Mi chiamo Antonino Greco. Oggi ho 70 anni e vivo nascosto da 30 anni. Non sono un pentito, non sono mai stato un infame, ma quello che sto per raccontarvi cambierà tutto quello che credete di sapere su Capaci. Era il 1991 quando tutto iniziò a andare storto. Io ero uno dei più fidati di Totoriina, il capo dei capi, non un soldato qualsiasi, capite? Ero quello che chiamavano Uzoku, la scarpa del boss.
Dove andava lui andavo io. Quello che sapeva lui lo sapevo anch’io. O, almeno così credevo. La guerra delle cosche era finita da poco. Palermo era ancora piena di sangue, le strade puzzavano di polvere da sparo e di paura. Riina aveva vinto. Aveva schiacciato i Bontade, i badalamenti, tutti quelli che osavano sfidarlo.
Ma c’era un problema che cresceva come un cancro. Giovanni Falcone. Quel bastardo ci sta rovinando diceva sempre Totò mentre camminavano per la campagna di Corleone. Ma dobbiamo essere furbi, Nino. Non possiamo fare come con Dallà la chiesa. Il mondo ci sta guardando. Ricordo quella frase come se fosse ieri. Totò Rina non voleva uccidere Falcone. Non così, almeno.
Era troppo intelligente per non capire che ammazzare il magistrato più famoso d’Italia avrebbe portato l’inferno sulla Sicilia. Ma qualcuno non la pensava così. Il primo segnale strano arrivò a marzo del 92. Ero nella villa di Rina a Corleone quando arrivò un messaggio. Non con un picciotto come al solito. No, questa volta era diverso.
Un uomo elegante con scarpe lucide e un accento che non era siciliano. Parlò con Totò per un’ora in una stanza dove io non potevo entrare. Quando l’uomo se ne andò, Riina era nervoso. Io lo conoscevo bene. Aveva le vene del collo gonfie, segno che stava incazzato nero. Ma non disse niente. Per tre giorni non disse una parola su quell’incontro.
Chi era quello?”, gli chiesi alla fine. “Nessuno che ti deve interessare”, mi rispose secco. “ma io sapevo che non era vero. Quell’uomo aveva portato qualcosa di grosso, qualcosa che Totò non voleva sentire. Qualche settimana dopo iniziarono ad arrivare ordini strani. “Dobbiamo preparare una cosa grossa”, mi disse Totò una sera, mentre bevevamo vino davanti al camino.
“Ma questa volta, Nino, tu non ci sarai”. Come non ci sarò? Totò, io sono sempre stato con te. Non questa volta, questa volta devi stare lontano, molto lontano. Capi che qualcosa di terribile stava per succedere, ma non immaginavo ancora cosa. I giorni passavano e nell’aria si sentiva la tensione. Rina era sempre più nervoso, sempre più chiuso, non parlava con nessuno, nemmeno con me.

Era come se qualcuno lo stesse costringendo a fare qualcosa che non voleva fare. Una notte, alla fine di aprile, sentì Totò parlare al telefono. Credeva che stessi dormendo, ma io ero sveglio. Lo sentii dire, “Non è così che voglio farlo, troppo eclatante, ci distruggerà tutti”. Dall’altra parte qualcuno gridava. Non riuscivo a sentire le parole, ma il tono era minaccioso, aggressivo.
“Va bene”, disse alla fine Totò con una voce che non gli avevo mai sentito. “Una voce di chi si arrende? Faremo come dici tu”. Quella notte non riusci a dormire. Per la prima volta nella mia vita ebbi paura di Totò Riina. Non paura per me, paura per lui, perché per la prima volta il capo dei capi non era più il capo di niente.
Due giorni dopo mi mandò via da Corleone. Vai a Catania, mi disse. Resta lì fino a quando non ti chiamo io. Totò, ma cosa sta succedendo? Mi guardò negli occhi per lungo. Tempo. Poi, per la prima volta da quando lo conoscevo vidi qualcosa che non avevo mai visto. La paura. Nino, mi disse piano, questa volta qualcuno vuole giocare più in grande di noi e noi noi siamo solo le pedine.
