Il 31 luglio 1992 lo Space Shuttle Atlantis atterrò sulla pista del Kennedy Space Center in Florida, completando la missione STS46. A bordo c’era Franco Malerba, il primo astronauta italiano che tornava da 8 giorni nello spazio. Le telecamere di tutto il mondo catturarono il suo sorriso mentre scendeva dalla navetta, ma pochi notarono qualcosa di strano.
Nei giorni successivi malerba sembrava diverso. I suoi occhi avevano un’espressione inquieta, come se avesse visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Nei ufficialmente la ragione era tecnica. Problemi di budget, cambiamenti nei programmi, priorità diverse. Ma chi conosceva l’astronauta italiano da vicino sussurrava un’altra storia.
Ma l’erba aveva visto qualcosa lassù, qualcosa che non avrebbe dovuto vedere e aveva fatto l’errore di parlarne. Cosa vide Franco Malerba durante quella missione? Perché un astronauta promettente con eccellenti qualifiche tecniche e grande entusiasmo venne improvvisamente escluso dal programma spaziale? e soprattutto quali segreti si nascondono nelle orbite terrestri che certe agenzie spaziali vogliono mantenere nascosti al pubblico? Per comprendere questa storia dobbiamo tornare indietro nel tempo, agli anni in
cui Franco Malerba sognava di diventare astronauta. Nato era il tipo di profilo perfetto per un astronauta, intelligente, disciplinato, con una solida formazione scientifica. Nel 1989 l’Agenzia Spaziale Italiana selezionò Malerba come parte di un gruppo di candidati astronauti. L’Italia, come membro dell’Agenzia Spaziale Europea, aveva ottenuto il diritto di inviare propri cittadini nello spazio attraverso accordi con la NASA.
Ma l’erba superò tutti i test fisici e psicologici, dimostrando di avere non solo le capacità tecniche necessarie, ma anche la stabilità mentale e la resistenza fisica richieste per sopportare le condizioni estreme dello spazio. L’addestramento fu intenso e durato 3 anni. Maler gli AS. Ma alcuni astronauti veterani lasciavano intendere che c’era di più.
Durante l’addestramento, Malerba strinse amicizia con alcuni astronauti americani che avevano già volato nello spazio. Uno di loro, durante una conversazione informale, gli disse qualcosa che lo colpì. Franco, quando sarai lassù vedrai cose incredibili. Alcune ti verrà permesso di parlarne, altre no. Se vedi qualcosa di strano, qualcosa che non dovrebbe essere lì, pensa molto attentamente prima di menzionarlo a qualcuno.
Ci sono cose che è meglio non vedere e se le vedi è meglio far finta di non averle viste. Malerba non capì pienamente il significato di quelle parole fino a quando non si trovò effettivamente nello spazio. Il 31 luglio 1992 lo Shuttle Atlantis decollò dal Kennedy Space Center con a bordo un equipaggio di sette persone. Oltre a Malerba c’erano il comandante Lawrence Schver, il pilota Andrew Allen e gli specialisti di missione Claude Nicollier, Marsha Ivins, Jeffrey Hoffman e Franklin Chang Diaz.
La missione principale era il dispiegamento del satellite TSS1. Tethered Satellite System, un esperimento italo-americano per testare la generazione di energia elettrica tramite un cavo conduttore lungo 20 km. I primi giorni della missione procedettero normalmente, ma l’erba era entusiasta, affascinato dalla vista della Terra, dallo spazio, dalla sensazione di galleggiare in assenza di gravità, dall’esperienza di vivere in un ambiente così estremo e alieno.

Prese centinaia di fotografie, condusse gli esperimenti assegnati, comunicò regolarmente con il controllo missione a Houston. Tutto sembrava andare secondo i piani, ma il quarto giorno della missione accadde qualcosa che cambiò tutto. Era il 3 agosto e Malerba era al finestrino della cabina osservando la terra sottostante.
L’Atlantis stava passando sopra l’oceano Pacifico, in una zona remota, lontana da qualsiasi rotta aerea commerciale. Il cielo era limpido, senza nuvole e la visibilità era perfetta. Improvvisamente, Malerba notò qualcosa di strano nell’orbita sotto di loro. All’inizio pensò fosse un pezzo di detrito spaziale, forse un vecchio satellite abbandonato o un frammento di un razzo.
Ma man mano che l’oggetto si avvicinava, si rese conto che non era come niente che avesse mai visto prima. L’oggetto era grande, forse 10 m diametro, di forma triangolare e sembrava emettere una debole luminescenza bluastra. Si muoveva in un modo che sfidava le leggi della fisica orbitale. Accelerava, decelerava, cambiava direzione improvvisamente, come se fosse controllato da una qualche intelligenza.
Ma l’erba chiamò gli altri membri dell’equipaggio per mostrare loro l’oggetto. Claude Nicolli, l’astronauta svizzero, guardò attraverso il finestrino e confermò di vedere lo stesso oggetto. Anche Marsha Evins lo vide. Per alcuni minuti tre astronauti osservarono questo oggetto misterioso muoversi in modi impossibili nell’orbita terrestre.
Ma l’erba prese la sua macchina fotografica e scattò diverse foto. Poi improvvisamente l’oggetto accelerò a una velocità incredibile e scomparve dalla vista. L’intero avvistamento era durato forse 5 minuti, ma per malerba sembrò un’eternità. Si guardò con gli altri astronauti cercando conferma che avevano visto la stessa cosa.
