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Turi Cappello e la Mafia di Catania

Per molto tempo, quando in Italia si parlava di mafia, lo sguardo si fermava quasi sempre sugli stessi  luoghi e gli stessi simboli. Palermo, Corleone, le stragi, i grandi processi, i nomi diventati icone mediatiche. Era una narrazione potente, drammatica, spesso necessaria, ma non l’unica possibile, perché mentre  l’attenzione pubblica e giornalistica era concentrata su quella parte di Sicilia, a Catania cresceva un’altra mafia.

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Meno raccontata, meno  mitizzata, ma non per questo meno feroce. Una mafia che non cercava la scena che non aveva bisogno di trasformare la violenza  in messaggio politico o in spettacolo mediatico. Qui il potere si affermava in modo diverso, lentamente per accumulazione, per controllo  silenzioso, per eliminazioni mirate che raramente facevano rumore.

una mafia capace di adattarsi alla città e  al suo ritmo, di confondersi con l’economia legale, con il lavoro quotidiano, con la vita ordinaria, fino a diventare parte del paesaggio  sociale. È in questo contesto che prende forma una delle organizzazioni criminali più influenti della Sicilia orientale, il clan Cappello  e con essa la figura del suo leader più noto Salvatore Cappello detto  Turi.

cappello non nasce in una grande dinastia mafiosa, non cresce all’ombra di un padre padrino  e non eredita un impero criminale già strutturato. Il suo potere è una costruzione lenta e personale. È il risultato di scelte, di atti dimostrativi, di una costante esposizione al rischio. Fin da giovane si  distingue per un tratto che nel suo ambiente ha un valore preciso, l’audacia  assoluta, la disponibilità a superare limiti che per altri restano invalicabili.

Ancora ragazzo compie un gesto destinato a diventare  proverbiale nel sottobosco criminale catanese. Ruba un crocifisso d’oro dal collo di un vescovo. Non è  solo un furto e non è solo una bravata. È un segnale, un messaggio indirizzato a chi sa leggere quei codici. Dimostrare di non temere  nulla, neppure il sacro, neppure l’autorità simbolica più alta.

In un mondo in cui il rispetto non si chiede ma si impone, Cappello si segnala come un soggetto fuori scala,  disposto a spingersi oltre, uno che non riconosce confini morali o simbolici. Negli anni 70 la mafia catanese è un sistema instabile e frammentato, lontano dall’immagine compatta di Cosa Nostra palermitana, un mosaico di gruppi, famiglie e bande che convivono in un equilibrio precario, fatto di rivalità, alleanze temporanee,  tradimenti e continui aggiustamenti.

Non esiste un centro unico di comando, ma una pluralità di poteri locali che si osservano, si misurano e si contendono spazi, affari e prestigio. restituire questo quadro, oltre  alle indagini e ai processi, contribuiscono anche le testimonianze raccolte negli  anni successivi in aula. Il collaboratore di giustizia Giuseppe Ferone, ad esempio, ricorda  che nel 1975, da giovanissimo a Piazza Bovio, si dedicava a qualche rapina e colloca  in quello stesso periodo il consolidarsi a Catania di una frangia di

Cosa Nostra che faceva capo a Giuseppe Calderone, accanto alla quale pone Benedetto  Santa Paola e uomini della sua orbita. Dall’altra parte, nel suo racconto, ci sono i cursoti, gruppi che non volevano essere sottomessi a quella struttura. Ferone, sentito come collaboratore di giustizia nel processo Orsa Maggiore, riferisce di essersi trovato più vicino all’area di Giuseppe  Calderone, proprio per via dell’amicizia con Salvatore Pillera, e sostiene che i cursoti avrebbero tentato di ucciderlo in più occasioni, fino a

spingerlo a cercare protezione avvicinandosi a quel fronte. precisa anche un dettaglio rivelatore del funzionamento di quella mafia. Non si definisce un affiliato in senso formale,  ma un simpatizzante, uno che gravita attorno ai capi, che li frequenta,  osserva e comprende le dinamiche interne senza essere ancora pienamente  dentro.

Questo passaggio contribuisce a restituire l’immagine di una mafia catanese fatta non solo di appartenenze rigide e giuramenti  codificati, ma anche di aree di influenza, vicinanze e fedeltà mobili e progressive. In quel periodo si incomincia a instaurare a Catania una Francia di Cosa Nostra, capeggiata da Giuseppe Calderone, di cui facevano parte Santa Paola, i Ferlito, i Ferera Intese Cavadruzzo.

