È il 1987. L’Italia attraversa la coda lunga del boom economico, vivendo l’ottimismo e la spensieratezza di un decennio d’oro. In Emilia Romagna la gente lavora duramente, l’economia gira e la Riviera Romagnola è il tempio del divertimento. Nessuno può minimamente sospettare che un nucleo di puro terrore stia per prendere forma proprio all’interno delle istituzioni deputate a proteggerci.
All’inizio la famigerata un bianca non fa ancora la sua comparsa. I primissimi passi di questa cellula everiva avvengono a bordo di un’anonima Fiat regata di colore grigio. È l’auto intestata a un giovane agente di polizia Alberto Savi, a cui i criminali appongono semplicemente una targa falsa. Tutto ha inizio nella calda notte del 19 giugno del 1987.
Il casello autostradale di Pesaro, sull’autostrada 14 è un’isola illuminata da neon in mezzo al nulla. Un’auto si avvicina alla cabina del pedaggio. Dal finestrino non spuntano banconote, ma armi spianate. È il loro primissimo colpo. È un’azione rapida, chirurgica e aggressiva. Il casellante atterrito e costretto a consegnare l’intero incasso della serata, poco più di 1.300.
000 lire. Sembra quasi la bravata improvvisata di un gruppo di disperati in cerca di soldi facili. Ma non è affatto così. Il gruppo ci prende gusto. Sperimentano l’adrenalina, vincono la paura e assaporano il delirio d’onnipotenza e di impunità. Nel giro di soli due mesi mettono a segno la bellezza di 13 rapine ai caselli raccimolando un bottino complessivo di 90 milioni di lire.
Sono criminali anomali, sfacciati alla fine di ogni raide quando sorge il sole. Guidano tranquillamente verso il mare della Romagna per sedersi a fare colazione, pianificando i colpi con una freddezza e una precisione quasi militare. Non lasciano mai la minima impronta digitale, nessuna traccia balistica sfruttabile, nessun testimone che sia in grado di tracciarne un identi kit.
Agli occhi delle vittime sono solo delle ombre veloci. L’appetito iniziale però muta rapidamente in spietata avidità. Nell’autunno del 1987 la banda decide che è il momento di alzare il tiro. Mettono nel mirino Silvano Grossi, un noto concessionario d’auto di Rimini. La vicenda nasce in realtà in modo banale per questioni di denaro.

Fabio Savi, uno dei membri del gruppo, aveva accumulato dei debiti con grossi per dei lavori di carrozzeria mai saldati. Questo risentimento personale si trasforma in un feroce piano estorsivo organizzato nei minimi dettagli insieme ai due fratelli poliziotti Roberto e Alberto vogliono 30 milioni di lire in contanti per lasciare in pace la vittima.
Cominciano le intimidazioni violente. Nel cuore della notte ripetuti i colpi di fucile frantumano le vetrate dell’autosalone di Grossi. Subito dopo arriva alla lettera con le glaciali istruzioni per il pagamento. Tuttavia, Silvano Grossi non è un uomo disposto a farsi piegare dal terrore, finge di cadere nel ricatto, ma in realtà si rivolge immediatamente alla polizia.
La resa dei conti è fissata per il 3 ottobre 1987. La questura ordisce una trappola che sulla carta appare perfetta. Grossi deve imboccare l’autostrada a 14 in direzione di Bologna. Alla guida dell’assoa auto gli viene ordinato di fermarsi un minuto esatto sotto ogni cavalcavia e di ripartire se non scorge nulla.
La sosta per lo scambio avverrà solo quando vedrà una borsa appesa al ponte. L’imprenditore parte nel buio, poco distante, confusa nel normale traffico serale affari spenti. La scorta, un’auto civetta della polizia di Rimini. A bordo, pronti a intervenire, armi alla mano, ci sono l’ispettore Luciano Baglioni e il sovrintendente Antonio Musca.
Tenete bene a mente il nome di Baglioni. Sarà l’uomo il cui destino si incrocerà fatalmente con questa inchiesta, sciogliendo l’enigma anni dopo. >> La sera del 3 ottobre 87 riceviamo subito una telefonata dall’estorto dove appunto gli estortori chiedevano una somma di denaro pari a 30 milioni di lire all’epoca e dettavano delle condizioni.
Prendi l’autostrada da Rimini Sud fino ad arrivare a Bologna e poi riprendi di nuovo il casello autostradale e ritorni indietro. Ma a ogni ponte tu ti fermerai, conterai fino a 10 e e dove vedrai una borsa penzolante metterai i soldi che ti abbiamo chiesto. Ci siamo fermati a 4 km da Cesena, quindi località Ruffio e lì è successo il Patra Track.
Io armo la mia pistola, così fa Antonio Mosca e così fa Luciano Baglioni. Ricordo di aver tirato il freno a mano e poi ho questi secondi di buio che non ricordo nulla, solo di essermi ritrovato sul montante della ruota posteriore sinistra in ginocchio che sparava una figura che risaliva la scarpata. una figura alta che indossava un impermeabbile, un qualcosa qualcosa di chiaro.
>> Da quel momento è iniziato il Calvario per tutti. Io ho capito di essere stata di essere stati oggetto di un conflitto a fuoco crudele, micidiale. Io incomincio a sentire un gran calore alle gambe perché una miriade di pallottole sono entrate. m’han colpito l’arma da fuoco, la mia c’è la mia pistola han colpito il bacino, sentivo dei movimenti vicino al viso, al corpo e a un certo punto ho visto nel mio abitacolo Antonio con la testaciata e io dietro che non capivo che cosa stesse accadendo.
Guardo davanti cercando appunto il collega Mosche che era a fianco a me e lo vedo sdraiato sui sedili, su entrambi i sedili anteriori con un buco nello zigomo sinistro. Era immobile, non si muoveva. Chiaramente i feriti sono stati portati in ospedale con urgenza. a Mosca sembrava che non ce la facesse.
L’ada di campi e era ferita comunque agli arti inferiori. Io ero rimasto illeso nonostante la dovettura era stata colpita da moltissime colpe d’arma da fuoco. Io quella sera mi trovavo a casa mia che stavo era un sabato sera, ricordo benissimo, e quando è arrivata la telefonata dalla sala dalla nostra sala operativa dicendo che c’era stato un conflitto a fuoco e Mosca era rimasto gravemente ferito insieme ad altri colleghi, sono andato subito a Cesena dove era stato ricoverato Mosca, ma era quasi in fin di vita.
Non avevo parole, sono rimasto malissimo per questo intervento. Andato male. Così >> avevamo i ciubotti antiproiettile, ma questo purtroppo a Mosca non gli hanno impedito di essere colpito, più che altro è stato colpito nel nella spalla il braccio sinistro e questo poi sarà la causa della sua morte successiva, perché il piombo sparato da da questi criminali gli causò un tumore osseo che lo portò alla morte di lì di lì a poco.
Insomma, >> Mosca un mese prima che morisse con le lacrime agli occhi, mi ha mi ha guardato e con la voce tremante mi ha detto “Mi devi fare una promessa e devi prendere a quelli che mi hanno ridotto in questo modo.” Io chiaro che a chi io con le lacrime agli occhi gli ho promesso che non sarei mai andato in pensione finché non li avessi presi.
>> A sparare e uccidere un servitore dello Stato in quell’agguato. Erano stati dei suoi stessi colleghi. Il sipario sull’inferno si è appena alzato e il peggio deve ancora venire. Il sangue versato sull’asfalto autostradale segna un tragico punto di non ritorno. Dopo i primi assalti, i fratelli Savi e i loro complici comprendono che la posta in gioco si è alzata a dismisura.
Qualsiasi criminale alle prime armi avrebbe scelto di nabissarsi e far perdere le proprie tracce. Ma questa non è semplicemente una storia di banditi comuni disposti a tutto. I caselli isolati ormai non bastano più a soddisfare la loro sete inestinguibile di denaro e adrenalina. Cambiata alla macchina, la banda decide di cambiare anche i propri obiettivi per massimizzare i profitti.
Inizia così la seconda fase di questa storia, un’evoluzione tattica infinitamente più letale. Nel loro mirino finiscono i furgoni portavalori e le casse dei supermercati della catena COP dell’Emilia- Romagna, colpiti a fine giornata, nell’istante esatto in cui i dipendenti ritirano l’incasso. Per aggredire questi nuovi complessi bersagli, i poliziotti criminali iniziano a muoversi e operare come un vero e proprio commando addestrato.