C’era un’espressione di stupore e confusione sui loro volti. La domanda immediata fu: “Cosa fare? Dovevano riportare l’avvistamento al controllo missione?” Ma cosa avrebbero detto esattamente? Che avevano visto un UFO? Malerba si ricordò dell’avvertimento del suo amico astronauta durante l’addestramento, ma decise che, come scienziato, aveva il dovere di riportare qualsiasi anomalia osservata.
preparò un rapporto dettagliato dell’avvistamento, includendo l’ora esatta la posizione dell’orbita, la descrizione dell’oggetto e il fatto che altri due membri dell’equipaggio avevano confermato l’osservazione. Quando trasmise il rapporto al controllo missione, la risposta fu strana. Ci fu un lungo silenzio, poi una voce diversa dal solito Capcom rispose dicendo che il rapporto era stato ricevuto e che sarebbe stato analizzato.
Non ci furono domande di follow-up, nessuna richiesta di dettagli aggiuntivi, nessuna discussione, solo un laconico riconoscimento. Ma l’erba trovò questo molto insolito. In genere il controllo missione era molto interessato a qualsiasi anomalia. Faceva molte domande, voleva capire ogni dettaglio, ma in questo caso sembravano voler chiudere la conversazione il più rapidamente possibile.
E nei giorni rimanenti della missione nessuno da Houston menzionò mai più l’incidente. Ma Malerba non era l’unico ad aver notato qualcosa di strano. Cosa avevano visto esattamente lui e gli altri astronauti e perché il controllo missione sembrava così ansioso di ignorare il rapporto. Nei giorni successivi all’avvistamento l’atmosfera a bordo dell’Atlantis cambiò sottilmente, ma l’erba notò che gli altri membri dell’equipaggio che avevano visto l’oggetto misterioso, Nicolier e Evins, sembravano riluttanti a parlarne.
Quando tentò di discutere l’incidente privatamente con loro, ricevette risposte evasive. Nicolier gli disse semplicemente: “Franco, forse è meglio lasciar perdere. Queste cose succedono nello spazio. Non sempre abbiamo spiegazioni per tutto quello che vediamo.” Ivins fu ancora più diretta. Ho una famiglia a casa, ho una carriera, non voglio complicazioni.
Ma l’erba rimase perplesso da queste reazioni. Come scienziati non avrebbero dovuto essere curiosi di capire cosa avessero osservato, perché sembravano quasi spaventati dall’idea di indagare ulteriormente, ma non insistette. continuò a svolgere i suoi compiti durante il resto della missione, ma una parte della sua mente continuava a ritornare a quell’oggetto triangolare luminescente e ai suoi movimenti impossibili.
Il rientro sulla Terra avvenne senza problemi. L’Atlantis atterrò il 31 luglio. La missione era stata estesa di un giorno oltre la data originale di rientro e l’equipaggio venne accolto come eroi. Ma l’erba in particolare ricevette un’accoglienza trionfale in Italia. era il primo italiano nello spazio, un motivo di orgoglio nazionale.
Venne intervistato da dozzine di giornalisti, apparve in televisione, partecipò a cerimonie ufficiali. Il presidente della Repubblica lo ricevette al Quirinale. Era un momento di gloria, ma durante tutte queste interviste e apparizioni pubbliche, Malerba non menzionò mai l’avvistamento. Quando i giornalisti gli chiedevano delle esperienze più memorabili della missione, parlava della vista mozzafiato della Terra, della sensazione di fluttuare nello spazio, degli esperimenti scientifici condotti, ma dell’oggetto triangolare, non una
parola. Non perché gli fosse stato esplicitamente ordinato di tacere, nessuno gli aveva dato tale istruzione, ma perché aveva sviluppato un istinto che gli diceva che sarebbe stato meglio non parlarne pubblicamente. Tuttavia, Malerba era un uomo di scienza e la curiosità lo rodeva. Alcune settimane dopo il rientro, quando l’euforia iniziale si fu calmata, cercò di ottenere informazioni sull’incidente.
contattò alcuni funzionari della NASA chiedendo se ci fossero stati i rapporti di altri avvistamenti simili, se l’oggetto fosse stato identificato, se ci fosse una spiegazione. Le risposte che ricevette furono vaghe e insoddisfacenti. Gli venne detto che probabilmente si era trattato di un satellite sperimentale o forse di un fenomeno ottico causato dalla rifrazione della luce solare attraverso l’atmosfera o di un pezzo di detrito spaziale che aveva riflesso la luce in modo insolito.
Ma malerba sapeva che nessuna di queste spiegazioni reggeva. Un satellite non si muove nel modo in cui si era mosso quell’oggetto. Un fenomeno ottico non viene visto simultaneamente da tre persone diverse da angolazioni leggermente diverse. E un pezzo di detrito spaziale non emette una luminescenza propria.
Stava venendo preso in giro e lo sapeva. Decise allora di fare qualcosa di rischioso. Aveva conservato le fotografie che aveva scattato dell’oggetto. Le foto erano tecnicamente proprietà della NASA, come tutto il materiale documentario prodotto durante una missione spaziale. Ma Malerba aveva fatto delle copie personali prima di consegnare i rullini ufficiali.
Adesso, esaminando quelle foto con attenzione, vide chiaramente che l’oggetto nelle immagini non era un satellite convenzionale. La sua forma era troppo regolare, troppo geometrica e nelle foto dove l’oggetto era in movimento c’era una sorta di scia o distorsione nello spazio circostante, come se l’oggetto stesse manipolando in qualche modo l’ambiente intorno a sé.
