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La Fatale Fabbrica Garelli: La Decisione Che Distrusse l’Impero dei Ciclomotori Italiano

Garelli ci lavorò per 2 anni, presentò idee, fece proposte. La risposta fu la stessa. Il due tempi non è il nostro percorso. Aveva 25 anni, un posto sicuro alla più grande industria automobilistica italiana e un’idea in testa che nessuno voleva ascoltare. La maggior parte degli ingegneri avrebbe chinato il capo e si sarebbe adeguata.

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Garelli si licenziò, si trasferì alla Bianchi nel 1912 e lì, in un laboratorio più piccolo, con meno risorse ma più libertà, brevettò l’invenzione che avrebbe definito il resto della sua vita. Il cilindro sdoppiato a due tempi, due pistoni in cilindri separati che condividevano un’unica camera di scoppio collegati a un solo albero motore da una lunga biella.

Era una soluzione elegante a un problema tecnico reale, come ottenere potenza da un due tempi senza sacrificare l’affidabilità. E così elegante che in seguito la adottarono sia la puccia austriaca sia la dicaadivo tedesca, i due costruttori che avrebbero dominato le piccole cilindrate europee tra le due guerre. L’idea era di Garelli, il brevetto era di Garelli e a Bianchi brevettò anche un pratico cambio a due marce per motociclette.

Ma brevettare un motore in un laboratorio è una cosa. Dimostrare al mondo che quel motore funziona nella realtà è un’altra. Ad Alberto Garelli scelse il modo più spettacolare possibile per dimostrarlo. Il 10 gennaio 1914, in pieno inverno piemontese, con la neve fresca sulla strada sterrata e il termometro abbondantemente sotto lo zero, l’ingegnere si mise in sella a un prototipo da 350 cm³, equipaggiato con il suo cilindro sdoppiato e partì verso il Moncenisio.

Non mandò un collaudatore, non mandò un meccanico, non mandò un pilota professionista. Ci andò lui ad Alberto Garelli, 27 anni, ingegnere, su una strada che d’inverno nessun motociclista aveva mai percorso fino in cima. Salì fino all’ospizio del Moncenisio a 1925 m di quota. Il primo motociclista nella storia a riuscirvi.

Il regio esercito lo notò. Un motore che portava un uomo a quasi 2000 m su ghiaccio esterrato senza guastarsi interessava molto a chi pianificava la logistica militare sulle Alpi, alla vigilia di un conflitto europeo che tutti sentivano avvicinarsi. Il prototipo vinse il concorso di affidabilità militare.

L’ingegnere che la Fiat non aveva voluto ascoltare aveva dimostrato il suo motore al reggio esercito italiano sulla cima di una montagna da solo in gennaio. Dal 1915 al 1918, mentre l’Europa si distruggeva, Garelli di La Stucchi motociclette, esperienza di gestione industriale che gli servì per quello che venne dopo. il 25 ottobre 1919 in un’officina di viale Casiraghi a Sesto San Giovanni, nel cuore di quello che sarebbe diventato il più grande distretto industriale italiano fuori Torino, la città che gli operai chiamavano la Stalingrado

d’Italia per la militanza politica della sua classe operaia nacque la Garelli motociclette. La prima moto di serie fu la 350 a cilindro sdoppiato in due versioni, la normale da turismo per chi voleva semplicemente spostarsi e la Ride Nord Sud, battezzata così in onore del pilota Ettore Girardi che nel 1919 aveva percorso gli 840 km da Milano a Napoli in tappa unica alla media di 38, e 29 all’ora.

Nessuno aveva mai fatto nulla di simile su una motocicletta italiana. Il nome Ride Nord Sud portava con sé l’immagine, un solo uomo, una sola macchina, un intero paese attraversato senza fermarsi. Quello che seguì fu un decennio di gloria assoluta. Tra il 1919 e il 1926 le garelli da corsa stabilirono circa 76 record mondiali di lunga distanza.

