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Nitto Santapaola: La Vera Storia del Licantropo di Cosa Nostra

Era preciso, pulito, instancabile. Se c’era da fare una commissione delicata, se c’era da parlare con un commerciante che aveva dimenticato di mostrare il dovuto rispetto, Nitto era l’uomo giusto. Non usava mai la forza in modo scomposto. Lui preferiva convincere le persone che un cambiamento d’aria fosse necessario per la loro salute.

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Il suo primo vero incarico non fu un evento rumoroso, fu una faccenda di pulizia interna, una di quelle macchie che rovinano il decoro di una famiglia. Un giovane troppo ambizioso aveva iniziato a giocare con i conti, pensando che i vecchi fossero diventati ciechi. Nitto ricevette l’ordine con un semplice cenno del capo durante un pranzo.

Non ci furono spiegazioni, solo un nome e un indirizzo. Quella notte, sotto la luna che illuminava le scogliere di Aci Castello, Nitto portò quel ragazzo a fare una passeggiata. Gli parlò di Dio, della bellezza del mare e della necessità di mantenere i conti in ordine per non offendere la provvidenza. Quando la conversazione finì, il ragazzo non ebbe più bisogno di scarpe nuove.

Nitto lo aiutò a trovare un posto tranquillo, molto profondo, dove nessuno avrebbe più disturbato il suo riposo. Lo aveva sistemato, con la precisione di un chirurgo, senza versare una goccia di vino sulla tovaglia della città. Quello fu il suo vero battesimo, non l’acqua santa della cattedrale di Sant’Agata, ma l’odore del ferro freddo e della terra bagnata.

Da quel giorno Nitto Santa Paola iniziò a scalare le gerarchie come un’ombra che si allunga al tramonto. Capì che per dominare Catania non serviva solo il piombo, serviva il consenso. Iniziò a tessere una rete che avvolgeva non solo i vicoli, ma anche gli uffici che contavano, i salotti buoni, i luoghi dove si decideva il futuro della cementificazione della città.

Mentre gli altri boss si facevano vedere nei club di lusso, ostentando anelli d’oro, lui restava un uomo d’ombra. Preferiva la solitudine del cacciatore. Gli piaceva andare in collina, lontano dai rumori del porto, per sentire l’odore della selvaggina e testare i suoi strumenti di precisione. Diceva che un uomo che non sa aspettare la preda è un uomo destinato a diventare preda lui stesso.

E nitto sapeva aspettare. Aspettava che i tempi cambiassero. aspettava che i suoi protettori invecchiassero per prendere il loro posto senza dover chiedere il permesso. La sua scalata non fu un’esplosione, fu un’erosione lenta. Iniziò a circondarsi di uomini che non erano solo braccia, ma menti. Creò una struttura che chiamavano la linea, un cordone ombelicale che collegava la polvere della strada ai soldi che venivano ripuliti nei grandi cantieri.

Ogni volta che una nuova gru si alzava nel cielo di Catania, c’era una percentuale di quel cemento che apparteneva a lui e se qualcuno faceva domande, Nitto inviava i suoi saluti. Saluti che spesso arrivavano sotto forma di un mazzo di fiori o di un silenzio che durava per sempre. Ma il suo sguardo non si fermava ai confini della città dell’Etna.

Nitto guardava verso ovest, verso le montagne aride dove i corleonesi stavano iniziando a mostrare i denti al mondo. Capì che il vento stava cambiando. Mentre i vecchi boss di Palermo volevano mantenere la pace e i vecchi affari, i vidani di Totò Riina stavano preparando un banchetto di fuoco.

Nitto, con la sua solita calma glaciale, scelse di sedersi a quella tavola. sapeva che per diventare il re assoluto della costa orientale doveva allearsi con chi non aveva paura di trasformare l’intera isola in un cimitero a cielo aperto. Fu in quel periodo che il soprannome Il cacciatore smise di essere un riferimento ai suoi hobby pomeridiani e divenne una sentenza di morte per chiunque osasse sbarrargli la strada.

