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15 bambini scomparsi durante una gita scolastica nel 1986: un autobus sepolto ritrovato 32 anni dopo

Il venerdì 24 ottobre 1986, poco prima delle 7:00 del mattino, un gruppo di 15 bambini di età, compresa tra i 10 e i 12 anni, scomparve senza lasciare traccia in qualche punto della strada secondaria che collega Montecroce di Mugello con le colline di Vicchio in provincia di Firenze.

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L’escursione organizzata dalla scuola elementare Giuseppe Mazzini di Montecroce era stata programmata per visitare una zona archeologica vicina come parte delle attività culturali del mese. Il tragitto previsto non superava i 40 km e i genitori avevano firmato le autorizzazioni due settimane prima, confidando che il trasporto contrattato e l’itinerario ufficiale garantissero un viaggio sicuro.

Quel giorno il cielo si svegliò coperto con una pioggerella persistente che bagnava i lastricati del borgo alle 06:58. Secondo la testimonianza di un commerciante del mercato centrale, l’autobus scolastico color crema con strisce verdi laterali e la targa scritta a mano sul parabrezza posteriore, fu visto per l’ultima volta scendere lentamente per la discesa verso l’uscita del comune.

Dentro c’erano i 15 alunni, otto bambine e sette bambini, accompagnati dalla professoressa supplente Maddalena Rossi e da un autista esterno chiamato Lazzaro Rinaldi, assunto per coprire il tragitto a causa del congedo medico dell’autista abituale. Passarono le ore e l’autobus non tornò. Alle 16:00 alcune madri iniziarono a raggrupparsi davanti alla scuola, sconcertate dal silenzio.

La direttrice non aveva informazioni. Alle 17:10 un padre di famiglia si recò al posto della polizia municipale per denunciare l’assenza del gruppo. La prima pattuglia fu inviata 20 minuti dopo, ma al calare della notte, con le piogge che si intensificavano e la visibilità ridotta, la ricerca fu interrotta dopo aver coperto appena 10 km del percorso programmato.

Il giorno seguente volontari, soldati e vicini si unirono alla ricerca controllando strade secondarie, burroni e incroci rurali. Non c’erano tracce dell’autobus, né resti di pneumatici, né segni di incidenti, nemmeno chiamate, note, richieste, solo il silenzio. Un silenzio che da quel giorno rimase incastrato nelle pareti di ogni casa di Montecroce, dove un bambino non tornò mai più a varcare la soglia.

I registri del libro di transito scolastico furono verificati. Tutto sembrava essere in regola. nomi, firme, data, destinazione, ma qualcosa non quadrava. La famiglia della professoressa insisteva che lei non conosceva la zona archeologica assegnata come destinazione. Non c’era mai stata. Alcuni genitori ricordavano vagamente che durante la riunione informativa si era menzionato un sito diverso, la confusione crebbe.

L’unico adulto fuori dal sistema scolastico, l’autista Lazzaro Rinaldi, aveva un fascicolo irregolare. Era stato assunto attraverso una subappaltatrice senza documentazione locale né referenze ufficiali. Quando vollero contattarlo era già troppo tardi, non si presentò più da nessuna parte. Il suo indirizzo nell’archivio era falso e la sua scheda lavorativa si dissolse insieme all’autobus.

Quel giorno, il 24 ottobre 1986, si trasformò in una ferita aperta. I media nazionali coprirono l’evento per una settimana, poi scomparve dai titoli. Le famiglie, senza corpi, senza resti, senza testimonianze, furono spinte nell’abisso dell’attesa muta. Alcuni genitori morirono senza risposte, altri continuarono a pellegrinare ogni anno per strade dimenticate con la fotografia del bambino piegata in tasca e la domanda intatta.

