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DOMENICO CUOMO La Storia Vera del KILLER PENTITO della CAMORRA! Mafia Italiana

Dimenticate tutto ciò che sapevate su Napoli. Toglietevi dalla testa le immagini romantiche della serie Gomorra, dove gangster alla moda su motociclette risolvono questioni d’onore. Nella realtà di cui parleremo oggi non c’è né onore né stile. C’è solo l’odore della polvere da sparo mescolato all’odore di spazzatura in decomposizione e adolescenti che imparano a sparare a bersagli viventi prima ancora di imparare le tabelline.

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E se vi dicessi che a soli 30 km dal paradiso turistico di Sorrento e Pompei si trova un luogo dove lo Stato non è esistito per decenni, un luogo dove il sindaco non è un funzionario eletto, ma un boss mafioso e la polizia sono le squadre armate del clan che pattugliano le strade sugli scooter. Benvenuti a Castellammare di Stabia, non nella cittadina turistica da Cartolina, ma nell’inespugnabile fortezza del quartiere Scanzano, cittadella di uno dei clan più feroci della storia della camorra.

Oggi ci immergeremo nella storia di Domenico Cuomo, l’uomo dagli occhi di ghiaccio, il killer che ha trasformato l’omicidio in un lavoro di routine e attraverso il suo destino vedremo l’agonia dell’impero d’Alessandro. Per capire da dove sia saltato fuori un mostro come Domenico Cuomo bisogna prima guardare la mappa. Castellammare di Stabia è una città fantasma con una popolazione di circa 65.

000 persone schiacciata tra il Vesuvio e il mare. Negli anni 70 era un fiorente centro industriale con i cantieri navali fin cantieri dove venivano costruite le migliori navi d’Italia, ma la crisi economica e la chiusura delle fabbriche hanno trasformato la città in una polveriera. La disoccupazione giovanile in alcuni quartieri raggiungeva il 60%.

Proprio in questo vuoto di potere e di speranza è nato l’impero di Michele D’Alessandro. Michele D’Alessandro è un nome che a Scanzano pronunciano sottovoce anche 25 anni dopo la sua morte. Non era un semplice bandito, era uno stratega che aveva capito la regola principale della nuova camorra. Il caos è una scala.

Alla fine degli anni 70, quando Raffaele Cutolo e la sua nuova camorra organizzata NCO cercavano di sottomettere l’intera regione chiedendo il pizzo su ogni pacchetto di sigarette, d’Alessandro scelse l’altra parte. Si alleò con la Nuova Famiglia, una coalizione di clan che includeva potenti boss come Carmine Alfieri e Lorenzo Nuvoletta.

Questa alleanza fu suggellata non solo da un nemico comune, ma anche dal sangue di centinaia di vittime della guerra del 1980-1983. Il quartiere Scanzano, situato sulle colline sopra Castellammare divenne il cuore di questo nuovo impero. Non è semplicemente un quartiere, è un vero bunker, vicoli stretti dove a malapena può passare una volante che sfortezza con sistemi di videosorveglianza installati molto prima che diventasse mainstream.

Negli anni 80 la polizia entrava qui solo in squadre rinforzate con il supporto di blindati. Scanzano. Era uno stato nello Stato. Qui vigevano le loro leggi, i loro tribunali e i loro boia. La gente del posto sapeva se ti rubavano la macchina non andavi dai carabinieri, andavi dalla gente di Scanzano e la macchina tornava dopo un’ora con le scuse.

È qui che Michele D’Alessandro costruì una struttura che si distingueva dalle bande anarchiche di Napoli per una disciplina ferrea. Il clan d’Alessandro non era una cozzaglia di criminali. era una corporazione. Avevano uno stipendio, mesata, per le famiglie dei detenuti, un fondo pensionistico e persino un sistema di assicurazione sociale per le vedove dei soldati caduti.

Ma per questa cura bisognava pagare con una lealtà assoluta. Il tradimento era punito con la morte non solo del traditore, ma anche dei suoi parenti. In questa atmosfera di controllo totale e paura crescevano i bambini di Scanzano. Per loro Michele D’Alessandro non era un criminale, ma un benefattore, un padrino nel senso letterale della parola.

L’inizio degli anni 80 fu un momento di svolta. La guerra con Cutolo finì con la vittoria della nuova famiglia, ma la pace non arrivò. I vincitori iniziarono a spartirsi il bottino e il bottino era colossale. La ricostruzione, dopo il terremoto del 1980 portò nella regione miliardi di lire di sussidi statali.

Il clan d’Alessandro, usando i suoi legami con politici corrotti e funzionari intimiditi, ottenne il controllo della parte del leone degli appalti: cemento, asfalto, edilizia residenziale. Tutto questo passava attraverso aziende di comodo della mafia. I soldi scorrevano a fiumi, permettendo al clan di armarsi fino ai denti.

Entro il 1985 l’esercito di D’Alessandro contava, secondo i dati della DIA, direzione investigativa antimafia, più di 500 membri attivi e migliaia di fiancheggiatori. Ma la vera forza del clan non risiedeva nei soldi, bensì nelle alleanze. Michele D’Alessandro fu uno dei primi camorristi a stabilire stretti legami con la Cosa Nostra Siciliana.

I suoi partner non erano semplici mafiosi, ma rappresentanti dei corleonesi. Attraverso questi canali a Castellammare affluì l’eroina e più tardi la cocaina. Il porto della città divenne un punto di smistamento per le droghe provenienti da tutto il mondo. In questo ecosistema, dove ogni metro quadrato portava profitto, la vita umana valeva meno di un pacchetto di sigarette.

Ed è proprio qui, all’ombra della collina di Scanzano, che si preparava a venire alla luce una nuova generazione di assassini, una generazione per la quale la violenza sarebbe diventata l’unica lingua accessibile. La generazione di Domenico Cuomo, il terremoto del 23 novembre 1980 in Irbinia, non fu solo una catastrofe naturale che costò quasi 3.000 vite.

divenne il Big Bang per la camorra moderna. Miliardi di lire e in valuta moderna miliardi di euro stanziati da Roma e dall’Europa per la ricostruzione delle città distrutte si riversarono in Campania in un flusso infinito e alle chiuse di questo flusso c’erano già gli uomini di Michele D’Alessandro.

Se negli anni 70 i clan vivevano di contrabbando di sigarette e protezione dei piccoli commercianti, negli anni 80 si trasformarono in magnati dell’edilizia. Il cemento divenne il nuovo oro. Gli appalti per la costruzione di strade, scuole, ospedali venivano vinti da aziende controllate dai clan e i subappaltatori che rischiavano di lavorare onestamente trovavano i loro macchinari bruciati e gli uffici crivellati di colpi.

All’inizio degli anni 90 il clan d’Alessandro si era definitivamente strutturato in un’organizzazione che assomigliava più a una corporazione paramilitare che a una banda di strada. A differenza dei clan caotici ed eternamente in lotta del centro di Napoli, come i famosi quartieri spagnoli, a Castellammare regnava una rigida verticale, a capo c’era don Michele e sotto di lui una gerarchia ben definita.

capozona, capi dei quartieri, capo piazza, responsabili delle piazze di spaccio e infine la manovalanza, la fanteria, i soldati semplici. Il sistema funzionava in modo impeccabile. Il clan controllava non solo i cantieri, ma anche un oggetto strategicamente importante, i cantieri navali fin cantieri. Ogni operaio, ogni fornitore di materiali, ogni boss sindacale sapeva senza l’approvazione dell’agente di Scanzano nel cantiere non si avvitava nemmeno un bullone, era un racket totale elevato al rango di tassa cittadina.

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