Il 23 maggio 1992 ero in un bar di Catania quando sentìi la notizia alla televisione. L’autostrada A29 Capaci, un cratere largo 20 m. Giovanni Falcone, sua moglie Francesca, gli agenti della scorta, tutti morti. Ma quello che mi gelò il sangue non furono le immagini dell’esplosione. Quello che mi gelò il sangue fu ricordare le parole di Totò quella notte al telefono.
Troppo eclatante, ci distruggerà tutti. Qualcuno aveva voluto proprio quello, distruggere tutto. E aveva usato Cosa Nostra per farlo. Tornai a Corleone tre giorni dopo Capaci. Il paese era blindato. Carabinieri dappertutto, elicotteri che volavano bassi sulla campagna. Ma il vero inferno non era quello che si vedeva, era quello che si respirava nell’aria.
Totò Riina era diventato un altro uomo. Lo trovai nella sua villa seduto davanti alla televisione che passava sempre le stesse immagini. Il cratere, i corpi, i funerali. Non si muoveva, non parlava. Quando entrò io mi guardò come se vedesse un fantasma. Nino, mi disse piano. Hanno fatto quello che volevano. Chi? Totò.
quelli che contano davvero, quelli che stanno sopra tutti noi. In quei giorni imparai cose che mi hanno terrorizzato per 30 anni. Riina non era stato l’unico a ricevere quella visita. Anche altri boss in giro per la Sicilia avevano avuto lo stesso tipo di suggerimenti, ma nessuno osava parlarne apertamente. Il piano era diabolico nella sua semplicità, utilizzare la forza brutta della mafia per eliminare Falcone, ma farlo in un modo così clamoroso, così eccessivo, da scatenare una reazione che avrebbe distrutto Cosa Nostra dal di dentro. “Ma perché, Totò?”
Gli chiesi una notte mentre eravamo soli. Perché qualcuno dovrebbe volere la fine di Cosa Nostra? Perché siamo diventati troppo forti, Nino, troppo indipendenti, controllavamo troppo traffico, troppi soldi, troppi politici. Qualcuno ha deciso che era ora di fare pulizia. Qualcuno chi? Rina accese una sigaretta con mani tremule.
servizi, politici, forse anche stranieri. Non lo so e non voglio saperlo. So solo che ci hanno usato come una bomba per far saltare tutto. I giorni seguenti furono un incubo. Ogni ora arrivavano notizie di arresti, di retate, di pentiti che si facevano avanti. La macchina dello Stato si era messa in moto come mai prima.
Era come se qualcuno avesse aspettato proprio quel momento per scatenare tutto il peso della giustizia italiana sulla Sicilia. Ma la cosa più strana erano i dettagli che emergevano sull’attentato. 500 kg di esplosivo, un cratere che sembrava quello di una bomba da guerra, un’operazione che richiedeva competenze e mezzi che andavano ben oltre quello che poteva organizzare anche il più esperto degli uomini d’onore.
Nino, mi disse Totò una sera, ti ricordi di Falcone? Lo hai mai incontrato? No, Totò, perché era un uomo intelligente, più intelligente di tutti noi. Sapeva che prima o poi sarebbe morto, ma sapeva anche che la sua morte avrebbe significato qualcosa. Solo che non immaginava che qualcuno avrebbe usato la sua morte per distruggere tutto quello che aveva costruito.
Come il pull antimafia si è sciolto dopo Capaci. I magistrati che lavoravano con Falcone sono stati trasferiti, messi da parte. Alcuni hanno anche lasciato la magistratura. La strategia di Falcone, quella dei pentiti, dei collaboratori, dei grandi processi, è stata smantellata pezzo per pezzo. Solo in quel momento capi la vera portata di quello che era successo.
Non era stata solo la morte di un uomo, per quanto importante, era stato un colpo di scacchi magistrale, eliminare Falcone e contemporaneamente distruggere il sistema che lui aveva creato per combattere la mafia. Ma chi aveva avuto l’intelligenza e il potere per orchestrare tutto questo? La risposta arrivò qualche settimana dopo, quando ricevemmo una visita che non dimenticherò mai.
