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Totò Riina aveva MOLTA PAURA di questo nome! E per questo è morto.

Riina non ebbe mai paura di morire, non ebbe mai paura di pallottole, bombe o prigione. La sua paura era un’altra. Era una paura strategica, una paura cerebrale, una paura di qualcosa che non poteva essere ucciso con una lupara. Rina non aveva paura degli uomini,  aveva paura di ciò che gli uomini potevano diventare, aveva paura dei simboli, aveva paura delle idee che crescevano, aveva paura dei nomi che echeggiavano.

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Esisteva un uomo che si stava trasformando esattamente in questo, in un simbolo impossibile da distruggere. Quell’uomo era un giudice, non un giudice comune, non qualcuno che processava piccoli crimini o firmava mandati. Era un cervello, un organizzatore, qualcuno che capiva che la mafia non era una banda di criminali  disorganizzati, era un sistema, una struttura e i sistemi possono essere smontati.

Non cacciava mafiosi isolati, non arrestava soldati di strada, andava dietro alla struttura, alle connessioni, al denaro, alle gerarchie. Studiava la Cosa Nostra come uno scienziato studia un organismo e stava cominciando a capire come funzionava davvero. Questo spaventava Totòria, più di qualsiasi esercito. Nel 1984 qualcosa cambiò tutto.

Un mafioso di altissimo livello fu arrestato in Brasile  ed estradato in Italia. Tommaso Buscetta era uno degli uomini più potenti  della Cosa Nostra. conosceva tutti i segreti, tutte le famiglie, tutti i rituali e per la prima volta nella storia decise di parlare. Ma non con chiunque, fu con quel giudice, con quell’uomo meticoloso che non giudicava, non condannava, ascoltava soltanto.

Buscetta capì di essere di fronte a qualcuno di diverso, qualcuno che capiva davvero la mafia e iniziò a rivelare tutto, assolutamente tutto. Fu qui che Rina  capì, non era di fronte a un nemico comune. Il nome di quell’uomo era Giovanni Falcone. E quando Totò Rina sentì ciò che Falcone stava costruendo con le informazioni di Buscetta, provò qualcosa che non aveva mai sentito prima.

Non era paura dell’uomo, era paura del simbolo che stava nascendo, paura del nome che cominciava a echeggiare. Perché un uomo muore? Un nome? No. Giovanni Falcone nacque a Palermo nel 1939, cresciuto nelle stesse strade dei mafiosi, conosceva i codici, vedeva i rituali, capiva come funzionava quel mondo, ma scelse l’altro lato. Divenne magistrato nel 1964 e fin dall’inizio sapeva che la mafia non era invincibile, era solo invisibile.

Negli anni 70 e all’inizio degli 80 la cosa Nostra era al culmine. Controllava politica, economia, giustizia, uccideva chi voleva. La paura era assoluta. Chi parlava moriva,  chi indagava scompariva. L’omertà, la legge del silenzio, era infrangibile. Ma Falcone non accettava questo come verità assoluta. Iniziò a fare domande diverse, a studiare flussi di denaro, a mappare connessioni tra famiglie.

a identificare pattern negli omicidi. Mentre altri vedevano crimini isolati, Falcone vedeva un sistema, vedeva gerarchia, vedeva struttura e se c’era struttura c’era logica  e se c’era logica poteva essere compresa e distrutta. Quando Tommaso Buscetta iniziò a parlare, Falcone non lo trattò come un criminale, lo trattò come testimone di una guerra.

ascoltò con rispetto, fece domande intelligenti e Buscetta per la prima volta sentì di potersi fidare di qualcuno che diceva davvero no alla cosa nostra. Buscetta rivelò tutto: la struttura completa della mafia siciliana, i rituali di iniziazione, la cupola, la commissione che controllava tutte le famiglie, i nomi dei capi, le connessioni politiche, i metodi di riciclaggio di denaro.

