, come è accaduto per altri boss, la possibilità resta sempre aperta.

 Con l’arresto di Gerlandino Messina si chiude un capitolo oscuro della storia di Agrigento, un capitolo fatto di sangue, paura e arretratezza sociale. La provincia, devastata da decenni di guerre di mafia, paga ancora oggi le conseguenze di quel dominio criminale. Eppure l’arresto rappresenta anche una vittoria dello Stato, un segnale di speranza.

 La dimostrazione che nessuno è intoccabile, che anche i boss più potenti possono cadere. Oggi, più che mai gli agrigentini sono chiamati a ricordare i nomi di chi ha sacrificato la propria vita per liberare la Sicilia da Cosa Nostra, a gridarli con orgoglio, a farne bandiera di riscatto e di giustizia, perché, come disse Giovanni Falcone, la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine.

 Una fine che passo dopo passo sembra sempre più vicina. La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo dai nervi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.

Nella storia di Cosa Nostra ci sono uomini che non hanno mai cercato la luce dei riflettori e proprio per questo sono riusciti a tessere reti di potere profonde. Giuseppe Calò, per tutti Pippo, è uno di quegli uomini. Un nome che per decenni è rimasto regato ai soldi, agli appalti, ai rapporti segreti tra la mafia siciliana e il mondo economico del paese.

 Giuseppe Calò nasce il 30 settembre 1931 a Palermo, nel quartiere di Portanova. È una zona in cui la presenza mafiosa non è un’ombra distante, ma un elemento quotidiano. È qui che cresce e qui che negli anni 50 entra nei ranghi di Cosa Nostra. In un periodo segnato dalla ricostruzione del dopoguerra e dalla ricerca di nuovi equilibri, Calò si muove in silenzio e conquista fiducia.

 Non è l’uomo che comanda con la forza, è quello che ascolta, costruisce legami e capisce dove conviene stare. Tra gli anni 60 e 70 diventa il capo del mandamento di Porortan Nuova. È una posizione strategica. Portanuova controlla aree commerciali, cantieri, contatti politici e soprattutto flussi di denaro. Ed è qui che Calò sviluppa la capacità che lo renderà famoso negli ambienti investigativi.

 La gestione economica delle attività mafiose, riciclaggio, investimenti, rapporti con imprenditori e prestanome. È un lavoro sotterraneo che richiede metodo e affidabilità. Quando i corleonesi, guidati da Totori Ina e Bernardo Provenzano iniziano la loro ascesa, Calò non viene messo da parte, anzi diventa una pedina preziosa. Non è un uomo d’azione, ma offre una cosa che i corleonesi considerano essenziale, la possibilità di far viaggiare i soldi.

 Per anni farà da tramite tra Palermo e Roma, diventando la figura più influente di Cosa Nostra nella capitale. Un ruolo che gli vale il soprannome di cassiere della mafia. Negli anni 70 e 80 in Sicilia esplode una guerra interna, omicidi, regolamenti di conti, alleanze che cambiano nel giro di poche settimane.

 Calò non si espone sul campo, ma sostiene la strategia dei corleonesi, secondo quanto stabilito dalle sentenze. In questo contesto maturano alcune delle responsabilità riconosciute a suo carico nei processi successivi. Uno dei casi citati più spesso dalla magistratura è l’omicidio di Giuseppe di Cristina, avvenuto nel 1978. Di Cristina era un boss che contrastava l’avanzata dei corleonesi.

 Le sentenze delineano un quadro preciso. Calò non prese parte diretta all’azione, ma appoggiò la decisione di eliminarlo. L’omicidio avvenne in strada con un commando che bloccò Di Cristina e lo colpì a distanza ravvicinata. Per la giustizia Calò contribuì alla parte organizzativa, la scelta, la preparazione, la definizione del ruolo dei partecipanti.

 Il suo nome compare anche nel processo per l’eliminazione di uomini vicini alla cosiddetta mafia perdente come Salvatore Inzerillo. Anche in questo caso i collaboratori raccontano incontri e accordi in cui Calò partecipò alla gestione della strategia. Le modalità operative dei delitti furono ricostruite dai magistrati attraverso riscontri, ma Calò non venne indicato come esecutore materiale.

 Il suo ruolo venne definito come contributo alla decisione e all’apparato organizzativo. Un altro capitolo importante della sua storia giudiziaria riguarda il caso De Mauro. Il giornalista scomparve nel 1970. Il processo durò anni e non produsse condanne definitive, ma nelle motivazioni compaiono riferimenti a contatti e informazioni che Calò potrebbe aver avuto.

 Nulla di questo entrò in una sentenza conclusiva e per questo rimane un punto sospeso nella sua storia giudiziaria. Il procedimento più noto che lo riguarda arriva però negli anni 80, l’attentato al treno Napoli- Milano del 23 dicembre 1984, la strage del Rapido 904. Decine di morti, decine di feriti. Le sentenze stabiliscono che Calò contribuì alla preparazione dell’attentato insieme ad altri membri dell’organizzazione.

Le ricostruzioni giudiziarie parlano di incontri, decisioni condivise e di un’azione pensata per colpire lo Stato in un momento in cui la pressione contro Cosa Nostra era molto forte. Il suo coinvolgimento riguardò la fase organizzativa e la definizione della strategia, non l’esecuzione materiale. Il maxi processo di Palermo, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è il passaggio che mette per iscritto decenni di attività mafiosa.

 Calò viene condannato all’ergastolo. Le motivazioni ripercorrono i rapporti, i ruoli, le decisioni prese negli anni di maggior forza dei corleonesi. Molti collaboratori lo descrivono come un uomo che conosceva i conti dell’organizzazione, sapeva gestire affari delicati e muoversi con attenzione.

 Un uomo che non alzava mai la voce, ma che aveva l’autorità per fare da ponte tra mondi lontani. >> 30 marzo 1985. Ricercato da 15 anni, Pippo Calò, il numero uno della mafia di Corleone, ritenuto il grande cassiere dell’intera organizzazione, è stato arrestato stanotte a Roma dalla squadra mobile, era insieme con i suoi due strettissimi collaboratori Antonio Rotolo e Lorenzo Di Gesù, anch’essi da tempo ricercati.