L’uomo che era venuto da Riina a marzo tornò. Questa volta lo vidi bene sui 50 anni, vestito elegante, ma non troppo, occhi chiari, modo di fare tranquillo. Parlava italiano perfetto, ma ogni tanto gli scappava qualche parola in una lingua che non riuscivo a identificare. Stavolta riuscì a sentire parte della conversazione. Mi nascosi dietro la porta della cucina e origliò tutto quello che potei.
Il lavoro è fatto, disse l’uomo. Adesso inizia la seconda fase. Quale seconda fase? Chiese Rina. Voi dovete sparire tutti. Arrestati, uccisi, non importa come, ma dovete sparire. E se non vogliamo sparire? L’uomo rise. Un riso freddo, senza allegria. Totò, tu non hai capito ancora. Voi non avete scelta, non l’avete mai avuta.
Siete stati uno strumento e quando uno strumento non serve più? Non sentì il resto della frase, ma non ne avevo bisogno. Il messaggio era chiaro. Quella notte Rina mi chiamò nella sua stanza. Nino, domani mattina prendi tutto quello che puoi portare e sparisci. Non tornare più in Sicilia, non cercarmi, non chiamarmi, non esistere più per nessuno.
Ma Totò, non c’è nessun ma. Se rimani qui morirai e se morirai, morirai per niente. Almeno così, se sopravvivi un giorno potrai raccontare quello che è successo veramente. E tu? Io io sono già morto, Nino. Dal giorno di Capaci sono già morto. L’ultima cosa che mi disse è quella. Notte fu. Se un giorno parlerai, ricordati di dire che Totò Rina non ha mai voluto uccidere Falcone in quel modo.
Ricordati di dire che siamo stati traditi anche noi. Il mattino dopo, prima dell’alba, lasciai la Sicilia per sempre. I primi anni furono i più duri. Non potevo usare il mio vero nome, non potevo contattare nessuno della mia famiglia, non potevo nemmeno tornare in Italia. Vivevo come un fantasma, spostandomi di città in città, di paese in paese, sempre con la paura che qualcuno mi riconoscesse.
Ma la cosa più difficile non era la paura di essere scoperto. La cosa più difficile era il peso di quello che sapevo. Seguivo le notizie dall’Italia attraverso i giornali e la televisione. Vedevo l’arresto di Riina nel gennaio del 93, i grandi processi, i pentiti che raccontavano tutto quello che sapevano. Ma nessuno raccontava quello che sapevo io.
Nessuno parlava dell’uomo elegante, delle telefonate notturne, del vero piano dietro Capaci. Totò Rina venne condannato all’ergastolo per la strage. Lui che non aveva mai voluto quella strage. Lui che era stato costretto a organizzarla da persone che stavano molto più in alto di lui. Nel 1995, da un piccolo paese della Francia, dove vivevo facendo l’operaio in una fabbrica, lessi che era stato arrestato anche Leoluca Bagarella, il cognato di Rina, poi Provenzano, poi tanti altri.
Uno per uno tutti i capi di Cosa Nostra finivano in galera o ammazzati. Il piano si stava realizzando alla perfezione, ma chi era davvero dietro a tutto questo? Per anni me lo sono chiesto cercando indizi nelle notizie, nei libri, nei documentari, finché nel 2001 non lessi una notizia che mi fece gelare il sangue.
Un ex agente dei servizi segreti italiani, in pensione da tempo, aveva rilasciato un’intervista a un giornale francese. Parlava di operazioni coperte, di collegamenti tra servizi segreti e criminalità organizzata, di strategie per controllare il controllo, cioè usare la mafia per poi distruggerla. L’ex agente non faceva nomi, ma descrisse una strategia che conoscevo bene.
A volte per sconfiggere un nemico troppo forte bisogna prima renderlo ancora più forte, spingerlo a compiere errori irreparabili e poi colpirlo quando è più esposto. Era esattamente quello che era successo con Capaci. Ma c’era di più. L’ex agente parlava anche di pressioni internazionali per risolvere il problema mafioso in Sicilia.
