Ardisco offrire al popolo italiano tutto quel che mi rimane e tutto quel che da oggi io sia per acquistare o per aumentare col mio rinnovato lavoro. Non pingue retaggio di ricchezza inerte, ma nudo retaggio di immortale spirito. Già vano celebratore di palagi insigni e di ville sontuose, io son venuto a chiudere la mia tristezza e il mio silenzio in questa vecchia casa colonica, non tanto per umiliarmi, quanto per porre a più difficile prova la mia virtù di creazione e trasfigurazione.
Tutto, infatti, è qui da me creato o trasfigurato. Tutto qui mostra le impronte del mio stile, nel senso che io voglio dare allo stile. Il mio amore d’Italia, il mio culto delle memorie, la mia aspirazione all’eroismo, il mio presentimento della patria futura si manifestano qui in ogni ricerca di linea, in ogni accordo o disaccordo di colori.
Non qui risanguinano le reliquie della nostra guerra? E non qui parlano o cantano le pietre superstiti delle città gloriose? Ogni rottame rude è qui incastonato come una gemma rara. La grande prova tragica della nave Puglia è posta in onore e in luce sul poggio, come nell’oratorio il brandello insanguinato del compagno eroico ucciso.
E qui non a impolverarsi, ma a vivere, sono collocati i miei libri di studio in così gran numero e di tanto pregio che superano forse ogni altra biblioteca di solitario studioso. Tutto qui è dunque una forma della mia mente, un aspetto della mia anima, una prova del mio fervore.
Come la morte darà la mia salma all’Italia amata, così mi sia concesso preservare il meglio della mia vita in questa offerta all’Italia amata. È straordinario il percorso fatto da D’Annunzio se si pensa che lui è nato nel 1863, ovvero 2 anni dopo l’unità d’Italia, a Pescara che allora era un piccolissimo, minuscolo paese e da lì è partito alla conquista del mondo.
Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara, in Abruzzo. Allora, un piccolo borgo di non più di 4.000 abitanti che fino al 1860 aveva fatto parte del Regno delle due Sicilie. Francesco Paolo, il padre, è un uomo impetuoso e sbruffone con cui Gabriele ha un rapporto conflittuale, anche se riconosce di aver preso da lui la potenza, l’impeto, la sensualità, la crudeltà, la prodigalità, l’amore dei cani e dei cavalli, quel dei profumi e delle donne e dei frutti, il piacere dello sperpero.
Gabriele cresce accudito dalla madre, Luisa de Benedictis, e dalle tre sorelle che lo trattano come un principe. È quindi un vero colpo per lui trovarsi catapultato a soli 11 anni nelle aule austere del reale collegio Cicognini di Prato. Anni dopo, sia pure convinto della buona educazione ricevuta in collegio, primo teatro dei suoi talenti non comuni, se ne vendicherà definendolo un gran seminario laicale, istituito per isterilire e inaridire le più fervide semenze.
D’Annunzio, fin dall’inizio, fin dalla sua più tenera età, cresce in un’Italia modesta, un’Italia che non osa fare una politica estera di grande potenza e non è una grande potenza. Un’Italia che non si avventura come le altre grandi potenze europee nella conquista coloniale, che dà a D’Annunzio la convinzione di vivere in una mediocre Italia, dalla quale lui vuole uscire.
E fin dall’inizio noi abbiamo le testimonianze attraverso le lettere che il giovane D’Annunzio scrive a suo padre, scrive ai suoi amici, che lui ha un fortissimo orgoglio personale che proietta poi in un orgoglio nazionale, ma che non trova corrispondenza in quella che è l’Italia di quello di quel periodo. È il 1881 quando, terminati gli studi liceali, D’Annunzio si trasferisce a Roma, dove si scrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia, anche se nelle aule universitarie lo si vede pochissimo. Sono gli anni della crescita degli affari e delle banche,
dello sviluppo edilizio, degli accesi dibattiti parlamentari. Ma tutto questo a Gabriele interessa poco o nulla. Piccolo, 1,64 cm, il naso pronunciato, ridimensionato dalla fronte alta e dagli acuti occhi grigi, la barba e i baffetti biondi, che ravvivano un colorito pallido. Gabriele è fin da subito incantato da quello che definirà: “L’amore sensuale dell’eterna Roma.
” Nei suoi primi anni romani viene descritto come uno scalatore sociale, affannato a entrare nel mondo dell’aristocrazia. La realtà è che Gabriele, insieme al culto del lusso, ha quello del bello. Le donne, gli oggetti d’arredo, gli abiti, le opere d’arte che cerca nei musei, nelle antiche case patrizie, in quel mondo indolente e raffinato che di lì a poco l’avrebbe eletto proprio campione di eleganza.
Ama e studia anche la filologia romanza, la lingua e la letteratura francese e ritrova nei classici la perfezione della forma e del ritmo a cui si sarebbe dedicato per tutta la vita. Comincia a farsi conoscere come conversatore impeccabile, come poeta, e i suoi scritti, recensioni e cronache mondane escono sulle riviste romane, in particolare sulla Cronaca Bizantina e raccontano con maestria il clima culturale e il respiro del decadentismo.
Roma è diventata la capitale d’Italia, ma non è una metropoli che ha la dignità delle grandi capitali europee. Anche se questi, gli anni in cui D’Annunzio arriva a Roma e comincia la sua avventura in quella che poi viene chiamata la Roma bizantina, la Bisanzio di Roma, cioè una Roma decadente, ma è anche una Roma che si sta modernizzando attraverso speculazioni edilizie, ingrandimenti urbanistici, il fatto che comunque ha una vivace attività culturale.
Ci sono molti giornali, molte case editrici ed è il palcoscenico sul quale D’Annunzio inizia la sua vita da protagonista, non solo della letteratura, ma anche della scena, della moda e in un certo senso anche del costume, con già alcune tendenze politiche che si manifestano soprattutto nella sua letteratura.