L’arresto è avvenuto in viale Titolivia, una tranquilla strada del quartiere Montemario, dove il capo mafia si nascondeva in un elegante appartamento sotto il nome di Mario Agliarolo. Pippo Calò aveva un’altra base nella centrale via delle carrozze. I tre sono stati bloccati mentre stavano rincasando. Nei due appartamenti sono stati trovati 380 milioni incontanti, litografie e preziosi dipinti da 700, gioielli di valore, oltre a interessanti documenti sui più recenti investimenti della mafia. Pippo Calò era stato indicato

come uno dei più importanti boss mafiosi di Palermo da Tommaso Buscetta durante le sue rivelazioni. Calò verrà condannato all’ergastolo per associazione mafiosa, riciclaggio di denaro e per la strage del Rapido 904. Negli anni 90, con le nuove ondate di arresti e i processi successivi alla stagione stragista, il quadro giudiziario diventa definitivo.

 Calò viene condannato più volte all’ergastolo. Le sentenze fissano il suo ruolo storico, figura di vertice, responsabile di decisioni chiave, punto di riferimento economico per l’organizzazione. Gli anni passano, Calore sta in carcere. Le cronache lo descrivono come un detenuto silenzioso che parla poco, che continua a negare alcune accuse, ma non contesta la sua appartenenza a Cosa Nostra.

 I collaboratori raccontano che in passato cercò sempre di evitare scontri diretti e di mantenere rapporti con più correnti interne. Sarebbe stata questa sua abilità a tenerlo in vita durante la guerra di mafia. Oggi Giuseppe Calò è un uomo molto anziano con condizioni di salute fragili. La sua figura non ha più un ruolo nella cosa nostra contemporanea.

Il mondo che lo aveva reso centrale è cambiato. La mafia ha perso molte delle sue strutture tradizionali. Eppure la storia di Pippo Calò resta un esempio di come il potere mafioso possa vivere lontano dalle immagini più note. Il suo nome non è legato a episodi plateali, non è associato a figure carismatiche, è legato al denaro, ai rapporti, alle strutture profonde dell’organizzazione.

È la dimostrazione che la mafia non è solo violenza, ma anche capacità di infiltrarsi dove i riflettori non arrivano. Guardando la sua parabola si vede un uomo che per decenni ha costruito un ruolo attraverso la discrezione e che poi ha visto tutto crollare davanti all’avanzata dello Stato, alle indagini, alle testimonianze, ai processi che hanno riscritto la storia criminale italiana.

Questa non è una storia di leggenda, è una storia giudiziaria, è il ritratto di uno dei protagonisti più silenziosi e allo stesso tempo più influenti della Cosa Nostra del Novicendo. Un uomo che ha attraversato epoche diverse e che oggi resta soprattutto un simbolo di ciò che la mafia è stata e di ciò che ha lasciato dietro di sé.

Giovanni Motesi, conosciuto anche come Upacchiuni, nato a Palermo il primo gennaio 1959, è un membro di Cosa Nostra e capo del clan Motisi. È latitante dal 1998 e ricercato per omicidio, associazione mafiosa e strage. Dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, Motisi è considerato uno dei latitanti più pericolosi e ricercati d’Italia.

Dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, il mafioso più pericoloso ancora in libertà e primo ricercato in Italia è il palermitano Giovanni Motisi, l’attitante dal 1998, già condannato all’ergastolo. Dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, il mafioso più pericoloso ancora in libertà e primo ricercato in Italia è il palermitano Giovanni Motisi, conosciuto come Upacchiuni.

Attitante ricercato dal 1998 per omicidio, dal 2001 per associazione di tipo mafioso, dal 2002 per strage. Il 10 dicembre 1999 sono state diramate le ricerche in ambito internazionale per arresto a fine di estradizione. L’ultima immagine sorridente lo ritrae alla festa di compleanno della figlia nei primi anni 90. Poi nessuna traccia.

 Si sospetta anche che sia morto o si ipotizza che si sia nascosto in Francia. Nel 1999, nel corso di una perquisizione nella sua villa a Palermo, è stata trovata una fitta corrispondenza tra lui e la moglie Caterina, con bigliettini recapitati da postini fidati e poi vestiti e regali. Nel 2000 si sarebbe separato dalla moglie.

 Di Motisi, il pentito Angelo Casano, ha raccontato non si faceva mai vedere, non dava mai risposte. Se Carlo Gambino fu l’emblema del silenzio e del potere sottile, Michele Navarra rappresentò invece l’inizio di una nuova stagione della mafia siciliana, quella moderna, feroce e spietata che avrebbe dominato la Sicilia del dopoguerra.

Nato a Corleone il 5 gennaio 1905, Michele Navarra era diverso da tutti i boss che lo avevano preceduto, laureato in medicina, ufficiale dell’esercito, uomo colto e rispettato. Ma dietro la figura del dottore si nascondeva un’autorità assoluta, il capo indiscusso di Corleone e del mandamento che portava lo stesso nome.

 Dopo la seconda guerra mondiale, Navarra controllava appalti, terre e voti. Era amico di politici, carabinieri, professionisti. Per molti non era un mafioso, era un galantuomo. Ma la sua eleganza copriva un pugno di ferro. Nessuno decideva nulla senza il suo consenso. Sotto di lui si formarono giovani spietati come Luciano Liggio e Salvatore Riina.

 erano suoi uomini di fiducia, ma anche i suoi futuri carnefici. Navarra vedeva in loro potenziale, ma anche pericolo. Quando Ligio iniziò a mostrarsi troppo ambizioso, il dottore capì che stava per nascere una generazione che non riconosceva più i vecchi codici d’onore. Il 2 agosto 1958, mentre tornava a casa da Palermo a bordo della Fiat 1100 nera, Navarra fu crivellato di colpi in un agguato sulla statale. Aveva 53 anni.

 Fu il primo grande boss moderno ad essere eliminato dai suoi stessi uomini. Con la sua morte, Corleone divenne il laboratorio della nuova mafia, quella senza regole, dove a comandare non sarebbero più stati i dottori, ma i killer. Se Michele Navarra fu l’ultimo dei signori rispettabili, Luciano Liggio fu il primo dei nuovi padrini, giovani, feroci, senza scrupoli.

 Nato a Corleone il 6 gennaio 1925. Luciano Liggio, o Liggio, come spesso trascritto, crebbe nella miseria più nera. Abbandonò la scuola, lavorò come contadino, ma presto scelse la via della prepotenza. Era un uomo di forza fisica impressionante e di carattere violento. Negli anni 40 entrò al servizio di Michele Navarra, ma non accettò mai l’idea di essere un subordinato.

