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L’Eruzione dei Campi Flegrei — Il Vulcano che Potrebbe Cancellare Napoli

 Quella cenere che i geologi trovano ancora oggi negli strati del suolo, dalla Campania fino all’Ucraina, fino alla Turchia, fino al fondo del Mar Nero, produsse quello che i climatologi chiamano inverno vulcanico, un oscuramento del cielo che abbassò le temperature di 2, forse 4° Celus sull’intero emisfero nord. piogge acide, tramonti permanentemente  rossi, raccolti distrutti, per quanto si potessero chiamare raccolti,  in un mondo di cacciatori che non aveva ancora inventato l’agricoltura.

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 In quell’Europa che stava già affrontando la pressione dei nuovi arrivati, gli Homo Sapiens venuti dall’Africa, i Neandertal sparirono non immediatamente, non tutti in un colpo, ma i dati geologici e i resti fossili concordano. Nel giro di poche migliaia di anni dopo Liimbrite Campana, i Neandertal erano estinti.

 Vale la pena essere precisi qui, perché su questo punto il dibattito scientifico è ancora aperto. Non c’è consenso definitivo sul fatto che l’eruzione dei campi flegre sia stata la causa dell’estinzione dei Neandertal. Lo studio di Benjamin Black alla Rotgars University e altri  hanno mostrato che il declino era già in corso prima dell’eruzione e che la competizione con i sapiens era probabilmente il fattore principale.

 Ma quello che nessuno contesta è che l’ignimbrite campana fu un colpo traumatico al mondo dell’epoca che potrebbe aver accelerato una fine già scritta. Il vulcano che hai sotto i piedi, se vivi a Napoli, a Pozzuoli, a Bacoli, in qualsiasi angolo dei campi flegrei, è lo stesso vulcano che ha già cambiato la composizione demografica del continente europeo una volta.

Poi ci fu l’eruzione del tufo giallo napoletano circa  15.000 anni fa, più piccola del lignimbrite, ma abbastanza grande da formare una seconda caldera concentrica all’interno della prima e da seppellire sotto metri di depositi piroclastici quella che oggi è la città di Napoli. Il tufo giallo che vedi nelle case napoletane, nelle chiese, nei vicoli del centro storico è la roccia di quell’eruzione.

 I palazzi di Napoli sono letteralmente costruiti con i resti dell’ultima grande esplosione del vulcano che la città sovrasta. Dopodiché silenzio non totale, mai totale con i campi flegrei, ma un silenzio relativo. La Terra continuò a respirare, si alzò, si abbassò, aprì fessure, chiuse sorgenti, spostò il livello del mare.

 I romani che colonizzarono l’area a partire dal secondo secolo aanti. Cristo, trovarono un paesaggio che sembrava uscito da un mito. Acque termali, emissioni di gas, fumarole, terra calda sotto i piedi, un laghetto, il lago d’averno che Virgilio avrebbe usato come porta degli inferi nelle. Nusquam, facilior descensus Averni avrebbe scritto: “Da nessuna parte è più facile la discesa verso l’Averno”.

I romani non avevano torto e i romani costruirono sopra tutto questo. Costruirono Puteoli, l’attuale Pozzuoli, che per secoli fu il porto più importante d’Italia, più di Roma stessa, il luogo dove arrivavano le navi dal Mediterraneo orientale, cariche di grano, spezie, tessuti. Costruirono ville, terme, anfiteatri.

 costruirono nel primo o secondo secolo dopo Cristo. Un mercato coperto, il macellum di puteoli che esiste ancora oggi. Ed è qui che il vulcano inizia a comunicare in un modo che non avrei mai pensato di raccontare. Vai a Pozzuoli, prenditi 20 minuti, entra nell’area archeologica del Macellum, quello che per secoli è stato chiamato erroneamente tempio di Serapide, per via di una statua trovata lì dentro nel 700 e guarda le tre colonne di marmo cipollino che si alzano verso il cielo.