Il giovane Gabriele si innamora, ricambiato, a 20 anni, naturalmente di una duchessa, la giovanissima diciannovenne Maria Hardouin di Gallese, di antica nobiltà, che fugge con lui, per quello che verrà chiamato in una poesia di D’Annunzio, Il peccato di maggio. Nei fastosi saloni di Palazzo D’Altemps, a un passo da piazza Navona, Gabriele incontra la dicianovenne Maria Hardouin di Gallese, figlia di Jules Hardouin, un ex tenente francese giunto in Italia con le truppe di Luigi Bonaparte. La ragazza è bella,
fragile, timida e sfacciata e incanta il giovane D’Annunzio. Maria, anch’essa infatuata fin dai primi incontri, capitola rapidamente, senza il ritegno richiesto a una donna del suo rango, tanto che il padre impedisce al poeta di mettere piede nel palazzo. I due giovani scappano a Firenze, una fuga d’amore organizzata ad arte, e tutti i giornali avvertiti da D’Annunzio parlano dell’evento. Maria rimane incinta e il matrimonio è inevitabile.
In settembre la coppia si trasferisce a Pescara, nella Villa del Fuoco, dove rimane per oltre un anno, fino al novembre del 1884. Per buona parte di questo periodo D’Annunzio vive in una condizione di esiliato e la vita domestica e familiare, nonostante la nascita del primogenito Mario, si rivela ben presto un’angusta prospettiva.
Gabriele aspetta l’opportunità di tornare nella capitale. Opportunità che giunge in autunno grazie all’aiuto della suocera, la duchessa Natalia, che gli procura un lavoro da redattore presso il quotidiano La Tribuna. D’Annunzio fa uno, due, tre figli, è ormai famoso, ma non gli basta.
Lui vuole il grande successo, vuole mettere a frutto tutto quello che ha imparato in questi anni romani. Ha capito che vuole scrivere un romanzo e conquistare il mondo con un romanzo. La vita romana scorre fra avventure editoriali, amori tanto travolgenti quanto brevi, incontri e scontri sociali e culturali.
Ma Gabriele non è contento di sé, teme la mediocrità, nella sua esistenza come nella sua arte. In quegli anni D’Annunzio scopre la filosofia di Friedrich Nietzsche, un universo di sentimenti e valori che pervadono l’atmosfera culturale dell’Europa agitata da spinte nazionalistiche e rielabora la figura del superuomo, più sul piano di una suggestione letteraria che non su quello ideologico.
Nel luglio del 1888 decide di lasciare Roma e di rinunciare a tutto per concentrarsi sulla scrittura del nuovo romanzo. Si ritira a Francavilla al mare, in Abruzzo, nel Convento, un edificio settecentesco sconsacrato che il suo amico pittore Francesco Paolo Michetti gli mette a disposizione e che è punto di ritrovo per intellettuali e artisti, come Matilde Serao e Edoardo Scarfoglio.
Per 5 mesi, con una dedizione maniacale e una sorprendente resistenza al lavoro, scrive, riscrive, scompone e ritaglia articoli e cronache della sua miserabile fatica quotidiana. Il Piacere esce all’inizio del 1889 e il protagonista Andrea Sperelli, in realtà un alter ego dello stesso D’Annunzio, diventa un personaggio rappresentativo di un mondo, di una società, della voglia di condurre una vita inimitabile, esattamente quella che D’Annunzio avrebbe vissuto da allora in poi. Sperelli, quindi D’Annunzio, intende fare della propria vita
un’opera d’arte, innalzarla alla creazione e al godimento dei sensi. Entrambi si pongono al di sopra della massa indistinta degli uomini e dichiarano di procedere contro la mediocrità, il cattivo gusto, il perbenismo di una borghesia pavida e conformista. Il Piacere è anche il romanzo della Roma degli anni ’80, di questo mondo così un po’ immaginario in realtà che non corrisponde poi effettivamente alla realtà, ma solo alla realtà magari di ambienti limitati dell’estetismo profumato del personaggio Andrea Sperelli,
che vive una vita eccezionale che però è minata da un eccesso di sensualità che si piega su se stessa, malata. Ecco, cioè dentro questo atteggiamento estetico c’è un senso di disfacimento a cui D’Annunzio dà voce, insomma, collegandosi quindi proprio alle forme più diffuse della cultura che veniva chiamata, si autodefiniva, decadente in quegli anni.
Dopo il successo de Il Piacere, D’Annunzio, è sempre sposato con Maria, ma continua ad avere le sue amanti. Adesso una nobildonna siciliana, dalla quale ha anche una figlia Renata, detta Cicciuzza, che lui amerà moltissimo, a differenza dei tre figli maschi. Passa di debito in debito, di avventura in avventura, di duello in duello, ma la vera grande avventura è l’invenzione del divismo.
D’Annunzio è il primo divo della modernità, anche perché si unisce con l’altra diva dell’epoca, una delle attrici più famose di tutti i tempi, la più famosa della sua epoca, Eleonora Duse. I consensi all’opera di D’Annunzio sono sempre più numerosi. Fra questi spicca quello della Divina Eleonora Duse, stella del teatro italiano e internazionale che non nasconde la sua predilezione per il giovane poeta abruzzese.
Gabriele, dopo essersi cimentato con i versi e con il romanzo, vuole tentare generi letterari nuovi in cerca di un riconoscimento anche come autore di drammi teatrali. La prospettiva di un sodalizio, non solo amoroso con la Duse, appare quindi quanto mai propizia e opportuna. Nasce così un idillio destinato a travolgere la vita di entrambi. La prima volta che D’Annunzio raggiunge la Duse a Venezia, il 26 settembre 1895, segna per molti biografi l’inizio del loro amore.