Catania stava per cambiare volto. Le vecchie regole di onore stavano per essere scritte con un inchiostro molto più scuro e Nitto era colui che teneva la penna. Non c’erano più amici o nemici, c’erano solo pedine da muovere o da togliere dal tabellone. E lui, seduto nel buio della sua tana, osservava ogni mossa, pronto a regalare un viaggio di sola andata a chiunque non avesse compreso che ora il padrone della montagna era lui.

La cenere dell’Etna scendeva piano sulla città, coprendo ogni traccia, ogni peccato, ogni respiro strozzato. Sotto quella coltre grigia, Nitto Santa Paola stava costruendo il suo trono, pezzo dopo pezzo, corpo dopo corpo, mentre la notte di Catania diventava sempre più lunga e priva di stelle. Era solo l’inizio di una lunga scia di ombre che avrebbero avvolto la Sicilia per decenni e nessuno era ancora pronto a vedere il mostro che stava nascendo dal fumo del vulcano.

Il vento che scendeva dalle colline di Corleone non portava l’odore dell’erba fresca, ma quello della polvere bruciata e del potere crudo. Mentre a Catania i vecchi sagi discutevano ancora di equilibri e di rispetto per le antiche tradizioni, a occidente c’era chi aveva già deciso di riscrivere il vocabolario del mondo con il rosso.

Nitto Santapa con la sua vista da falco e il suo istinto da predatore aveva capito che restare legati ai vecchi rami significava cadere quando l’albero sarebbe stato abbattuto. Giuseppe Calderone, l’uomo che lo aveva cresciuto e introdotto nei corridoi del silenzio, era diventato un tronco troppo pesante, un ostacolo sulla strada che portava verso l’eternità.

Per Nitto la lealtà non era un dogma religioso, ma una merce di scambio che andava venduta al miglior offerente prima che scadesse il tempo. C’era un tavolo apparecchiato in una masseria sperduta, lontano dagli occhi indiscreti della legge e dalle orecchie dei traditori. Da una parte sedeva l’eleganza fredda di Catania, rappresentata da Nitto, dall’altra la furia contadina dei Viddani, gli uomini che venivano dal fango di Corleone.

Totoriina e Luciano Leggio non avevano bisogno di abiti di seta per incutere timore. A loro bastava lo sguardo di chi ha già deciso il destino di tutti gli altri prima ancora di sedersi a mangiare. guardò quegli uomini e vide lo specchio del suo futuro. Capì che il vecchio modo di gestire gli affari, fatto di mediazioni estenuanti e di baci sulle guance che nascondevano esitazioni era finito.

Era l’ora del ferro e del fuoco, l’ora di chi non chiedeva permesso per prendersi la stanza. Il patto fu siglato non con le parole, ma con un silenzio che pesava più di una montagna. I corleonesi avevano bisogno di una testa di ponte a Catania, un uomo che sapesse muoversi tra i salotti e i vicoli senza far tremare i bicchieri di cristallo, ma capace di schiacciare una testa senza battere ciglio se necessario.

Netto offrì lor la città sulla costa orientale in cambio del supporto necessario per fare pulizia in casa propria. Il primo nome sulla lista era proprio quello di chi gli aveva insegnato tutto. Pippo Calderone era un uomo d’altri tempi. Credeva ancora che si potesse ragionare con lo Stato e che la violenza dovesse essere l’ultima risorsa.

Per i nuovi padroni della Sicilia quella moderazione era un cancro da estirpare. Nitto iniziò a lavorare ai fianchi della sua stessa famiglia con la pazienza di un ragno che tesse la tela intorno a una mosca troppo stanca. Non ci furono urla, non ci furono minacce palesi. Iniziò a seminare dubbi, a mostrare come la gestione dei Calderone stesse rendendo la famiglia debole di fronte all’avanzata dei nuovi mercati.

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