Le rapine diventano sempre più efferate e congeniate in maniera impeccabile. Gli introiti della banda si fanno cospiqui, ma l’amaro prezzo del loro successo viene pagato in vite umane innocenti. Fanno la loro comparsa pistole di grosso calibro, micidiali fucili a pompa e perfino l’uso chirurgico di esplosivi per scardinare le difese delle casse forti.
Le conseguenze di questa escalation paramilitare sono catastrofiche. Il 30 gennaio 1988 a Rimini viene freddata la guardia giurata Giampiero Picello. >> A Rimini, capitale del divertimento estivo, una sanguinosa rapina ha proposto ieri sera un tragico scenario da metropoli americana. In una sparatoria davanti ad un supermercato, nella zona celle, è stata uccisa una guardia giurata e sei persone sono rimaste ferite.
I due banditi, forse scoperti in anticipo, hanno cominciato a sparare all’impazzata con due fucili a pallettoni a canne mozze. Giampiero Picello, vigilantes di 40 anni di Ravenna, è morto sul colpo. Tra i feriti nessuno verse in gravi condizioni. Fuori pericolo anche l’altra guardia giurata e una bambina di 8 anni sui quali si erano riversate le maggiori preoccupazioni.
Pochi giorni dopo, il 20 febbraio, a Casalecchio di Reno, un’altra guardia giurata, Carlo Beccari cade sotto il piombo dei banditi durante l’assalto a un furgone portavalori. È esattamente in questo frangente che emerge il lato più raccaprisciante, il vero cuore di tenebra dell’organizzazione. Gli investigatori si trovano di fronte a un’anomalia che sfida ogni logica del crimine, la totale incomprensibile sproporzione tra il sangue versato e il bottino accumulato nelle rapine.
Non si giustifica l’omicidio a sangue freddo per ricavare bottini irrisori. La loro violenza non è puramente strumentale all’arricchimento, è piuttosto un’esplosione di aggressività gratuita e feroce. uccidono guardando in faccia le loro vittime senza alcuna esitazione. Ogni singolo proiettile serve a consolidare un’aura di invincibilità e a creare il panico nella società.
è una strategia del terrore puro, partorita dalle menti lucidissime di uomini che di giorno lavorano all’interno delle questure, indossando la divisa dello Stato. Per seminare questo panico metodico e muoversi come fantasmi, i criminali hanno bisogno di un mezzo di trasporto che garantisca un’invisibilità assoluta.
Scelgono l’utilitaria più diffusa e banale d’Italia. Una vettura facile da aprire, rapida da far sparire sul mercato e agilissima per districarsi nel traffico cittadino. Nasce così la leggenda oscura della uno bianca. Paradossalmente questo celebre marchio di fabbrica criminale verrà coniato dalla stampa soltanto nel 1991, ad anni di distanza dall’inizio degli omicidi.
Analizzando i dati a posteriori si scoprirà che i banditi utilizzeranno effettivamente quell’auto soltanto in 17 dei loro 103 episodi criminali. Eppure l’impatto psicologico è talmente devastante che quel veicolo diventerà il simbolo incancellabile del male. La ferocia inaudita e indiscriminata del gruppo raggiunge uno dei suoi picchi più tragici e inaspettati nell’estate dell’89.
È la sera del 26 giugno a Bologna in una tranquilla zona periferica di Corticella. Un commando assalta all’ennesimo supermercato COP. Il copione prevede irruzione rapida, minacce e puro terrore. Nelle vicinanze abita Adolfino Alessandri, un pacifico e mite pensionato di 52 anni. Mentre la brutale rapina si consuma, sente un forte rumore, un’esplosione che squarcia il silenzio del vicinato.
Spinto dall’istinto ingenuo di capire cosa stia succedendo, Adolfino decide di salire sulla sua bicicletta e si dirige verso il supermercato. È la decisione fatale che gli costerà la vita. Sul suo tragitto il pensionato si imbatte frontalmente nei criminali in fuga che stanno sparando all’impazzata contro chiunque si affaccia alle finestre per coprirsi le spalle.
Alessandri si ritrova a essere lo sfortunato testimone oculare di quel delirio di onnipotenza. Istintivamente grida contro di loro per fermare quell’aggressione inaudita. I banditi non esitano un solo secondo. Non c’è alcun tentativo di intimidirlo o semplicemente di scacciarlo con una freddezza disumana.
aprono il fuoco e lo crivellano di colpi. >> Un passante ucciso, quattro guardie giurate ferite, due delle quali con riserva di prognosi. E il tragico bilancio della rapina tentata e solo in parte riuscita ieri sera poco dopo le 22 a Bologna ai danni della COP Emilia Veneto del quartiere Corticella. Un comando di almeno 5- se banditi ha atteso che un furgone portavalori scortato da un’autovettura si fermasse davanti alla COP per il prelievo dalla cassa continua dell’incasso del lunedì.
Le quattro guardie giurate del corpo dell’elmetto avevano appena effettuato il prelievo quando veniva fatto esplodere un ordignno con lo scopo evidente di creare disorientamento. Quasi contemporaneamente una pioggia di fuoco, si parla di fucili a pompa e di pistole, si abbatteva sulle guardie che non avevano il tempo di reagire.
I banditi si sono impossessati soltanto di una sacca contenente 38 milioni e sono fuggiti verso la parte posteriore del magazzino. Qui si sono imbattuti in un ciclista di 53 anni, Adolfino Alessandri, che li ha apostrofati con durezza. La reazione dei banditi è stata spietata. Con una spinta lo hanno fatto cadere, quindi lo hanno freddato con un colpo di pistola dicendo “Devi morire”.
Recenti arresti operati dai carabinieri avevano fatto ritenere che la cosiddetta banda delle COP che da un paio d’anni agisce in Emilia- Romagna e nel Veneto, avesse ricevuto un colpo determinante. Ma l’episodio sanguinoso di ieri sera per le modalità e la ferocia, identico ad altri, apre interrogativi inquietanti.
>> Quando il figlio di Adolfino riceve una telefonata allarmata da un vicino e si precipita sul luogo, la scena che gli si presenta è agghiacciante. Strade bloccate, macchine della polizia, ambulanze e un elicottero che fende l’oscurità dall’alto con un faro accecante. A terra, steso sull’asfalto, freddo, c’è un lenzuolo bianco con sopra una grande macchia di sangue.
I carabinieri lo fanno inginocchiare e scoprono quel volto spento. È suo padre. L’omicidio innocente e brutale di Adolfino Alessandri rappresenta un tragico spartiacque. La banda della Uno Bianca ormai chiarito a un’intera nazione che non esistono codici d’onore o limiti invalicabili. Chiunque incroci la loro strada, anche per una banalissima e sfortunata coincidenza, viene spazzato via senza alcuna esitazione.
Il demone ormai cammina libero per le strade e non ha alcuna intenzione di fermarsi. L’inverno del 1991 cala su Bologna come un sudario di ghiaccio. È la notte del 4 gennaio, un venerdì. Sulla città aggrava una nebbia fitta, densa, quasi impenetrabile che inghiotta i lampioni e avvolge i palazzi in un silenzio irreale, spettrale.
Ci troviamo al Pilastro, un quartiere periferico, sorto negli anni del boom edilizio, noto alle cronache per i suoi imponenti casermoni di cemento e per le costanti tensioni sociali. È un groviglio di strade dove la criminalità comune si mescola al disagio, un luogo che richiede una presenza costante e vigile delle forze dell’ordine per assicurare i residenti.
In questa oscurità lattiginosa, una Fiat uno blu con i colori d’istituto dell’Arma dei Carabinieri avanza a Passo Duomo, perlustrando le vie deserte. All’interno dell’abitacolo ci sono tre ragazzi, sono giovanissimi, quasi coetanei, uniti dall’orgoglio di indossare la divisa. Alla guida siede Otello Stefanini, origini romane, appena 22 anni e 3 mesi di vita.
Al suo fianco e sul sedile posteriore ci sono i colleghi Andrea Moneta e Mauro Mitilini. stanno svolgendo il loro dovere. Un turno di ronda reso ancora più teso dalle recenti e inspiegabili aggressioni contro cittadini extracomunitari avvenute in zona nei giorni precedenti. I tre militari scrutano la nebbia attenti a ogni movimento anomalo, ignari del fatto che il male assoluto li sta aspettando dietro l’angolo, celato dalla foschia di quella notte maledetta.