Apparentemente l’influenza di Cosa Nostra sui traffici internazionali di droga aveva iniziato a disturbare equilibri più grandi, interessi che andavano oltre l’Italia. La Sicilia, diceva l’articolo, era diventata troppo importante nel controllo delle rotte tra l’Africa e l’Europa. Qualcuno doveva rimettere ordine. Cominciai a capire.
Capaci non era stata solo la fine di Falcone, era stata la fine di un’epoca, la fine dell’autonomia di Cosa Nostra, la fine del controllo siciliano sui traffici, l’inizio di una nuova fase in cui altri avrebbero preso il controllo. Nel 2006 venne arrestato Bernardo Provenzano, l’ultimo grande capo della vecchia Cosa Nostra.
Quando lessi la notizia, pensai a quello che mi aveva detto Rina quella notte del 92. Dovete sparire tutti. ci erano riusciti, ma le domande continuavano a tormentarmi. Chi era davvero l’uomo elegante che aveva visitato Riina? Perché nessun pentito aveva mai parlato di quelle pressioni esterne? Perché la verità su Capaci era rimasta sepolta sotto tonnellate di bugie e mezze verità? La risposta arrivò nel 2010 in un modo che non mi sarei mai aspettato.
Stavo guardando un documentario sulla televisione francese, un programma sui servizi segreti europei durante la guerra fredda. A un certo punto, tra le immagini d’archivio, vidi una foto che mi fece saltare dal divano. Era lui, l’uomo elegante, più giovane, con i capelli diversi, ma era sicuramente lui.
La didascalia sotto la foto diceva: “Agente nato specializzato in operazioni coperte nel Mediterraneo 1978-195, nato. Non servizi segreti italiani, NATO”. In quel momento capì tutto. Capaci non era stata un’operazione italiana, era stata un’operazione internazionale. La mafia siciliana era diventata un problema per equilibri che andavano ben oltre l’Italia e qualcuno aveva deciso di risolverlo una volta per tutte.
Usare Riina è Cosa Nostra per uccidere Falcone. Poi usare la morte di Falcone per distruggere Riina è Cosa Nostra. Due piccioni con una fava, come si dice dalle mie parti. Ma c’era ancora una cosa che non capivo. Perché proprio Falcone? Perché non semplicemente eliminare i boss della mafia uno per uno senza coinvolgere il magistrato? La risposta a questa domanda l’avrei trovata solo molto più tardi e quando l’avrei trovata mi sarei pentito di averla cercata.
Nel 2017 ero diventato un vecchio, 70 anni di età, 25 di esilio. Vivevo in un piccolo appartamento a Marsiglia con una pensione minima e i ricordi di una vita che sembrava appartenere a qualcun altro. Pensavo che la mia storia fosse finita, che il segreto di Capaci sarebbe morto con me. Invece una mattina di marzo qualcuno bussò alla mia porta.
era un giornalista italiano, giovane, sui 30 anni, con occhi intelligenti e un registratore in mano. “Lei è Antonino Greco”, mi disse. “Non era una domanda.” “Non so di cosa parla”, risposi istintivamente. “Sono 5 anni che la sto cercando.” Ho parlato con ex pentiti, ex poliziotti, ex magistrati. Tutti mi hanno dato pezzi del puzzle, ma il pezzo più importante è lei. Vada via, aspetti.
So quello che ha visto quella notte del 1992. So dell’uomo elegante, so delle telefonate. So che Rina non voleva uccidere Falcone in quel modo. Mi fermai con la mano sulla porta. Come fa a saperlo? Perché ho trovato gli altri, quelli che erano con lei quella notte. Non c’era nessun altro. C’era Giuseppe Marchese, il picciotto che faceva la guardia fuori dalla villa, e c’era Salvatore Cancemi, quello che ascoltava le telefonate per conto di Riina.
Tutti e due, prima di morire hanno rilasciato delle dichiarazioni a un magistrato di Palermo. Dichiarazioni che sono rimaste segrete per 25 anni. Il giornalista tirò fuori una cartelletta. Vuole sapere cosa contenevano? Lo feci entrare. Non avevo più scelta. Le dichiarazioni di Marchese e Cancemi raccontavano esattamente quello che avevo visto anch’io.