Dalla parte opposta c’erano i cosiddetti cussoti che non volevano essere sottomessi a casa nostra. Io in quell’epoca, essendo amico con Salvatore Toritabacco, diciamo che ero più vicino nell’area del calderone. E dentro questo sistema fluido che emerge la figura di Salvatore Pillera, uomo di esperienza e fiuto, che intuisce le potenzialità di Cappello e decide di puntare su di lui affidandogli i ruoli sempre più rilevanti.

Cappello osserva, apprende, interiorizza le regole non scritte di quel mondo e quando arriva il momento di assumere un ruolo di comando lo fa senza esitazioni. La sua nomina regente però non è accettata da tutti e segna l’inizio di una stagione di sangue. Lacesa di cappello innesca una faida interna che segna in modo profondo la criminalità catanese degli anni 80.

Non è una guerra ideologica e non ha nulla di romantico. È una lotta brutale per il controllo del territorio e delle attività criminali. È una stagione fatta di agguati rapidi, esecuzioni  mirate, regolamenti di conti che avvengono spesso lontano dai riflettori. Cadono figure di primo piano come Antonino Nino Pace, boss del clan Pillera Cappello freddato nel 1990 in un salone da barba di Canalicchio e vengono colpiti uomini legati al clan Laudani, tra cui Santo Laudani, ucciso nella macelleria di famiglia nello stesso quartiere nell’ambito della

faida. La violenza non è casuale, colpisce bersagli simbolici e operativi ed è funzionale a ridisegnare gli equilibri di potere tra i gruppi in campo. >> Ce ne sono stati tanti fatti di sangue, diciamo, in questa guerra del gruppo Cappello Asciuto e Lautani, diversi morti, così approssimativo una trentina. >> Come si è esaurita questa guerra? Cioè, alla fine eh quando è finita questa guerra? Cioè, qua è tutto un discorso da fare, nel senso e la guerra è finita praticamente nel su finire del 90, mi pare settembre,

ottobre del 90, di cui prima c’era stato un approccio di pace con l’intervento da parte dei Santa Paola, ma più che una pace si stava d’accordo >> in persona di chi? E adesso ci arrivo. >> Sì. >> E si stava più che altro programmando una trappola per Salvatore Cappello con l’aiuto dei Santa Paola. >> Nino Pace è vivo o è morto? >> È morto.

>> È morto. E ricorda quando è stato ucciso il pace? >> Il 3 maggio del 90. >> 3 maggio del 90. maggio, >> maggio, maggio e eh dico tutte le eh riunioni lei ha fatto riferimento nel corso della sua deposizione di oggi sono tutte riunioni e nelle quali lei ha detto il gruppo Santa Paola svolgeva una funzione di paciere.

È così? >> Sì. Ecco, lei ricorda m in particolare quale fu l’oggetto di queste riunioni. Dico, a parte questo ruolo di paciere, però dico, qual è stato il tipo di intervento fatto dai personaggi che rappresentavano il gruppo Santa Paolo? Cioè che una volta che si facesse pace corrispondevano loro, praticamente avevamo la parola con loro che si doveva poi mantenere, no? >> Ecco, e >> cioè come corrispondere loro, diciamo.

>> Ecco, loro quindi svolgevano una funzione di garanti >> di garanti sì. trovo questo assicunpello e il e il gruppo Shoto, quindi e da lì parte eh diciamo questo contrasto all’interno dino di questo gruppo dove appunto ci succedono anche la eh degli omicidi e tutta una serie di cose che è durato per qualche anno.

>> Fino a quando? fino. Ma c’era anche Nino Pace nel gruppo Cappello. >> Sì. >> Con il suo clan. E fino a quando? Fino 90 inizio 91 così. Poi c’era stato fatto, diciamo, una specie di pace. Eh, in questo appunto periodo di transazioni hanno ucciso a Nino Pace, quindi è ripreso è ripresa la guerra, diciamo. >> In questa fase Cappello mostra una qualità decisiva per la sopravvivenza di un gruppo mafioso, la capacità di coniugare ferocia e visione strategica, alternando colpi durissimi a momenti di attesa e consolidamento.

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