Quando il terrore si abbatte all’improvviso, squarciando la quotidianità di una città tranquilla, la prima reazione di una nazione intera è lo sgomento assoluto. Le immagini di passanti innocenti travolti da un veicolo lanciato a folle velocità, guidato da una furia cieca e spietata, riportano prepotentemente alla mente ferite ancora aperte nella memoria collettiva europea. Eppure, a pochissime ore dalla tragedia che ha colpito il centro di Modena, prima ancora che si potesse elaborare del tutto il lutto e lo shock, una macchina narrativa potente, rassicurante e ben collaudata si è immediatamente messa in moto per anestetizzare l’opinione pubblica. La parola d’ordine diffusa a reti unificate è stata una sola: “disagio psichico”.
Da giorni, non sentiamo parlare d’altro. I principali organi di informazione sembrano essersi messi d’accordo per trasmettere un unico, inossidabile messaggio riguardante Salim El Kudri, il trentunenne italiano di origini marocchine responsabile dell’assalto mortale. Ci viene ripetuto in maniera quasi ossessiva che la religione non ha alcun ruolo in questa vicenda, che le dinamiche dell’integrazione fallita sono un miraggio dei malpensanti e che l’odio viscerale contro la nostra società, contro il mondo italiano e cristiano, è solo un’invenzione populista. Si è cercato in tutti i modi di dipingere l’aggressore come un cittadino perfettamente inserito nel tessuto sociale, un ragazzo come tanti altri, colpito tragicamente dall’imprevedibile scure di una malattia mentale. Una spiegazione comoda, che assolve le istituzioni e permette di voltare pagina senza porsi domande scomode.
Ma c’è chi si rifiuta categoricamente di accettare questa narrazione preconfezionata, smontandola pezzo per pezzo con la forza dirompente dei fatti. Il giornalista Mario Giordano ha rotto il muro del conformismo mediatico, scagliandosi con veemenza contro una lettura dei fatti che considera non solo ipocrita, ma estremamente pericolosa per la sicurezza di tutti. Durante il suo duro e appassionato intervento, Giordano ha evidenziato con estrema lucidità le contraddizioni macroscopiche che circondano il caso di Modena, portando alla luce elementi che dovrebbero far riflettere profondamente l’intera classe dirigente e l’opinione pubblica del nostro Paese.

Il primo elemento su cui Giordano pone l’accento è la dinamica stessa dell’attacco. Ci dicono a gran voce che non ci sono collegamenti accertati con la radicalizzazione, che El Kudri non faceva parte di una cellula dormiente o di un gruppo organizzato. Potrebbe anche essere vero dal punto di vista strettamente formale, ma i fatti raccontano una storia operativa identica e inequivocabile. Il “format” utilizzato dall’attentatore di Modena è esattamente la fotocopia di quello impiegato dai terroristi islamici che hanno seminato morte e distruzione nelle più grandi capitali europee negli ultimi dieci anni.
È la stessa, identica, spietata strategia del terrore che abbiamo visto materializzarsi in tutto il suo orrore sulla celebre Promenade des Anglais a Nizza. È lo stesso modus operandi che ha trasformato i festosi mercatini di Natale di Berlino in un teatro di morte, e che ha tinto di sangue il selciato delle affollate Ramblas di Barcellona. L’uso di un veicolo per falciare indiscriminatamente i pedoni, seguito dall’uscita dall’abitacolo armati di un coltello per massimizzare le vittime. Salim El Kudri non avrà avuto la tessera ufficiale di un’organizzazione terroristica, ma si è mosso, ha agito e ha ucciso copiando pedissequamente il manuale del perfetto attentatore radicalizzato. E credere che la scelta di questo specifico formato sia frutto di una casuale crisi psicotica richiede uno sforzo di immaginazione che rasenta il negazionismo.
Tuttavia, il colpo di grazia alla teoria del semplice “ragazzo con problemi mentali” arriva dalle indagini sui dispositivi digitali dell’assassino. Nelle ore immediatamente successive all’attacco, mentre nei salotti televisivi ci si affannava a discettare di cure psichiatriche e servizi sociali, sono emerse delle comunicazioni scritte dall’attentatore che non lasciano alcuno spazio all’interpretazione. Delle email inviate da El Kudri, lette con indignazione e rabbia da Mario Giordano in diretta televisiva, svelano l’abisso di odio puro e mirato che albergava nella mente del trentunenne.
Le parole scritte dall’attentatore sono un pugno nello stomaco per chiunque creda ancora nella favola dell’integrazione a prescindere. “Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce io lo brucio”. Questo è il testo crudo, violento, agghiacciante, partorito dalla mente di colui che ci veniva dipinto come un individuo unicamente in preda alla depressione. Giordano ripete questa frase con la gravità che merita, per far comprendere appieno la portata della minaccia: “Ripeto: bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio”.
Queste non sono le frasi sconnesse di una mente semplicemente annebbiata dalla malattia. Questo è un manifesto politico, religioso e culturale ben preciso. È un attacco diretto, frontale e carico di disprezzo verso i pilastri fondanti della società occidentale, verso la nostra storia, la nostra identità e i nostri simboli religiosi. Eppure, nonostante la scoperta di queste dichiarazioni inequivocabili, la grancassa mediatica continua imperterrita a sostenere che l’odio contro l’Occidente non c’entri nulla, che l’Islam non sia in alcun modo tirato in ballo e che il problema dell’integrazione non sia sul tavolo delle discussioni.

È di fronte a questa cecità volontaria che l’appello di Giordano si fa ancora più stringente e drammatico. Il giornalista si rivolge direttamente a quella parte di società, della politica e dell’informazione che sceglie deliberatamente di non vedere, definendoli senza mezzi termini “razza di sonnambuli”. “Continuate a dormire,” accusa Giordano con amara ironia, “continuate a dormire e a raccontare balle”. È un’invettiva contro l’ipocrisia di un Occidente che, per paura di essere tacciato di intolleranza o razzismo, preferisce negare l’evidenza, voltare lo sguardo dall’altra parte e trovare giustificazioni cliniche per coprire immensi vuoti culturali e fallimenti politici nella gestione dell’immigrazione e dell’integrazione di seconda e terza generazione.
Il pericolo più grande non risiede solo nel singolo gesto folle di un lupo solitario, ma nella reazione molle e accomodante di una società che si rifiuta di difendere se stessa e i propri valori. Raccontare “balle”, come le definisce il giornalista, significa disarmare la comunità di fronte a minacce future, creare un clima di permissivismo in cui i segnali premonitori di una radicalizzazione vengono scambiati per innocui malesseri giovanili e curati con le ricette sbagliate. Il disagio mentale esiste ed è una piaga seria, ma non può e non deve diventare un immenso tappeto sotto il quale spazzare la polvere dei nostri fallimenti sociali e delle infiltrazioni estremiste.
La strage di Modena segna un punto di non ritorno nella coscienza pubblica. Le mail di Salim El Kudri sono un campanello d’allarme che squilla a volume assordante nel cuore dell’Europa. Come ammette amaramente lo stesso Giordano alla fine del suo sfogo, se continuiamo a comportarci da sonnambuli in balia del politicamente corretto, ignorando chi promette di bruciare i nostri simboli e distruggere le nostre vite, purtroppo “avremo tante altre brutte sorprese”. È tempo di svegliarsi, di guardare in faccia la realtà per quanto scomoda possa essere, e di ricominciare a chiamare le cose con il loro vero nome. Il terrore e l’odio viscerale non si curano nascondendoli dietro un certificato psichiatrico.
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