Malerba mostrò le foto a un collega fisico dell’Università di Genova, senza specificare dove e come le avesse scattate. Il collega, dopo averle esaminate, disse: “Franco, questo non è un oggetto naturale e se è artificiale, allora è stato costruito con una tecnologia che non conosciamo”. Dove le hai prese queste foto? Malerba inventò una scusa vaga, ma il collega non era stupido.
Guardò Malerba con un’espressione strana e disse: “Stai attento, amico. Se queste foto mostrano quello che penso mostrino, sei in un territorio molto pericoloso.” Nel frattempo, Malerba iniziò a notare alcune cose strane. La sua posta sembrava essere stata aperta e poi richiusa con cura. Il suo telefono faceva strani click e rumori di fondo durante le conversazioni.
Un paio di volte notò una macchina con vetri oscurati parcheggiata vicino alla sua casa con qualcuno all’interno che sembrava osservarlo. All’inizio pensò fosse paranoia, una reazione psicologica normale dopo un’esperienza così intensa come un volo spaziale, ma poi iniziò a pensare che forse non era paranoia.
Tre mesi dopo il rientro, Malerba venne convocato a una riunione con funzionari dell’Agenzia Spaziale Italiana e rappresentanti della NASA. Gli venne detto che c’erano stati alcuni problemi amministrativi con la sua missione. Niente di serio, solo alcune questioni da chiarire. Ma quando arrivò alla riunione l’atmosfera era tesa e formale.
Gli vennero fatte domande molto specifiche su cosa avesse osservato durante la missione, se avesse discusso le sue osservazioni con qualcuno, se avesse preso materiale fotografico o documentario che non fosse stato ufficialmente consegnato. Ma l’erba, sentendosi sempre più a disagio, rispose con cautela. ammise di aver osservato un oggetto non identificato, ma disse che non ne aveva discusso pubblicamente.
Quando gli chiesero delle fotografie, esitò. sapeva che mentire sarebbe stato pericoloso. Probabilmente sapevano già delle foto, ma ammettere di averle prese e conservate lo avrebbe messo in una posizione vulnerabile. Alla fine ammise di aver scattato foto, ma disse che le aveva consegnate tutte insieme agli altri materiali della missione.
Uno dei funzionari americani, un uomo con gli occhiali e un’espressione severa, lo guardò a lungo e poi disse: “Dottor Malerba, lei è un uomo intelligente, capisce che ci sono aspetti del programma spaziale che non possono essere discussi pubblicamente per ragioni di sicurezza nazionale. Capisce anche che la sua carriera futura come astronauta dipende dalla sua capacità di rispettare certe discrezioni.
” Il messaggio era chiaro. Sta zitto o la tua carriera è finita. Ma l’erba lasciò quella riunione sentendosi arrabbiato e frustrato. Era tornato dallo spazio come un eroe nazionale, ma adesso veniva trattato come un potenziale problema di sicurezza. Ma cosa c’era di così pericoloso in quello che aveva visto? Perché tanta segretezza intorno a un avvistamento che, anche se misterioso, non sembrava rappresentare una minaccia diretta.
Nei mesi successivi Malerba iniziò a fare ricerche. Scoprì che il suo non era affatto un caso isolato. Molti Edgar Mitchell, che aveva camminato sulla Luna durante la missione Apollo Xic aveva fatto dichiarazioni simili. Brian Olarry, un altro ex astronauta, aveva parlato di una cospirazione del silenzio riguardo agli incontri con fenomeni inspiegabili nello spazio.
Ma Malerba notò anche un pattern. Quasi tutti questi astronauti avevano parlato di questi avvistamenti solo dopo essersi ritirati dal servizio attivo. Quelli che ne avevano parlato durante la loro carriera attiva avevano visto le loro carriere bruscamente interrotte. Era come se esistesse una regola non scritta.
Puoi vedere cose strane nello spazio, ma non puoi parlarne finché sei ancora parte del programma e se parli paghi il prezzo. Cosa doveva fare Malerba? Accettare il silenzio e sperare di volare di nuovo nello spazio o seguire la sua coscienza di scienziato e cercare la verità anche a costo della sua carriera. Nel 1993, un anno dopo la sua missione spaziale, Franco Malerba prese una decisione che avrebbe segnato il resto della sua vita.
Durante una conferenza scientifica a Roma, alla quale partecipava come relatore invitato, un giornalista scientifico gli fece una domanda apparentemente innocua. Dottor Malerba, durante la sua missione ha osservato fenomeni inaspettati o insoliti? Era una domanda standard, probabilmente pensata per suscitare aneddoti interessanti sulla vita nello spazio.
Ma Malerba decise in quel momento di dire la verità. Sì, rispose con voce calma ma ferma. Ho osservato un oggetto che non corrispondeva a nessuna descrizione di satelliti conosciuti o detriti spaziali. si muoveva in modi che sfidavano la mia comprensione della fisica orbitale. Non so cosa fosse, ma so che non era un fenomeno naturale né un manufatto umano convenzionale.
La sala conferenze si fece silenziosa. Gli altri relatori sul palco lo guardarono con espressioni che andavano dallo shock all’allarme. Un funzionario dell’ASI presente nella sala si alzò bruscamente e lasciò la stanza, probabilmente per fare una telefonata urgente. La dichiarazione di Malerba venne riportata da alcuni giornali italiani il giorno successivo, anche se in modo piuttosto sottotono, ma nell’ambiente spaziale internazionale le sue parole causarono un terremoto.
entro 48 ore, ma l’erba ricevette telefonate arrabbiate da funzionari sia dell’ASI che della NASA. Gli venne detto che aveva violato protocolli di sicurezza, che aveva messo a rischio le future collaborazioni italo-americane nello spazio, che aveva danneggiato la sua reputazione professionale e quella del programma spaziale italiano.
