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DOCUMENTARIO LA UNO BIANCA: UNA MACCHIA INDELEBILE

È il 1987. L’Italia attraversa la coda lunga del boom economico, vivendo l’ottimismo e la spensieratezza di un decennio d’oro. In Emilia Romagna la gente lavora duramente, l’economia gira e la Riviera Romagnola è il tempio del divertimento. Nessuno può minimamente sospettare che un nucleo di puro terrore stia per prendere forma proprio all’interno delle istituzioni deputate a proteggerci.

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All’inizio la famigerata un bianca non fa ancora la sua comparsa. I primissimi passi di questa cellula everiva avvengono a bordo di un’anonima Fiat regata di colore grigio. È l’auto intestata a un giovane agente di polizia Alberto Savi, a cui i criminali appongono semplicemente una targa falsa. Tutto ha inizio nella calda notte del 19 giugno del 1987.

Il casello autostradale di Pesaro, sull’autostrada 14 è un’isola illuminata da neon in mezzo al nulla. Un’auto si avvicina alla cabina del pedaggio. Dal finestrino non spuntano banconote, ma armi spianate. È il loro primissimo colpo. È un’azione rapida, chirurgica e aggressiva. Il casellante atterrito e costretto a consegnare l’intero incasso della serata, poco più di 1.300.

000 lire. Sembra quasi la bravata improvvisata di un gruppo di disperati in cerca di soldi facili. Ma non è affatto così. Il gruppo ci prende gusto. Sperimentano l’adrenalina, vincono la paura e assaporano il delirio d’onnipotenza e di impunità. Nel giro di soli due mesi mettono a segno la bellezza di 13 rapine ai caselli raccimolando un bottino complessivo di 90 milioni di lire.

Sono criminali anomali, sfacciati alla fine di ogni raide quando sorge il sole. Guidano tranquillamente verso il mare della Romagna per sedersi a fare colazione, pianificando i colpi con una freddezza e una precisione quasi militare. Non lasciano mai la minima impronta digitale, nessuna traccia balistica sfruttabile, nessun testimone che sia in grado di tracciarne un identi kit.

Agli occhi delle vittime sono solo delle ombre veloci. L’appetito iniziale però muta rapidamente in spietata avidità. Nell’autunno del 1987 la banda decide che è il momento di alzare il tiro. Mettono nel mirino Silvano Grossi, un noto concessionario d’auto di Rimini. La vicenda nasce in realtà in modo banale per questioni di denaro.

Fabio Savi, uno dei membri del gruppo, aveva accumulato dei debiti con grossi per dei lavori di carrozzeria mai saldati. Questo risentimento personale si trasforma in un feroce piano estorsivo organizzato nei minimi dettagli insieme ai due fratelli poliziotti Roberto e Alberto vogliono 30 milioni di lire in contanti per lasciare in pace la vittima.

Cominciano le intimidazioni violente. Nel cuore della notte ripetuti i colpi di fucile frantumano le vetrate dell’autosalone di Grossi. Subito dopo arriva alla lettera con le glaciali istruzioni per il pagamento. Tuttavia, Silvano Grossi non è un uomo disposto a farsi piegare dal terrore, finge di cadere nel ricatto, ma in realtà si rivolge immediatamente alla polizia.

La resa dei conti è fissata per il 3 ottobre 1987. La questura ordisce una trappola che sulla carta appare perfetta. Grossi deve imboccare l’autostrada a 14 in direzione di Bologna. Alla guida dell’assoa auto gli viene ordinato di fermarsi un minuto esatto sotto ogni cavalcavia e di ripartire se non scorge nulla.

La sosta per lo scambio avverrà solo quando vedrà una borsa appesa al ponte. L’imprenditore parte nel buio, poco distante, confusa nel normale traffico serale affari spenti. La scorta, un’auto civetta della polizia di Rimini. A bordo, pronti a intervenire, armi alla mano, ci sono l’ispettore Luciano Baglioni e il sovrintendente Antonio Musca.