Fu come se un velo fosse stato strappato, l’invisibile diventava  visibile e Totori Ina vedeva tutto dalle ombre. Con le informazioni di Buscetta, Falcone iniziò a costruire qualcosa di mai visto nella storia italiana, il maxi processo, il più grande giudizio contro la mafia di tutti i tempi, centinaia di imputati, migliaia di pagine di accusa, prove documentali, testimonianze, connessioni  finanziarie.

Era una guerra giudiziaria contro la Cosa Nostra come organizzazione, non come individui isolati. Falcone lavorò giorno e notte, non dormiva bene, non vedeva la famiglia, sapeva di avere solo una possibilità. Se falliva la mafia sarebbe diventata intoccabile per sempre. Se vinceva avrebbe dimostrato che la cosa nostra poteva essere sconfitta.

E Totoriina guardava tutto dalle ombre, ancora libero, ancora al comando, ma cominciando a sentire qualcosa di nuovo. Vulnerabilità. Il maxi processo iniziò nel 1986 a Palermo. Un bunker fu costruito appositamente per il processo. Sicurezza massima, centinaia di mafiosi in gabbia. Le famiglie più potenti della Sicilia erano lì umiliate, esposte, giudicate.

E al centro di tutto, orchestrando ogni mossa, c’era Giovanni Falcone, l’uomo che Rina cominciava a temere davvero. Per la prima volta la cosa nostra veniva trattata per ciò che era, un’organizzazione criminale strutturata, non più crimini isolati, non più onore e tradizione. Era crimine, era sangue, era terrore.

E lo stato italiano, per la prima volta in decenni disse: “Non abbiamo paura di voi”.  E questo era inaccettabile per Totò Riina. Riina non era tra i prigionieri, viveva in clandestinità, comandando la mafia dalle ombre, ma lui vedeva tutto. Vedeva il potere di Falcone, vedeva come quel giudice stava smontando, mattone per mattone, tutto ciò che la Cosa Nostra aveva costruito.

Vedeva come il nome Giovanni Falcone stava diventando sinonimo di giustizia, di coraggio, di vittoria contro la mafia. E fu lì che la paura di Totò Riina si trasformò in decisione. Capì, se Giovanni Falcone continuava  vivo, il suo nome sarebbe diventato immortale, sarebbe diventato un simbolo, avrebbe ispirato altri, avrebbe mostrato che la mafia poteva essere sconfitta e questo non poteva accadere.

Rina decise di fare ciò che faceva sempre, quando aveva paura. uccidere, ma questa volta sarebbe stato diverso. Non sarebbe stato un omicidio qualunque, non un colpo alla nuca, non un’imboscata silenziosa. Sarebbe stato uno spettacolo, un messaggio brutale, un avvertimento allo Stato italiano. Non potete toccarci, noi siamo più forti.

Noi saremo sempre più forti. Rina voleva terrorizzare. Voleva che il mondo intero vedesse il potere della cosa nostra. Il piano era meticoloso. Totina mise alcuni dei suoi migliori uomini al comando. Giovanni Brusca, il porco, uno degli assassini più crudeli della cosa nostra, l’uomo che dissolse bambini nell’acido, l’uomo che uccideva senza esitare.

Lui sarebbe stato l’esecutore, l’architetto della morte di Giovanni Falcone. Falcone aveva sicurezza rafforzata, viaggiava sempre in convoglio ufficiale, agenti armati davanti e dietro. Non era facile avvicinarsi a lui. La mafia aveva provato diverse volte prima e aveva sempre fallito. Ma questa volta Giovanni Brusca ebbe un’idea  diversa.

Non sarebbe stato un attacco diretto, sarebbe stato qualcosa che nessuno si aspettava, qualcosa di impossibile da evitare. 23 maggio 1992. Capaci, sulla costa siciliana, l’autostrada A29 che collega l’aeroporto di Puntaraisi a Palermo. Era una strada trafficata usata ogni giorno. Giovanni Falcone stava tornando da Roma con sua moglie Francesca Morvillo, anche lei giudice.

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