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La volta in cui i piloti americani perseguitarono il C.205 — e capirono che non avrebbero mai…

Era il 23 luglio 1943 e il cielo sopra la Sicilia bruciava sotto un sole spietato. Il tenente americano James Mitchell stringeva i comandi del suo P38 Lightning con le mani sudate, gli occhi fissi su quello che sembrava impossibile. Davanti a lui, danzando tra le nuvole come un fantasma d’argento, c’era un caccia italiano che non avrebbe mai dovuto esistere.

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Il Maki C25 Veltro. Mitchell aveva abbattuto 17 aerei nemici. Era un asso, un predatore del cielo. Ma in quel momento, mentre i suoi compagni urlavano nella radio coordinate disperate, mentre il carburante calava e il cuore batteva all’impazzata, capì qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la sua visione della guerra.

Non era lui a cacciare, era lui la preda. E se ti dicessi che questa storia potrebbe cambiare tutto quello che pensavi di sapere sulla Seconda Guerra Mondiale, allora non perdere un secondo, iscriviti subito al canale, attiva la campanella e preparati a scoprire verità che nessuno ti ha mai raccontato, perché quello che sta per accadere qui non lo troverai da nessun’altra parte.

3 minuti prima tutto sembrava routine. Mitchell guidava la sua formazione di sei Lightning in una missione di scorta sui cieli siciliani. Erano i padroni del cielo, o almeno così credevano. La Luftwaffe era in ritirata, l’aviazione italiana ridotta a brandelli. O no? Perché quando il primo contatto radar segnalò tre caccia nemici in avvicinamento, nessuno si preoccupò.

Tre contro sei. Erano numeri favorevoli, numeri che mentivano. Il primo veltro apparve dal nulla, emergendo da una nuvola bassa con una velocità che sembrò violare le leggi della fisica. Mitchell vide solo un lampo argenteo, poi sentì il crepitio delle mitragliatrici nemiche e vide il P38 del suo gregario esplodere in una palla di fuoco. 2 secondi.

Era bastato solo questo. Il pilota italiano non rallentò nemmeno. Virò in un looping perfetto che lasciò gli americani paralizzati. Era impossibile. Un caccia non poteva essere così agile. Ma il MACI205 non era un caccia qualunque, era il risultato di anni di ingegneria italiana spinta al limite. Un matrimonio perfetto tra l’elegante cellula del MACI C202 e il potentissimo motore tedesco Daimler Benz DB605.

1375 cavalli di pura potenza racchiusi in una struttura che pesava meno di 3.000 kg. Era veloce, era letale ed era pilotato da uomini che combattevano per difendere la propria terra, la propria famiglia, il proprio cielo. Mitchell cercò di reagire, spinse i comandi in avanti, tentando una picchiata che avrebbe dovuto dargli vantaggio.

Il P38 era più pesante, poteva accelerare meglio in discesa, ma quando guardò fuori dal cockpit, il Veltro era già lì, alla sua coda, impossibilmente vicino. Come aveva fatto? Mitchell non lo sapeva, ma il pilota italiano, un certo maresciallo Luigi Gorrini, anche se Mitchell non avrebbe mai conosciuto il suo nome, conosceva ogni segreto del suo aereo.

Sapeva che poteva tirare manovre che avrebbero strappato le ali a qualsiasi altro caccia. sapeva che il suo veltro poteva salire, virare, attaccare e sparire prima che il nemico capisse cosa stava succedendo. La radio esplodeva di urla. Breakleft, break left. Mitchell virò disperatamente, sentendo le forze G schiacciargli il petto, vide un altro P38 precipitare lasciando una scia nera contro il cielo azzurro.

erano già in quattro contro tre, ma quei tre piloti italiani combattevano come se fossero 30. Gorrini, insieme ai suoi compagni, aveva trasformato quel pezzo di cielo in un inferno per gli invasori. Non era solo abilità, era rabbia, era orgoglio, era la disperazione di chi combatte con le spalle al muro, sapendo che ogni proiettile conta, ogni manovra potrebbe essere l’ultima.