Ma già a fine novembre i due si devono separare. Lei, definita da Gabriele, la nomade, diretta nell’Europa dell’Est per una serie di rappresentazioni. Lui a Francavilla, oppresso dalle esigenze quotidiane della vita familiare. La lontananza dà l’avvio a un intenso rapporto epistolare. Alla fine della loro storia Eleonora, Ghisola, come la chiama Gabriele, brucerà le lettere dell’amato.
Nessuna donna mi ha mai amato come Ghisola, né prima né dopo. Ma le lettere della Duse che sono rimaste trasudano passione, velata da sfumature di tristezza. Eleonora ha una mascella forte, le labbra carnose, gli occhi grandi e pensosi. Non è bella in senso classico, ma con lo sguardo esprime il temperamento che l’ha resa nota e la fa amare nei teatri di tutta Europa.
Gabriele ed Eleonora lavorano insieme a imprese teatrali costosissime, a volte con grande successo, a volte con grande fallimento. Si dice che Eleonora si stia rovinando per finanziare le opere teatrali di Gabriele. In realtà lei è felice di partecipare a un’impresa culturale così importante, così nuova. Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato.
Gabriele, dopo infiniti vagabondaggi sentimentali e crudeli tradimenti, al tramonto della propria esistenza, avrà un vero culto per Eleonora e il suo busto di marmo nello studio del Vittoriale. È l’unica memoria femminile a sopravvivere nella collezione delle sue conquiste. Nel 1897, D’Annunzio si ritira nella Capponcina, una villa toscana vicino alla Porziuncola, la casa di campagna della Duse.
Eleonora, mentre gira per l’Europa, invia spesso denaro a Gabriele, che lo dissipa per arredare e rendere unica la sua residenza, preludio di quello che sarà il Vittoriale anni dopo. Eleonora è tormentata dalla gelosia. Subisce l’umiliazione di essere dipinta, protagonista del nuovo romanzo di D’Annunzio Il fuoco, come un’attrice matura, innamorata di un uomo più giovane che la maltratta.
Ma non accetta l’oltraggio di trovare un giorno, nel letto di Gabriele, una forcina, il più classico degli indizi. La nuova amante è Alessandra Starabba di Rudinì. Questo periodo è il più prolifico della lunga parabola letteraria di D’Annunzio. Abbandonata la prosa di novelle e romanzi, compone i versi, poi raccolti nelle Laudi, e produce gran parte della sua drammaturgia, quasi sempre incentrata sull’interpretazione della Duse, che stravolge i canoni del dramma borghese e del teatro, dominanti in Italia.
Il capolavoro poetico di D’Annunzio è certamente Alcione, che viene dopo tutta una serie di sperimentazioni poetiche che tra l’altro hanno avuto molto successo nella chiave di una sensualità decadente, di una manifestazione proprio di lussuosa lussuria, si potrebbe dire.
La grande poesia della vacanza, la scoperta della natura come luogo di cui appropriarsi, per affermare il piacere di essere. Finisce anche l’amore per Alessandra di Rudinì, che peraltro D’Annunzio aveva curato amorevolmente durante una sua malattia e che si chiuderà in convento dopo essere stata lasciata da D’Annunzio. D’Annunzio è un uomo che lascia.
Ha lasciato anche la carica di deputato, ma la politica lo appassiona sempre di più. Lui è un nazionalista, vuole che l’Italia sia intera, grande che riconquisti le terre irredente e diventa l’eroe del nazionalismo, soprattutto quando scrive la commedia La nave, che pure diventò un simbolo del nazionalismo, nel 1908. A fine ‘800, D’Annunzio avverte che la cultura latina sta per essere sopraffatta da quella dei barbari.
Scrive nel luglio del 1895: “Se le razze latine vogliono preservarsi dalla morte, è tempo che ritornino al salutare pregiudizio che ha fatto la grandezza della Grecia. Credere che al di fuori delle razze latine non c’è che barbarie”. L’11 gennaio 1908 va in scena al Teatro Argentina di Roma il dramma La nave. Il successo è clamoroso.
Oggi non è facile capire le emozioni che produsse su un pubblico eccitabile quell’opera, un misto di eroismo e orgoglio patriottico. Arma la prora e salpa verso il mondo. L’autore sapeva come suscitare l’esaltazione per la grandezza nazionale. Tre giorni dopo D’Annunzio si affaccia spavaldamente nella vita pubblica.
Al caffè Faraglia, su Piazza Venezia, durante un banchetto di ministri, uomini politici, scrittori e giornalisti di rango, si lancia in un brindisi: All’Amarissimo Adriatico. Inneggia alle terre perdute, l’Istria e la Dalmazia, che reclama all’Italia. Giorni dopo, alcuni profughi triestini e istriani gli fanno omaggio di una corona d’alloro dedicata al poeta italiano: I profughi dell’Amarissimo Adriatico.
Tutta la cultura italiana del primo decennio del ‘900 è largamente dominata dal nazionalismo. L’antidemocrazia, l’antiparlamentarismo, la visione di un mondo in cui si affermano le competizioni fra le grandi potenze e la lotta delle razze, in D’Annunzio trova un ideologo fin dagli inizi del ‘900.
La sua brevissima esperienza parlamentare tra il ’98 e il ‘900 in realtà non ha una grande importanza dal punto di vista politico, ma è la sua cultura politica che comincia a influenzare moltissimi giovani. Si potrebbe dire che nel primo decennio del ‘900 ci sono dei protagonisti che vogliono diventare la guida della nuova Italia, di una grande Italia. Ci sono, dal 1909, i Futuristi, c’è Giovanni Papini, ci sono i nazionalisti di Corradini e c’è soprattutto anche per la sua enorme risonanza internazionale Gabriele D’Annunzio.
