Aveva capito molto presto che restare avrebbe tolto a suo figlio l’unica cosa che quell’angolo poteva offrirgli e che il conservatorio non poteva insegnare. Suonare per persone che non erano obbligate da nessuna istituzione ad ascoltare. Tommaso aveva ascoltato I giardini di marzo per la prima volta alla radio nella cucina dei suoi genitori nell’ottobre del 1972 e già quella stessa settimana aveva iniziato a impararla a orecchio.
Aveva chiesto a sua madre Adelina di leggerli il testo dal piccolo giornale distribuito dalla parrocchia alla fine di novembre finché non lo aveva memorizzato completamente. Per quattro sere consecutive aveva studiato i cambi di accordi sul piccolo pianoforte verticale del soggiorno. Per nove settimane aveva poi provato il brano sul suo Casio per due ore ogni domenica mattina, prima di permettere a sé stesso di suonarlo in pubblico.
Dall’inizio del gennaio 1973 lo eseguiva quasi ogni domenica pomeriggio, di solito una sola volta, nel breve momento tra le 3:00 e le 3:20, quando la piazza era più silenziosa e chi si fermava ad ascoltare non aveva fretta di essere altrove. Nel pomeriggio del 4 marzo 1973 il cielo di Roma aveva quel grigio pallido che i meteorologi dell’epoca non sapevano ancora descrivere con precisione.
La temperatura era di circa 12° e un vento leggero proveniente da sud-ovest portava lungo via dei coronari l’odore del Tevere. Un dettaglio che Tommaso registrava sempre nel piccolo diario mentale che teneva sul clima dell’angolo, perché il vento cambiava il modo in cui il suono dell’altoparlante si diffondeva sui ciottoli.

Suonava già da un’ora e mezza. Nella piccola borsa di tela aveva raccolto forse 3.400 lire, quasi tutte in monetine. Alle 3:10 iniziò l’introduzione lenta di I giardini di marzo. La suonò con il suo arrangiamento, un po’ più lenta della versione originale, lasciando più spazio tra gli accordi, come gli avevano insegnato al conservatorio, lasciare che una canzone potesse respirare.
Poi iniziò la prima strofa. Le parole salirono nell’aria fredda del pomeriggio. Il carretto passava e quell’uomo gridava: “Gelati! Al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti”. Un uomo si fermò davanti a lui. Tommaso percepì quel gesto, come sempre, attraverso il piccolo cambiamento nel campo acustico davanti al suo spazio musicale.
Il modo in cui un corpo assorbe il suono che altrimenti avrebbe continuato a rimbalzare contro il muro dietro. L’uomo si trovava forse a 2 metri da lui. Tommaso, per la natura stessa della sua vita, non poteva vederlo. Poteva però sentire che quell’uomo non si era fermato per il breve tempo necessario a lasciare una moneta, come facevano quasi tutti la domenica pomeriggio, ma per qualcosa di più lungo.
L’uomo non si mosse, non lasciò nessuna moneta durante la prima strofa, rimase semplicemente lì. Tommaso continuò a suonare. In 13 mesi aveva imparato a continuare nonostante la piccola incertezza di un ascoltatore sconosciuto. Cantò la seconda strofa. L’uomo restò al ritornello mi sembra che la mia vita sia tutta un equilibrio sopra la follia.
L’uomo era ancora lì. Tommaso riusciva a sentire molto debolmente il suo respiro. Naturalmente non poteva vedere chi fosse. Percepiva soltanto che quell’uomo era alto circa 1,70 m e che respirava con il controllo regolare di qualcuno che in un momento della sua vita doveva essere stato un cantante o un musicista affiato e soprattutto capiva che non aveva ancora spostato il peso del corpo nel modo in cui fanno le persone quando stanno per andarsene.
Tommaso continuò a suonare fino alla fine della canzone. Tenne l’ultimo accordo sospeso nell’aria il più a lungo possibile, finché il piccolo altoparlante glielo permise. Poi tolse lentamente le mani dai tasti. L’uomo, dopo un momento di silenzio, disse con una voce più bassa del normale: “Bravo ragazzo!” Tommaso rispose: “Grazie”.
L’uomo domandò: “L’hai arrangiata tu così?” Sì, Signore, l’introduzione, quello spazio tra gli accordi, te l’hai insegnato il tuo maestro o l’hai deciso tu? Tommaso, che nella voce dell’uomo riconobbe quel tipo di attenzione precisa che al conservatorio aveva sentito soltanto nei professori che avevano davvero suonato professionalmente e non in quelli che avevano soltanto insegnato, rispose: “L’ho deciso io.
Pensavo che la canzone avesse bisogno di respirare un po’ di più rispetto alla registrazione.” L’uomo, dopo una breve pausa, disse: “Penso che tu abbia ragione”. seguì un altro silenzio. Tommaso sentì appena il rumore di una moneta appoggiata, non lasciata cadere, ma appoggiata con cura nella piccola borsa di tela accanto al suo piede destro.
Sentì il lieve suono di un uomo che si era chinato lentamente per non perdere l’equilibrio. Poi lo sentì rialzarsi. L’uomo disse: “Continua”. Subito dopo Tommaso sentì i passi allontanarsi lentamente verso Ponte Sant’Angelo. Adelina Riziero, 51 anni, aprì il piccolo foglio piegato sul tavolo della cucina. Dentro c’era una banconota da 5.
000 lire, una cifra che nessuno aveva mai lasciato nella borsa di suo figlio. Sotto la banconota, all’interno del foglio, c’erano tre righe scritte con una penna stilografica in una calligrafia che non aveva mai visto prima. La scrittura piccola e attenta di un uomo che non era abituato a lasciare messaggi agli sconosciuti. Il biglietto diceva: “Tommaso, l’introduzione era giusta.
Gli accordi hanno bisogno esattamente di quello spazio. Continua ad ascoltare la canzone prima di suonarla. Chiunque ti abbia insegnato questo è stato un vero maestro”. Non c’era nessuna firma. La banconota era chiaramente secondaria rispetto alle parole, come il gesto di un uomo che offre denaro a un giovane che sa bene non essere in alcun modo un mendicante.

Adelina lesse il biglietto ad alta voce a Tommaso. Lo lesse due volte. Nemmeno lei quella sera riconobbe la calligrafia. Poi ripose il foglio nella piccola scatola di legno, dove la famiglia conservava lettere e certificati. Prima che chiudesse la scatola, Tommaso le chiese di leggerlo ancora una volta. Lei lo fece, poi chiuse la scatola.
Per quasi 3 anni Tommaso non sappe chi fosse stato l’uomo fermatosi all’angolo. Continuò a suonare ogni domenica, continuò a eseguire i giardini di marzo, quasi ogni fine settimana. Nell’estate del 1976 completò il diploma al Conservatorio di Santa Cecilia. Nell’autunno di quello stesso anno, un suo amico Fabio Pellegrini, studente di viola e compagno sin dal primo anno di conservatorio, venne nel suo appartamento di Vicolo del 5 per leggergli il piccolo testo biografico sul retro del nuovo album di Battisti, La batteria, Il contrabbasso,
eccetera, uscito il mese precedente. In quel testo si raccontava che Battisti aveva l’abitudine di passeggiare da solo nel centro storico di Roma. la domenica pomeriggio e di fermarsi ad ascoltare i musicisti di strada per tutta la durata di una canzone, lasciando denaro a chi, secondo lui, meritava più di una semplice moneta.