Tenete bene a mente il nome di Baglioni. Sarà l’uomo il cui destino si incrocerà fatalmente con questa inchiesta, sciogliendo l’enigma anni dopo. >> La sera del 3 ottobre 87 riceviamo subito una telefonata dall’estorto dove appunto gli estortori chiedevano una somma di denaro pari a 30 milioni di lire all’epoca e dettavano delle condizioni.

Prendi l’autostrada da Rimini Sud fino ad arrivare a Bologna e poi riprendi di nuovo il casello autostradale e ritorni indietro. Ma a ogni ponte tu ti fermerai, conterai fino a 10 e e dove vedrai una borsa penzolante metterai i soldi che ti abbiamo chiesto. Ci siamo fermati a 4 km da Cesena, quindi località Ruffio e lì è successo il Patra Track.

Io armo la mia pistola, così fa Antonio Mosca e così fa Luciano Baglioni. Ricordo di aver tirato il freno a mano e poi ho questi secondi di buio che non ricordo nulla, solo di essermi ritrovato sul montante della ruota posteriore sinistra in ginocchio che sparava una figura che risaliva la scarpata. una figura alta che indossava un impermeabbile, un qualcosa qualcosa di chiaro.

>> Da quel momento è iniziato il Calvario per tutti. Io ho capito di essere stata di essere stati oggetto di un conflitto a fuoco crudele, micidiale. Io incomincio a sentire un gran calore alle gambe perché una miriade di pallottole sono entrate. m’han colpito l’arma da fuoco, la mia c’è la mia pistola han colpito il bacino, sentivo dei movimenti vicino al viso, al corpo e a un certo punto ho visto nel mio abitacolo Antonio con la testaciata e io dietro che non capivo che cosa stesse accadendo.

Guardo davanti cercando appunto il collega Mosche che era a fianco a me e lo vedo sdraiato sui sedili, su entrambi i sedili anteriori con un buco nello zigomo sinistro. Era immobile, non si muoveva. Chiaramente i feriti sono stati portati in ospedale con urgenza. a Mosca sembrava che non ce la facesse.

L’ada di campi e era ferita comunque agli arti inferiori. Io ero rimasto illeso nonostante la dovettura era stata colpita da moltissime colpe d’arma da fuoco. Io quella sera mi trovavo a casa mia che stavo era un sabato sera, ricordo benissimo, e quando è arrivata la telefonata dalla sala dalla nostra sala operativa dicendo che c’era stato un conflitto a fuoco e Mosca era rimasto gravemente ferito insieme ad altri colleghi, sono andato subito a Cesena dove era stato ricoverato Mosca, ma era quasi in fin di vita.

Non avevo parole, sono rimasto malissimo per questo intervento. Andato male. Così >> avevamo i ciubotti antiproiettile, ma questo purtroppo a Mosca non gli hanno impedito di essere colpito, più che altro è stato colpito nel nella spalla il braccio sinistro e questo poi sarà la causa della sua morte successiva, perché il piombo sparato da da questi criminali gli causò un tumore osseo che lo portò alla morte di lì di lì a poco.

Insomma, >> Mosca un mese prima che morisse con le lacrime agli occhi, mi ha mi ha guardato e con la voce tremante mi ha detto “Mi devi fare una promessa e devi prendere a quelli che mi hanno ridotto in questo modo.” Io chiaro che a chi io con le lacrime agli occhi gli ho promesso che non sarei mai andato in pensione finché non li avessi presi.

>> A sparare e uccidere un servitore dello Stato in quell’agguato. Erano stati dei suoi stessi colleghi. Il sipario sull’inferno si è appena alzato e il peggio deve ancora venire. Il sangue versato sull’asfalto autostradale segna un tragico punto di non ritorno. Dopo i primi assalti, i fratelli Savi e i loro complici comprendono che la posta in gioco si è alzata a dismisura.

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