 Sono belle, sono alte, sono intatte in un modo che le rovine romane non sono quasi mai. E poi guarda più da vicino, guarda i buchi, i fori piccoli regolari distribuiti a fascia su una porzione delle colonne dalla quota di circa 3 m fino a quasi 6 e 30 cm dal pavimento. Quei buchi li hanno fatti i litodomi, i datteri di mare, molluschi marini che si perforano un rifugio nel marmo quando sono sott’acqua e li lasciano per sempre quando il mare si ritira.

 Queste colonne costruite su una piazza di un mercato romano che stava in asciutto sopra il livello del mare erano sommerse. Per secoli queste colonne erano sotto l’acqua del Golfo di Napoli, fino a una profondità di quasi 6,5 m. E poi il vulc il vulcano le ha risollevate,  le ha tirate fuori dall’acqua e i fori dei molluschi sono rimasti lì a raccontare quello che era successo per chiunque sapesse leggere.

 I geologi moderni, studiando quei fori, quei molluschi, quelle quote, hanno potuto ricostruire secoli di bradissismo, il fenomeno che in greco vuol dire letteralmente movimento lento. Il suolo dei campi flegrei si alza e si abbassa da migliaia di anni seguendo il respiro della camera magmatica sottostante. Dal 300 avanti Cristo al 620 dopo Cristo.

 Lo sprofondamento fu lento ma inesorabile. L’intero macellum finì 7 m sotto il livello del mare, poi in meno di un  secolo una rapida risalita, poi di nuovo giù, poi su fino all’eruzione del 1538 che portò il suolo a 6 m sopra il livello attuale. Poi di nuovo verso il basso, fino agli anni 80 del 9, quando i litodomi vivi colonizzarono di nuovo le colonne già sommerse.

 Poi ancora su il Macellum di Pozzuoli è il sismografo più antico del mondo.  due millenni di dati scritti nel marmo dai molluschi, una macchina di misurazione involontaria costruita da un popolo che voleva solo comprare pesce e spezie e che inconsapevolmente stava edificando il termometro più preciso che la geologia abbia mai avuto in Europa.

 Se sei mai stato a Pozzuoli e non hai guardato quei fori, adesso sai cosa fare la prossima volta. Il bradismo non è solo un fenomeno scientifico, è una presenza quotidiana nella vita di chi abita sui campi flegrei. Una presenza che ogni tanto smette di essere silenziosa. La prima crisi moderna seria si aprì nel 1970. Marzo 1970.

 Pozzuoli, il centro storico della città, il rione Terra, la parte alta, quella costruita direttamente sulla roccia vulcanica, abitata in continuità dall’epoca romana, cominciò a mostrare crepe negli edifici. Il suolo si stava alzando, non di poco, di centimetri  al giorno, accompagnato da scosse spiccole, continue, incessanti, come se qualcosa sotto stesse cercando uscita e non la trovasse.

 Il 2 marzo 1970 l’amministrazione comunale prese una decisione che non aveva precedenti in Italia, evacuazione del rione Terra. 6.000 persone tolte di casa in 48 ore, non per un terremoto già avvenuto, non per un’eruzione già iniziata, per la probabilità che qualcosa di peggio stesse arrivando, quei 6.000 abitanti del rione Terra non tornarono mai più nelle loro case.

 Non definitivamente, il rione Terra che è ancora oggi parzialmente chiuso, parzialmente in restauro, parzialmente percorribile come sito archeologico. L’evacuazione del 1970 non finì mai davvero, ma quella del 1970 era un anticipo. Estate del 1982 il suolo ricominciò a salire più in fretta, più in fretta del normale, più in fretta anche rispetto al 1970.

 Le stazioni dell’Osservatorio Vesuviano, il centro di ricerca in GVINE  che monitora i vulcani campani cominciarono a registrare un’accelerazione anomala. Poi le scosse cominciarono ad aumentare, prima decine al giorno, poi centinaia. In alcuni periodi della crisi la rete sismica registrò fino a 500 scosse al giorno, quasi tutte impercettibili, ma non tutte.

