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USA SENZA PAROLE: Il COMSUBIN ha fotografato una portaerei USA — senza essere

 Per capire perché il ComSubin è quello che è, bisogna tornare indietro, molto indietro. All’ottobre del 1918, quando la corazzata austro-ungarica Viribus Unitis affondò nel porto di Pola con oltre 400 uomini a bordo. A bordarla non erano stati siluri lanciati da sottomarini né bombe sganciate da aerei. Erano stati due uomini, due ufficiali della Marina italiana, Raffaele Paolucci e Raffaele Rossetti, che avevano percorso a nuoto diversi chilometri in acque nemiche.

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havitato una mina magnetica allo scafo della corazzata e si erano poi fatti prigionieri pur di non rivelare i dettagli della loro missione. Quella notte di ottobre piantò un seme, un’idea militare radicale per l’epoca. Non hai bisogno di una flotta per distruggere una flotta. Hai bisogno di pochi uomini nel posto giusto con le competenze giuste e la determinazione necessaria.

L’idea fiorì 20 anni dopo nella seconda guerra mondiale con la decima flottiglia Mass e i suoi uomini Rana. Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre del 1941, sei incursori italiani a bordo di siluri a lenta corsa, i cosiddetti maiali, penetrarono nel porto di Alessandria d’Egitto, difeso dalla Royal Navy Britannica, e piazzarono cariche esplosive sotto due corazzate, la HMS Valiant e la HMS qui in Elizabeth e sotto una petroliera.

 Tutte e tre le navi andarono sul fondo o comunque vennero messe fuori combattimento per mesi. Sei uomini, tre navi da guerra, zero perdite italiane durante l’operazione. Gli inglesi rimase senza parole. I tedeschi vollero copiare il modello, gli americani presero nota, ma furono ancora gli italiani nel dopoguerra a costruire sistematicamente attorno a quell’eredità una dottrina operativa e un reparto d’elite che non ha mai smesso di perfezionarsi.

Il Comsubin nasce ufficialmente nel 1952 con sede a Varignano nel Golfo della Spezia. La scelta della sede non è casuale. Quel tratto di mare, con le sue correnti, le sue profondità variabili e le sue caratteristiche acustiche complesse diventa il laboratorio naturale dove generazioni di incursori vengono formate e testate.

La selezione è brutale. Il tasso di abbandono durante il corso base supera il 90%. Non perché gli istruttori cerchino di eliminare i candidati con sadismo, ma perché le missioni realiedono un livello di resistenza fisica, mentale e psicologica che semplicemente non è alla portata della maggioranza degli esseri umani.

Un operatore del Comsubin deve essere in grado di nuotare per ore in acque fredde, al buio, trasportando carichi pesanti, mantenendo la lucidità cognitiva necessaria per eseguire operazioni complesse. Deve saper sabotare strutture subacquee con le mani che tremano per il freddo e i polmoni che bruciano per la mancanza di ossigeno.

deve saper disinnescare ordigni, condurre ricognizioni, infiltrarsi in strutture portuali nemiche. E tutto questo rimanendo invisibile in un ambiente dove qualsiasi rumore, qualsiasi bolla d’aria, qualsiasi variazione nella pressione può tradirlo. La tecnologia aiuta, ma la tecnologia non è la risposta.

 La risposta sono gli uomini. Ed è qui che si trova il primo elemento di superiorità del coms subin rispetto a molti reparti analoghi nel mondo. La dottrina italiana si basa sulla primazia dell’operatore umano rispetto all’equipaggiamento, mentre altri corpi speciali subacquate investono massicciamente in sistemi di propulsione avanzati, in scafandri riscaldati, in tecnologie di navigazione sofisticate.

 Il ComSubin insegna ai propri incursori a sopravvivere e operare efficacemente anche quando la tecnologia viene meno. Questo li rende straordinariamente versatili e straordinariamente difficili da rilevare. Un operatore che dipende da un sistema di propulsione motorizzato produce suoni. Un operatore che nuota produce suoni minimi, variabili, difficilissimi da distinguere dal rumore di fondo del mare.

