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M-346: Il gioiello italiano che il mondo ci invidia, ma che il nostro governo ignora

Com’è che una piccola fabbrica nel Varesotto è arrivata ad addestrare la prossima generazione di piloti da caccia per mezza dozzina di aeronautiche? E perché il resto del mondo vede l’M346 più chiaramente del suo paese d’origine? Per capire il perché dobbiamo tornare alla fine degli anni 80. La guerra fredda volge al termine.

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I bilanci della difesa in tutta Europa si contraggono e dentro una tranquilla fabbrica aeronautica nella provincia italiana di Varese, un gruppo di ingegneri fissa un problema su cui la maggior parte delle aziende avrebbe gettato la spugna. La loro fonte di sostentamento, l’aereo che per due decenni aveva pagato le bollette, stava invecchiando.

Il mondo stava cambiando e dovevano capire come tenere il passo. La fabbrica era Aermacchi, la cittadina era Venegono e da quella crisi sarebbe nato il velivolo che il mondo oggi sta imparando a invidiare. Per capire che cos’è davvero l’M346 bisogna capire l’azienda che l’ha costruito. Macchi, abbreviazione di Aeronautica Macchi, fu fondata nel 1913 nella città lombarda di Varese.

Già negli anni 20 l’azienda era famosa in tutto il mondo, non per caccia o bombardieri, ma per gli idrovolanti da corsa. Il Macim 399, progettato da un ingegnere di nome Mario Castoldi, stabilì all’inizio degli anni 30 record mondiali di velocità rimasti imbattuti per quasi mezzo secolo. Dopo la seconda guerra mondiale Aermacchi dovette reinventarsi.

All’Italia non era consentito costruire velivoli militari pesanti. Così l’azienda si rivolse alle motociclette, agli addestratori leggeri e infine ai piccoli jet. E in quella svolta trovò la propria vocazione. A partire dagli anni 50, un ingegnere schivo di nome Ermanno Bazzocchi iniziò a progettare una serie di jet d’ addestramento che avrebbero portato la fama dell’azienda nel mondo.

L’MB 326, che volò per la prima volta nel 1957, era un jet pulito, semplice e affidabile che insegnò a generazioni di piloti a volare. Ne furono costruiti oltre 750. furono venduti al Brasile, al Sudafrica, all’Australia e a Seantu decine di altri paesi. Il successore, l’MB339, volò per la prima volta nel 1976. L’MB 339 divenne l’addestratore dell’Aeronautica militare italiana.

Nel 1982 divenne anche il velivolo delle Frecce Tricolori, la pattuglia acrobatica italiana, e diede ad Airmacchi una reputazione globale tra i migliori costruttori di jet addestramento al mondo. Ma alla fine degli anni 80 l’MB339 cominciava a mostrare la corda. I caccia del futuro, gli F16, i Tornado, i primi concetti di quello che sarebbe diventato l’Eurofighter, facevano passi da gigante.

Le cabine di pilotaggio si riempivano di schermi, computer e sistemi digitali. Addestrare i piloti su un jet degli anni 70 per farli volare su un caccia del XX secolo era come insegnare a un adolescente a guidare su una carrozza trainata da cavalli. Airmac sapeva di dover costruire qualcosa di completamente nuovo. La domanda era con quali soldi? Il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 creò uno spiraglio inatteso.

Al di là della vecchia cortina di ferro, un famoso ufficio di progettazione russo, lo Yakovlev, stava lavorando a un problema analogo. I sovietici volevano un nuovo addestratore avanzato per insegnare ai piloti a volare sul MIG 29 e sul Sukoi su 27. Ma dopo il crollo dell’URS i soldi semplicemente non c’erano.