Mancano pochi minuti alle 22. La pattuglia percorre via Casini all’altezza delle grandi torri residenziali. A un tratto la uno blu dei Carabinieri incroce e sorpassa lentamente un’altra utilitaria, una Fiat 1 di colore bianco. Sembra una manovra innocua, un normale controllo visivo nel traffico di Radato della Sera, ma a bordo di quell’auto bianca siedono tre ombre armate fino ai denti.
Il comando si trova al pilastro per puro caso, diretto verso il vicino comune di San Lazzaro di Savena con l’intento di rubare un’altra vettura per i propri scopri criminali. I poliziotti killer però vivono in uno stato di paranoia perenne, prigionieri di una logica predatoria e militarizzata, interpretano quel banalissimo sorpasso come una minaccia diretta e letale.
Sono convinti che i tre giovani militari stiano annotando il loro numero di targa. Nella mente glaciale di Roberto Savi e dei suoi complici scatta un interruttore fatale. Non c’è spazio per la fuga o per il dubbio. Il potenziale pericolo deve essere annientato alla radice. L’auto bianca accelera d’improvviso e affianca la vettura di servizio dell’arma.
Tutto si consuma in una manciata di secondi interminabili. Senza alcun preavviso. Dal buio spunta la canna di un’arma da guerra. È un fucile d’assalto Beretta R70. Un’arma micidiale, precisissima, modificata appositamente per non lasciare i bossoli sull’asfalto e complicare le indagini balistiche. Roberto Savi preme il grilletto ed esplode una pioggia di piombo letale in direzione del lato conducente.
I proiettili perforano le lamiere, frantumano i veti con un frastuono assordante, colpendo immediatamente Otello Stefanini. Il ragazzo, seppur gravemente ferito a morte e sotto shock, compie un ultimo disperato tentativo di sottrarsi a quell’inferno. Preme sull’acceleratore per sfuggire, ma perde il controllo del mezzo e va a schiantarsi violentemente contro dei cassonetti della spazzatura ai margini della carreggiata.
La Fiat 1 Blu si trasforma in una trappola di metallo accartocciato. La grandinata di proiettili non si ferma, investendo l’auto da ogni angolazione in un’esecuzione che ricorda gli scenari della guerriglia urbana. Andrea Moneta e Mauro Mitilini sono sotto il fuoco incrociato, ma non si arrendono. Con un coraggio disperato riescono a spalancare le portiere e a lanciarsi fuori dall’abitacolo.
Mitilini imbraccia la sua mitraglietta di ordinanza, mentre Moneta risponde al fuoco nella nebbia. È una strenua eroica ultima resistenza. Uno dei loro colpi riesce miracolosamente ad andare a segno colpendo Roberto Sadi e ferendolo di striscia all’addome. Ma la sproporzione di forze è drammatica, assoluta. Le armi in dotazione carabinieri non possono nulla contro il volume di fuoco spaventoso dei fucili militari impugnati da un commando addestrato a uccidere.
>> Un nuovo terrorismo, non politico, ma attuato da bande criminali. Forse è questa la spiegazione dell’agguato che a Bologna ieri sera è costato la vita a tre carabinieri. Il più anziano aveva 22 anni. Intanto è stato ricostruito con precisione l’agguato effettuato da due auto, una Fiat 1 bianca ritrovata poi bruciata e una Golf o una ritmo nera.
Da una delle auto sarebbero partiti alcuni colpi che avrebbero sviato l’attenzione dei carabinieri in un normale giro di perlustrazione che toccava pure un campo nomadi e una scuola dormitorio per extracomunitari, ma nulla hanno potuto sotto le raffiche provenienti da due diverse direzioni. I corpi di Mauro Mitilini, Otello Stefanini e Andrea Moneta sono apparsi sfigurati ai primi soccorritori.
Sopraffatti dalla tempesta di piombo, i due giovani militari si accasciano al suolo, atterrati sul gelido asfalto del pilastro. Il rumore degli spari cessa, lasciando il posto a un silenzio innaturale e rotto solo dal respiro affannoso dei feriti. I killer però non scappano immediatamente con una freddezza che oltrepassa i confini dell’umano si avvicinano ai corpi sanguinanti dei ragazzi.
Vogliono essere assolutamente certi del risultato. Si chinano sulle tre giovani vite, spengono la loro ultima speranza, esplodendo dei barbari colpi di grazia alla nuca. Prima di risalire a bordo, come a voler firmare quell’oltraggio, come un macabro trofeo, rubano l’ordine di servizio della pattuglia.
Si dileguano poi verso San Lazzaro di Savena, dove abbandoneranno la Uno Bianca in un parcheggio dandole fuoco per cancellare ogni traccia eccension fatta. per il sangue lasciato sul sedile da Roberto Savi. Mentre il fuoco divora alle lamiere della Uno Bianca, la notizia della carneficina inizia a diffondersi spezzando il cuore di tre famiglie ignare.
A Roma scocca la mezzanotte, il telefono squilla nell’abitazione di Annamaria, la madre di Hotello Stefanini. Suo figlio era uscito di casa appena la mattina del giorno prima, pieno di vita e di sogni. La donna risponde, il cuore in gola. Dall’altro capo del filo, una voce concitata, pronuncia le parole che nessuna madre dovrebbe mai ascoltare.
In un conflitto a fuoco suo figlio è morto. La telefonata si interrompe bruscamente. Un urlo disumano, quello del marito di Annamaria, squarcia la quiete della casa e della notte romana. Tre giovani carabinieri uccisi, tre vite spezzate senza alcuna logica. La strage del pilastro fa piombare Bologna e l’Italia intera nel terrore più cupo, aprendo un baratro di non ritorno.
Il sangue versato al pilastro non è solo una tragedia umana insopportabile e un colpo mirato dritto al cuore dello Stato. La morte dei tre giovani carabinieri fa piombare la città di Bologna e l’intera nazione in un incubo assoluto e apparentemente senza via d’uscita. L’opinione pubblica è terrorizzata ed esige colpevoli a qualsiasi costo.
La pressione sugli inquirenti diventa letteralmente schiacciante. Eppure non c’è nessuna pista concreta da seguire, nessun indizio solido su cui costruire un’accusa. Nelle indagini criminali, quando si brancola nel buio totale, si finisce per diventare vulnerabili a qualsiasi suggestione. Se non c’è nessuna pista, ogni pista rischia di diventare automaticamente quella giusta.
Inizia così la stagione più buia delle indagini, un valzer di depistaggi, false testimonianze e allucinazioni collettive che porterà a uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana contemporanea. Da una parte i carabinieri, analizzando l’innegabile capacità operativa e paramilitare del Commando, si convincono che i responsabili siano criminali professionisti legati all’ex paracoduntista Damiano Bechis, attivo in quegli anni.
Dall’altra parte invece la Questura e la Digos di Bologna imboccano una strada completamente diversa, lasciandosi affascinare da una narrazione apparentemente perfetta. La svolta illusoria arriva dalle labbra di una ragazzina di appena 17 anni, Simonetta Bersani. Interrogata a più riprese dagli investigatori, la giovane costruisce progressivamente una verità agghiacciante quanto surreale.
Dichiara di essere stata testimonio oculare dell’eccidio del pilastro. punta il dito contro alcuni ragazzi del suo stesso quartiere dei pregiudicati locali scagliandosi in particolare contro Peter Sant’Agata. I suoi racconti inizialmente molto vaghi si arricchiscono interrogatorio dopo interrogatorio di dettagli sempre più romanzati, arrivando a descrivere persino le fiamme che uscivano dalle mani del Sant’Agata mentre sparava contro i militari.
Nonostante l’assurdità lampante di queste affermazioni e un alibi di ferro quella sera a Sant’Agata si trovava nel bar centrale del quartiere a giocare a biliardo sotto gli occhi di almeno 40 o 50 testimoni. Gli inquirenti scelgano incredibilmente di crederle. Il 20 giugno 1992 scattano le manette. Finiscono in carcere i fratelli Peter e William Sant’Agata assieme Massimiliano Motta e al noto camorrista Marco Medda.
spadono alla porta direttamente, arrivarono tantissima polizia in borghese. È un delitto che però avrà un seguito clamoroso, nel senso che vengono beccate, arrestate altre persone per questo delitto, due fratelli pilastrini, William e Peter Sant’Agata. Un terzo complice, ma soprattutto c’è questo camorrista napoletano, luogo tenente di Raffaele Cutolo, che è Marco Med.