Ma la reazione più significativa venne da un’altra fonte. Tre giorni dopo la conferenza, Malerba ricevette una visita da due uomini che si identificarono come consulenti di sicurezza per il programma spaziale. Questi uomini, che parlavano italiano con un leggero accento americano, furono cortesi, ma inequivocabilmente minacciosi.
Si sedettero nel salotto di Malerba e gli spiegarono, in termini molto chiari, le conseguenze delle sue azioni. Dottor Malerba, disse uno di loro, lei ha firmato accordi di riservatezza quando è entrato nel programma astronauti. Questi accordi coprono qualsiasi informazione sensibile che potrebbe aver acquisito durante la sua missione.
Discutendo pubblicamente di avvistamenti non verificati, lei ha violato questi accordi. Questo potrebbe avere serie conseguenze legali, ma l’erba obiettò che non aveva rivelato nessuna informazione classificata. solo le sue osservazioni personali, ma gli uomini scossero la testa. Le sue osservazioni personali fatte durante una missione ufficiale, utilizzando equipaggiamento governativo, non sono sue, appartengono al programma e il programma decide cosa può essere reso pubblico e cosa no.
Poi venne la parte ancora più inquietante. Il secondo uomo tirò fuori una cartella e la aprì, mostrando a Malerba alcune fotografie. Erano le foto che Malerba aveva scattato dell’oggetto misterioso, quelle che aveva conservato privatamente. “Come avete ottenuto queste?” chiese Malerba, sentendo il sangue gelarsi nelle vene.
L’uomo sorrise senza allegria. Noi otteniamo ciò che dobbiamo ottenere, dottore. La vera o sarà saggio e accetterà che ci sono aspetti del programma spaziale che devono rimanere confidenziali, ma l’erba si trovò di fronte a una scelta impossibile. Da un lato il suo istinto di scienziato gli diceva di perseguire la verità, di non accettare la censura.
di rendere pubblico ciò che aveva visto. Dall’altro capiva chiaramente che continuare su quella strada avrebbe avuto conseguenze gravi. E non si trattava solo della sua carriera come astronauta. Quella, sospettava era già finita. Si trattava di qualcosa di più fondamentale, la sua capacità di continuare a lavorare come scienziato, di mantenere la sua reputazione professionale, forse anche la sua sicurezza fisica.
Dopo che gli uomini se ne andarono, Malerba rimase seduto da solo per ore, riflettendo. Quella sera chiamò Claude Nicollietier, il suo collega astronauta svizzero, che aveva condiviso l’avvistamento. Nicolier fu freddo al telefono. Franco, ti avevo detto di lasciar perdere perché c’è la sopravvivenza della carriera, la sicurezza della famiglia, la capacità di continuare a lavorare.
A volte il prezzo della verità è troppo alto. Nei mesi successivi divenne chiaro che la carriera spaziale di Malerba era effettivamente finita. non ricevette più nessuna chiamata per nuove missioni. Quando chiedeva informazioni sui futuri voli italiani, gli venivano date risposte evasive. Ufficialmente non gli fu mai detto che era stato bandito dal programma, semplicemente non venne mai più considerato per nessuna missione.
Altri astronauti italiani volarono nello spazio negli anni successivi. Maurizio Keli nel 1996, Umberto Guidoni nel 2001, ma Malerba, il primo italiano nello spazio, rimase a terra. Ma Malerba non rimase completamente silenzioso, anche se in interviste e articoli argomentava che il pubblico aveva il diritto di sapere cosa succedeva nello spazio, che la scienza non poteva progredire in un ambiente di segretezza totale, che gli astronauti non dovrebbero essere costretti a firmare accordi di riservatezza così ampi da
impedire loro di discutere le loro osservazioni scientifiche. Queste affermazioni, anche se più moderate della sua dichiarazione originale, non furono ben accolte dalle autorità spaziali, ma l’erba iniziò a essere escluso non solo dalle missioni spaziali, ma anche da certi eventi e conferenze dell’industria spaziale.
Venne visto come un troublemaker, qualcuno che non capiva o non accettava le necessità di sicurezza e riservatezza del programma spaziale. nel 1995, ma l’erba decise di fare un passo ancora più audace. Scrisse un articolo per una rivista scientifica italiana intitolato La necessità di trasparenza nella ricerca spaziale.
Nell’articolo, senza menzionare il suo avvistamento specifico, argomentava che troppi aspetti del programma spaziale erano avvolti nella segretezza ingiustificata. citava esempi di scoperte scientifiche che erano state ritardate o nascoste per ragioni di sicurezza nazionale che erano in realtà pretestuose e concludeva che questa cultura della segretezza stava danneggiando non solo il progresso scientifico, ma anche la fiducia del pubblico nel programma spaziale.
L’articolo causò un altro tumulto. Alcuni scienziati applaudirono il coraggio di Malerba. Ma altri lo criticarono aspramente, accusandolo di ingenuità, di non capire le complessità della politica spaziale internazionale, di mettere a rischio la sicurezza nazionale con la sua insistenza sulla trasparenza. Un editoriale su una importante rivista aerospaziale americana lo definì un astronauta con un solo volo che pensa di sapere più di coloro che hanno costruito e gestito il programma spaziale per decenni.
Ma forse la reazione più rivelatrice venne da un collega scienziato che aveva lavorato per anni con la NASA. Quest’uomo, che chiese di rimanere anonimo, contattò Malerba privatamente e gli disse: “Franco, ammiro il tuo coraggio, ma devi capire contro cosa stai combattendo.” Non si tratta solo della NASA o dell’ASI, c’è tutta una struttura internazionale che coinvolge agenzie spaziali, militari e intelligence di molti paesi dedicata a mantenere certi segreti.