Le visite dell’uomo elegante, le pressioni su Riina, la riluttanza del boss a organizzare l’attentato, ma contenevano anche dettagli che io non conoscevo. Falcone, mi disse il giornalista stava per scoprire qualcosa di grosso, non solo sui rapporti tra mafia e politica, qualcosa sui rapporti tra mafia e servizi segreti internazionali.
Cosa? Nei suoi ultimi mesi di vita, Falcone stava indagando sui collegamenti tra Cosa Nostra e alcune operazioni coperte della NATO nel Mediterraneo. Traffici di armi verso i paesi dell’Est durante la caduta del comunismo, riciclaggio di denaro sporco attraverso banche controllate dai servizi, utilizzo dei canali della mafia per operazioni che dovevano rimanere segrete.
Il giornalista aprì un’altra cartelletta. Queste sono le copie degli ultimi appunti di Falcone. Li ha trovati un suo collaboratore dopo la morte. Sono rimasti nascosti per anni, poi qualcuno ha deciso di farli sparire definitivamente, ma io ne ho ottenute delle copie. Lessi quegli appunti con le mani tremule.
Falcone aveva scoperto tutto, i collegamenti, i nomi, le operazioni. Aveva capito che Cosa Nostra non era solo un’organizzazione criminale, ma era diventata uno strumento nelle mani di chi controllava i giochi internazionali e stava per rendere pubblico tutto. Ecco perché doveva morire, dissi piano. Esatto. Ma doveva morire in un modo che distruggesse anche quello che aveva scoperto. Non bastava ucciderlo.
Bisognava fare in modo che la sua morte scatenasse una guerra così feroce contro la mafia da far sparire ogni prova, ogni documento, ogni traccia delle operazioni coperte. E ci sono riusciti. Sì, dopo Capaci nessuno ha più indagato sui rapporti tra mafia e servizi segreti. Tutti si sono concentrati solo sui rapporti tra mafia e politica.
Il vero segreto è rimasto sepolto. Il giornalista mise via le carte. Ma adesso lei può aiutarmi a riportarlo alla luce. Perché dovrei? Sono riuscito a sopravvivere per 25 anni. Perché dovrei rischiare tutto ora? Perché Giovanni Falcone è morto per la verità e la verità merita di essere raccontata. Ci pensai per giorni.
Sapevo che parlare significava mettere a rischio quello che rimaneva della mia vita, ma sapevo anche che non parlare significava che Falcone era morto per niente. Alla fine decisi di raccontare tutto. Il giornalista pubblicò la mia storia su un giornale di Palermo, poi su altri giornali. Poi scrisse un libro. La storia fece scalpore per qualche settimana, poi piano piano venne dimenticata.
Ma io so che la verità è là fuori. So che qualche giorno qualcuno riprenderà queste fila e riuscirà a dimostrare quello che io ho solo raccontato. Giovanni Falcone non è morto per mano della mafia, è morto per mano di chi usava la mafia. è morto perché aveva scoperto che esistono poteri più grandi di Cosa Nostra, più nascosti, più pericolosi.
E forse un giorno anche questi poteri dovranno rispondere delle loro azioni. Per ora io ho fatto quello che dovevo fare, ho raccontato la verità, il resto lo lascio a voi. Antonino Greco è morto nel 2019, 2 anni dopo aver rilasciato questa testimonianza. È stato trovato morto nel suo appartamento di Marsiglia. La polizia francese ha dichiarato che si è trattato di morte naturale.
Il giornalista che ha raccolto la sua confessione ha continuato le sue indagini, ma non ha mai trovato prove concrete per sostenere le affermazioni di Greco. I documenti che Greco diceva di aver visto non sono mai stati ritrovati. L’identità dell’uomo elegante rimane sconosciuta. La verità su Capaci rimane sepolta sotto tonnellate di segreti di stato.
Ma la storia di Antonino Greco ci ricorda che dietro ogni grande tragedia si nascondono sempre verità più complesse di quelle che ci vengono raccontate e che la ricerca della verità, qualunque sia il prezzo da pagare, è l’unico modo per onorare la memoria di chi è morto per difenderla. M.
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