C’è una persona, appunto, che ti accusa, ha firmato Simonetta Bersanica, la conoscevo bene perché eravamo nella stessa compagnia da qualche anno ci frequentavamo e allora mi misi proprio a ridere, cioè la prima cosa che feci quando mi contestò questa cosa mi misi a ridere. dico, “Guardi che c’è un equivoco.
” La testimonianza di Simonetta Bersani che in una sequenza di audizioni e interrogatori parte dal non aver visto nulla al aver visto tutto con una precisione scientifica che guarda caso corrisponde esattamente alle risultanze degli allora periti balistici che peraltro commisero degli errori che guarda caso erano identici alle cose che diceva però di ricordare la Bersani E questo lascia molto la mano in bocca perché poi noi abbiamo scoperto che la Bersani interloquiva molto serratamente e anche in maniera irrituale proprio con
alcuni degli organi investigativi anche nella sua vita privata. La Bersani fa dichiarazioni una dopo l’altra con una successione che non viene giustificata dal fatto che se sai delle cose le devi dire subito, non le puoi dire arrate e accusare addirittura la presenza di un altro Sant’Agata dove era accusato il fratello.
>> Niente, io ti vorrei chiedere una cosa sola, non ti chiedo altro. Quand’è che ti decidi a dire la verità? Io ho detto fino adesso la verità e cioè sei tu forse quello che deve dire che devi dire la verità. Niente di più. >> La presenza di quest’ultimo fa scattare addirittura l’infamante accusa di associazione mafiosa per la stampa locale e nazionale.
È nata la quinta mafia. Una mastodontica operazione di polizia porta 191 arresti nel quartiere, faoccitando le immense energie investigative della direzione distrittuale antimafia. Durante uno dei momenti più drammatici del processo che ne consegue, Peter Sant’Agata chiede e ottiene un confronto diretto in aula con la sua giovane accusatrice.
La guarda negli occhi, implorandola di mettere fine a quell’incubo e di non far pagare a ragazzi innocenti delle colpe che appartengono ad altri assassini. Ciò nonostante i fratelli Sant’Agata e gli altri imputati vivranno un calvario durato quasi 3 anni, sepolti in prigione per un crimine che non hanno mai commesso e tragicamente non era nemmeno la prima volta che accadeva.
Già per le sanguinarie rapine ai supermercati COP una testimone inattendibile, una prostituta Annamaria Fontana aveva mandato ingiustamente in carcere per mesi un gruppo di malavitosi catanesi, del tutto estranei ai fatti. Mentre i cittadini innocenti marciscono nelle celle di isolamento, i veri assassini non solo sono a piede libero, ma continuano a colpire indisturbati.
Nel frattempo il mistero si infittisce assumendo contorni sempre più torbidi e internazionali. Entra prepotentemente in scena una sigla oscura, la falangia armata. Questo fantomatico gruppo terroristico rivendica puntualmente i crimini più efferati della Uno Bianca, inclusa la carneficina del pilastro. Molti ritengono le rivendicazioni totalmente inattendibili, poiché giungono sempre comodamente dopo i comunicati e le ricostruzioni dei mass media.
Il panico generalizzato genera mostri e alimenta teorie del complotto. Il modus operandi del commando, la spaventosa precisione militare, il cinismo letale e la ferocia gratuita non sembrano affatto appartenere a dei semplici rapinatori in cerca di contante. Si inizia così a guardare oltre confine. Molti notano somiglianze agghiaccianti e specifiche con i killer del Brambante, una famigerata banda che anni prima in Belgio aveva seminato il terrore nei supermercati causando 28 morti per poi rivelarsi una cellula everversiva. Si fa a strada l’ipotesi
terrificante di un vero e proprio piano eversivo su scala nazionale. Si pensa a una spietata strategia della tensione volta a destabilizzare un’Emilia- Romagna storicamente amministrata e governata dalle sinistre. Non dobbiamo dimenticare il clima di quel momento storico. Il 1990 e il 1991 sognano gli anni in cui viene svelata al mondo l’esistenza di Glaudio, una rete paramilitare clandestina.
Il clima politico italiano è letteralmente incandescente. In questo caos il seneratore Libero Gualtieri denuncia pubblicamente la probabile implicazione di apparati deviati dello Stato, suggerendo apertamente che i killer inafferrabili della Uno Bianca siano delle schegge impazzite sfuggite al controllo istituzionale.
L’Italia intera insegue disperatamente dei fantasmi. Magistrati, giornalisti e forze dell’ordine cercano mafie emergenti, terroristi politici e agenti segreti corrotti in un labirinto infinito di specchi e menzogne. Si celebrano processi inutili e si costruiscono castelli di carta giudiziari. Eppure la soluzione del più grande e sanguinoso mistero criminale del dopoguerra non si nasconde in chissà quale base segreta o cupola mafiosa.
La verità è spaventosamente più banale ed è seduta proprio accanto a chi indaga. Negli uffici della Questura di Bologna, davanti ai monitor luminosi delle centrali operative, i veri carnefici ascoltano in diretta le comunicazioni radio, controllano le mosse della polizia e sorridono nell’ombra, forti dell’impunità assoluta che la loro stessa divisa ogni singolo giorno gli garantisce.
In mezzo al caos delle piste internazionali e dei complotti sventolati a gran voce, c’è un dettaglio che avrebbe potuto chiudere questa storia molto prima. Un filo d’Arianna sfuggito clamorosamente di mano a chi aveva il dovere di sbrogliare la matassa. Tornamo indietro di qualche mese, al gennaio del 91, a una manciata di giorni dalla mattanza del pilastro.
La polizia scientifica ha repertato sull’asfalto insanguinato dei bossoli di un calibro molto particolare. 222 Remington appartengono a un fucile d’assalto Beretta AR70. La questura di Bologna ha un’intuizione apparentemente geniale, stilare una lista di tutti i cittadini della regione che possiedono legalmente quell’arma militare.
Il documento viene stampato il 14 gennaio. Ci sono appena 30 nomi in tutto. Al 26º posto di quella lista compare in modo inequivocabile un nome, Roberto Savi, accanto al suo nominativo, un semplice fatale annotazione scritta a penna dagli uffici, collega. L’assassino è lì, nero su bianco, risulta possedere ben due fucili di quel tipo, ma proprio perché indossa la stessa divisa di chi sta indagando sulla morte di tre carabinieri, la normale procedura di verifica si trasforma in una pacca sulla spalla tra servitori dello Stato.
A Roberto viene chiesto di portare l’arma in ufficio per un rapido controllo di rito. Savi gioca ad astuzia con una freddezza glaciale. Avendo acquistato il secondo fucile pochi giorni prima della strage, porta in questura proprio l’arma nuova immacolata che non ha mai sparato un colpo.
Nessuno si prende la briga di fargli una domanda in più, di perquisire casa sua, di pretendere di analizzare l’altro fucile. L’indagine si chiude in un sorriso informale. Il mostro è stato accarezzato ed è sfuggito. Questa impunità surreale nutrita dalla cecità delle istituzioni, alimente in Roberto Savi un delirio di onnipotenza sconfinato.
Comprende però che il cerchio potrebbe stringersi attorno a quelle armi e decide che è il momento di cambiare arsenale. Il 2 maggio 1991 la banda colpisce nel cuore pulsante di Bologna. L’obiettivo non è un autogrill isolato, un supermercato di periferia, ma l’armeria di via Volturno, situata in pieno centro storico, ha letteralmente due passi dalla questura.
È una mossa folle, sfrontata, ma c’è un dettaglio che rende l’evento ancora più agghiacciante. I savi non sono rapinatori qualsiasi in quel negozio, ne sono clienti abituali e affezionati da 14 anni. Lì Roberto si riforniva regolarmente di polvere da sparo, cartucce e materiali. per ricaricare i bossoli.
Fabio Savi, indossando dei baffi finti, entra nel negozio, mentre Roberto rimane all’esterno per fare da palo e garantire la copertura. All’interno si trovano la proprietaria LAN Saloni e l’ex carabiniere in pensione Pietro Capolungo. Bastano pochissimi istanti per trasformare il locale in un mattatoio. I due vengano spietatamente freddati per poter rubare due semplici pistole Beretta.