 Il 4 ottobre 1982, una scossa di magnitudo 4,0 con epicentro vicino alla solfatara, scosse Pozzuoli con un’intensità dell’ottavo grado della scala Mercalli. Le finestre si spaccarono, i soffitti caddero, nessuna vittima per miracolo, le case erano già mezzo vuote, le crepe già note, il terrore già familiare, ma i danni agli edifici erano gravi e diffusi.

 In quei mesi l’evacuazione del centro storico di Pozzuoli divenne progressiva e poi totale. 30.000 persone spostate dalla zona più critica. Prima verso i villaggi turistici sul litorale Domizio che in autunno erano vuoti e quella sistemazione provvisoria aveva qualcosa di grottesco. Famiglie di pescatori e artigiani in bungalow da spiaggia deserta  mentre fuori la terra tremava.

 Poi verso il nuovo quartiere di Monteruscello, costruito in fretta per ospitare gli sfollati. Molti di quegli sfollati di Monteruscello ci sono ancora oggi. Non tornarono perché la casa che avevano lasciato era crollata. o perché il quartiere dove era stata demolito per sicurezza o semplicemente perché il tempo  cambia le cose e quello che era temporaneo diventa permanente.

Il suolo,  nei 2 anni e mezzo tra l’estate del 1982 e la fine del 1984 si alzò di 185  cm. Sommato al e70 del 1970-72 il suolo di Pozzuoli era salito di 3,50 m rispetto a 30 anni prima. 3,5 m. È come se un palazzo di un piano fosse spuntato dal sottosuolo lentamente, portandosi dietro tutto quello che ci stava costruito sopra.

 Poi, nel dicembre del 1984, la crisi si esaurì. L’ultima scossa significativa, magnitudo 3,8, l’8 dicembre 1984. Il suolo smise di salire. Lentamente negli anni successivi, cominciò di nuovo a scendere. Pozzuoli tirò il fiato, ma i vulcanologi non tirarono il fiato, perché quello che avevano visto, pur senza che nessun dato avesse mai indicato un movimento nella camera magmatica tale da prevedere un’eruzione imminente, era un sistema vulcanico vivo, attivo, che stava comunicando qualcosa.

  E la domanda che rimase in piedi dopo il 1984 non  era è finita? Era quanto durerà la pausa? Se sei ancora qui, probabilmente hai già capito che questa non è una storia del passato, è una storia del presente e di un futuro che nessuno sa esattamente quando arriverà, ma che i geologi descrivono con una certezza che lascia poco spazio all’ottimismo.

 La pausa, che sembrava arrivata dopo il 1984, durò 20 anni. Nel 2005 il suolo cominciò di nuovo a salire lentamente, all’inizio qualche centimetro l’anno, poi di più. I dati dell’ING qu aggiornati all’agosto del 2024 indicavano che dall’inizio di questa nuova fase di sollevamento il suolo nel punto di massima deformazione, il rione Terra a Pozzuoli, si era alzato di 132,5 cm, 1,32 m in 20 anni e l’accelerazione non si è fermata.

 Nel maggio del 2024 una scossa di magnitudo 4,4, la più forte degli ultimi 40 anni nell’area, scosse l’intera zona flegrea. Si sentì fino a Napoli, si sentì fino a Salerno. La gente scese in strada, i cellulari andarono in crash per le chiamate simultanee. Il governo aprì un tavolo tecnico d’emergenza. Nel 2024 si svolse l’esercitazione nazionale ex Flegrey 2024.

 4 giorni di simulazione del piano di evacuazione con partecipazione di protezione civile, vigili del fuoco, forze dell’ordine,  ingvrovie dello Stato. Il test IT Alert, il sistema di allerta via cellulare, raggiunse tutti i telefoni nell’area dei campi flegre e dell’intera Campania, simulando un’eruzione imminente. Non era un’eruzione vera, era una prova, ma il messaggio che arrivò sui telefoni di mezzo milione di persone era inequivocabile.