La sua mente funzionava come quella di un predatore. Osservava, attendeva, colpiva. Quando capì che il dottore non gli avrebbe mai ceduto spazio, decise di eliminarlo. L’agguato del 1958 segnò la nascita dell’era corleonese. Liggio prese il comando e trasformò la mafia di Corleone in una macchina di guerra.

 Al posto del rispetto impose la paura. Al posto dell’omertà come valore impose il silenzio come condanna. Negli anni 60 Liggio si spostò a Palermo, dove seppe muoversi con abilità tra affari e politica. Ma la sua brutalità attirò l’attenzione della polizia. Nel 1974 fu arrestato dopo anni di latitanza, tradito da una soffiata.

 In carcere però continuò a comandare mantenendo un’aura di leggenda. Morì nel 1993 nel carcere di Voghera. Con lui si chiuse il primo capitolo dell’impero dei corleonesi, ma i suoi discepoli, Riina, Provenzano, Bagarella, stavano già scrivendo la storia del terrore. Seliggio fu il fondatore. Salvatore Riina fu il re, l’uomo che trasformò la mafia in una guerra contro lo stato.

Nato a Corleone il 16 novembre 1930, Salvatore Riina era un ragazzo basso, taciturno, ma dotato di una mente glaciale. Cresciuto nella fame del dopoguerra, trovò in liggio il suo mentore. Fu lui a introdurlo nella vita criminale. Dopo l’arresto di Liggio, Riina prese in mano la famiglia.

 In pochi anni spazzò via ogni opposizione trasformando Cosa Nostra in un esercito di morte. Negli anni 80, con la cosiddetta seconda guerra di mafia, Rina ordinò centinaia di omicidi, boss rivali, magistrati, poliziotti, politici. Il suo obiettivo era uno solo, il dominio assoluto, la sua strategia, il terrore. Fece assassinare i capi storici di Palermo come Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo e prese il controllo della commissione.

 Nessuna decisione si prendeva senza il suo consenso. Per la prima volta un solo uomo governava la mafia siciliana da Corleone, ma il suo regno di sangue non poteva durare per sempre. Dopo gli omicidi di Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa e soprattutto dopo le stragi del 1992, Capaci e via D’Amelio, l’Italia intera si rivoltò contro di lui.

Il 15 gennaio 1993, dopo 23 anni di latitanza, Riina fu arrestato a Palermo. Nel suo covo trovarono solo il silenzio e il lusso discreto di chi si credeva intoccabile. >> I carabinieri hanno arrestato questa mattina a Palermo Salvatore Reina, il numero uno della mafia siciliana. Lo vediamo in questa fotografia.

 Totina era latitante da 20 anni e a lui sono stati addebitati i più grossi delitti di mafia degli ultimi anni. Ehm, ecco, in queste fotografie, naturalmente, lo vediamo anche eh sono foto che risalgono a qualche anno fa. Eh, naturalmente foto di Reina recenti non ci sono, proprio perché di lui si era sempre sentito parlare, ma non non ci sono immagini eh di adesso e sarebbe stato lui il mandante, per esempio, degli assassini del giudice Falcone e Borsellino.

>> Morì in carcere nel 2017. All’età di 87 anni, il suo nome resterà per sempre sinonimo di paura. Totò Riina, l’uomo che fece tremare lo Stato e distrusse la vecchia Cosa Nostra. Seriina fu il tiranno, Bernardo Provenzano fu il politico, il boss invisibile che tentò di trasformare la mafia in un’impresa silenziosa.

Nato il 31 gennaio 1933, anche lui a Corleone, Provenzano, era diverso da Riina, taciturno, riflessivo, quasi mistico. Lo chiamavano Binnu Utratturi perché travolgeva tutto ciò che trovava davanti, ma la sua forza più grande non era la violenza, era la pazienza. Dopo l’arresto di Riina nel 1993, Provenzano prese il comando di Cosa Nostra senza proclami, eliminò i vecchi fedelissimi del capo dei capi e impose una nuova linea.

 Niente più stragi, niente più guerre. Voleva una mafia invisibile che si infilasse nell’economia, nella politica, negli appalti pubblici. Una mafia che non sparava più, ma che investiva. La Titante per oltre 40 anni, Provenzano, divenne una leggenda. si muoveva tra masserie e rifugi nei dintorni di Corleone, comunicando attraverso i famosi pizzini, piccoli biglietti scritti a mano, pieni di errori e codici religiosi.

Fu arrestato l’11 aprile 2006 in una masseria di montagna dei cavalli vicino Corleone. Viveva come un eremita, malato e solo. เฮ Eccolo Bernardo Provenzano, piccolo, fragile, a dispetto della sua fama di duro, di potente. Occhiali da vista, una sciarpa bianca, il volto così diverso

dagli denti kit elaborati in questi anni. Eccola l’imprendibile primola che i poliziotti che lo hanno arrestato stamattina alle 11:15 in una massiera di ficuzze, il bosco che sovrasta Corleone ha sussurrato: “Non sapete cosa fate.” L’arrivo in questura dove si è radunata la folla, poi il lungo rito delle notifiche, 43 anni di latitanze, di reati che ora gli vengono formalmente contestati prima del trasferimento in un carcere del nord a bordo di un elicottero.

 Hanno seguito i familiari, i poliziotti e il gruppo ristretto di fiancheggiatori che lo accudiva in quel rifugio che ora è al centro del lavoro degli esperti della scientifica. I poliziotti stanno controllando, verificando i messaggi scritti, i pizzini usati dal boss e ritrovati in gran numero. Provenzano è stato sorpreso mentre iniziava a scrivere a macchina con il più classico degli incipit, carissimo amore mio, una lettera di risposta alla moglie che qualche ora prima gli aveva fatto recapitare un cambio di biancheria. 40 gli esperti

della scientifica che stanno raccogliendo la ricca documentazione che Provenzano portava sempre con sé, dalla quale potrebbero essere avviate altre indagini. Quella che si è conclusa oggi è il frutto di un lungo lavoro di controllo con telecamere nascoste. >> Morì 10 anni dopo, nel 2016, senza mai pentirsi.

 Con lui si chiuse definitivamente l’era dei corleonesi, ma il seme del suo metodo, il silenzio e l’invisibilità sopravvive ancora oggi. Se Provenzano fu il politico dell’ombra, Leoluca Bagarella fu la furia cieca della vendetta, l’uomo che visse di odio e di sangue. Nato a Corleone nel 1942, Leoluca Bagarella era il fratello di Calogero e Giuseppe, entrambi uccisi nella guerra di mafia.

