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Francesco Nirta: La Vera Storia del Superboss ‘Ndrangheta Arrestato in Olanda

Era il periodo di carnevale, la stagione in cui nel resto del paese tutti indossano maschere per divertirsi. Ma in Calabria, a San Luca le vere facce non si coprono mai, restano scoperte e dure. Un gruppo di giovani esuberanti con l’animo su di giri e la testa vuota, decide di lanciare delle semplici uova contro le pareti di un circolo ricreativo gestito dai membri della fazione rivale.

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Un gioco sciocco, direte voi, ma qui non ci troviamo a Milano e nemmeno a Napoli. Qui calpestiamo il suolo sacro del regno dei nirta strangio e dei pellevottari. Un uovo sbattuto contro il muro sbagliato è considerato infinitamente peggio di un affronto consumato davanti all’altare. È un insulto gravissimo all’intero albero genealogico.

Quell’uovo banale ha sporcato una parete, ma ha macchiato indelebilmente l’orgoglio di uomini antichi che non conoscono il verbo perdonare. Da quella sera gelida il carnevale ha smesso per sempre di far ridere. si è trasformato nel preludio oscuro di una sinfonia macabra che avrebbe suonato senza sosta per oltre un decennio.

I gusci rotti sono stati presto sostituiti da confetti molto più pesanti, di quelli metallici che non si sciolgono in bocca, ma che ti costringono a chiudere gli occhi per l’eternità. Francesco, in quegli anni tumultuosi, osservava tutto dal suo angolo d’ombra. Era un giovane straordinariamente silenzioso. Chi lo conosceva all’epoca racconta di uno sguardo immobile, spaventosamente gelido, simile in tutto e per tutto alla superficie di un lago montano ghiacciato nel cuore di Gennaio.

Non alzava mai la voce, non ne aveva alcun bisogno. Nel nostro mondo sotterraneo chi urla disperatamente è debole. Chi sussurra con estrema calma comanda interi eserciti. Ha iniziato molto presto a frequentare assiduamente i fitti boschi, non certo per cercare funghi, ma per imparare l’arte di piantare alberi in profondità nel terreno.

Ha imparato a spazzare il cortile ogni volta che c’era troppa polvere in giro, a mettere a posto le situazioni spinose senza lasciare briciole fastidiose sul tavolo. La faida di San Luca non era una semplice disputa tra vicini di casa, era una partita a scacchi colossale, giocata senza esclusione di colpi, usando pezzi umani. Ogni mossa sul tabellone richiedeva tempo, pazienza e un’assoluta glaciale assenza di compassione.

I pellevottari avevano osato spingersi troppo oltre e la netta linea di demarcazione era già stata tracciata col gesso sull’asfalto rovente. Tuttavia la faida e il risentimento atavico erano soltanto una singola faccia della medaglia. Il vero motore instancabile, la linfa vitale che alimentava la grande bestia era il commercio globale.

Non si finanziano guerre decennali senza avere alle spalle montagne di risorse e la risorsa suprema, l’unica valuta che contava davvero per la linea dei Nirta, era un prodotto purissimo. Polvere bianca, finissima, identica alla neve che imbianca le altissime vette delle ande colombiane. Francesco aveva compreso, con un acume affaristico superiore a tanti vecchi saggi col sigaro in bocca, che il futuro glorioso non risiedeva nelle vecchie pratiche di paese, ma in quelle tempeste di polvere che fanno letteralmente impazzire i

salotti di tutta Europa. Era vitale organizzare l’approdo sicuro nei grandi porti commerciali, stringere le mani giuste nell’oscurità dei magazzini, riempire enormi container marittimi di frutta esotica celando al loro interno sorprese inestimabili. Diventò rapidamente un ingegnere magistrale nel gestire l’intricata logistica di questo zucchero amaro.

I capitali iniziarono a piovere incessantemente su San Luca. fiumi in piena, cascati inarrestabili di banconote fresche che venivano ripulite, investite silenziosamente e sepolte sotto il cemento. Mentre in irta strangio contavano i dividendi del loro impero invisibile, i pellevottari osservavano fremendo dall’altra parte del paese.

Vedevano l’inarrestabile ascesa dei rivali e un rancore acido avvelenava i loro pensieri notturni. La parola pace era stata cancellata dalle menti di tutti. C’erano stati inutili tentativi di mediazione, incontri clandestini nei casolari abbandonati per tentare di raffreddare i motori, ma il fuoco covava sotto la cenere grigia.

Ogni volta che si profilava una fragile tregua, un nuovo sgarbo riaccendeva la miccia esplosiva. I ragazzi che nel 1991 avevano lanciato le uova ora erano uomini induriti. Alcuni stavano già comodamente giocando a golf sotto terra nei campi recintati, mentre altri aspettavano il loro turno col sudore freddo sulla fronte. Francesco sapeva che non ci sarebbe stata alcuna stretta di mano riparatrice sotto il sole calabrese.

Il conto era aperto, le fatture si accumulavano sui tavoli e il debito andava saldato fino all’ultimo centesimo. Si preparava al peggio, avvolto nella sua solita aura impenetrabile. Il calendario segnava il 25 dicembre 2006. Una data che nel resto dell’emisfero profuma intensamente di cannella, diabeti riccamente decorati e di canti gioiosi intonati in coro nelle piazze.

Ma a San Luca, tra quelle alture aspreo voler graffiare il cielo scuro, il Natale possiede un sapore intrinsecamente diverso. L’aria Gergerida scende rapida dall’aspromonte, tagliando la faccia come una lama di rasoio invisibile, portando con sé l’odore denso e acre della legna bruciata nei camini.

In quelle masserie di pietra le famiglie si riuniscono non tanto per celebrare in allegria, quanto per contarsi, per stringere i ranghi e assicurarsi che tutti i posti a tavola siano ancora saldamente occupati dai legittimi proprietari. Quella notte, tuttavia, l’invisibile mano del destino aveva deciso di recapitare un pacco dono che nessuno aveva richiesto, un pensiero avvelenato giunto dal lato sbagliato della valle.

I pellevotari, ormai completamente divorati da un rancore corrosivo che accecava ogni briciolo di logica o prudenza, avevano meticolosamente pianificato una visita a sorpresa sotto l’albero. Non portavano certo cesti di vimini, ricolmi di prelibatezze o bottiglie di spumante dannata per brindare al nuovo anno.

Avevano tra le mani pesanti strumenti di precisione artigianale, di quelli che si tengono saldi a due mani, freddi al tatto, pronti a sputare sentenze inappellabili alla velocità del suono. L’obiettivo designato per questo augurio speciale di fine anno era Giovanni Luca Nirta, il fratello maggiore di Francesco. Giovanni rappresentava un pilastro, un ingranaggio fondamentale e rumoroso nell’orologio svizzero della famiglia.

Un uomo che gestiva i fili con mano ferma. I rivali volevano semplicemente staccare la corrente alla casa principale dei Nirta, illudendosi di poter lasciare il clan al buio, immerso nella confusione e privo di una bussola direzionale. Ma nel nostro ecosistema sotterraneo la fretta è sempre un’assassina silenziosa e l’imprecisione si paga con tassi di interesse astronomici.

Quando i fattorini del piombo si sono appostati nel buio del cortile, celati dalle ombre allungate delle mura perimetrali, la figura che ha incrociato il loro cammino non era affatto quella di Giovanni, era Maria Strangio, sua moglie, una donna, una madre che stava semplicemente respirando l’aria gelida della sera.

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