E uno di questi segreti riguarda esattamente ciò che tu hai visto, la presenza nello spazio di oggetti e fenomeni che non possiamo o non vogliamo spiegare pubblicamente. Quest’uomo continuò abbassando la voce, anche se erano soli. La ragione per questa segretezza non è necessariamente sinistra, è che nessuno sa veramente cosa sono questi oggetti.
Sono veicoli extraterrestri. Sono tecnologia militare segreta di qualche nazione, sono fenomeni naturali che non capiamo, non lo sappiamo. E ammettere pubblicamente che non lo sappiamo, che ci sono cose nello spazio che osserviamo regolarmente, ma che non possiamo spiegare, minerebbe la fiducia nel programma spaziale e potrebbe causare panico pubblico.
Quindi il silenzio è visto come l’opzione più sicura. Queste parole diedero a Malerba molto su cui riflettere. Forse la cospirazione del silenzio non era motivata da malvagità, ma da paura e incertezza, ma anche così era giustificabile tenere il pubblico all’oscuro. Nel 1996, 4 anni dopo la sua missione spaziale, Franco Malerba prese una decisione che lo avrebbe portato in una direzione completamente nuova.
frustrato dalla sua esclusione dal programma spaziale e desideroso di avere una piattaforma più ampia per le sue idee sulla trasparenza scientifica, decise di entrare in politica. si candidò come membro del Parlamento Europeo per la circoscrizione nord-ovest dell’Italia, correndo su una piattaforma che includeva la promozione della ricerca scientifica aperta e la trasparenza nei programmi spaziali europei.
Vinse il seggio e divenne eurodeputato. per i successivi 5 anni utilizzò questa posizione per spingere per maggiore apertura nei programmi spaziali dell’Unione Europea. Propose risoluzioni che chiedevano che tutti i dati raccolti da missioni spaziali finanziate pubblicamente fossero resi disponibili al pubblico entro un periodo di tempo ragionevole.
organizzò audizioni parlamentari sui fenomeni inspiegabili osservati nello spazio e continuò a parlare, anche se in termini generali, della necessità di non nascondere scoperte scientifiche per ragioni politiche o militari, ma anche dal suo nuovo pulpito politico, Malerba scoprì quanto fosse difficile cambiare la cultura della segretezza.
Le sue proposte venivano regolarmente bloccate o annacquate. Le audizioni che organizzava attiravano pochi partecipanti e ancora meno attenzione mediatica e riceveva pressioni sottili ma costanti per moderare le sue posizioni. un alto funzionario dell’Agenzia Spaziale Europea gli disse in privato: “Onorevole Malerba, lei sta danneggiando la sua credibilità e quella del programma spaziale europeo con questa ossessione.
Sarebbe meglio per tutti se si concentrasse su questioni più concrete.” Ma durante questo periodo Malerba fece anche delle scoperte interessanti. attraverso i suoi contatti parlamentari, ottenne accesso a documenti e rapporti che normalmente non erano disponibili al pubblico. Uno di questi era un rapporto riservato dell’ESA sui fenomeni anomali osservati in orbita terrestre, compilato nel 1994.
Il rapporto elencava decine di avvistamenti da parte di astronauti e cosmonauti di varie nazionalità, descrivendo oggetti che si comportavano in modi inspiegabili. secondo la fisica conosciuta. Ciò che colpì Malerba fu che molti di questi avvistamenti erano notevolmente simili al suo. Oggetti triangolari o discoidali, luminescenti, capaci di accelerazioni e manovre impossibili per qualsiasi tecnologia conosciuta.
E in quasi tutti i casi gli astronauti che riportavano questi avvistamenti erano stati istruiti a non discuterne pubblicamente. Il rapporto concludeva che questi fenomeni richiedevano ulteriore studio discreto, ma che la diffusione pubblica di queste informazioni è sconsigliata per evitare speculazioni non scientifiche e potenziale panico.
Ma l’erba volle rendere pubblico questo rapporto, ma gli venne detto che era coperto da classificazioni di sicurezza e che rivelarlo avrebbe violato le regole del Parlamento europeo riguardo ai documenti riservati. si trovò di nuovo frustrato. Aveva la prova che c’era stata una sistematica copertura di informazioni scientificamente importanti, ma non poteva usare quella prova senza mettersi in serio guai legale.
Fu in questo periodo che Malerba venne contattato da un gruppo inaspettato, un organizzazione internazionale di ex militari, piloti e funzionari di intelligence che si chiamavano The Disclosure Project. Questo gruppo, guidato da un medico americano di nome Steven Greer, stava raccogliendo testimonianze di persone che avevano avuto esperienze con fenomeni UFO in contesti ufficiali.
Chiesero a Malerba se fosse disposto a testimoniare pubblicamente sulla sua esperienza nello spazio, ma l’erba esitò. Da un lato questa era esattamente l’opportunità che aveva cercato, una piattaforma per parlare apertamente di ciò che aveva visto. Dall’altro associarsi con un gruppo che si concentrava specificamente sugli UFO poteva danneggiare ulteriormente la sua credibilità scientifica.
Gli ufologi erano spesso visti come teorici della cospirazione, gente margini della scienza seria. voleva essere associato a loro. Dopo lunghe riflessioni, Malerba decise di incontrare privatamente alcuni membri del Disclosure Project, ma di non partecipare alle loro conferenze pubbliche. In quelle riunioni private ascoltò testimonianze straordinarie.