 Cognato di Totò Riina, ne condivise la visione feroce e paranoica. Era uno dei killer più spietati del clan, temuto anche dai suoi stessi uomini. Negli anni 80 partecipò a decine di omicidi eccellenti, politici, magistrati, poliziotti. era l’esecutore perfetto dei voleri di Riina, ma dopo l’arresto del capo dei capi cercò di imporsi come nuovo leader.

La sua furia però lo rese instabile. Organizzò nuovi attentati nel 1993, Firenze, Milano, Roma, convinto che la strategia del terrore potesse ancora piegare lo Stato. Ma quella stagione era ormai finita. Nel 1995 fu catturato in un appartamento a Palermo. Da allora è detenuto al 41 bis in isolamento totale. Agarella rappresenta l’ultimo respiro della mafia stragista, l’uomo che non seppe accettare che il tempo della paura era finito.

De Bagarella fu il guerriero disperato. Giuseppe Piddu Madonia fu il potere silenzioso dell’entroterra, il boss dei boss di Caltanissetta. Nato a Vallelunga Pratameno nel 1941, Piddu Madonia apparteneva a una delle famiglie più antiche della mafia siciliana. figlio di Francesco Ciccio Madonia, ereditò un impero costruito su traffici, estorsioni e rapporti politici.

Negli anni 70 e 80 fu il punto di riferimento dei corleonesi nella Sicilia centrale. Non amava la ribalta, ma nessuna decisione importante si prendeva senza di lui. Fu accusato di essere tra i mandanti degli omicidi di Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa e dei magistrati Falcone e Borsellino, ma come provenzano preferiva la discrezione alla violenza diretta.

Nel 1992 tentò di mantenere l’equilibrio tra le varie famiglie, ma lo Stato ormai stava vincendo la sua battaglia. Arrestato nel 1992 e condannato all’ergastolo, Piddu Madonia divenne un simbolo del potere silenzioso, un boss che non urlava, ma decideva la sorte di molti. Ancora oggi il suo nome resta legato alla vecchia Cosa Nostra, quella che univa sangue e politica in un equilibrio perverso.

che Madonia fu il potere nascosto. Giovanni Brusca fu la mano del Boia, l’uomo che premette il bottone di Capaci. Nato nel 1957 a San Giuseppe Iato, figlio del boss Bernardo Brusca, Giovanni crebbe in un mondo dove la violenza era normale. Entrò giovanissimo nei ranghi dei corleonesi e divenne presto uno dei loro killer più fidati.

Il 23 maggio 1992 fu lui a premere il telecomando che fece esplodere l’autostrada A29 uccidendo Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Per quella strage brusca divenne il simbolo dell’orrore mafioso. Un mostro lo definirono i giornali, ma lui non mostrò mai rimorso.

 Solo dopo l’arresto, nel 1996, decise di collaborare con la giustizia, rivelando segreti e connessioni fino ad allora impensabili. Condannato a decine di ergastoli, ottenne sconti di pena grazie alla collaborazione. Fu scarcerato nel 2021 dopo 25 anni di carcere suscitando indignazione in tutta Italia.

 Il suo nome rimane sinonimo di crudeltà e tradimento, un uomo che distrusse vite e poi cercò redenzione, ma senza mai cancellare il sangue delle sue mani. Brusca fu la mano della morte. Matteo Messina Denaro fu l’ultimo re, il boss che visse da fantasma nel nuovo millennio. Nato il 26 aprile 1962 a Castelvetrano, in provincia di Trapani, era figlio di don Ciccio Messina De Naro, storico capo della provincia.

Matteo crebbe nel mito del potere e dell’impunità. Fin da giovane mostrò intelligenza e ferocia. diceva di sé: “Con questa mano ho ammazzato persone”. Negli anni 80 entrò nel giro di Rina, partecipando alle guerre di mafia e ai grandi affari del narcotraffico. Dopo le stragi del 92-93 divenne uno degli uomini più ricercati al mondo.

 La Titante dal 1993 riuscì a nascondersi per 30 anni, protetto da una rete di complicità e silenzi mentre l’Italia cambiava. Lui restava un fantasma. Continuava a gestire affari, investimenti, estorsioni, trasformando la mafia in un impero economico. Il 16 gennaio 2023, dopo 30 anni di fuga, fu arrestato a Palermo davanti alla clinica La Maddalena, dove si curava sotto falso nome.

Malato di tumore, morì il 25 settembre 2023 nel carcere dell’Aquila. Con la sua morte si è chiusa un’epoca, quella dei padrini nati nel sangue di Corleone. Matteo Messina Denaro è stato l’ultimo boss di una generazione che credeva nell’invincibilità, ma che ha trovato la fine come tutti gli altri.

 Solo braccato, sconfitto. C’era una donna alla guida del mandamento mafioso palermitano di Resuttana, Maria Angela di Trapani, figlia di un capo mafia e moglie dello storico boss Salvino Madonia. Emerge dall’indagine dei carabinieri coordinati dalla direzione del settore antimafia di Palermo che ha portato all’arresto di 25 persone accusate di mafia, estorsione, favoreggiamento e ricettazione.

 I pentiti hanno già in passato parlato del ruolo di Mariangela di Trapani, tanto che la donna venne arrestata nel 2008. Per gli inquirenti reggeva le sorti del clan, mentre il marito Plurier Gastolano era detenuto al 41 bis, riuscendo a portare all’esterno gli ordini che il boss mandava ai suoi dal carcere. Benvenuti.

 Oggi vi raccontiamo la storia di una delle poche donne ad aver ricoperto un ruolo di rilievo nella mafia siciliana, Maria Angela di Trapani. La sua figura complessa e controversa ci mostra come anche le donne possano avere un ruolo cruciale nel mondo criminale dominato storicamente dagli uomini. Maria Angela di Trapani nasce a Palermo, il cuore pulsante della Sicilia e il centro nevralgico della mafia siciliana.

 La cosa Nostra. Cresciuta in un ambiente permeato dal crimine, Maria Angela impara presto le regole del gioco. La sua vita è destinata a intrecciarsi con quella di Salvino Madonia, un potente boss della famiglia mafiosa di Resuttana che sposa in giovane età. Il matrimonio con Salvino Madonia non è solo un legame affettivo, ma anche un’alleanza strategica.