Una spietata esecuzione di possibile matrice terroristica oppure una sanguinosa rapina. Sono le due ipotesi più probabili, ma non ne escludono altre. traffico d’armi, ad esempio, al vaglio degli inquirenti da stamane, allorché poco dopo mezzogiorno sono stati scoperti in un’armeria nel centro di Bologna i corpi senza vita di Lian Saloni, 48 anni, titolare del negozio e del suo aiutante Pietro Capolungo, 65 anni, ex carabiniere in pensi.
Lei uccisa con un colpo in testa, lui raggiunto al collo, riversi dietro il banco. Sul banco la scatola vuota di una pistola veretta, forse l’arma del delitto, mentre dalle scansia alle pareti mancherebbero un fucile mitragliatore ed alcune pistole che l’assassino o gli assassini potrebbero aver portato via. Un’ombra spaventosa si allunga su questo duplice omicidio.
L’ipotesi più accreditata è che Campolungo avesse in qualche modo riconosciuto i suoi assassini e per la logica feroce della Uno Bianca, un testimone scomodo è un bersaglio che deve essere eliminato senza pietà. Eppure questa volta la rapina è imperfetta. Mentre Roberto Savi staziona all’esterno, una passante lo nota con estrema attenzione.
Le sue indicazioni permettono alla polizia di elaborare un identi kit clamorosamente preciso. Quel disegno è una vera fotocopia assoluta del viso di Roberto, tanto da risultare quasi identico a una sua fotografia ufficiale. Quando il marito di Lici Analoni, titolare dell’armeria, viene chiamato a visionare l’identiichitta a un sussulto.
dichiara senza mezzi termini agli investigatori che quel volto somiglia in modo impressionante a un poliziotto, un loro cliente fisso di nome Savi. È l’ennesima colossale occasione per fermare la mattanza, ma le sue parole pronunciate in un ufficio di polizia cadono nel vuoto più totale. Nessuno tra chi indaga riesce a processare e collegare realmente quel fatto di sangue a un collega in divisa.
L’arroganza della banda raggiunge qui una vetta di cinismo che ancora oggi fa tremare i polsi. Poche ore dopo aver commesso il duplice omicidio in via Volturno, Roberto Sapi fa ritorno sulla scena del crimine. Ci sono le ambulanze, i rilievi della scientifica, le telecamere dei telegiornali che riprendono il caos. In quelle immagini d’archivio mescolato tranquillamente tra gli investigatori.
Compare lui, indossa la divisa d’ordinanza in pieno servizio. È calmo, imperturbabile, drammaticamente sicuro della sua insospettabilità. L’assassino si gode lo spettacolo dalla prima fila protetto dallo scudo dorato dello Stato, mentre la città piange. Quando il crimine diventa un’abitudine, la mente umana rischia di assuefarsi all’orrore.
Ma per la banda della Uno Bianca l’orrore non è mai stato un semplice mezzo per raggiungere un fine, è diventato il fine stesso. Finora abbiamo visto questi uomini uccidere per coprirsi la fuga, sparare per difendere un bottino o per neutralizzare un pericolo. Ma c’è una fase in questa inesorabile discesa agli inferi logica predatoria della rapina svanisce del tutto, lasciando il posto a una violenza pura, cieca, agghiacciante.
È in questo momento esatto che i poliziotti killer gettano la maschera. Non sono più semplici rapinatori. Diventano seminatori di morte, signori intoccabili decisi a dimostrare la loro supremazia bagnando le strade con il sangue degli innocenti. Siamo a Bologna, la fine del 1990. Il clima in città è teso e una latente insofferenza verso gli emerginati inizia a serpeggiare in alcune periferie.
La banda accoglie questa tensione sociale e la trasforma in un pretesto per il massacro. Il bersaglio non sono più i furgoni blindati carichi di contanti, ma le baracche fragili e indifese dei campi nomadi. Tra novembre e dicembre il comando a bordo di un’utilitaria sferra attacchi spietati contro gli accappamenti in via Gobetti e via Casini.
Non c’è assolutamente niente da rubare lì dentro. Nessun bottino da spartire a fine serata, c’è solo l’intento di uccidere. I fari abbaglianti illuminano il buio gelido, i finestrini si abbassano lentamente e i fucili d’assalto sputano fuoco sulle rouote dove dormono intere famiglie. In queste scorrerie vigliache letali perdano la vita, Patrizia Della Santina e Rodolfo Bellinati crivellati senza pietà, mentre altre persone, tra cui donne e bambini rimangono gravemente feriti, marchiati per sempre nel corpo e nell’anima.
La polizia ha ricostruito quattro identi kit del comando che ieri mattina ha salito il campo alla periferia di Bologna uccidendo due persone. Le indagini non escludono né la matrice razzista, un gruppo cioè organizzato, quasi una Ludwig degli zingari, e la vendetta tra nomadi, maturata negli ambienti della malavita.
Sono stati perquisiti interi stabili alla periferia di Bologna, in particolare nel popolare quartiere del Pilastro. Si tenta anche di stabilire se sono state impiegate le stesse armi di un altro attacco contro un campo nomadi avvenuto il 10 dicembre. >> La furia omicida, mascherata maldestramente da odio raziale, non si ferma però al capoluogo emiliano, si sposta sulla Riviera infettando anche la tranquilla estate romagnola.
Nell’agosto del 91 a San Mauro Pascoli due giovani operai senegalesi stanno tornando a casa dopo una giornata di lavoro massacrante in fabbrica. Sono invisibili parte di quella forza lavoro silenziosa che contribuisce a mandare avanti l’economia locale. Ho un’auto li affianca nel buio. Non volo una sola parola, solo il crepitio assordante e ritmico delle armi automatiche.
I due ragazzi crollano sull’asfalto giustiziati senza un perché, lontani migliaia di chilometri da casa. L’opinione pubblica è sgomenta. I giornali parlano immediatamente di squadroni della morte, di frange estremiste a caccia di stranieri. Ed è proprio qui che si annida la verità più perversa. Anni dopo, seduto sul banco degli imputanti davanti ai giudici, Fabio Savi spiegherà il reale movente di quelle esecuzioni con una freddezza che parallizerà l’intera aula.
Non era solo razzismo, era una lucida e cinica strategia del terrore calcolata a tavolino. Colpire gli emarginati, gli stranieri, chi non aveva voce né difese, serviva a due scopi diabolici. Primo, seminare il panico totale, dimostrando di poter uccidere chiunque ovunque, azzerando le certezze dei cittadini. Secondo, è decisamente più importante, depistare le indagini, creare piste false che indirizzassero i detective verso gruppi avversivi o razzisti locali.
Un genio del male applicato alla criminologia. I poliziotti usavano le loro stesse conoscenze investigative per inquinare il campo di gioco, sapendo esattamente quali reazioni e quali caccia alle streghe avrebbero scatenato tra i loro stessi colleghi in questura. Ma c’è un omicidio che forse più di ogni altro racconta l’abisso morale e la definitiva perdita di umanità in cui i fratelli Savi e i loro complici sono sprofondati. È il 24 febbraio del 1993.
Massimiliano Valenti ha solo 21 anni, un ragazzo come tanti, pieno di vita e di speranze. Si trova in una zona isolata, zola predosa vicino Bologna. La sua unica tragica colpa è quella di avere gli occhi aperti nel momento e nel luogo sbagliato. Assiste involontariamente a un banale cambio auto della banda.
Subito dopo una rapina vede in faccia quegli uomini che scendono in fretta da una vettura rubata per salire su una pulita. Un criminale comune lo avrebbe minacciato, forse brutalmente picchiato per svaentarlo. Ma i membri della Uno Bianca non contemplano eccezioni, non lasciano testimoni, è la loro regola aurea, il loro dogma intocabile.
Inizia una caccia all’uomo letteralmente raccapricciante. Massimiliano capisce all’istante di essere in pericolo di vita e tenta disperatamente di scappare. Scende in un fossato, cerca riparo tra la fitta vegetazione con il respiro rotto il cuore che gli martella nel petto. Ma i killer sono predatori addestrati, lo braccano come una preda in una battuta di caccia.