 Un operatore che usa sistemi di navigazione elettronici emette segnali. Un operatore che naviga con la bussola e la profondità non emette nulla. Nelle esercitazioni NATO questa filosofia ha prodotto risultati che hanno stupito e in alcuni casi imbarazzato i partner alleati. Ci sono rapporti mai ufficialmente confermati, ma ampiamente circolati negli ambienti militari, in cui operatori del COMSubin sono riusciti a raggiungere lo scafo di unità navali americane durante esercitazioni, a simulare il piazzamento di cariche esplosive e a ritirarsi senza

essere rilevati dai sistemi di sonar attivi della flotta. Le fotografie scattate dalla distanza ravvicinata servono esattamente a questo, a dimostrare che l’operazione è stata condotta con successo, che l’operatore era abbastanza vicino da colpire e che nessun sistema di difesa ha funzionato come avrebbe dovuto.

Perché le porta aerei americane sono così difficili da proteggere? La risposta potrebbe sembrare paradossale, proprio perché sono enormi. Una Carrier Strike Group americana comprende la porta aerei stessa che può raggiungere le 285 tonnellate di dislocamento nel caso della classe Gerald Rford più un nucleo di protezione che include normalmente uno o due incrociatori Ticon deroga, due o quattro cacciator pedinieri Harley Burk, uno o due sottomarini nucleari di attacco classe Virginia o Los Angeles e vari velivoli

ad ala fissa e rotante dedicati alla guerra antisommergibile. Il perimetro di protezione si estende per centinaia di miglia. I sistemi sonar sono tra i più sofisticati al mondo. Le procedure di sicurezza sono rigide e costantemente aggiornate. Eppure esiste una vulnerabilità strutturale che nessuna tecnologia ha ancora risolto completamente. La zona morta acustica.

Vicino allo scafo di una nave grande, i propri sistemi propulsivi creano un rumore di fondo che oscura i segnali provenienti da distanze ravvicinate. È come cercare di sentire un sussurro vicino a una cascata. I sonar passivi montati sullo scafo hanno difficoltà a distinguere un nuotatore silenzioso dal rumore ambientale.

 I sonar attivi, quelli che emettono impulsi acustici e aspettano l’eco di ritorno, possono rilevare sottomarini e siluri, ma faticano con oggetti piccoli, di bassa riflettività acustica che si muovono lentamente. Un incursore del comsubin che si avvicina alla porta aerei non attraversa il perimetro esterno della Carrier Strike Group. lo bypassa.

Non arriva attraverso i corridoi che le fregate controllano con i loro sonar. arriva da angolazioni che i sensori non coprono efficacemente. Non lo fa rapidamente nel modo in cui lo farebbe un siluro. Lo fa lentamente nel modo in cui lo fa un animale marino che ha imparato a muoversi senza attirare attenzione e quando arriva sotto lo scafo è già troppo tardi.

 Questo non significa che la marina americana sia incompetente, significa che esiste una categoria di minaccia per la quale non esiste una risposta tecnologica perfetta e che il Comsubin ha sviluppato nel tempo una competenza specifica in quella categoria. Vale la pena confrontare la dottrina italiana con quella di altri reparti analoghi nel mondo.

 I Navy Seal americani sono probabilmente il punto di riferimento universale per le forze speciali, ma la loro componente subacquea, i cosiddetti combat swimmers, ha una filosofia operativa diversa. I Seal puntano molto sull’integrazione tecnologica, sull’utilizzo di scooter subacquei, di sistemi di navigazione GPS modificati per uso subacqueo, di tutte specializzate.

Sono estremamente efficaci nelle operazioni di assalto anfibio diretto, nella neutralizzazione di obiettivi costieri, nelle operazioni di recupero in acque ostile. Sono però ottimizzati per scenari diversi da quelli in cui eccelle il COMS subin. Non necessariamente meglio in assoluto.

 Le comparazioni tra forze speciali sono sempre difficili e potenzialmente fuorvianti, ma in modo diverso, con una specificità tattica nell’infiltrazione subacquea ravvicinata di grandi unità navali che rimane la firma distintiva del reparto italiano. Parte di questa specificità viene dall’equipaggiamento. Il Comsubin utilizza sistemi di respirazione a circuito chiuso, le cosiddette autorespiranti ad ossigeno che non rilasciano bolle nell’acqua.