Il 25 marzo 1910, per sfuggire ai creditori che mettono all’asta gli arredi della Capponcina, Gabriele si rifugia a Parigi. La sua fama lo precede e per alcuni mesi non perde una festa, un appuntamento, un invito salottiero. Nella Ville lumiere diventa celebre, fra le tante battute, una sua autodefinizione: Io sono la puttana d’Italia che si odia per amore.
Ma D’Annunzio non è più il giovane arrampicatore sociale che aveva fatto irruzione nella Roma umbertina e si stanca presto dei salotti. Alla fine di luglio si trasferisce, insieme alla nuova governante Aelis Mazoyer, ad Arcachon, sull’Oceano Atlantico. Qui trova un’altra delle sue favorite, Romaine Brooks, una pittrice americana di 37 anni, conosciuta l’anno prima in Toscana, nota per l’esibito lesbismo più che per la sua arte.
Le fattezze efebiche di Romaine hanno un ruolo nella nuova opera drammatica del Vate, Le Martyre de San Sébastian, ispirata a quella figura di San Sebastiano a metà fra Eros e peccato, sacro e profano, che lo seduce fin dai tempi delle sue prime fantasie letterarie. L’idea nasce dopo aver assistito alla rappresentazione di Cleopatra, uno dei balletti russi che spopolano a Parigi e di cui D’Annunzio è appassionato.
Il poeta va nel camerino a trovare la magnifica protagonista, Ida Rubinstein. E anche per la diva, al culmine del successo, l’incontro è fatale. Mi ha rivelato completamente me stessa. Tutto quello che non conoscevo di me stessa. Gabriele D’Annunzio non conosce che una regola di vita, lo sforzo senza tregua per superare se stesso.
La sua opera ebbe grande risonanza proprio in Francia, anche proprio come espressione di questo strano italiano, che si presentava con la sua invadente ossessiva teatralità. Credo, anzi, ci sono giudizi un po’ di forti riserve da parte di intellettuali francesi del tempo.
Comunque Debussy prestò ascolto diretto e musicò quest’opera, in modo eccezionale, andando forse al di là con la sua capacità musicale di certi limiti del testo. C’è in questo, una spia della disponibilità di D’Annunzio ad acchiappare tutto, a prendere i linguaggi più diversi, a mischiarli. E quindi l’uso del francese corrisponde a agli stessi usi che lui faceva della poesia italiana più diversa, delle suggestioni della cultura più diversa, manipolandole e mischiandole nella sua invenzione.
La prima del Martyre, con le musiche di Debussy, è preceduta da un coro di disapprovazione, soprattutto di parte cattolica. L’arcivescovo di Parigi lamenta che il Santo sia incarnato da una donna, per di più ebrea, famosa per i suoi spogliarelli e proibisce ai cattolici di assistere alla rappresentazione, durante la quale, in effetti, il pubblico ha modo di apprezzare le gambe della Rubinstein e i suoi spasmi conturbanti.
D’Annunzio replica che l’opera ha un profondo significato religioso e anzi costituisce una glorificazione dell’eroismo cristiano. L’argomentazione accentua il dissidio piuttosto che placarlo, tanto che il Vaticano, prima ancora della rappresentazione, mette l’intera opera di D’Annunzio all’indice. È interessante notare che D’Annunzio, prima ancora che inizi la Grande Guerra, cioè nella primavera del 1914, già in Francia scrive della opportunità, anzi, della necessità che ci sia una grande guerra, perché la democrazia rischia di appiattire tutto e lui prevede comunque un grande scontro delle razze. Ovviamente difende la razza latina e quindi
in Francia prevede la possibilità di una guerra contro la Germania, contro l’Austria, contro i barbari tedeschi e per lui quindi lo scoppio della guerra in un certo senso nell’agosto del ’14 non è una sorpresa, non è una novità, ma addirittura è un evento che quasi realizza una sua aspirazione, una sua profezia.
Una lunga campagna che vedrà D’Annunzio protagonista con la sua partecipazione da protagonista attivo nelle violenze interventiste a Roma nella metà di maggio, quando lui terrà dei discorsi infuocati per incitare i romani e soprattutto i giovani interventisti, addirittura ad assaltare il Parlamento e soprattutto a perseguitare i neutralisti. Da Parigi, come corrispondente del Corriere della Sera, sin dal giugno 1914, D’Annunzio perora la causa dell’intervento italiano al fianco della Francia, Nazione Sorella.
Il 4 maggio 1915, a pochi giorni dall’entrata in guerra dell’Italia, alcuni emissari della Legione Garibaldina gli propongono di inaugurare la statua di Eugenio Baroni, che a Quarto avrebbe ricordato la spedizione dei 1000. È l’occasione che Gabriele aspetta per tornare in Italia. L’inaugurazione è un trionfo. La folla stipata all’inverosimile intorno al bronzo, esulta.
Le parole dell’orazione per la sagra dei 1000, infiammano gli animi. Beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere. Beati quelli che hanno 20 anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa. Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati.
Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte incoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia. Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra. D’Annunzio, ormai ultra cinquantenne, si arruolò volontario, Aveva la dispensa per combattere su tutti i fronti.
Aeronautica, marina, fanteria e questo fece. Il Generale Cadorna disse che se D’Annunzio potesse parlare alle nostre truppe prima di ogni battaglia, la battaglia sarebbe per metà già vinta. Il 7 agosto del 1915 D’Annunzio vola su Trieste per la prima delle sue imprese. Lancia dall’alto dei volantini con su scritto: “Coraggio, fratelli, coraggio e costanza! Per liberarvi al più presto combattiamo senza respiro.
” Ai cittadini si chiede di attendere fiduciosi l’ora della libertà. Gabriele torna in volo il 15 gennaio 1916. Al rientro da una missione sulla verticale di Grado, l’aereo è costretto all’ammaraggio. Il pilota non riesce ad evitare l’impatto violento e Gabriele sbatte la testa contro la mitragliatrice anteriore.