Si diffidono per tagliargli ogni singola via di fuga. Alla fine lo raggiungono. Il ragazzo paralizzato dal terrore l’implora, promette piangendo di non dire nulla, di dimenticare quelle facce, di sparire, ma non c’è una sola goccia di pietà negli occhi di chi ha ormai fatto l’abitudine al sapore metallico del sangue.
Lo giustiziano con una spietatezza inaudita, guardandolo negli occhi, cancellando il suo futuro e la sua voce in una frazione di secondo. La morte di Massimiliano Valenti non frutto un solo centesimo alla banda. è l’omicidio puramente precauzionale, gelido e calcolato di un ragazzo innocente. >> Una morte assurda, senza colpa alcuna.
Stamane alla periferia di Bologna, in una strada di campagna, è stato ammazzato a sangue freddo con cinque colpi di pistola un giovane di 21 anni, Massimiliano Valenti, davanti a casa, appena sceso dal furgone col quale di notte aveva distribuito i giornali, si è trovato di fronte due banditi che subito dopo l’apertura avevano rapinato 200 milioni all’Agenzia del Credito Romagnolo, poche decine di metri più in là.
I banditi che, toltisi il passamontagna stavano salendo su un’auto pulita, non hanno avuto esitazioni. Il giovane è stato sequestrato, armi alla mano, condotti in una zona abbastanza isolata, assassinato e scaraventato in un fosso. >> Tra il 91 e il 93 l’Emilia Romagna è di fatto un territorio tenuto in ostaggio. Le istituzioni sembrano annichilite, impotenti, piegate dall’arroganza di un nemico invisibile che sembra onniscente.
E lo è davvero, perché il nemico siede nelle loro stesse stanze, legge i loro stessi fascicoli riservati, timbra il loro stesso cartellino e indossa la loro stessa divisa. La banda ha raggiunto l’afice della sua impunità criminale. Si sentono deei intoccabili, ma l’arroganza senza limiti spesso è l’atto finale che precede la caduta.
E proprio mentre il buio della notte sembra aver inghiottito per sempre la giustizia, in un piccolo insospettabile commissariato di provincia, due poliziotti testardi stanno per accendere una fiamma, una luce flebile che inesorabilmente illuminerà i volti dei mostri. Dopo aver ricevuto la telefonata da parte di mio padre dove ci avvertiva di ciò che era successo, immediatamente io mi misi in macchina e raggiunsi il posto.
ricordo ancora, diciamo, il teatro di questa esplosione 8 giorni dopo, facendo rientro con mio padre, con l’autovettura a casa presso la nostra abitazione di Morciano di Romagna, parcheggiamo l’autovettura subito di fronte all’accesso della della nostra abitazione. A questo punto di dei colpi dei degli spari, mi voltai e e purtroppo notai la presenza di un’autovettura sulla strada.
In quella frazione di secondo realizzai che ci stessero ci stessero sparando addosso e urlai a mio padre di di gettarsi a terra. Continuavo a diire questi spari e a osservare le pallotele che mi rimbalzavano letteralmente di fronte al viso. Dopo questi nove colpi, ehm, l’azione di fuoco terminò. cercai di girarmi, di voltarmi per capire se se c’era se c’era qualcuno che eh scendeva da questa autovettura e magari ci veniva a dare colpo di grazia.
Pian pianino mi rigirai e e vidi che a terra c’era c’era una pozzanghera di sangue perché effettivamente il colpo che avevo ricevuto al ginocchio, mio padre era stato colpito da frammenti, da schegge di queste oggive, dei colpi che spararono questi malviventi. Era tramortito a terra. Anche in questo caso lui ha subito uno shock notevolissimo perché ritrovarsi dopo 8 giorni in una in una situazione estrema del genere con coinvolto oltretutto pure il figlio immagino che sia stata una cosa proprio bruttissima, pazzesca.
>> Torniamo per un istante a quella tragica notte del 1987, al primo scontro a fuoco sull’autostrada per l’estorsione ai danni di Silvano Grossi. Ricordate chi c’era su quell’auto? civetta crivellata di colpi, seduto accanto al povero Antonio Mosca, c’era l’ispettore Luciano Baglioni.
È sopravvissuto a quella tempesta di piombo, ma non ha mai dimenticato. Quell’agguato mortale gli è rimasto inciso nell’anima come un debito d’onore inestinguibile verso il collega caduto. 7 anni dopo, nel 1994, Baglioni lavora a fianco a fianco con un altro investigatore di razza, il sovrintendente Pietro Costanza. Non stiamo parlando di super poliziotti dai metodi hollywoodiani, ma di uomini veri, ostinati, di quelli che consumano le suole delle scarpe, si nutrono di scartoffie, intuito e caffè freddo.
In quell’anno il magistrato di Rimini, Daniele Paci decide di tentare un approccio completamente diverso. Intuisce che per poter sconfiggere la Uno Bianca non servono le maxi operazioni rumorose o i teoremi complottisti, ma un lavoro di indagine certosino e spietato. costituisce così un piccolo pool investigativo, inserendovi proprio Baglioni e Costanza.
La squadra inizia finalmente a riordinare i frammenti di un puzzle impazzito, ma la burocrazia italiana si rivela un mostro lento e invidioso. Gelosie istituzionali, pressioni dai vertici e cronica mancanza di fondi portano a una decisione paradossale. Il pool viene smantellato a tempo di record.
È il colpo di grazia che avrebbe stroncato la motivazione di chiunque, ma non la loro. Con una determinazione che rasenta l’eroismo e contando solo sull’appoggio ufficioso e silente del giudice Paci, Baglioni e Costanza prendono una decisione radicale. Continueranno a indagare da soli. Iniziano a fare quello che nessuno nelle grandi stanze dei bottoni aveva avuto la lucidità di fare.
Studiare in modo maniacale la scena di ogni singolo delitto. Invece di cercare mandanti occulti nei palazzi della politica, inchiodano centinaia di foto su una lavagna. analizzano ossessivamente le vie di fuga, i tempi di reazione, le abitudini, il tipo di munizionamento. Giorno dopo giorno, incrociando i verbali emerge un quadro agghiacciante.
I killer non agiscono come criminali comuni, colpiscono con una precisione tattica spaventosa. muoversi perfettamente sotto copertura. Conoscono le procedure di ingaggio a memoria. Impugnano le armi corte a due mani con tecnica professionale, usano fucili modificati artigianalmente per non far saltare i bossoli sull’asfalto, ma c’è un dettaglio supremo che fa letteralmente gelare il sangue.
La banda svanisce sempre nel nulla. eludono sistematicamente, matematicamente le gabbie e i posti di blocco predisposti dalle forze dell’ordine nei 20 minuti successivi alle rapine. Come fanno a sapere esattamente dove non passare? La risposta è un sussurro che Baglioni e Costanza faticano a pronunciare perché ascoltano le radio e se sfuggano ogni intercettazione significa che si trovano all’interno delle centrali operative stesse.
L’intuizione si fa a certezza assoluta. Il nemico non viene dall’esterno, è dentro casa. I killer sono dei poliziotti. È un tabù insormontabile, un’ipotesi che fai non ridire le alte sfere, ma è l’unica verità logica possibile. Ed è una verità. terrificante perché significa che i due ispettori stanno dando la caccia a colleghi letali.
Se venissero scoperti sarebbero giustiziati senza la minima esitazione, senza grandi mezzi, rinunciando a giorni di riposo, utilizzando vecchie auto civette e talvolta mettendoci i soldi di tasca propria per fare il pieno di benzina. I due poliziotti iniziano un’estenuante campagna di appostamenti. Sanno che la banda è attratta dagli istituti di credito romagnoli.
Passano settimane mimetizzati nei parcheggi sotto la pioggia battente autonnale. Scrutano ogni singola vettura sospetta fuori dalle banche. È un lavoro psicologicamente logorante. Cercare un ago in un pagliaio, consapevoli che quell’ago è intro di veleno. Poi il calendario segna il 3 novembre 1994. Il giorno in cui il destino presenta il conto.
Baglioni e Costanza sono appostati a Santa Giustina, una tranquilla frazione di Rimini. Davanti alla filiale di una banca, un’auto attira improvvisamente la loro attenzione. Non è la famigerata utilitaria, ma una fiatta tipo di colore bianco. Procede a passo d’uomo, fa un giro dell’isolato, poi torna indietro. Chi è al volante sta palesemente studiando la morfologia dell’edificio, le telecamere, i possibili incroci per la fuga, il posizionamento degli ingressi.
