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La FINE BRUTALE di Nitto Santapaola, il capo spietato della Mafia che faceva SPARIRE i rivali!

Un uomo è morto questo mese, ma non un uomo qualunque, uno dei nomi più temuti che siano mai esistiti nella mafia italiana. Il suo nome non compariva sui giornali, non compariva nelle foto, non compariva in nessun luogo  pubblico che potesse metterlo in pericolo. Comandava tutto senza farsi vedere e quando qualcuno osava pronunciare il suo nome ad alta voce, di solito se ne pentiva amaramente.

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I suoi nemici sparivano, non venivano arrestati, non venivano esposti, sparivano senza traccia, senza testimoni, a volte senza che il corpo venisse mai ritrovato. Era come se la terra li inghiottisse se osavano incrociare la strada di Benedetto Santa Paola, l’uomo che a Catania chiamavano Nitto, il cacciatore, il fantasma, il signore invisibile della cosa nostra.

Ma la cosa più spaventosa della storia di Nitto non è il modo in cui uccideva, non è il numero di morti che portava sulle spalle. La cosa più spaventosa è tutto ciò che si è portato nella tomba. Nomi, accordi, segreti che politici, imprenditori e persino poliziotti pregavano non venissero mai a galla. Perché ancora oggi ci sono cose che nessuno è riuscito a provare.

Quante morti passano per quest’uomo? Decine confermate, forse centinaia sulla scia dei suoi ordini. La mafia di Catania provocò più di 220 omicidi in soli due anni durante la guerra che lui comandava. E dietro ognuno di quei corpi c’era sempre lo stesso nome sussurrato con terrore. C’era sempre l’ombra del cacciatore.

Chi era davvero  quest’uomo? Perché persino i giudici che indagavano sulla sua vita finivano ammazzati? Perché ancora oggi Catania sente il  peso di ciò che lui ha costruito. Resta con me, perché quello che ascolterai oggi non è un racconto, è una storia vera, cupa e senza filtri e inizia in un quartiere povero della Sicilia, in un’epoca in cui sopravvivere era già un atto di guerra.

Se ti piacciono le storie vere, pesanti, senza censura e senza romanticismi, sei nel posto giusto. Questo canale non addolcisce ciò che la storia ha consegnato. Qui ascolti quello che è successo davvero, senza tagliare le parti difficili. Quindi, prima di continuare,  iscriviti ora perché quello che segue non è roba comune e vorrai essere qui quando arriveranno i prossimi episodi.

Catania, Sicilia, anni 70, una città che ribolliva sotto la superficie. Soldi sporchi, potere nascosto e morte  mascherata da incidente. In quel mondo non sopravviveva il più forte, non sopravviveva il più violento, sopravviveva chi sapeva sparire  prima di essere visto. E in quel gioco crudele c’era un uomo che dominava quell’arte con una precisione quasi soprannaturale.

Benedetto Santa Paola non era un capo che urlava ordini agli angoli delle strade, non era il tipo che compariva nelle foto, che frequentava feste, che lasciava tracce, era il fantasma di Catania, il capo invisibile che muoveva le pedine senza mai toccare la scacchiera con le proprie mani. Mentre gli altri capi si mostravano, lui spariva e forse proprio per questo è durato molto più a lungo di tutti gli altri. Il soprannome era il cacciatore.

Nacque dalla passione che aveva per la caccia, per il rituale di seguire una pista, aspettare, scegliere il momento esatto per colpire. Ma il soprannome rimase anche per un altro motivo, perché nel sottobosco di Catania lui cacciava uomini, cacciava rivali, cacciava traditori, cacciava chiunque osasse minacciare ciò che aveva costruito con anni di pazienza e sangue freddo.