 Insieme costruiscono una delle reti criminali più potenti di Palermo. Maria Angela non è una semplice moglie di mafioso, diventa una figura attiva e influente all’interno dell’organizzazione, guadagnandosi il rispetto e la paura dei suoi affiliati. Nel 1992, con l’arresto di Salvino, Maria Angela si trova di fronte a una scelta difficile.

 Potrebbe ritirarsi nell’ombra, come molte altre donne prima di lei, oppure prendere le redini della famiglia. Decide di assumere il controllo di una determinazione e una capacità di leadership rara. Questa scelta è audace e rivoluzionaria, considerando che la mafia siciliana è storicamente dominata da uomini. La sua gestione della famiglia mafiosa di Resuttana è caratterizzata da una straordinaria capacità di organizzazione e di gestione degli affari criminali.

Maria Angela mantiene l’ordine e la disciplina, garantendo che gli affari della famiglia continuino senza intoppi, nonostante le pressioni esterne. La sua leadership è ammirata e temuta sia all’interno che all’esterno della famiglia mafiosa. Nonostante la sua abilità, la polizia italiana non resta a guardare.

 Maria Angela viene arrestata diverse volte, ma ogni volta riesce a mantenere la sua influenza. Anche dietro le sbarre continua a esercitare un controllo significativo sulle attività della famiglia, dimostrando una resilienza straordinaria. La sua storia è un simbolo della pericolosità e della tenacia della mafia siciliana.

La sua storia è anche un promemoria della lotta continua contro la mafia. Le istituzioni italiane e la società civile siciliana si impegnano costantemente per contrastare questo fenomeno. La lotta alla mafia è una battaglia quotidiana fatta di piccoli e grandi successi, ma anche di molte difficoltà e sacrifici.

La storia di Maria Angela di Trapani evidenzia le difficoltà e i pericoli che si incontrano nel combattere la criminalità organizzata. Il suo caso è particolarmente significativo perché dimostra che il potere mafioso può adattarsi e trasformarsi, rompendo persino le sue stesse tradizioni patriarcali quando necessario.

La figura di Maria Angela mette in luce la complessità del fenomeno mafioso e il ruolo che le donne possono giocare in esso. anche se meno visibili e meno numerose rispetto agli uomini, le donne nella mafia possono essere altrettanto influenti e pericolose. Maria Angela di Trapani rappresenta un’eccezione nel panorama mafioso.

 La sua capacità di gestire affari criminali, mantenendo l’ordine e la disciplina all’interno della famiglia è stata ammirata e temuta. È difficile vivere sapendo che persone come Maria Angela di Trapani possono avere così tanto potere, ma non dobbiamo arrenderci. La lotta contro la mafia deve continuare.

 Un esempio concreto del potere e dell’influenza di Maria Angela di Trapani è il modo in cui ha gestito le operazioni mafiose anche dal carcere. Durante i suoi periodi di detenzione, Maria Angela è riuscita a mantenere i contatti con i suoi associati e a dirigere le attività criminali attraverso messaggi codificati e intermediari fidati.

 Questo dimostra non solo la sua determinazione e ingegnosità, ma anche la difficoltà delle autorità nel contrastare un’organizzazione così radicata e strutturata. La storia di Maria Angela di Trapani è una storia di potere, di controllo, ma anche di resistenza. È la prova che il crimine organizzato non conosce genere, ma è anche un invito a non arrendersi mai di fronte alla criminalità.

 Ogni arresto, ogni processo, ogni condanna sono passi avanti nella lotta contro la mafia. E la storia di Maria Angela ci ricorda che questa lotta è continua e non può fermarsi, ma non dobbiamo dimenticare che la storia di Maria Angela di Trapani è anche una storia di sofferenza e di danni enormi alla società.

 Le sue azioni e quelle della sua organizzazione hanno portato dolore e distruzione a molte famiglie innocenti. La mafia non è solo una questione di potere e controllo, ma anche di violenza e sopraffazione. La sua storia è anche un promemoria della forza delle istituzioni italiane e della società civile nella lotta contro la mafia.

 Nonostante le difficoltà, ci sono stati molti successi nella lotta alla criminalità organizzata, grazie agli sforzi congiunti delle forze dell’ordine, dei magistrati e dei cittadini comuni. Il nome con cui la storia lo avrebbe ricordato era Pietro Aglieri, ma per tutti nel mondo di Cosa Nostra era conosciuto come Usignurinu, il signorino, un soprannome che non nasceva per caso, aveva modi eleganti, un linguaggio curato e un atteggiamento distinto, quasi aristocratico.

 Parlava un italiano forbito, citava Sant’Agostino e leggeva i classici. un’immagine in netto contrasto con quella dei boss feroci e sanguinari degli anni delle stragi. Eppure, dietro quella calma apparente si nascondeva uno dei più spietati strateghi di quella stagione. Pietro Aglieri nacque a Palermo il 4 giugno 1959 quartiere popolare di Santa Maria di Gesù, lo stesso che un tempo era stato roccaforte di Michele Greco, detto il Papa.

 La sua era una famiglia onesta, cattolica, lontana dalle logiche criminali. Studiò dai gesuiti, si laureò in filosofia e si distinse per intelligenza e compostezza. Nessuno allora avrebbe potuto immaginare che quel ragazzo, dagli occhi tranquilli, sarebbe diventato uno dei più pericolosi capi della mafia siciliana. Negli anni 70 Palermo era una città in fermento.

 Le strade brulicavano di violenza e povertà e la seconda guerra di mafia stava per esplodere. Il giovane Alleri in cerca di riscatto e potere entrò progressivamente in contatto con gli ambienti criminali del suo quartiere. Lì conobbe uomini come Giuseppe Greco Scarpuzzedda e Leoluca Bagarella che lo introdussero nei circuiti della nuova Cosa Nostra corleonese.

A differenza di molti altri però alleri si distingueva per il suo modo intellettuale di affrontare la vita mafiosa. Non amava gli eccessi, non ostentava ricchezze. Era riflessivo, studioso, religioso, ma la sua mente lucida e organizzata lo rese presto indispensabile. diventò l’uomo che sapeva pianificare, ragionare e prevedere le mosse dell’avversario.