È un classico inconfondibile sopralluogo tecnico. I due investigatori trattengono il respiro e aguzzano la vista. L’uomo abbassa la letta del parasole, ma il suo volto è parzialmente visibile. Costanza recupera dal cruscotto uno degli denti kit diffusi mesi prima, quello tracciato dopo una violenta rapina. I lineamenti corrispondono in modo impressionante.
Mascella volitiva, naso pronunciato, un’espressione di freddezza glaciale. La tipo ingrana la marcia e si allontana dolcemente. Baglioni e Costanza si guardano negli occhi, non c’è bisogno di aggiungere altro. accendono il motore e si lanciano all’inseguimento, mantenendo una distanza rigorosamente calcolata per non bruciare mesi di sacrifici.
Non conoscono ancora il nome di quell’uomo, non sanno che in quel preciso momento stanno pedinando il terrore in persona che ha insanguinato l’Italia per sette lunghissimi anni, ma sentono con ogni singola fibra del loro essere di aver finalmente afferrato l’ombra del mostro. Il muro invalicabile di omertà e di paura sta tremando, pronto a sgretolarsi sotto il peso della verità.
L’inseguimento silenzioso di quella Fiat tipo bianca lungo le strade secondarie della Romagna è forse uno dei momenti più carichi di tensione dell’intera storia criminale. Baglioni a Costanza, bordo della lavoro autocivetta, mantengono una distanza di sicurezza siderale. Sanno perfettamente che un solo errore, una singola frenata brusca o un incrocio di sguardi dallo specchietto retrovisore potrebbe scatenare un inferno di piombo.
L’uomo alla guida non sospetta assolutamente nulla. Dopo un lungo tragitto parcheggia davanti a una villetta immersa nella quiete di Poggio Toriana, nell’entroterra riminese. Scende dall’abitacolo ed entra in casa. I due investigatori rannicchiati nell’oscurità annotano febrilmente la targa. Interrogando i terminali.
Lo schermo restituisce un nome. Fabio Savi. Di professione fa il camionista. In passato il carrozziere, un civile. All’apparenza sembra un vicolo cieco, l’ennesimo buco nell’acqua. Ma Baglioni e Costanza scavano nel suo albero genealogico e incappano in un dettaglio che fa tremare il cuore. Fabio ha due fratelli, si chiamano Roberto e Alberto e indossano entrambi l’uniforme della polizia di Stato.
L’illuminazione è devastante, tutte le tessere del mosaico collidono. L’assenza metodica di impronte, la perizia paramilitare, le fughe impossibili attraverso le maglie dei posti di blocco. Non c’era nessuna fantomatica falangia armata, c’erano dei poliziotti che, terminato il turno, impugnavano i fucili a pompa per rapinare e trucidare l’Italia.
L’operazione per smantellare il gruppo deve essere chirurgica e fulminea. La sera del 21 novembre 1994 all’interno della questura di Bologna un gruppo ristretto di investigatori scelti entra nella centrale operativa. Lì è seduto Roberto Savi, assistente capo. La mente diabolica del gruppo. Controlla gli schermi, ascolta le radio.
Gli intimano di seguirli. Savi non oppone resistenza. Il suo impero criminale si disintegra in pochi secondi senza sparare un colpo. Le manette scattano ai polsi di un servitore dello Stato all’interno di un ufficio dello Stato. >> Rinchiuso nel carcere militare di Peschiera Roberto Savi, il poliziotto della questura di Bologna, arrestato ieri per i delitti della Uno Bianca.
Gli inquirenti non hanno dubbi e lui uno dei killer della banda di rapinatori che per anni ha terrorizzato non solo l’Emilia Romagna ma anche altre regioni e ora si cercano i suoi complici. Ancora l’attitante il fratellastro di Savi. Sentiamo Stefano Tura. >> La questura di Bologna è ancora scossa dalla notizia dell’arresto di Roberto Savi.
L’agente in servizio la centrale operativa ha ritenuto uno dei killer della Uno Bianca. Lo stesso Savi, inoltre, appena catturato, avrebbe ammesso di avere sparato e ucciso e che avrebbe potuto farlo anche con gli agenti che da qualche tempo lo stavano pedinando. Il fratello del poliziotto Fabio Savi, considerato il secondo killer, è ancora latitante.
In circolazione ce ne dovrebbe essere sicuramente un terzo, come riferirono a suo tempo alcuni testimoni. Mentre Roberto viene isolato, Fabio Savi fiuta il pericolo, prende con sé la compagna, la diciannovenne Eva Micula, e si lancia in una fuga precipitosa verso nord, sperando di varcare il confine. La sua corsa disperata termina tre giorni dopo, il 24 novembre, in un’area di servizio vicino a Tarvisio.
Braccato e sfinito, viene arrestato. Ma la banda della Uno Bianca non era unicamente un affare privato tra Roberto e Fabio. Il controllo del Castello di Carte porta rapidamente alla luce un’intera rete collusa, formata da uomini che garantivano coperture, potenza di fuoco e informazioni vitali, tutti inesorabilmente poliziotti.
C’è Alberto Savi, il fratello minore, agente in servizio al commissariato di Rimini, dotato di un’indole apparentemente più debole e suggestionabile. Alberto è vissuto all’ombra del carisma oscuro e opprimente dei fratelli maggiori, ma questo non lo rende meno colpevole. Alberto non è stato un semplice spettatore.
Ha impugnato le armi, ha partecipato attivamente agli agguati, ha condiviso i bottini e il peso degli omicidi atroci. La sua divisa è intrisa dello stesso sangue versato da Roberto e Fabio. Poi c’è un nome che fa letteralmente tremare i vertici istituzionali. Marino Occhipinti, vice soffrintendente della sezione narcotici della squadra mobile di Bologna.
Ochipinti è un investigatore esperto, un uomo di punta, un insospettabile tra gli insospettabili. Il suo non è un ruolo di contorno. Partecipava attivamente ad alcune delle azioni più sanguinose del gruppo. È presente e operativo durante l’assalto al furgone portavalori della Coppa di Casalecchio di Reno nel febbraio dell’88.
Una rapina feroce che costa la vita alla guardia giurata, Carlo Beccari. Ochipinti rappresenta la degenerazione assoluta e terrificante di chi usa le proprie competenze tattiche per uccidere i cittadini che ha giurato di difendere. Accanto a lui opera nell’ombra Pietro Gugliotta, anch’egli poliziotto, assistente presso la Questura di Bologna.
Il ruolo di Gugliotta è radicalmente diverso, ma altrettanto letale. Non è lui a premere i grilletti durante le esecuzioni, ma è l’uomo di fiducia all’interno del sistema. Funge da supporto logistico, da palo informatico, gestisce e intercetta le comunicazioni, smista informazioni sensibili, assicurandosi che la banda sappia sempre dove sono dislocate le pattuglie vere.
È l’occhio onniscente dei killer, il traditore silenzioso che permette al comando di svanire nel nulla dopo ogni carneficina. Infine, ai margini cronologici di questo nucleo di terrore, emerge la figura di Luca Vallicelli, agente scelto della polizia stradale di Cesena. Vallicelli è la testimonianza della genesi criminale della banda.
Partecipa soltanto alle primissime fasi e ai primi colpi ai caselli autostradali, quando il gruppo stava ancora testando la propria impunità. A differenza degli altri, Vallicelli, non si sporcherà mai le mani di sangue e deciderà di sfilarsi prima che l’avidità della banda si trasformi in pura e cieca feroce omicida. Un passo indietro che gli eviterà la condanna all’ergastolo, ma non il marchio indelebile dell’infamia.

L’incubo durato sette lunghi anni è finalmente terminato. L’Italia sgomenta e ammutolita, guarda in televisione le facce ordinarie di Alberto Savi, di Marino Ochipinti, di di Pietro Gugliotta. scopre che le belve sanguinarie non si nascondevano in covia inaccessibili, ma prendevano il caffè nei bar sotto casa e ogni mattina indossavano l’uniforme per andare in questura.