Si ferisce alla tempia e all’occhio destro. Per alcune ore rimane quasi cieco. D’Annunzio sfrutta a suo modo la disgrazia. Si definisce l’orbo veggente e dedica i tre mesi di obbligatorio riposo alla stesura del Notturno, il libro della memoria, caratterizzato da una prosa intensa, crepuscolare, opera centrale di una nuova, più intima e dolorosa stagione creativa.
Ricercando me stesso, ritrovavo se non la mia malinconia. La vita s’aggruma, s’accaglia come il sangue che non scorre più. È un orribile peso. Perché notturno? Perché sono cose che si immaginano scritte ad occhi chiusi su dei cartigli mentre era bendato. E aveva dei cartigli su cui scriveva. La scrittura del notturno mantiene l’effetto, la sensazione di questo buio, di questo entrare e interrogare anche gli strati più profondi, contraddittori del proprio io.
Sempre però in rapporto a questo orizzonte bellico che c’è intorno con un senso del ripiegamento su di sé che però anche un ripiegamento di morte. In qualche modo, ci riconnette agli orrori che c’erano intorno di quella micidiale guerra che lui ha vissuto eroicamente, ma di cui forse non ha interrogato l’aspetto repellente, osceno, distruttivo che ha gravato poi su tanti poveri cittadini, contadini che non sapevano nemmeno quali fossero le ragioni della guerra, che sono andati a morire. E questo lui non è stato mai in grado di considerarlo.
Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio del 1918 D’Annunzio partecipa a un’azione che passa alla storia come La beffa di Buccari. Tre veloci motoscafi, i MAS, motoscafi armati siluranti o antisommergibile, penetrano fin nel cuore della baia di Buccari, sulla costa croata. I MAS lanciano sei siluri contro tre piroscafi da carico e uno passeggeri, ma le navi austriache sono protette da reti antisiluranti e solo un siluro esplode.
Prima di rientrare, però, D’Annunzio lascia sui galleggianti della parte più interna della baia tre bottigliette con all’interno un messaggio scritto di suo pugno legato da un nastro tricolore. In onta alla cautissima flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia che s’irridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile.
Il successo e l’eco di questa azione sono enormi. La beffa di Buccari contribuisce a risollevare lo spirito dell’esercito italiano messo a dura prova il 24 ottobre del 1917 dalla disfatta di Caporetto. Sul finire della guerra il comando supremo e il governo italiano decidono di autorizzare D’Annunzio all’impresa che avrebbe coronato tutte le altre, il volo su Vienna.
All’alba del 9 agosto 1918 dal campo di San Pelagio, vicino Treviso, si alzano 11 apparecchi. Uno, pilotato dal capitano Natale Palli, è uno SVA biposto modificato per accogliere il poeta. Solo sette aerei raggiungono il cielo di Vienna, tra questi anche l’apparecchio di D’Annunzio che sgancia 390.000 volantini scritti in italiano e tedesco.
L’incursione, irrilevante dal punto di vista militare, desta grande impressione e ha enormi conseguenze morali. D’Annunzio finisce sulle prime pagine di tutti i giornali, da quelli austriaci a quelli d’oltremanica. Finita la guerra, l’Italia ottenne solo quella che D’Annunzio, grande inventore di slogan e di parole, definì la vittoria mutilata.
Il 12 settembre del 1919 D’Annunzio, alla testa di un gruppo di legionari, conquista Fiume e mette il mondo di fronte a questa grande sorpresa. Alla fine della Grande Guerra, Fiume è una città abitata perlopiù da italiani. Nel 1919 i trattati di pace vogliono assegnarla alla neonata Jugoslavia. Nel 1915 l’Italia aveva firmato il patto di Londra, il patto che la vincolava a entrare in guerra a fianco della Gran Bretagna, della Francia e della Russia per combattere contro gli imperi centrali, l’Austria e la Germania. In cambio l’Italia, in caso di vittoria, avrebbe
ottenuto alcuni territori, ma tra questi territori non era inclusa Fiume. Si diffuse presto, in molti ambienti, l’idea che Fiume dovesse rientrare tra quei territori che spettavano all’Italia. Tuttavia, gli Stati Uniti che avevano contribuito all’esito della guerra erano contrari ed era contraria anche la Francia, era contraria la Gran Bretagna e avevano dissuaso il governo italiano ad avanzare troppe pretese.
In questa situazione di stallo D’Annunzio aveva preso questa decisione, occupò Fiume e la tenne per circa 16 mesi. Il vero scopo di D’Annunzio va molto al di là della semplice occupazione di Fiume. Spera in realtà di far cadere il governo di Francesco Saverio Nitti e di dare una forte scossa all’ordine mondiale che si sta formando a Versailles. La campagna di propaganda contro Roma e contro il primo ministro Nitti, che il Vate ha soprannominato Cagoja, è violentissima.
Così come violenti sono i toni contro i trattati di Versailles e contro il presidente degli Stati Uniti Thomas Wilson. D’Annunzio immagina colpi di stato contro Roma e contro il Parlamento, ma nulla di tutto questo si avvera. D’Annunzio riuscì a mettere in pratica un laboratorio politico estremamente interessante in cui sperimentò nuovi modi di fare politica, quella politica di massa che poi il fascismo avrebbe fatto propria, però certamente con una regia più autoritaria perché a Fiume tutto accadeva all’insegna della spontaneità.
Una massa disorganica di sbandati e irregolari accorre a Fiume per partecipare a quella che giudica l’azione capace di disintegrare l’intero sistema di valori della vecchia Europa. È la volontà di una generazione che, superata la prova della Grande Guerra, intende appropriarsi del futuro e modellarlo secondo le sue aspirazioni.