Negli anni 80, quando la Palermo di Riina e Provenzano si tingeva di sangue, alleri fu il volto silenzioso della nuova generazione di boss. Non un killer di strada, ma un uomo che partecipava alle riunioni strategiche, che gestiva affari e alleanze. era vicino a Totò Riina, di cui divenne uno dei più fedeli luogotenenti e nel contempo manteneva ottimi rapporti con Bernardo Provenzano, col quale condivideva un’idea di Cosa Nostra più discreta e silenziosa.

Negli anni 90, dopo gli arresti di Riina e di molti corleonesi, Allieri divenne il capo del mandamento di Santa Maria di Gesù e un membro autorevole della commissione provinciale di Cosa Nostra. Era ormai un boss a tutti gli effetti, ma diverso dagli altri. Evitava il clamore, non alzava mai la voce.

 Parlava di teologia, di morale, ma intanto ordinava omicidi e decideva le sorti di uomini e affari. Fu implicato in alcuni dei delitti più oscuri e strategici della mafia di quegli anni. Tra questi il delitto del giudice Antonino Scopelliti, ucciso nell’agosto del 1991 in Calabria, mentre si preparava a sostenere l’accusa nel maxi processo a Cosa Nostra, gli inquirenti individuarono in alleri uno dei promotori di quella decisione, eliminare un magistrato che rappresentava un ostacolo alla sopravvivenza del potere mafioso.

Ma il nome di Alleri compar dossier sulle stragi del 1992 e 1993 da Capaci a via D’Amelio fino agli attentati di Firenze, Roma e Milano. È stata la scorsa notte una notte di sangue. Tre attentati contro la Repubblica. Il primo a Milano alle 12:15, gli altri due a Roma alle 12:04 e alle 12:08.

 Il primo, quello di Milano, è stato provocato da un’autobomba proprio nel centro della città, da via Palestro, una strada che costeggia i giardini di Porta Venezia. Vediamo invece l’attentato, i termini dei due attentati che si sono verificati a Roma. Queste immagini si riferiscono alla Basilica di San Giovanni. uno dei due luoghi dell’esplosione, l’altro è San Giorgio Alvelabro.

>> Secondo le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, avrebbe avuto un ruolo nel mantenere i contatti con le cellule operative, coordinando informazioni e appoggiando la linea stragista voluta da Rina. Dopo l’arresto del capo dei capi nel 1993, fu lui uno dei pochi rimasti a gestire la riorganizzazione di Cosa Nostra a Palermo, accanto a Provenzano.

Mentre la Sicilia era sconvolta dagli arresti e dalle collaborazioni dei pentiti, alleri si rifugiò in un mondo tutto suo, lesse la Bibbia, frequentò sacerdoti, si interrogò sul peccato e sul perdono, ma non si pentì mai. Quando i giornalisti lo descrivevano come il boss teologo, c’era un fondo di verità. Credeva realmente che la sua appartenenza mafiosa avesse un senso quasi spirituale, una forma di giustizia parallela a quella dello Stato.

 Molti investigatori lo considerarono l’erede ideale di Provenzano. Silenzioso, riflessivo, capace di mantenere la pace interna tra le famiglie, ma la sua libertà ebbe vita breve. Dopo anni di latitanza, il 6 giugno 1997, i carabinieri del Ross scoprirono il suo rifugio in via Aloi a Bagheria, a pochi chilometri da Palermo.

 Viveva in una stanza nascosta dietro una parete scorrevole con una piccola cappella privata e scaffali pieni di libri di filosofia e teologia. Quando gli agenti irruppero aglieri non oppose resistenza, si alzò lentamente, prese il rosario dal comodino e disse: “Era destino, mi avete trovato”. Con lui furono arrestati anche due uomini di fiducia, Giuseppe Lamattina e Natale Gambino.

Durante gli anni di carcere, Allieri si mostrò rispettoso, colto, quasi monastico. Nel 2002 scrisse una lettera al cardinale Salvatore De Giorgi, chiedendo una forma di dialogo tra Chiesa e detenuti mafiosi. La lettera fece scalpore, parlava di riconciliazione, ma senza mai riconoscere le proprie colpe, né rinnegare l’appartenenza a Cosa Nostra.

 Negli anni successivi Aglieri venne condannato all’ergastolo per una lunga serie di omicidi e reati di mafia. Tra le condanne più pesanti, quella per la strage di via D’Amelio e per l’assassinio del giudice Scopelliti, nonostante le sentenze non ha mai collaborato con la giustizia, è rimasto fedele a un codice d’onore antico, un silenzio che ha resistito a decenni di isolamento.

 Oggi Pietro Aglieri è detenuto in regime di 41 bis, la misura più dura prevista dall’ordinamento penitenziario italiano. Dalla sua cella continua a studiare, a leggere testi religiosi e a pregare. Alcuni sacerdoti che lo hanno incontrato lo descrivono come un uomo sereno, ma chiuso in un mondo tutto suo. Nella storia di Cosa Nostra, Pietro Aglieri rappresenta un caso a parte, un boss che si credeva filosofo, un uomo di fede che ha usato la religione per giustificare il potere e la morte.

Non ha mai cercato la ribalta, non ha mai voluto essere un capo carismatico come Rina o Provenzano, preferiva l’ombra, la riflessione, la parola lenta, ma dietro quel volto tranquillo si nascondeva la mente di un’organizzazione capace di colpire al cuore lo Stato italiano. Il suo nome resta legato a una stagione di sangue e paura, quella in cui la mafia volle dichiarare guerra alla Repubblica.

Oggi, mentre molti di quei protagonisti non ci sono più, alleri resta uno degli ultimi testimoni silenziosi di un’epoca che ha cambiato per sempre la storia della Sicilia. E forse nel buio della sua cella il professore ripensa ancora alle parole della fede che tanto amava citare, chiedendosi se davvero dopo tanto sangue possa esserci redenzione per un uomo come lui.

Antonino Lauricella, meglio conosciuto come Ushintilluni, è stato una delle figure più controverse della criminalità organizzata siciliana. Nato il 25 luglio 1954 nel cuore della Calsa, uno dei quartieri storici di Palermo, Lauricella crebbe in un ambiente dove la mafia non era solo una realtà, ma un destino per molti giovani della sua generazione.

 La sua famiglia, come tante in quel periodo, viveva in condizioni di povertà. Il padre era un umile operaio, mentre la madre si occupava della casa e dei figli. Antonino era il terzo di cinque fratelli e fin da piccolo si dimostrò diverso dagli altri. Era un bambino vivace, carismatico e con un’intelligenza sopra la media, ma anche ribelle e attratto dal lato oscuro della vita.