Jakovlev aveva un progetto, non aveva i finanziamenti. Aermacchi aveva finanziamenti, competenze tecniche e accesso ai mercati occidentali. Non aveva però un progetto proprio sufficientemente avanzato. Nel 1993 le due aziende siglarono un accordo di cooperazione. Il progetto si chiamava Yak 130. Gli ingegneri italiani andarono a Mosca, gli ingegneri russi andarono a Varese, lavorarono insieme nei primi caotici anni del periodo posts sovietico.

Il primo prototipo volò nel 1996. Fu un momento singolare della storia, una piccola fabbrica italiana e un ufficio di progettazione russo in difficoltà, intenti a costruire insieme un addestratore, mentre il mondo attorno cercava di capire che cosa sarebbe venuto dopo. Ma il partenariato fu sempre difficile. Gli italiani volevano avionica occidentale, motori occidentali, clienti occidentali.

I russi volevano vendere l’aereo agli ex clienti sovietici. Litigavano sui motori, litigavano sul software, litigavano su chi avrebbe avuto i diritti su quali mercati. Nel 2000 il partenariato era ormai saltato. Le due aziende si accordarono per separarsi. Lo Yakovlev avrebbe tenuto la propria versione che divenne lo Yak 130.

Amacchi avrebbe preso il progetto, ne avrebbe ridisegnato ampie parti secondo gli standard occidentali e sarebbe andata avanti da sola. Quello fu il momento che cambiò tutto. Aermacchi era un’azienda di medie dimensioni in una piccola provincia italiana. Non aveva ordini certi. Il governo italiano non prometteva di comprare nulla.

Il partner russo se n’era andato. La maggior parte dei consigli di amministrazione avrebbe staccato la spina al programma seduta stante. Invece amacchi fece qualcosa di notevole, scommise su stessa. L’azienda decise di autofinanziare il ridisegno, andare avanti senza un cliente di lancio e confidare che l’aereo sarebbe stato abbastanza valido da vendersi per i propri meriti.

Ripensarono la motorizzazione scegliendo il turbofan americano Honeywell F124. al posto dell’originario russo Lotarev. Ricostruirono l’avionica con fornitori italiani, britannici e statunitensi. rielaborarono la cellula alleggerendola, aggiungendo più materiali compositi e semplificando carrello e aerofreno. Quando il 7 giugno 2003 il primo prototipo uscì dallo stabilimento di Venegono, l’M346 era ormai un velivolo diverso da quello in cui si era trasformato il suo cugino russo.

Il 15 luglio 2004 il prototipo decollò per il volo inaugurale con il capo collaudatore Olinto Cecconello ai comandi. 4 anni dopo, il 18 dicembre 2008, un altro collaudatore dell’azienda di nome Quirino Bucci fece decollare un M346 dalla pista di Venegono. Salì, scese impicchiata sulla Riviera Ligure e portò il velivolo oltre Mac 1,15.

Fu la prima volta in mezzo secolo che un velivolo costruito interamente in Italia superava la barriera del suono. Per Aermacchi fu un momento di rivincita. aveva messo in gioco l’azienda e aveva vinto la scommessa. Ora restava soltanto da convincere qualcuno, chiunque, a comprarlo. Davvero la prima a dire sì non fu sorprendentemente l’Italia, fu Singapore.

Nel settembre 2010 l’Aeronautica della Repubblica di Singapore ordinò 12 M346 per sostituire i suoi vetusti Skyhawk americani. Singapore è un paese piccolo, con una forza aerea di dimensioni ridotte, ma estremamente professionale e la sua decisione mandò un segnale. Se Singapore, che avrebbe potuto comprare da chiunque, aveva scelto il jet italiano, quell’aereo doveva essere quello giusto.

L’Italia, invece, si era mossa più lentamente. L’Aeronautica militare firmò il primo contratto nel giugno 2009, 220 milioni di euro per sei velivoli con opzioni per altri nove. Alla fine si arrivò a 18. Il primo M346 in servizio italiano designato T346A effettuò il volo inaugurale il 31 marzo 2011.

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