Il paese ha finalmente un volto da dare ai propri mostri, ma guardandole fissi negli occhi gli scorge il riflesso spaventoso delle sue stesse istituzioni. Le immagini dei telegiornali scorrono implacabili, rimbalzando da uno schermo all’altro in ogni singola casa italiana. L’arresto dei membri della banda della Uno Bianca non porta con sé il consueto sollievo che di solito segue la cattura dei grandi criminali.
Al contrario, fa calare sul nostro paese un silenzio irreale, un senso di vertigine, di profondo smarrimento. L’opinione pubblica osserva attentamente quei volti e non trova i tratti spigolosi dei boss mafiosi nello sguardo acceso e fanatico dei terroristi eversivi. Trova le facce ordinarie, anonime, quasi banali, di uomini che fino alla sera prima percepivano uno stipendio pubblico per far rispettare la legge.
Il crollo fiduciario nei confronti delle istituzioni è totale e devastante. La nazione intera è costretta a elaborare il peggiore dei tradimenti immaginabili. I Guardiani, coloro a cui avevano ciecamente affidato la nostra sicurezza, si erano rivelati i lupi più sanguinari. Eppure, per trasformare questi clamorosi arresti in un attaccabile teorema giudiziario, l’intuizione eroica e ostinata degli ispettori Baglioni a Costanza non basta.
Serve la prova definitiva, la chiave di volta in grado di scardinare dall’interno il muro di omertà e arroganza retto dai poliziotti killer. Quella chiave assume le sembianze, del tutto inaspettate di una ragazzina fragile catapultata in un incubo decisamente più grande di lei. Si chiama Eva Micula, ha appena 19 anni ed è la compagna di Fabio Savi.
fuggita con lui in quel disperato viaggio verso il confine austriaco, si ritrova improvvisamente seduta in una disadorna stanza di interrogatorio e di fronte ai magistrati decide di parlare. Il suo racconto è un fiume in piena che travolge le ultime resistenze della banda. Eva descrive minuziosamente i segreti inconfessabili sussurrati nel cuore della notte.
Indica i luoghi insospettabili in cui sono stati sepolti gli arsenali clandestini. ricostruisce le dinamiche degli assalti e le macrebe spartizioni dei bottini. La sua voce sottile, per quanto tremante, diventa il grimaldello giudiziario che blinda definitivamente le indagini. Messo alle strette dalle sue inconfutabili irrivelazioni, persino lo scudo di glaciale cinismo dei fratelli Savi comincia inesorabilmente a cedere, aprendo la strada a confessioni incrociate che chiudono la trappola.
>> Chi c’era in macchina? C’eravamo io, Alberto la guida, Fabio dietro. >> Che macchina era? >> Una Fiatuno bianca. E questa vettura si sorpassò e rallentò davanti a noi, se non io pensai che volessero fermarci. Allora da finestrino esploso alcuni colpi in direzione dell’autovettura e questi si allontanarono e noi pensavamo che i carabinieri stessero scappando via e noi poi niente circa 100-150 m più avanti, almeno così mi sembra e la macchina era ferma lì e questi erano scesi e stavano sparando.
>> Questi erano scesi >> i carabinieri hanno scesi e stavano sparando verso di noi. Io praticamente rimasi ferito nel momento in cui stavo scendendo dalla macchina. Poi dopo non ricordo perché ero messo abbastanza male. >> Si trovava per caso al pilastro per uno scambio di armi con qualcuno? >> Negativo. >> Mai recato presso un’armeria di Modena? Negativo.
>> Il giorno dopo l’eccidio dei Carabinieri, il 5 gennaio 1991, la venne a trovare una persona. >> Gugliotta, probabilmente. >> Cosa le chiese Gugliotta? >> Mi chiese cosa era successo. >> E lei cosa rispose a Gugliotta? >> Gli dissi che miero fatto male. Se avevo un po’ di fantasia lo potevi intuire. Lei conosceva i carabinieri Mitilini, Moneta e Stefanini? >> No, negativo.
Senta, la ragione per cui voi avete ucciso i carabinieri qual è? Nessuna. Per non essere fermati, è tutto lì. >> Le aule delle Corti d’Assise di Pesaro, Rimini e Bologna si preparano ad accogliere le fasi del processo più lacerante della nostra storia repubblicana. L’atmosfera che si respira tra quei banchi di legno massiccio è densa, satura di un dolore quasi tangibile.
Da una parte chiusi all’interno delle grandi gabbie di vetro di massima sicurezza, ci sono loro. Per gran parte delle udienze, i savi e i loro complici mantengono un atteggiamento raggelante. Sono distaccati, silenziosi, a tratto, persino insofferenti e infastiditi. mostrano il minimo cedimento confermando quell’assenza totale di empatia umana che li ha resi per 7 anni delle implacabili macchie di morte.
Dall’altra parte della sbarra, a pochissimi metri di distanza, siedono i sopravvissuti. Ci sono le famiglie delle 24 vittime e i 115 feriti. C’è Anna Maria, la madre del giovane carabiniere Otello Stefanini, trucidato nella nebbia del pilastro. Ci sono i genitori di Massimiliano Valenti, ragazzo giustiziato in un fosso solo per averli guardati in faccia durante un cambio d’auto.
Persone costrette a respirare la stessa aria degli assassini dei propri figli, senza scorgere nei loro occhi neanche l’ombra di un reale pentimento. È un confronto insostenibile tra l’innocenza spezzata e il male assoluto. Ma è proprio all’interno di questi tribunali, sotto la luce spietata del diritto che le ultime illusioni cadono a terra frantumandosi.
Per anni l’Italia ha disperatamente cercato un burattinaio, un’entità occulta a cui attribuire la colpa di una simile mattanza. Ma i lunghi dibattimenti processuali spazzano via per sempre i fantasmi della falangia armata, le paranoie sui servizi segreti deviati e le false piste su fantomatiche e versioni internazionali.
Il verdetto arriva ineresorabile e definitivo, a suggellare la fine dell’incubo. Ergastolo, fine pena mai. Questa è la condanna massima irrevocabile inflitta a Roberto Fabio e Alberto Savi e al loro complice Marino Chiinti. Per Pietro Gugliotta all’occhio silenzioso del Commando all’interno della Questura, la piena viene fessata a 18 anni di reclusione.
Luca Vallicelli, la gente che aveva partecipato ai primi colpi tirandosi indietro prima che scoppiasse la carneficina vera e propria, patteggia una condanna a 3 anni e 8 mesi. Lo Stato italiano, riconoscendo formalmente la propria mostruosa falla interna e non messo a vigilanza, viene condannato a versare risarcimenti miliardari ai parenti delle vittime.
Ma nessuna montagna di denaro potrà mai restituire il respiro a chi è caduto sull’asfalto, colpito a tradimento d’armi maneggiati da chi doveva proteggerlo. La verità storica che chiude questa parabola è un pugno nello stomaco. Non c’è nessuna grande burattinaio, c’è unicamente l’avidità, la frustrazione feroce, il delirio di onnipotenza, di uomini spietati.
La sintesi più sincera, raggelante e brutale la fornirà proprio Fabio Savi, interrogato in aula sul mistero dei presunti mandanti. Guarderà i giudici diritto negli occhi per sentenziare la fine di ogni teoria del complotto. Dietro la uno bianca c’è soltanto la targa, i fanali e il paraaurti. Io vi ho accompagnato in questo lungo viaggio nel cuore di tenebra dell’Emilia- Romagna.
Abbiamo attraversato 7 anni di stragi, di clamorosi depistaggi, di straordinari eroismi quotidiani. La storia della Uno Bianca ci lascia in eredità un monito immortale. Il male non ha bisogno di maschere mostruose per prosperare, a volte gli basta un’uniforme ordinaria e un giuramento tradito. Le ferite inflitte da quei poliziotti sono cicatrici indelebili sul volto dell’Italia.
Ricordare e non distogliere mai lo sguardo dalla verità è l’unico scudo che possediamo, perché dal buio della storia non debba mai più emergere un’altra letale utilitaria bianca. >> Ammazzato mio figlio 22 anni, ma Scalzone, Giuda, delinquente. >> Era la mia vita, la nostra vita. Perciò distrutto tutto quanto. E lui là, lui là deve stare in galera, deve morire là dentro, crepare.
>> Vengo io con lui. Lo voglio vedere, lo voglio vedere. La bestia delente. Lo voglio vedere. Basta. >> Ti dava i saldi. Hai visto? Ti dà i sang. Sto vado a trovare il cimitero oggi, lo sai?
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