C’erano ex controllori di volo che parlavano di oggetti che apparivano sui radar militari compiendo manovre impossibili. C’erano piloti militari che descrivevano inseguimenti di oggetti sconosciuti che superavano facilmente i jet più avanzati. E c’erano altri astronauti ed ex funzionari spaziali che condividevano esperienze simili alla sua.
Una testimonianza in particolare colpì l’erba. Era quella di un ex ingegnere della NASA che aveva lavorato al controllo missione durante molti voli dello Space Shuttle. Quest’uomo, che chiese di rimanere anonimo, raccontò che c’era un protocollo speciale al controllo missione per gestire gli avvistamenti di fenomeni anomali.
Quando un astronauta riportava un avvistamento, veniva utilizzato un canale di comunicazione separato, non incluso nelle trasmissioni pubbliche. L’astronauta veniva istruito a documentare l’avvistamento con fotografie e note dettagliate, ma anche a non discuterne nelle comunicazioni standard. Tutte queste informazioni venivano poi raccolte e inviate a un ufficio di analisi speciale, la cui esistenza non era ufficialmente riconosciuta.
In altre parole, spiegò l’ingegnere, esiste un sistema parallelo per gestire queste informazioni, completamente separato dai normali canali scientifici e pubblici. Ho visto rapporti di dozzine di questi avvistamenti durante i miei anni alla NASA, ma nessuno di essi è mai stato discusso pubblicamente o incluso nei rapporti scientifici ufficiali delle missioni.
Questa rivelazione confermò i sospetti di Malerba. Non era solo lui ad essere stato messo a tacere. C’era un sistema istituzionale per sopprimere queste informazioni. Ma perché? Qual è? non un libro sensazionalistico sugli UFO, ma un resoconto sobrio e scientificamente fondato sulla cultura della segretezza nel programma spaziale.
Il libro, intitolato Oltre l’orbita scienza e segreti nella conquista dello spazio, venne pubblicato nel 2001. Nel libro Malerba raccontava la sua esperienza nello spazio, incluso l’avvistamento dell’oggetto misterioso, ma lo faceva nel contesto più ampio di una critica alla mancanza di trasparenza scientifica.
argomentava che la scienza spaziale era diventata troppo militarizzata e politicizzata, che troppi dati venivano classificati senza buone ragioni e che questo stava ostacolando il progresso scientifico. Includeva anche interviste con altri scienziati e astronauti che condividevano le sue preoccupazioni, anche se molti di loro avevano insistito per rimanere anonimi.
Il libro ricevette recensioni miste. Alcuni critici lo lodarono per il suo coraggio e la sua rigorosa argomentazione scientifica, ma altri lo attaccarono dicendo che Malerba stava dando credibilità a teorie cospirazioniste, che stava danneggiando la reputazione del programma spaziale, che stava tradendo la fiducia che era stata riposta in lui quando era stato selezionato come astronauta.
La reazione più significativa, tuttavia, venne dalla NASA e dall’ESA. Entrambe le agenzie emisero comunicati stampa prendendo le distanze dalle affermazioni non verificate nel libro di Malerba. La NASA, in particolare, pubblicò una lunga dichiarazione affermando che tutti i fenomeni osservati durante le missioni spaziali hanno spiegazioni scientifiche razionali e che non c’è alcuna evidenza di copertura sistematica di informazioni.
Ma Malerba notò che la dichiarazione non affrontava specificamente le sue accuse riguardo alla classificazione eccessiva dei dati o ai protocolli speciali per gestire certi tipi di avvistamenti. Cosa ancora più preoccupante dopo la pubblicazione del libro, Malerba iniziò a ricevere minacce. Non mi un messaggio particolarmente inquietante faceva riferimento esplicito alla sua famiglia, suggerendo che sarebbe un peccato se le sue azioni mettessero a rischio le persone che ama.
Malerba riportò queste minacce alla polizia, ma non venne preso molto sul serio. Gli venne detto che probabilmente si trattava di fanatici o persone disturbate, non di minacce credibili. Ma Malerba non ne era così. sicuro. Aveva visto quanto potere e influenza avessero le agenzie che volevano mantenere i loro segreti.
Erano capaci di intimidazione? Assolutamente. Erano capaci di qualcosa di peggio? preferiva non scoprirlo. Nel 2002 Malerba prese la decisione di ritirarsi gradualmente dalla vita pubblica. Continuò a insegnare fisica all’università e a fare ricerca scientifica, ma smise di parlare pubblicamente del suo avvistamento nello spazio o della cultura della segretezza.
Quando gli veniva chiesto del suo libro, diceva semplicemente che aveva detto tutto quello che aveva da dire sull’argomento e che ora voleva concentrarsi su altri aspetti della scienza. Ma il silenzio di Malerba sollevava una domanda inquietante. Era stata una scelta volontaria o era stato costretto al silenzio? e cosa significava per tutti coloro che volevano sapere la verità su cosa succede realmente nello spazio.
Nel 2006, 14 anni dopo la sua missione spaziale, Franco Malerba venne contattato da un giornalista investigativo francese di nome Jean-Pierre Petti. Petit stava lavorando a un documentario sui fenomeni inspiegabili osservati nello spazio e aveva sentito parlare della storia di Malerba. chiese un’intervista promettendo di trattare il materiale con serietà giornalistica e rigore scientifico, non come sensazionalismo da tabloid.