 Durante l’infanzia, Antonino trascorreva le sue giornate nelle strade della cala, osservando con occhi attenti la vita di quartiere. era affascinato dagli uomini che sembravano avere tutto: denaro, rispetto e potere. Questi uomini, spesso affiliati a Cosa Nostra, rappresentavano per lui un modello di successo.

 A soli 12 anni iniziò a fare piccoli lavoretti per questi personaggi. Portava messaggi, faceva da palo durante rapine o consegnava pacchi il cui contenuto non gli veniva mai spiegato. L’adolescenza segnò il suo ingresso vero e proprio nel mondo della criminalità. A 16 anni abbandonò la scuola per dedicarsi interamente alle attività illecite.

 Il suo primo arresto avvenne a 18 anni per furto, ma grazie a un abile avvocato ne uscì con una pena lieve. Questo episodio, anziché scoraggiarlo, lo spinse a immergersi ancora di più nella vita criminale. Negli anni 70 Lauricella si fece un nome gestendo il contrabbando di sigarette. Era un’operazione rischiosa ma altamente redditizia.

 Grazie alla sua astuzia e alla sua capacità di guadagnarsi la fiducia degli altri, divenne in poco tempo uno dei principali punti di riferimento per il contrabbando a Palermo. Fu in questo periodo che si guadagnò il soprannome U Scintilluni. Il motivo? La sua passione per gli abiti eleganti, i gioielli vistosi e le auto di lusso.

 Lauricella si presentava sempre impeccabile, con abiti sartoriali e cravatte di seta. Per molti rappresentava un simbolo di successo, mentre per altri era solo un uomo pericoloso e senza scrupoli. Negli anni 80 Lauricella entrò in affari con alcuni dei principali boss mafiosi dell’epoca. Il contrabbando di sigarette si trasformò in qualcosa di ancora più lucrativo, il traffico di droga.

 Gestiva enormi quantità di eroina e cocaina, coordinando un sistema complesso che coinvolgeva corrieri, nascondigli e rotte internazionali. Con il denaro guadagnato, Lauricella acquistava immobili e apriva attività di copertura come bar e negozi che usava per riciclare il denaro sporco. Ma il suo impero non era costruito solo sull’astuzia.

 Antonino era noto per la sua spietatezza. Chiunque gli si opponesse o mettesse a rischio i suoi affari veniva eliminato senza esitazione. Diverse testimonianze lo collegarono a omicidi, estorsioni e atti di violenza, ma per anni riuscì a evitare condanne definitive grazie a un sistema benoliato di avvocati e complicità.

 Nel 1996 però la situazione cambiò. Un ordine di carcerazione per omicidio e associazione mafiosa lo costrinse alla latitanza. Lauricella si rese irreperibile cambiando continuamente nascondigli e vivendo come un fantasma. La polizia lo cercava senza sosta, ma lui sembrava sempre un passo avanti. Nel 1997 fu arrestato a Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove si era rifugiato sotto falso nome.

 Tuttavia la sua detenzione non fu definitiva. Dopo un periodo in carcere riuscì a tornare in libertà grazie a cavilli legali, ma la sua carriera criminale subì un duro colpo nel 2005, quando un maxi blitz antimafia sgominò gran parte della sua rete. Lauricella sfuggì all’arresto e divenne nuovamente latitante.

 Questa volta però la sua vita cambiò drasticamente. Costretto a vivere nascosto, si spostava tra rifugi di fortuna, lontano dal lusso e dal potere che aveva un tempo. La latitanza terminò nel settembre 2011, quando fu arrestato nel mercato di Ballarò a Palermo. Al momento dell’arresto, Lauricella indossava una vistosa bandana rossa e una barba folta per camuffarsi, ma fu riconosciuto dagli investigatori.

Questo arresto segnò la fine definitiva della sua carriera criminale. Condannato a 7 anni e mezzo di carcere per estorsione aggravata dal metodo mafioso, Lauricella trascorse gli ultimi anni della sua vita in prigione. >> Auguri a tutti. Avore, >> allora, no voi. Av. >> Ride, saluta, fa i complimenti agli agenti.

 Mette in scena uno show a favore di telecamera Antonino Lauricella, boss mafioso arrestato dagli agenti della squadra mobile di Palermo dopo 6 anni di latitanza. Detto Uscintiuni, l’elegante per il suo amore per gli abiti firmati, è stato arrestato mentre passeggiava nel mercato di Ballarò in centro a Palermo. Le accuse per lui sono proprio di estorsione contro commercianti del centro storico siciliano.

 La sua posizione, secondo il procuratore aggiunto Ignazio De Francisci, seppur non di primo piano, era strategica. >> È inserito comunque all’interno di Cosa Nostra palermitana. Certo, non è il numero uno, ma come sappiamo non è che Cosa Nostra vive per il numero uno, eh, Cosa Nostra vive soprattutto per tutta la base e i personaggi di media classifica.

 in un mondo mafioso in cui i grossi capi sono tutti in carcere, per fortuna, tranne uno. È ovvio che Lauricella da Latitante aveva assunto un peso specifico particolarmente interessante, almeno all’interno della città di Palermo. >> Gli inquirenti ora stanno cercando di capire se Lauricella fosse coinvolto negli ultimi omicidi palermitani, considerati un regolamento di conti interno a Cosa Nostra.

Col passare del tempo la sua salute peggiorò a causa di una grave malattia. Il 4 novembre 2023 Antonino Lauricella è morto a Palermo all’età di 69 anni. La sua morte ha chiuso un capitolo oscuro della storia di Cosa Nostra. La figura di Uscintilluni resta ancora oggi un simbolo delle contraddizioni della mafia siciliana.

 Da una parte l’ambizione, il lusso e il potere. dall’altra la violenza, la solitudine e la rovina. La sua storia ci ricorda le profonde ferite che la criminalità organizzata ha inflitto alla Sicilia e la necessità di continuare a combattere per la legalità e la giustizia. Oggi è storicella. >> Sì. Pronto? Sono tutto solo. >> Attenzione ai piedi.

Salvatore Vitale nasce nel 1959 a Partinico, in provincia di Palermo, in una Sicilia attraversata da profonde trasformazioni. Gli anni della sua infanzia coincidono con un territorio agricolo ancora segnato da povertà, ma già attraversato da un’economia sommersa che interessa appalti, edilizia e traffici.