C’erano i moderati, ufficiali, nazionalisti, monarchici ed erano una grossa componente che ha avuto un certo peso, soprattutto nella prima fase dell’occupazione. Ma c’era una vasta area multiforme, composta da varie da vari elementi che nel suo insieme possiamo definire una una massa piuttosto ribelle.
Coloro che, per esempio, avevano avuto l’esperienza della guerra, erano ex combattenti e non volevano rientrare nei ranghi della vita borghese. C’erano intellettuali, artisti e tra questi i Futuristi, Marinetti fu tra i primi a raggiungere Fiume. C’erano giovani che non avevano fatto la guerra e i giovanissimi che addirittura scapparono da casa o dai collegi per raggiungere Fiume.
C’erano donne che hanno varcato il blocco per immergersi nella vita fiumana. C’erano anarchici, c’erano libertari. Diciamo che era una massa veramente composita. Noi respiriamo non so che ardore di miracolo, dove s’avvicendano in una storia di balenio la verità e il sogno, la vita attuale e la più lontana favola. Alla compagna Luisa Baccara in una lettera del 7 marzo 1920: Ho marciato 5 ore coi fanti, su per per i monti.
Sono passato su prati pieni di violette. Ho legato di mandorlo e di pesco le lance delle bandiere. Ho visto l’adorazione negli occhi dei soldati. L’adorazione e la felicità. D’Annunzio, insieme al sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris, scrive ed emana il testo della Carta del Carnaro, la Costituzione che garantisce il governo democratico e rivoluzionario di Fiume.
Il nuovo stato, proclamato il 12 agosto 1920, viene chiamato Reggenza italiana del Carnaro, un endecasillabo. “Il ritmo ha sempre ragione”, dice il comandante. Ma la parola reggenza ha soprattutto la funzione di escludere qualsiasi ipotesi repubblicana.
Il testo della Carta del Carnaro, promulgato l’8 settembre 1920 viene letto in pubblico nel Teatro Fenice di Fiume. Il documento esprime la personalità politica di De Ambris, attento a dargli un impianto concreto di natura rivoluzionaria e quella oracolare di D’Annunzio che vuole renderlo anche una creazione culturale, una materia di fantasia con cui esaltare e attirare a sé gli italiani di destra e di sinistra ostili al governo Giolitti.
La Carta del Carnaro è un esperimento avveniristico che sviluppa, con evidenti echi futuristi, l’essenza del socialismo radicale europeo, un esempio di democrazia diretta e di convivenza multietnica che mette il cittadino alla base della vita sociale e annulla la centralità dello Stato. Con il trattato di Rapallo, nel novembre del ’20, l’Italia firmava un accordo per definire i propri confini a Oriente. E Fiume diventava uno stato libero.
Quindi questo trattato poneva fine al sogno fiumano. Il governo italiano diede a D’Annunzio un ultimatum, dicendo che avrebbe dovuto ritirarsi con tutti i legionari entro una certa data, alla fine di dicembre, altrimenti sarebbe intervenuto l’esercito. D’Annunzio non ha creduto che questo avrebbe potuto accadere e ha resistito con i legionari.
Ma il 24 dicembre dalla nave Andrea Doria partì il primo colpo di cannone che andò a colpire proprio la residenza del poeta. Sono una cinquantina le vittime del Natale di sangue, che chiude l’esperienza fiumana. Nei primi giorni del 1921 comincia la lenta evacuazione dei militi dannunziani. Il comandante si trattiene fino al 18 gennaio, scoraggiato, ma al tempo stesso orgoglioso. Quella di Fiume è un’impresa che sarebbe rimasta nella storia.
Gabriele è pieno di rancori e di malinconie. A meno di 60 anni si sente di colpo vecchio. È ancora assetato di vita, ma cerca un luogo raccolto per allontanarsi da quell’Italia che non ha seguito i suoi sogni. Predilige l’Italia settentrionale, in particolare la zona intorno al lago di Garda. E proprio lì sceglie una villa ricavata da una casa colonica settecentesca a Cargnacco, sulla riva bresciana del lago a poche centinaia di metri da Gardone Riviera.
L’abitazione è lontana dalla ricchezza e dallo sfarzo di altre sue residenze e per dimensioni ben al di sotto dei suoi standard abituali. La facciata, semplicissima, simile a quella di un casolare di campagna, con un balconcino di pietra e una ringhiera di ferro sopra il portone d’ingresso, ha tuttavia un fascino monastico, francescano, che incanta il poeta.
Il tutto, comprese le dépendance nel grande parco che abbellisce la proprietà, è poi impreziosito da ulivi e cipressi e da un boschetto di magnolo. Doveva essere una sistemazione provvisoria e il canone d’affitto è stipulato per un anno soltanto a 600 lire al mese, ma l’impeto mostrato da subito nel modernizzarla e nello stodeschizzarla, la villa era stata abitata da Einrich Thode, storico dell’arte di fama europea e studioso del Rinascimento italiano, fa capire che quella sarebbe stata una residenza dal significato
eccezionale per la vita e per la storia del poeta. D’Annunzio aspira alla quiete che aveva sempre rifiutato e l’attività di cura ed esaltazione di questa dimora è proprio ciò di cui ha bisogno. Affiancato dal giovane architetto Giancarlo Maroni, maestro delle pietre vive, si dedica agli addobbi, all’acquisto e alla commissione di oggetti.
Batto il ferro, soffio il vetro, incido le pietre dure, stampo i legni con un torchetto. Colorisco le stoffe, intaglio l’osso e il bosso, sottilizzo i profumi. Si legge nell’atto di donazione della villa: Operaio della parola, io sono stato condannato per 7 anni ai lavori forzati del luogo comune, all’esercizio forzato dell’eloquenza, sulla ringhiera, nella piazza, nel campo di battaglia. Per 7 anni ho arringato le truppe e le folle.