Negli anni 70 e 80 la mafia italiana viveva la sua era più violenta. I clan si distruggevano a vicenda, i politici venivano assassinati, i giudici vivevano sotto scorta perché la morte poteva arrivare in qualsiasi momento. E in quel caos Santa Paola costruì qualcosa di diverso, un impero silenzioso, metodico, che funzionava perché nessuno sapeva esattamente dove cominciava e dove finiva.

Era il pericolo che non vedi arrivare. Ma per capire come quest’uomo sia arrivato in cima e come sia finito solo in una cella di isolamento a centinaia di chilometri dalla Sicilia, dobbiamo tornare all’inizio. Dobbiamo andare nel quartiere di San Cristoforo, dove un ragazzo povero imparò presto che in quel mondo esistevano solo due tipi di uomini: quelli che comandano e quelli che obbediscono.

E Nitto non ebbe mai dubbi su quale lato voleva stare. San Cristoforo era uno dei quartieri più poveri di Catania. Strade strette, famiglie numerose, soldi scarsi e una linea molto sottile tra lavorare onestamente ed entrare nel crimine. Benedetto Santapaola crebbe lì, frequentò per un po’ una scuola salesiana, ma abbandonò presto gli studi.

Il quartiere insegnava altre lezioni, lezioni che nessuna aula poteva dare. Le prime schede della polizia arrivarono nel 1962, furto e associazione per delinquere.  Aveva 24 anni, ma mentre commetteva piccoli reati, Nitto imparava a giocare un gioco molto più grande. Fu introdotto nella famiglia mafiosa di Catania dal suo stesso cugino Francesco Ferrera.

Lì non era solo un recluta, era uno che osservava, calcolava e  capiva come funzionava davvero il potere in quell’ambiente. Quello che distingueva Nitto  dagli altri era che non era impulsivo, non agiva per rabbia, non uccideva per un piacere evidente. Ogni mossa era pensata, ogni alleanza era costruita con uno scopo. Mentre i rivali intorno litigavano per le briciole nelle strade, lui si muoveva verso il centro del potere e fu lì che incontrò l’uomo che avrebbe cambiato il suo destino.

Totò Riina, il capo dei  corleonesi, la fazione più pericolosa della Cosa Nostra. L’alleanza con Riina fu calcolata. Santa Paola vide che i corleonesi stavano salendo, che avevano fame di una guerra totale contro le famiglie tradizionali di Palermo e che chi stava dalla parte giusta in quella guerra avrebbe ereditato il potere rimasto.

Così fece una scelta fredda, strategica, mortale e si schierò con Rina proprio nel momento in cui la Sicilia stava per prendere fuoco. Nel 1975, mentre un altro  capo, Giuseppe Calderone, saliva alla cupola regionale della Cosa Nostra, Santa Paola rimase a Catania e prese in mano gli affari illeciti, il traffico di eroina, le estorsioni, il controllo delle opere pubbliche.

costruì intorno a sé una lealtà personale quasi feudale, uomini che obbedivano a lui, non all’organizzazione  e nel settembre 1978 fece ciò che sigillò la sua ascesa una volta per tutte. L’8 settembre 1978 Giuseppe Calderone, il suo stesso capo, l’uomo al vertice della gerarchia a Catania, fu assassinato e a ordinare l’omicidio fua, con il sostegno diretto dei corleonesi di Riina e Provenzano.

Era un tradimento calcolato in un mondo in cui il tradimento era l’unico vero cammino verso il potere. Da quel giorno Catania aveva un nuovo padrone, ma prendere il potere non fu mai semplice in quell’universo. C’erano rivali, c’era la fazione di Alfio Ferlito che contendeva il controllo di Catania con violenza aperta.

seguì una guerra di strada sanguinaria, sparatorie, agguati, morti in pieno giorno. Nel giugno 1981 e nell’aprile 1982 lo stesso Santapa fu gravemente ferito in attentati. Qualcuno voleva disperatamente  che morisse, sopravvisse. E quando Alfio Ferlito fu arrestato, Santa Paola pianificò la sua vendetta più spettacolare.

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