Durante i primi anni successivi alla scomparsa, le ricerche ufficiali divennero sporadiche e col tempo quasi simboliche. Le promesse delle autorità regionali di arrivare fino in fondo si dissolero tra cambi di amministrazione e cartelle archiviate senza risoluzione. I genitori fondarono un piccolo comitato cittadino chiamato Voci di ottobre e ogni anniversario organizzavano camminate silenziose per le strade di Montecroce, portando cartelli con le fotografie dei 15 bambini.

In ogni marcia una fila di candele precedeva i nomi letti ad alta voce, come se pronunciarli fosse un modo per non lasciare che la terra li inghiottisse completamente. Il comitato riuscì per anni a ottenere piccoli aiuti per continuare la ricerca. una ruspa donata da un’organizzazione canadese, mappe topografiche cedute dall’Università di Firenze, persino il supporto di un paio di investigatori che credevano che il caso potesse essere collegato a una rete di tratta attiva negli anni 80, ma nessuna pista prosperò.

Nel 1993 un sacerdote francescano disse di aver visto l’autobus su una strada vicino a Borgo San Lorenzo, ma quando inviarono squadre non trovarono nulla. Nel 2001 un articolo in un giornale della capitale affermava che uno dei bambini era stato localizzato a Milano. Era falso. Nel 2009 una chiamata anonima assicurava che l’autobus era sprofondato in un canale agricolo tra Diicomano e Rufina.

prosciugarono il tratto. Niente. La lista di falsi allarmi crebbe come uno scherzo macabro del destino, alimentando la frustrazione e indebolendo la speranza. Nel 2010 il comitato Voci di ottobre contava appena cinque membri attivi. Dei genitori originali ne rimanevano solo tre. Gli altri erano morti o si erano trasferiti.

Alcune famiglie vendettero le loro case e partirono dal paese, incapaci di convivere con l’ombra. Altre adottarono il silenzio come forma di resistenza. Il caso fu ufficialmente chiuso dalla procura nel 1998, anche se una nuova cartella digitale fu riaperta nel 2012 come parte di un’iniziativa per rivedere scomparse storiche irrisolte.

Non portò risultati, le prove erano minime, i documenti incompleti, le versioni contraddittorie. Nel 2018, quando si compirono 32 anni dalla scomparsa, un giornalista di Firenze pubblicò un reportage intitolato L’autobus fantasma di Montecroce. Il testo, benché ben scritto, non conteneva rivelazioni, appena una ricostruzione di fatti già noti, senza fonti nuove né ipotesi solide.

Tuttavia l’articolo circolò sui social network e riavvivò il ricordo di quei bambini, la cui traccia si era dissolta tra l’asfalto bagnato e le pieghe delle colline, eppure il suolo conservava ancora memoria. La mattina del 3 marzo 2019 tre operai della società Telecom Italia Mobile lavoravano sul versante boscoso di un terreno comunale a 7 km a nord di Vicchio, in una radura dove si progettava di installare una torre di telecomunicazioni di 30 m.

Il terreno, denso e coperto di sterpaglie era rimasto vergine per decenni. I vicini lo evitavano. Dicevano che lì i machete affondavano senza eco e che l’acqua sapeva di ferro quando si scavava molto in profondità. Durante i primi scavi, una delle ruspe si imbattè in qualcosa di metallico, un rumore secco, vuoto, come di colpo contro una carcassa dimenticata.

L’operatore fermò la macchina e scendendo scoprirono quello che sembrava un frammento arrugginito del paraurti anteriore di un veicolo. Rimuovendo la terra con più attenzione, emerse una targa bianca piegata, coperta di ruggine e radici. La targa coincideva con gli archivi scolastici del 1986. La polizia locale fu avvisata, ma fu il medico legale di Borgo San Lorenzo, il dottor Giuseppe Benedetti, a confermare la portata della scoperta.

Quello che riposava lì sotto appena 1 metro e me di terra compattata e muschio, non era un semplice veicolo abbandonato. Si trattava dell’autobus scolastico scomparso 33 anni prima. Il telaio era semiinterrato con la carrozzeria severamente deformata dall’umidità e dal peso del terreno, ma ancora riconoscibile.

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