Un numero che suona quasi inventato, ma che testimonia la superiorità del cilindro sdoppiato nelle prove di resistenza. Vinsero la prima edizione del circuito dell’Ario nel 1921. Vinsero il primo Gran Premio d’Italia a Monza nel 1922 con Ernesto Gnesa in sella. Vinsero il Gran Premio di Francia. La 350 da competizione nella versione finale erogava 20 cavalli a 4500 giri e toccava i 130 kmh.

Numeri formidabili per l’epoca quando le strade erano sterrate e i freni un atto di fede. Due nomi che sarebbero diventati leggenda, iniziarono la propria carriera su una Garelli, Tazio Nuvolari e Achille Varzi. Varzi vinse il campionato italiano 350 nel 1923. Vittorio Emanuele II nominò ad Alberto Garelli, cavaliere della corona d’Italia.

Dal 1930 al 1933 il fondatore fu presidente della Federazione Motociclistica Italiana. L’ingegnere che la Fiat aveva lasciato andare era diventato la figura più importante del motociclismo italiano. Poi la motocicletta scomparve dalla fabbrica. Dal 1928 le commesse militari presero il sopravvento. Garelli costruì aviocompressori ad aria compressa forniti agli eserciti italiano, russo e giapponese, più motogeneratori per carri armati.

A metà degli anni 30 il nome Garelli non figurava più nell’elenco dei costruttori italiani di motociclette. Il due tempi su cui l’ingegnere aveva scommesso la propria carriera, il motore per cui aveva lasciato la Fiat, scalato il Moncenisio, costruito una fabbrica, era stato accantonato in favore dei compressori.

Ad Alberto Garelli era anche un poeta. pubblicava versi con lo pseudonimo Alberto Agave. Dal nome della pianta che fiorisce una sola volta dopo decenni di crescita silenziosa, produce un unico fiore magnifico e muore. La raccolta. Il cipresso sul colle uscì nel 1954. La meditazione, la vana attesa, nel 1959. Si sposò tardi, a 73 anni, nel luglio del 1959, con Nina Riggio non ebbe figli.

Lo pseudonimo raccontava qualcosa dell’uomo, una vita intera dedicata a un’unica fioritura, il motore a due tempi, dopo la quale non restava che attendere. Quando la guerra finì e l’Italia si ritrovò in macerie, senza mezzi di trasporto, senza strade, senza nulla. L’ingegnere poeta di viale Casiraghi aveva quasi 60 anni. La sua fabbrica aveva costruito compressori per aerei che non volavano più.

L’Italia aveva bisogno di muoversi e non aveva i soldi per le automobili. La sua invenzione migliore doveva ancora arrivare. Capitolo 2. La zanzara di 4 kg. Nel 1946 l’Italia usciva dalla guerra come un corpo in convalescenza. Le fabbriche bombardate, le strade interrotte, i ponti saltati, le città sventrate. Muoversi era il primo problema di un paese che doveva ricostruirsi fisicamente prima ancora che economicamente.

Tre aziende italiane colsero l’occasione quasi nello stesso momento. Piaggio lanciò la Vespa, Innocenti la Lambretta e Garelli il moschito. Ma il moschito non era uno scooter, era qualcosa di ancora più essenziale e ancora più democratico. L’ingegnere Carlo Alberto Gilardi progettò un motore ausiliario a due tempi di 38,5 cm³.

Pesava 4 kg, 4 kg, meno di un secchio d’acqua pieno. Si fissava al telaio di una qualsiasi bicicletta italiana con una semplice fascetta sotto i pedali, una Bianchi, una Umberto Dayi, una Legnano, una bicicletta qualunque comprata usata al mercato. Qualunque cosa avesse due ruote e pedali poteva diventare un veicolo a motore.

un serbatoio da 2 L, un carburatore dell’orto, una piccola leva sul manubrio al posto della manopola del gas e un rullo d’attrito che trasmetteva il moto al pneumatico posteriore. Potenza 0,8 cavalli, velocità 30 km/h, consumo circa 70 km con 1 l. Non era veloce, non era elegante, non aveva nulla dello stile della Vespa, quella linea che Corradino da Scanio aveva disegnato pensando a un mondo che voleva dimenticare la guerra e ricominciare a vivere con grazia.

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