Ho maneggiato l’anima del soldato e del popolano. Mi sono piegato ai contatti più rudi e talvolta alle mescolanze più ripugnanti. Nessuno immagina con che ansia io sia entrato in questo rifugio, con che bisogno di sprofondarmi in me stesso e nella più segreta sorgente della mia poesia. Per tutto il 1919 e ancora per tutto il 1920, D’Annunzio è il protagonista della politica italiana per quanto riguarda l’interventismo, il combattentismo e il nazionalismo.
In questo periodo nascono anche i fasci di combattimento di Mussolini, ma per tutto il 1919 e per tutto il 1920 si può dire che il fascismo è un fenomeno marginale. Mussolini è un personaggio marginale. Nei mesi che precedono la marcia su Roma, la politica sembra sepolta e il comandante è sempre più estraneo alla lotta per il potere.
Specie nei confronti di Mussolini, tiene un atteggiamento di equivoco e ondeggiante compromesso. D’Annunzio spera di essere l’ago della bilancia e allo stesso tempo l’unica salvezza per un paese caduto in una crisi grave e interminabile. Per ottenere questa autorità occorreva avere le mani libere. Rifiuta dunque ogni alleanza, anche quella che gli propone Mussolini in vista delle elezioni del 1921.
Mussolini sfrutta l’ondata antisocialista e abbandona le intenzioni rivoluzionarie degli esordi per abbracciare la causa dell’ordine, la più feconda sicuramente in periodi di grande incertezza. Nel giro di pochi mesi, tra la fine del 1920 e l’inizio del 1921, il movimento fascista cresce con una massa di nuove reclute, disorganizzate ma aggressive.
Giolitti pensa di usare Mussolini e i suoi per irrobustire la classe dirigente liberale e indebolire il peso del Partito Socialista e di quello popolare. D’Annunzio assiste agli eventi con ghigno divertito e cinico, ormai sicuro che in quel caos qualcuno prima o poi gli avrebbe offerto di prendere il controllo della situazione. Con i fascisti che attingono a piene mani dal repertorio delle sue creazioni immaginifiche, è un’alternanza continua di accordi fumosi, dichiarazioni comuni di principi e di segreta ostilità reciproca. Anche quando nell’estate del 1921 la stella di Mussolini sembra declinare,
il poeta rifiuta l’offerta di assumere la guida del fascismo. Ho voluto rientrare nel silenzio. Ho voluto essere un capo senza partigiani, un condottiero senza seguaci, un maestro senza discepoli. Fra fascisti sempre più aggressivi, socialisti massimalisti, operai in rivolta e istituzioni allo sbando, il caos regna sovrano e in mezzo a questo marasma D’Annunzio si propone come un apostolo della Concordia.
Il 3 agosto del 1922 prende la parola dal balcone del municipio di Milano e si appella alla bontà affermatrice e creatrice di quanti sono disposti a riporre ogni interesse di parte in nome del bene supremo dell’Italia. Alvate piace molto l’idea di diventare il comandante della pace. Nasce così l’idea di un incontro tra Nitti, Mussolini e il poeta.
Ma due giorni prima dell’appuntamento fissato per il 15 agosto, D’Annunzio cade da una finestra della sua villa da 4 m di altezza. Non sapremo mai veramente cosa accadde il 13 agosto del 1922, giorno dell’incidente, il volo dell’arcangelo, come lo definisce in seguito Gabriele. Sono circa le 23 quando D’Annunzio cade da una finestra della sala della musica, mentre Luisa Baccara suona il pianoforte.
Due figli di D’Annunzio, Mario e Renata, non hanno dubbi e attribuiscono la responsabilità a Luisa per un’improvvisa crisi di gelosia, forse provocata dalle attenzioni eccessive di Gabriele verso la sorella Iolanda, che era con lei nella stanza. L’ipotesi più accreditata è che si sia trattato di un incidente.
Yolanda avrebbe spinto con troppa foga d’Annunzio, seduto in bilico sulla finestra, per respingere le sue molestie. Poco dopo D’Annunzio smobilita i suoi legionari liberandoli da ogni vincolo personale. Poi, pubblica il discorso del 3 agosto e vi aggiunge una premessa. Nascondo la persona e diffondo lo spirito. Non chiedo e non attendo. Persevero e non mi converto.
Mi conquisto ogni giorno e ho quel che ho donato. Una settimana prima della marcia su Roma scrive al suo segretario, Tom Antongini, che intende eclissarsi una volta per tutte dalla politica, dove imperversa la menzogna, e dedicarsi soltanto alla scrittura, unica arte sincera e immortale.
In realtà continua a illudersi che il potere di Mussolini sarebbe stato passeggero e che si sarebbe presentata la sua occasione. Negli anni a seguire D’Annunzio continua a scrivere a Mossolini chiamandolo grande compagno, capo dei combattenti d’Italia. Il duce dal canto suo, che dall’enfasi e da molte idee d’annunziane trae diretta ispirazione, nutre per il poeta un sentimento misto di ammirazione e diffidenza.
Lo fa sorvegliare da un suo emissario, il questore Antonio Rizzo, una figura di tramite con il governo, inizialmente richiesta dallo stesso D’Annunzio che, nel suo scontroso ritiro dalla vita politica, ha continue richieste economiche da presentare. I rapporti fra Mussolini e D’Annunzio sono rapporti molto personali.
D’Annunzio non ha più un ruolo politico. È una gloria italiana, i fascisti la proclamano gloria fascista. È un mito vivente. Mussolini fa tutto il possibile per dimostrare che lui ha nei confronti di questo amico una devozione, una venerazione e lo considera un grande uomo che l’Italia fascista vuole avere come suo principale protagonista nel campo delle arti, della letteratura, ma in realtà D’Annunzio mantiene sempre un atteggiamento distaccato, prende dal fascismo tutto quello che il fascismo può dargli
perché possa consentirgli di fare questa vita da re, quasi re in esilio nel Vittoriale. Ma per il resto non ha nessun ruolo particolare e non condivide molte delle scelte che fa il fascismo, sia per quanto riguarda la conciliazione, per esempio, sia per quanto riguarderà poi l’alleanza con la Germania.