 Le istituzioni si stanno preparando per qualcosa. Il piano di evacuazione vigente aggiornato con decreto del 30 ottobre 2025 prevede che in caso di livello di allerta rosso la zona rossa dei campi Flegre debba essere evacuata entro 72 ore. 72 ore per spostare circa 500.000 persone usando pullman, treni, traghetti coordinati con le regioni italiane gemellate, tutte le regioni tranne la Campania che sarebbe già coinvolta nell’emergenza.

 Vale la pena fermarsi su quel numero 500.000 persone, solo la zona rossa, la zona gialla, quella a rischio minore che include altri comuni e parti di Napoli, conta altri 800.000 abitanti. In totale, in caso di emergenza grave, la pianificazione italiana prevede lo spostamento temporaneo di circa 1 milione 300.000 persone. 1.300.000 persone è la popolazione dell’intera Danimarca.

 È più del doppio degli sfollati del terremoto di Messina del 1908. è la più grande evacuazione mai pianificata nella storia italiana in tempo di pace e nessuno sa sarà necessaria domani o fra 100 anni o mai. Iscriviti adesso, non perché sia un discorso obbligatorio, ma perché quello che viene dopo è la parte che la maggior parte delle narrazioni salta, la parte scomoda, quella in cui il vulcano non è più solo scienza  e il rischio non è più solo statistica.

 la parte in cui bisogna chiedersi cosa significa davvero vivere qui. Torniamo al 1538, perché il 1538 è l’unica eruzione storica documentata dei campi flegrei e se vuoi capire cosa potrebbe succedere, questa è l’unica prova reale che hai. Gli storici sanno che i segnali arrivarono con largo anticipo, non mesi, anni.

 Già dal 1503 le cronache riportano una moderata sismicità nell’area di Pozzuoli e l’emersione dal mare di Nuova Terra, il fondale che si alzava per il bradismo producendo nuova costa che i sovrani del tempo si affrettarono a reclamare come proprietà. Le terme di Pozzuoli, famose in tutto il Mediterraneo, frequentate dai nobili napoletani per le cure idrotermali, cominciarono a perdere potenza.

 Le sorgenti cambiarono, qualcosa si stava modificando nel sottosuolo. Nei due anni prima dell’eruzione i terremoti si intensificarono. L’osservatorio vesuviano dell’Apuken G. Quinto nel ricostruire l’evento nel 2019 sulla base delle fonti storiche ha documentato come le scosse fossero percepibili fino a Napoli già nell’estate del 1538.

Nei 10 giorni precedenti l’eruzione, le fonti coeve riportano che a Napoli si sentivano da 5 a 10 terremoti al giorno. Quegli ultimi 10 giorni furono abbastanza per convincere quasi tutti gli abitanti di Pozzuoli ad abbandonare le case. La città era già per lo più vuota quando la sera del 28 settembre 1538 una buca enorme si aprì nel suolo tra il Monte Barbaro e il lago d’averno e da quella buca cominciarono a uscire fumo, cenere, lapilli, gas.

 In 7 giorni quella buca divenne una montagna. Il monte nuovo, 130 m di quota, formato in meno di una settimana, è ancora lì. Puoi andarci, puoi scalarlo, ci sono percorsi segnalati. Dall’alto. Puoi vedere il lago d’averno, Pozzuoli, il Golfo. Puoi renderti conto, standoci sopra, che stai camminando su qualcosa che non esisteva 5 secoli fa.

 Il cronista Francesco Marchesino scrisse di Pozzuoli, dopo l’eruzione che non vi erano 10 case che non fossero danneggiate o a terra e che non vi era un cittadino rimasto. Le ceneri avevano coperto tutto, metà del Duomo era crollato. Ma la cosa che colpisce di più guardando indietro al 1538 con gli occhi di oggi non è la violenza dell’eruzione, è la sua relativa modestia.