 In questo contesto diverse famiglie locali di Cosa Nostra si contendono il controllo delle risorse e la famiglia vitale, che in paese chiamano i Fardazza, inizia a emergere. Il giovane Vito cresce accanto al fratello maggiore Leonardo Vitale, classe 1955, figura centrale del futuro mandamento di Partinico.

 L’ambiente familiare, le relazioni e il contesto socioeconomico segnano il suo percorso. Quando gli inquirenti parleranno di lui decenni dopo, lo descriveranno come un uomo di carisma silenzioso e determinato, capace di muoversi tra i clan con grande abilità. Negli anni 80 e i primi 90 il mandamento di Partinico è guidato da Antonino Geracci, detto Nenè o Uvecchiu, storico alleato dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Quando Geraci viene arrestato e la sua influenza declina, Cosa Nostra affida la regenza del territorio a Leonardo Vitale. È il 1992. Rina stesso, secondo le ricostruzioni giudiziarie, approva la nomina. Con Leonardo al vertice Vito diventa il suo principale referente operativo. È lui che gestisce i contatti, organizza le comunicazioni e consolida le alleanze con i gruppi di San Giuseppe Iato e Altofonte, zone tradizionalmente forti della mafia corleonese.

 Le relazioni della DIA successive parleranno di una struttura familiare di comando in cui i fratelli Vitale operavano in stretta sinergia. Nel 1993 Leonardo Vitale viene arrestato a balestrate, ma continua a impartire ordini dal carcere. Da quel momento il peso decisionale passa nelle mani di Vito che assume la guida effettiva del mandamento.

Fra il 1993 e il 1998, secondo gli atti dell’indagine Terra Bruciata, Vito Vitale dirige il gruppo mafioso di Partinico. La direzione investigativa antimafia nella relazione semestrale del 1999 descrive il suo ruolo come quello di reggente di mandamento di primissimo piano nell’area occidentale di Palermo. Il 14 aprile 1998 arriva la svolta.

 Dopo 5 anni di latitanza, Vito Vitale viene catturato. L’operazione porta alla luce la rete di coperture e i contatti mantenuti durante la fuga. Con il suo arresto i fratelli vitale vengono entrambi assicurati alla giustizia e sottoposti al regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41 bis. Nel periodo immediatamente successivo la direzione del mandamento resta in famiglia.

 La sorella Giuseppe Vitale, detta Giusi, assume la regenza su indicazione diretta dei fratelli detenuti. Una sentenza del Tribunale di Palermo del 14 giugno 2001 riconoscerà il suo ruolo di dirigente del sodalizio mafioso di Partinico, definendola interfaccia operativa dei fratelli Leonardo e Vito Vitale. Durante la detenzione di Vito, le comunicazioni con l’esterno avvengono attraverso familiari e un linguaggio convenzionale.

È quanto emerge dalle intercettazioni e dai rapporti confluiti nei procedimenti penali successivi. La sentenza del 27 ottobre 2007 della quarta sezione del Tribunale di Palermo relativa al processo Leonardo Vitale + 26 conferma che Leonardo Vitale e Vito Vitale continuarono a dirigere senza soluzione di continuità le attività del sodalizio di Partinico anche dal regime di 41 bis.

Dalla cella Vito mantiene il rispetto e l’autorità del capo. Attorno a lui si muove una cerchia di uomini fidati. Tra questi Michele Sedita, che diventa reggente del mandamento per sua designazione fino all’arresto del 2000 e Domenico Raccuglia, detto il veterinario, già esponente del gruppo di fuoco di Giovanni Brusca.

Raccuglia diventa di fatto il supervisore del mandamento per conto dei fratelli detenuti. La loro alleanza è documentata in più sentenze, tra cui quella del 17 marzo 2006 che definisce Raccuglia il referente esterno della famiglia vitale nell’area di Partinico. Nel 2002 Sedita inizia a collaborare con la giustizia confermando la struttura piramidale guidata da i Vitale e i contatti con le famiglie vicine.

 Nel 2005 anche Giusi Vitale decide di collaborare. Le sue dichiarazioni confluite nei processi celebrati tra il 2005 e il 2007 contribuiscono a ricostruire l’organigramma e i metodi di comunicazione utilizzati da Vito Vitale e dai suoi fratelli durante la detenzione. Le condanne diventano definitive.

 Nel 2006 la Corte d’Assise di Palermo conferma l’ergastolo per vito vitale per associazione mafiosa e reati aggravati dal metodo mafioso. La relazione DIA del 2007 riporta che il mandamento di Partinico, storicamente retto da Vito Vitale, risulta oggi privo di direzione unitaria a seguito delle condanne definitive e della collaborazione dei principali affiliati.

Eppure l’influenza dei Fardazza non si spegne subito. Dal 2009 al 2010 i figli di Vito, Giovanni e Leonardo Vitale tentano di raccoglierne l’eredità. Entrambi vengono arrestati nel 2010 nell’ambito di un’operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Le successive inchieste Nuovo Mandamento del 2013 e Kelevra del 2016 porteranno all’arresto di altri affiliati.

segnando la fine della linea di comando riconducibile alla famiglia vitale. Nel 2018 l’operazione Game Over chiude definitivamente il cerchio. L’ultima rete di collegamenti con il clan viene smantellata. A quel punto Vito Vitale è in carcere da 20 anni. Le condanne sono ormai definitive e la sua figura, un tempo centrale è entrata nella storia giudiziaria di Cosa Nostra.

 come esempio di regente che ha saputo mantenere il controllo di un mandamento anche dal regime detentivo. Le carte giudiziarie delineano così la sua parabola, dalla giovinezza trascorsa a Partinico all’ascesa al vertice di un mandamento strategico per Cosa Nostra, fino al declino segnato dagli arresti, dalle condanne e dalla collaborazione con la giustizia di familiari e sodali.

 Quando la Dia nel rapporto semestrale del 2018 cita il nome Dei Vitale, lo fa al passato. Il gruppo Dei Vitale, un tempo riferimento assoluto del mandamento di Partinico, risulta oggi disarticolato. L’eredità criminale si è dissolta nel progressivo rafforzamento dell’azione investigativa e giudiziaria. Dopo l’arresto del 14 aprile 1998, Vito Vitale entra stabilmente nelle cronache giudiziarie.

Le carte dell’epoca lo indicano come reggente del mandamento di Partinico e figura di raccordo tra le famiglie dell’area palermitana occidentale.

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