Inizialmente Malerba rifiutò, aveva mantenuto un profilo basso per 4 anni e non aveva intenzione di riaprire vecchie ferite. Ma Peti era persistente e soprattutto aveva informazioni che catturarono l’attenzione di Malerba. Durante una telefonata Petit disse: “Dottor Malerba, ho parlato con Claude Nicolliet fuori registrazione mi ha detto cose che penso lei dovrebbe sentire riguardano la missione STS46 e cosa successe veramente dopo il vostro avvistamento.
” Questo convinse Malerba ad accettare almeno un incontro. I due si incontrarono in un caffè discreto a Genova, lontano da occhi indiscreti. Peti mostrò a Malerba note di conversazioni che aveva avuto con Nicolier e con altri membri dell’equipaggio dell’Atlantis. Secondo queste fonti, dopo l’avvistamento dell’oggetto triangolare, c’era stata una riunione privata tra l’equipaggio e il controllo missione tramite un canale criptato.
In quella conversazione agli astronauti era stato detto esplicitamente di non discutere l’avvistamento e che sarebbe stato gestito attraverso canali appropriati. Ma ancora più interessante era ciò che Nicolier aveva rivelato a Pet. Secondo l’astronauta svizzero, due giorni dopo l’avvistamento, mentre l’equipaggio si preparava per il rientro, aveva visto lo stesso oggetto o uno molto simile, attraverso un altro finestrino dello shuttle.
Questa volta l’oggetto era più vicino, forse a soli 200 m dalla navetta. Nicolier aveva chiamato il comandante Schriver, che aveva anche lui osservato l’oggetto. Ma quando Nicolier aveva mosso la mano verso la radio per riportare l’avvistamento al controllo missione, Schrei lo aveva fermato con un gesto deciso, scuotendo la testa.
Il messaggio era chiaro. Non dire nulla. Perché Schriver non voleva che riportassimo il secondo avvistamento? Chiese Malerba a Petì. Il giornalista francese ebbe un’espressione grave perché Schriver era un colonnello dell’Air Force oltre che astronauta NASA. Aveva chiaramente ricevuto istruzioni molto specifiche su come gestire questi incidenti e quelle istruzioni erano osservare, documentare se possibile, ma minimizzare la comunicazione ufficiale.
Peti continuò aprendo una cartella piena di documenti. Ho trovato qualcos’altro. Nel 2000, grazie al Freedom of Information Act americano, sono stati desecretati alcuni documenti militari del 1992. Uno di questi è un rapporto del NORAD, il comando di difesa aerospaziale nordamericano. Il rapporto menziona un oggetto non identificato tracciato nei cieli sopra il Pacifico, esattamente nel periodo della vostra missione.
L’oggetto mostrava caratteristiche di volo anomale ed era in un’orbita che lo avrebbe portato vicino alla traiettoria dello Space Shuttle Atlantis. Ma l’erba sentì un brivido lungo la schiena. Quindi il Norad sapeva di questo oggetto, lo stava tracciando. Petit annuì. Sì, e c’è di più. Il rapporto indica che era stato stabilito un protocollo di osservazione speciale per la missione STS46.
In altre parole, sapevano che potreste incontrare questo oggetto e stavano aspettando di vedere cosa sarebbe successo. Ma questo significherebbe Ma l’erba esitò cercando di processare le implicazioni. Significherebbe che ci hanno mandato lassù sapendo che avremmo potuto incontrare qualcosa di sconosciuto. Ci hanno usati come cavie in un esperimento di osservazione.
Peti scrollò le spalle. è una possibilità. O forse sapevano dell’oggetto, ma pensavano fosse improbabile un incontro ravvicinato. Non possiamo saperlo con certezza. Ma il non era stato semplicemente sfortunato ad aver visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. era stato, in un certo senso, parte di un programma di osservazione più ampio, inconsapevole del suo vero ruolo e quando aveva violato il protocollo non scritto parlando pubblicamente dell’avvistamento, aveva minacciato di esporre questo programma segreto.
Malerba decise di aiutare Petit con il suo documentario, ma a condizione che venissero prese precauzioni per proteggere le fonti e che il materiale fosse presentato in modo sobrio e fattuale. Registrarono un’intervista di due ore in cui Malerba raccontò tutta la sua storia, inclusi dettagli che non aveva mai reso pubblici prima.
parlò del secondo avvistamento che Nicolier gli aveva raccontato, delle minacce che aveva ricevuto dopo la pubblicazione del suo libro e delle sue teorie su perché ci fosse tanta segretezza intorno a questi fenomeni. “Penso” disse Malerba guardando direttamente nella telecamera che le autorità spaziali e militari siano di fronte a un dilemma.
Da un lato osservano regolarmente fenomeni che non possono spiegare con la scienza o la tecnologia conosciuta, dall’altro non sanno come gestire questa informazione. Se ammettessero pubblicamente che ci sono oggetti nello spazio che dimostrano capacità tecnologiche superiori alle nostre, dovrebbero anche ammettere che non hanno il controllo dello spazio orbitale come pretendono di avere.
Questo minerebbe la fiducia nei programmi spaziali e potrebbe avere implicazioni di sicurezza nazionale. Quindi scelgono il silenzio, ma questo silenzio ha un costo, impedisce il progresso scientifico genuino nella comprensione di questi fenomeni. Il documentario di PT, intitolato Le secre dell’Orbit, i segreti dell’orbita, venne trasmesso su un canale televisivo francese nel 2008.
ebbe un’audience modesta, ma suscitò discussioni interessanti negli ambienti scientifici europei. Alcuni scienziati elogiarono il documentario per il suo approccio equilibrato e per aver sollevato questioni legittime sulla trasparenza scientifica. Altri lo criticarono dicendo che dava troppa credibilità a fenomeni che probabilmente avevano spiegazioni banali.