 Il Monte Nuovo è quello che i vulcanologi classificano come un’eruzione piccola per i campi flegrei. Piccola nel senso che non è paragonabile all’ignimbrite campana, non è paragonabile al tufo giallo napoletano. È un’eruzione locale circoscritta che ha creato una collina e distrutto un villaggio.

 Se quella fu la piccola, cosa sarebbe la media? I vulcanologi dell’ING Vintu quando si trovano di fronte a questa domanda rispondono con una precisione che è al tempo stesso rassicurante e non rassicurante. Rassicurante perché la scienza è onesta, non ci sono dati che indichino un’eruzione imminente. Oggi il sistema è monitorato in tempo reale.

 Sismografi GPS, telecamere termiche, campionamento dei gas in solfatara. Si sa molto più del 1538 o del 1984. Non rassicurante perché quella stessa scienza dice con uguale onestà che le eruzioni delle caldere non seguono un calendario, che i sistemi come i campi flegrei possono rimanere in stato di crisi bradismica per decenni senza eruttare e possono eruttare dopo periodi di calma apparente che il sollevamento attuale accelerato, accompagnato da sismicità crescente è compatibile con una dinamica preeruttiva, ma anche compatibile con una delle tante

 crisi che si sono succedute negli ultimi due secoli senza culminare in niente. Giuseppe Mastro Lorenzo, vulcanologo dell’ING Shinto, ha detto esplicitamente in più interviste, e lo cito perché è una frase che merita di essere sentita senza attenuarsi. Le eruzioni non sono prevedibili. Anche eruzioni di media entità, subpliniane o pliniane, come quelle accadute negli ultimi 10.

000 anni metterebbero a rischio fino a 3 milioni di persone l’intera città metropolitana di Napoli. 3 milioni di persone e c’è un dettaglio che rende tutto ancora più complicato. I campi flegre non hanno un cratere centrale. Non è come il Vesuvio dove si sa che qualcosa potrebbe esplodere dalla cima. La caldera dei campi flegre è diffusa.

 Ci sono almeno 24 crateri riconosciuti,  la maggior parte dei quali sottomarini. L’eruzione, se e quando arrivasse, potrebbe aprire una bocca in qualsiasi punto di quella caldera in mezzo al golfo di Pozzuoli. Nella Solfatara, sotto la città di Napoli occidentale, non si può sapere dove, non con gli strumenti attuali. Torno alle colonne del macellum, torno a quei fori nel marmo.

 Ci sono persone che lavorano a pozzuoli ogni giorno, che passano davanti a quelle colonne ogni mattina per andare al lavoro che non ci fanno più caso.  È umano. È lo stesso meccanismo che operò a Pompei nel 62 d.C. Quando la città rimase in piedi dopo il grande terremoto e qualcuno scolpì il sisma nel marmo dell’arario e gli altri continuarono a vivere.

 Il ricordo e la normalità coesistono, ma quei fori nel marmo, quei litodomi che si scavarono il rifugio nelle colonne romane quando il mare stava sopra di loro, raccontano qualcosa che vale la pena sentire fino in fondo. raccontano che il vulcano sotto i campi flegrei ha un ritmo, un ritmo lunghissimo, incomprensibile alla scala della vita umana, decine di anni, secoli, millenni, ma un ritmo.

 Si alza, si abbassa, si comprime, si espande, respira e  quel respiro in questo momento sta accelerando. Dal 2005 a oggi il suolo a pozzuoli si è alzato di oltre 1,30 m. L’accelerazione dell’ultimo anno è stata tra le più intense da quando  esiste il monitoraggio sistematico. I dati dell’Osservatorio Vesuviano vengono aggiornati ogni settimana e pubblicati onine. Chiunque può andare a leggerli.

Non sono nascosti, non sono lì  in numeri, in grafici, in curve di tendenza che mostrano una direzione. Non si sa dove porta quella direzione, nessuno lo sa. E chiunque ti dica il contrario o ti cita la data dell’eruzione o ti dice che non ci sarà nessuna eruzione nei prossimi 100 anni sta dicendo qualcosa che la scienza non dice.