D’Annunzio non avrà mai gesti pubblici di disprezzo nei confronti del fascismo o nei confronti di Mussolini, tali da dimostrare che lui si teneva estraneo al regime. Mussolini diceva di D’Annunzio: D’Annunzio è come un dente guasto, o lo si estirpa o lo si copre d’oro. D’Annunzio poi non era fascista, si è sempre pensato e detto che lui fosse il Giovanni Battista del fascismo, quello che l’aveva tenuto a battesimo.

In realtà, abbiamo detto, visto che D’Annunzio era un anarchico, certo malato o beatificato di superomismo, si sentiva un essere superiore, un uomo superiore, non contaminato alla democrazia. Ma questo non ha niente a che vedere con il fascismo, che è anche altra cosa.
Il fascismo prese da D’Annunzio, prese riti, miti, modi e l’eia eia alalà, che peraltro è un vecchio saluto greco. Il discorso dal balcone, il me ne frego, gettare la vita in faccia alla morte. Ma D’Annunzio parlò sempre di camicie sordide, non di camicie nere. Non approvò quasi niente di quello che fece il fascismo a partire dal concordato e soprattutto dall’alleanza con la Germania nazista.
Aveva sì un rispetto per Mussolini, rispetto verso il Demiurgo che è riuscito a conquistare con le proprie forze il potere. Ma quando Mussolini nel ’25 venne qui a rendergli omaggio, venne costretto ad aspettare per lunghissimo tempo, mezz’ora, in una sala d’attesa tristissima seduto su uno sgabellino da frate davanti a uno specchio dove D’Annunzio aveva fatto scrivere per l’occasione: “Ricordati che tu sei vetro contro acciaio”. L’acciaio era naturalmente lui.
D’Annunzio ha sempre uno spasmodico bisogno di denaro, anche perché invecchiando non chiude affatto la stagione del sesso con decine di donne spesso stupefatte dalla sua vivacità. In molti casi, dietro i nomi rinascimentali scelti dal poeta, si celano disponibili ragazzotte lombarde. Per loro, la governante Aelis e la Baccara non hanno rivalità.
È la stessa Aelis, anzi, a scegliere le prostitute, a informarle sui gusti di Gabriele, a preparare il loro bagno e il guardaroba notturno. Venute meno sia l’euforia giovanile sia quella giovanilistica, D’Annunzio sembra dominato da una febbre malsana, un desiderio smodato nel quale si consuma per nottate intere.
La ricerca delle badesse continua senza sosta, il sesso lo ossessiona e in Italia e nel mondo cominciano a fiorire le leggende sul suo erotismo sfrenato. Negli alberghetti intorno al Vittoriale si alternano l’attrice Elena Sangro, ribattezzata Ornella, la parigina Georgette Leblanc, chiamata Armida, l’amica Antonietta Treves detta Suor Dulcinea, e poi un corteo di Anemone, Austiti, Ornizzio, Ermine, Bianca.
Dolci, crudeli, belle, giovani oppure mature, talvolta deludenti fantasmi di amori giovanili, per una notte o per anni. Nel lontano 1909, Gabriele aveva confidato che le forze idealizzatrici per un artista autentico sono: la sensualità, l’ebrietà, la possente e veggente bestialità, Proprio le forze che ora sente venire meno. Ad accentuare la sua malinconia riceve il rifiuto della pittrice Tamara de Lempicka, che fugge inorridita, davanti alla nudità del poeta.
D’Annunzio è un grande innovatore, è un modello di uomo del futuro per ogni futuro e allo stesso tempo è un uomo che guardava al passato, sapeva coglierne tutta la profondità. Ma la cosa che io amo di più in lui è che il passato di Gabriele D’Annunzio, che ormai ha 150 anni, è molto, molto più breve del suo futuro.
Negli ultimi anni della vita di D’Annunzio al Vittoriale, la cocaina, la polvere folle, come la chiama, ha purtroppo un ruolo importante. Dopo Fiume il poeta è ormai tossicodipendente. La sessualità, diventata maniacale ossessiva più che in giovinezza. Le mani bucate e l’acquisto continuo di oggetti e opere tanto rari e preziosi quanto superflui. Il decadimento fisico, il cibo preso in quantità sempre minori.
Il poco sonno seguito da lunghi periodi di scomparsa anche alla vista degli intimi. I malumori improvvisi che lo rendono aspro e iroso. Persino il suo disimpegno nella vita pubblica intervallato da lampi di eccitazione politica, ne sono tutti i segni ben noti. Gli amici che tornano a fargli visita dopo anni di assenza dissimulano a stento la sorpresa dinanzi a uno spettacolo di crudele consunzione.
D’Annunzio passa giorni interi recluso nella Prioria l’edificio originario del Vittoriale senza ammettere nessuno alla sua presenza. Scrive, appunta pensieri, riflessioni e quelle 100 e 100 e 100 e 100 pagine del Libro segreto di Gabriele D’Annunzio, tentato di morire, che sono il suo unico vero, amaro tentativo autobiografico. Gabriele D’Annunzio percepisce la fine che si avvicina.
Scrive quasi rabbioso: Ora che so al fine quale sia la vera essenza dell’arte, ora che io posseggo la compiuta maestria, ora non ho se non il mattino di domani, per esprimermi. Il primo marzo del 1938, 5 minuti dopo le 20, Gabriele D’Annunzio muore, colpito da un’emorragia cerebrale al tavolo da lavoro.
Con D’Annunzio scompare un uomo che aveva saputo imporre i propri sogni agli altri uomini.
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