Mitchell provò tutto quello che sapeva, tentò lo split, la chandel, persino un touchev con i suoi compagni superstiti. Niente funzionava. Il veltro era sempre un passo avanti, sempre nel posto giusto, sempre con il sole alle spalle. Era come combattere contro fantasmi che conoscevano ogni tua mossa prima che la facessi e forse lo sapevano davvero, perché quei piloti italiani avevano volato in inferiorità numerica per 3 anni.

Avevano imparato a sopravvivere quando la sopravvivenza sembrava impossibile. Avevano trasformato ogni svantaggio in un’arma, ogni debolezza in una forza. Poi accadde qualcosa che Mitchell non avrebbe mai dimenticato. Il Veltro gli passò accanto, così vicino che poteva vedere il pilota nel cockpit. Per un istante i loro occhi si incontrarono.

Non c’era odio in quello sguardo. C’era solo determinazione fredda, pura, assoluta. Il pilota italiano fece un cenno con la testa, un saluto tra guerrieri. Poi si lanciò contro l’ultimo P38 oltre a quello di Mitchell. In quel momento Mitchell capì, non era solo una questione di aereo, era una questione di cuore. Quegli uomini stavano difendendo la loro patria e avrebbero combattuto fino all’ultimo respiro.

Mitchell prese l’unica decisione che poteva salvarlo, scappare. Spinse i motori al massimo e picchiò verso il mare, volando così basso che le onde sembravano volerlo afferrare. Dietro di lui sentì ancora il crepitio delle armi. Poi silenzio, guardò lo specchietto retrovisore. Il Veltro non lo inseguiva, non ne aveva bisogno, aveva già vinto.

Quando Mitchell atterrò alla base americana in Tunisia, tremante e coperto di sudore, trovò solo altri due P38 su sei. Tre aerei persi in meno di 10 minuti contro tre caccia italiani che sulla carta non avrebbero dovuto essere una minaccia. Quella sera nell’hangar nessuno parlava, c’era solo silenzio pesante rotto dal rumore degli attrezzi dei meccanici che cercavano di riparare i danni.

Mitchell versò del whisky in una tazza di metallo e guardò il tramonto sopra il deserto. Un suo compagno, il capitano Rogers, si avvicinò. Hai visto come volavano?” chiese la voce roca. Mitchell annuì lentamente. Non erano normali, erano diversi. Rogers scosse la testa. Ci hanno insegnato che i caccia italiani erano inferiori.

Ci hanno detto che i piloti erano codardi, che scappavano al primo scontro. Ci hanno mentito, Jim. ci hanno maledettamente mentito e avevano mentito davvero perché il MACI C205 Veltro non era solo un buon aereo, era uno dei migliori caccia dell’intera guerra. Gli americani lo scoprirono nel modo più duro, perdendo uomini, perdendo aerei, perdendo quella sicurezza arrogante che li aveva accompagnati fino a quel momento.

Il C205 poteva raggiungere 642 km/h, poteva salire a 10.000 in meno di 12 minuti. Poteva virare così stretto che i gimiter impazzivano e nelle mani di piloti come Gorrini, che avrebbe finito la guerra con 19 vittorie confermate diventava un’arma assoluta. Ma com’era possibile che un paese considerato tecnologicamente arretrato, un paese che stava perdendo la guerra, avesse creato un simile capolavoro? La risposta stava nella disperazione e nel genio.

Quando gli ingegneri della aeronautica Macchi ricevettero i primi motori DB605 dalla Germania nel 1942, capirono che avevano tra le mani qualcosa di speciale, ma un motore potente era inutile senza la giusta cellula. presero il C202 folgore, già un ottimo caccia, e lo trasformarono. Rinforzarono la struttura, allargarono la fusoliera, riprogettarono il sistema di raffreddamento.

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