 Un subacqueo convenzionale con la bombola ad aria compressa espira e produce una colonna di bolle che sale verso la superficie, visibile da chiunque si trovi sopra. Un incursore con un sistema a circuito chiuso espira in un circuito interno che ricicla l’aria, depura l’anidride carbonica e la reette nei polmoni.

 Zero bolle, zero segnale visivo in superficie, zero rumore aggiuntivo. sono addestrati a capire come funziona la mente di chi quelle difese le ha costruite, a trovare le assunzioni implicite nei sistemi di sicurezza, a sfruttare non le debolezze tecnologiche che vengono continuamente aggiornate e corrette, ma le debolezze cognitive e organizzative che nessun aggiornamento software può eliminare.

Ogni sistema di sicurezza navale è progettato da esseri umani. Gli esseri umani tendono a pensare in termini di scenari probabili, non di scenari possibili. tendono a ottimizzare le difese contro le minacce che hanno già incontrato, non contro quelle che non hanno ancora immaginato. Tendono a costruire sistemi che funzionano bene nelle condizioni per cui sono stati progettati e che mostrano le loro debolezze nelle condizioni marginali, nelle zone grigie, negli scenari che non figurano nei manuali operativi.

Il Comsubin opera sistematicamente in quelle zone grigie. Questo spiega perché le fotografie scattate sotto lo scafo della porta aerei americana producono un effetto così dirompente. Non è solo una questione di orgoglio ferito, è una questione tecnica e dottrinale di primaria importanza. Se un incursore è riuscito ad arrivare lì, poteva portare con sé un ordigno.

 Se poteva portare un ordigno, poteva affondare o comunque danneggiare gravemente una nave da guerra da 90.000 tonnellate con un costo in termini di risorse infinitamente inferiore a quello necessario per costruirla. Una porta aerei americana costa circa 13 miliardi di dollari. Un incursore del Comubin con una carica esplosiva costa una frazione infinitesimale di quella cifra.

 Questo squilibrio tra costo dell’attacco e costo della difesa è uno dei principi fondamentali della guerra asimmetrica e il Comubin ne è un maestro. In un’epoca in cui il dibattito militare è dominato da discussioni su droni, intelligenza artificiale, sistemi d’arma ipersonici e guerra cibernetica, la storia del CSubin ricorda che alcune delle vulnerabilità più profonde dei sistemi militari moderni non sono tecnologiche, sono umane, sono cognitive, sono dottrinali.

I grandi eserciti tendono a organizzarsi attorno alle minacce che riescono a misurare e a quantificare. Un sottomarino nucleare emette segnali acustici che i sonar possono rilevare e classificare. Un missile balistico ha una traiettoria che i radar possono calcolare e i sistemi di difesa possono intercettare.

Un incursore che nuota nell’oscurità, senza emettere bolle, senza usare propulsione elettronica, con la bussola e l’approfondimetro e 40 anni di tradizione alle spalle. è qualcosa di molto più difficile da misurare, classificare e contrastare. Le esercitazioni NATO in cui il ComSubin ha ripetutamente dimostrato di poter raggiungere obiettivi teoricamente irraggiungibili non sono rimaste senza conseguenze.

 Le marine alleate hanno investito risorse significative nel miglioramento delle difese contro le minacce subacquee ravvicinate. Sono stati sviluppati sistemi sonar a corta distanza, specificamente progettati per rilevare nuotatori. Sono state introdotte procedure di sorveglianza perimetrale più intensive. Sono stati studiati sensori di pressione e rilevatori di disturbi idrodinamici.

Il problema è che ogni contromisura produce una risposta. Gli incursori si adattano, le tecniche evolvono, la dottrina si affina. È una competizione senza fine tra chi difende e chi attacca. E in quella competizione un reparto con 70 anni di storia specialistica e una cultura operativa costruita sulla primazia dell’operatore umano ha un vantaggio difficile da colmare.

 Quello che rende il Comsubin particolarmente rilevante nel contesto strategico contemporaneo non è solo la sua storia di successi nelle esercitazioni, è la sua capacità di operare in scenari reali di crisi. Nel corso degli anni il reparto ha condotto operazioni di recupero, operazioni di bonifica di ordigni esplosivi in fondali marini, operazioni di supporto a missioni diplomatiche in zone di conflitto, operazioni di ricognizione in acque internazionali.