 Quello che la scienza dice è più scomodo e più onesto. Non lo sappiamo. Sappiamo che il sistema è attivo. Sappiamo che è capace di eruzioni enormi. Sappiamo che 3 milioni di persone abitano sopra di lui e sappiamo che il piano di evacuazione, 72 ore per 500.000 persone è il piano migliore che l’Italia abbia mai costruito per un rischio vulcanico, ma che 72 ore in certi scenari potrebbero non bastare.

Nell’ottobre del 2024, quando il test IT Alert raggiunse i telefoni di mezzo milione di persone nella zona rossa dei campi Flegrey, molti risposero con rabbia sui social. Dissero che era allarmismo, che la protezione civile stava esagerando, che Pozuoli aveva sempre vissuto così e aveva sempre sopravvissuto. È vera l’ultima parte.

Pozzuoli ha sempre vissuto così. I romani ci costruirono il porto più grande d’Italia, ci costruirono il Macellum, ci costruirono l’anfiteatro, il terzo più grande d’Italia dopo il Colosseo e quello di Capua, con una capienza di 20.000 spettatori, ancora visibile, ancora intatto, ancora bellissimo.

 E poi il mare salì sulle colonne del Macellum e quelle colonne furono colonizzate dai molluschi e per secoli la città bassa di Pozzuoli fu sommersa e poi il bradismo le riportò in superficie e la città si ricostruì sopra le colonne che erano state sott’acqua e i romani che avevano costruito quel mercato erano morti da 1000 anni e nessuno ricordava più il loro nome.

 E il marmo con i fori dei molluschi era ancora lì a testimoniare il ciclo. Pozzuoli sopravvive. Come sopravvive la Terra che non ha alcun interesse nelle città che ci costruiamo sopra? La domanda che vale la pena farsi non è se il vulcano erutterà. La domanda è cosa significa scegliere di vivere sopra un sistema che ha già eruttato 392 volte negli ultimi 15.

000 anni e che sta mostrando segnali di una ripresa di attività e che non ha un orologio e non ha un calendario e che la prossima volta potrebbe essere piccolo come il Monte Nuovo del 1538 o qualcosa che non ha precedenti in epoca storica. Non c’è risposta giusta a questa domanda, non esiste. 3 milioni di persone hanno costruito le loro vite, le loro famiglie, le loro identità sopra quei 15 km di Caldera.

 Non si può dire loro di andarsene. Non ha senso dirglielo, non ha senso nemmeno pensarlo. Ci sono già state. ci costruirono prima che capissimo cosa fosse davvero quello che stavano costruendo e ci sono rimaste perché la vita si radica e i tramonti sul golfo sono tra i più belli del mondo e la terra, anche quella che trema, diventa casa.

 Ma c’è una cosa che si può fare, si può sapere, si può conoscere quello che il marmo delle colonne del macellum sa da 2000 anni, che il vulcano respira, che il suo ritmo è più lungo del nostro  e che ignorarlo non lo ferma. I litodomi che scavarono i loro fori in quelle colonne non sapevano niente di vulcani, sapevano solo che c’era marmo e che ci stavano sopra l’acqua.

 Noi sappiamo molto di più, usiamolo. Lascia un commento sotto. Dimmi, sapevi dei campi flegrei prima di questo video? E sapevi che il suolo a pozzuoli si sta alzando adesso, in questo momento, mentre guardi? Il prossimo video parla di un’altra storia di fuoco e potere, ma questa volta non è il fuoco del vulcano, è il fuoco di uomini.

 che usarono la paura del fuoco per costruire e  distruggere uno dei regni più oscuri della storia italiana. Una famiglia, un palazzo, un sistema di alleanze, veleni e silenzi che durò più di un secolo,  una storia che conosci solo in superficie e che merita di essere raccontata tutta. La storia nuda, non quella edulcorata. M.

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