 Gran parte di queste operazioni non è mai diventata di dominio pubblico per ovvie ragioni di sicurezza operativa. Ma le fotografie della porta aerei americana sono diventate un simbolo. Non perché vengano pubblicate o diffuse, non lo sono. Non perché vengano usate come strumento di propaganda, non vengono usate in questo modo, ma perché circolano riservate negli ambienti militari dove chi pianifica la sicurezza navale sa cosa significano.

 significano che esiste una categoria di operatori che può avvicinarsi a qualsiasi nave del mondo in qualsiasi condizione e portare a termine la propria missione. Significano che la distanza sicura non esiste, che il perimetro di difesa non è mai abbastanza esteso, che l’assunzione secondo cui una grande flotta è automaticamente al sicuro dalle minacce subacquee convenzionali è sbagliata.

significano che gli eredi di Luigi Durand della Penne e dei maiali della decima mass sono ancora lì nel buio del Mediterraneo, a ricordare al mondo che la storia militare italiana non è solo una questione di passato. Il mare è piatto, la notte è senza luna e qualcosa si muove nell’oscurità, silenzioso e invisibile, come ha sempre fatto.

 C’è un ultimo aspetto che merita attenzione e che raramente viene affrontato nelle analisi mainstream sulla sicurezza marittima. Il ruolo del comsubin nella deterrenza psicologica. La deterrenza militare classica si basa sulla certezza della risposta. Un avversario non attacca perché sa che la risposta sarà devastante, ma esiste anche una forma più sottile di deterrenza che non si basa sulla forza bruta, ma sulla percezione dell’invulnerabilità.

Una porta aerei americana proietta potere non solo attraverso i suoi aerei e i suoi missili, ma attraverso l’immagine di una fortezza inespugnabile. Quando quella immagine viene incrinata, anche solo in un rapporto classificato che pochi leggono, la deterrenza psicologica si erode nella dottrina navale contemporanea la protezione delle porte aerei è considerata una priorità assoluta, non solo per ragioni operative, ma per ragioni simboliche.

 Una porta aerei affondata o gravemente danneggiata in uno scenario di conflitto reale avrebbe effetti che vanno ben oltre la perdita materiale del mezzo. Sarebbe un messaggio politico di portata storica e il fatto che operatori del COMSubin abbiano dimostrato in condizioni controllate la capacità teorica di raggiungere quello scafo è un dato che i pianificatori militari americani non possono ignorare.

 Non si tratta di antagonismo tra alleati. L’Italia e gli Stati Uniti sono partner strategici profondi legati da decenni di cooperazione NATO. Le esercitazioni in cui il COMSubin sfida le difese americane non sono atti ostili, sono strumenti di miglioramento reciproco. La Marina americana impara dove sono le sue vulnerabilità.

 Il Comsubin affina le proprie tecniche contro i migliori sistemi di difesa disponibili. Entrambi escono migliori dall’esperienza, ma le fotografie rimangono e il messaggio che portano è chiaro a chiunque sappia leggerlo. Bisogna anche considerare il contesto geopolitico più ampio in cui il COMSubin opera.

 Nel Mediterraneo del XX secolo il traffico di navi militari di potenze rivali è in costante aumento. La Russia ha rafforzato la presenza della sua flotta del Mar Nero e le sue unità transitano sempre più frequentemente attraverso lo stretto dei Dardanelli verso le acque del Mediterraneo orientale. La Cina ha sviluppato una presenza navale nel Mar Arabico e nell’Oceano indiano con una proiezione verso il Mediterraneo che fino a 20 anni fa sarebbe sembrata fantascienza.

In questo scenario la capacità del COMSubin di operare in modo invisibile e di raccogliere informazioni ravvicinate assume un valore strategico che va ben oltre le esercitazioni NATO. è una capacità reale in tempo reale, in un mare reale dove le tensioni non sono simulazioni. L’eredità della decima Mass, filtrata attraverso decenni di evoluzione tecnica e dottrinale, produce oggi nel Mediterraneo e nei mari del mondo un reparto che incarna una lezione militare di valore universale.

La superiorità tecnologica assoluta non esiste. Per ogni sistema di sicurezza esiste una vulnerabilità.

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