Ma la reazione più significativa venne ancora una volta dalle agenzie spaziali. Les emise una dichiarazione affermando che le affermazioni fatte nel documentario non riflettono le pratiche o le politiche dell’Agenzia spaziale europea e che tutti i dati raccolti durante le missioni spaziali ESA sono gestiti secondo rigorosi protocolli scientifici e resi disponibili alla comunità scientifica quando appropriato.
Non menzionarono specificamente Malerba o il suo avvistamento, ma il messaggio era chiaro. Stavano prendendo le distanze. Dopo la trasmissione del documentario, Malerba ricevette centinaia di lettere e di email da persone di tutto il mondo. Molte erano di supporto, ringraziandolo per il suo coraggio nel parlare, ma alcune erano inquietanti.
Diversi ex militari e tecnici che avevano lavorato in programmi spaziali gli scrissero in forma anonima, confermando che esistevano davvero protocolli speciali per gestire gli avvistamenti di fenomeni inspiegabili e che c’era una cultura istituzionale di segretezza intorno a questi argomenti. Una let.
Io ero al controllo missione durante diversi shuttle flights negli anni 90 e abbiamo avuto almeno cinque incidenti separati di avvistamenti di oggetti non identificati. In ogni caso il protocollo era lo stesso. Comunicazione privata con l’equipaggio, istruzione al silenzio, rapporto interno che veniva poi classificato e inviato a da qualche parte.
Non sapevamo mai dove finissero quei rapporti, ma sapevamo che non potevamo parlarne. La lettera continuava. Posso dirle una cosa che forse non sa. Nel 1999, durante la missione STS96, l’equipaggio riportò un avvistamento di quello che descrissero come un oggetto metallico triangolare con luci pulsanti. Erano dopo quella conversazione l’equipaggio ritrattò parzialmente il rapporto dicendo che probabilmente era stato un satellite o un pezzo di detrito che avevano frainteso.
Ma io ero lì, ho sentito le descrizioni originali. Sapevo che non stavano parlando di un satellite. Nel 2010 Franco Malerba aveva 64 anni e si stava avvicinando all’età della pensione accademica, ma la sua storia con i misteri dello spazio era tutt’altro che conclusa. In quell’anno venne contattato da un gruppo di scienziati europei che stavano organizzando un simposio indipendente sui fenomeni aerei e spaziali non identificati.
Il simposio che si sarebbe tenuto a Bruxelles mirava a creare uno spazio di discussione scientifica seria su questi argomenti, lontano sia dallo scetticismo dogmatico che dalla speculazione sensazionalistica. Ma l’erba accettò di partecipare come relatore principale. Al simposio che attirò circa 200 scienziati, ingegneri e ricercatori da tutta Europa, Malerba presentò un documento dettagliato intitolato Metodologia scientifica per lo studio dei fenomeni anomali in ambiente spaziale nel docum chiaramente esistono. Ci sono
troppi rapporti credibili da fonti affidabili per negarlo. Il problema è che non abbiamo un sistema scientifico standardizzato per studiarli. Invece abbiamo un sistema ad hoc di segretezza e negazione che impedisce l’analisi scientifica seria. Questo deve cambiare. La sua presentazione fu accolta con un applauso prolungato, ma tra il pubblico c’erano anche alcuni individui il cui linguaggio del corpo tradiva scetticismo o addirittura ostilità.
Uno di questi era un rappresentante dell’ESa che era presente come osservatore. Durante la sessione di domande e risposte, quest’uomo alzò la mano e disse con tono cortese ma freddo: “Dottor Malerba, lei continua a parlare di segretezza sistematica, ma non ha mai fornito prove concrete di tale sistema. Non è possibile che lei stia semplicemente fraintendendo normali procedure di sicurezza e classificazione come qualcosa di più sinistro? Ma l’erba sorrise tristemente.
Se avessi prove concrete e documentali di questa segretezza sistematica, non sarei qui a parlarne in un simposio indipendente. Sarei in tribunale o davanti a un’agenzia governativa. Il punto è proprio questo. Il sistema è progettato in modo tale che le prove concrete siano quasi impossibili da ottenere senza violare leggi sulla sicurezza nazionale.
Ma posso dirle questo. Ho parlato con dozzine di astronauti, tecnici, scienziati che hanno lavorato nei programmi spaziali. In privato molti confermano l’esistenza di protocolli speciali e una cultura del silenzio intorno a certi argomenti, ma pubblicamente quasi nessuno è disposto a parlare per paura delle conseguenze sulla loro carriera.
Dopo il simposio, Malerba ebbe una conversazione illuminante con un vecchio collega che aveva lavorato per l’ESA per 30 anni e si era recentemente ritirato. Quest’uomo, libero ora dalle restrizioni del suo impiego, parlò più apertamente di quanto avrebbe mai potuto fare mentre era in servizio. Franco disse, “devi capire che la segretezza non è motivata da malevolenza, è motivata da pragmatismo istituzionale.
” Le agenzie spaziali operano in un ambiente dove la fiducia pubblica e il supporto politico sono essenziali. Se ammettessero che ci sono fenomeni che non possono spiegare o controllare, temono che questa fiducia verrebbe erosa. Quindi la risposta istituzionale è negare, minimizzare o classificare. Ma continuò il collega, c’è anche un altro fattore.
Molti di questi avvistamenti avvengono in aree dove si stanno testando tecnologie militari classificate, satelliti spia, armi spaziali, sistemi di sorveglianza. A volte ciò che gli astronauti vedono potrebbe effettivamente essere tecnologia militare segreta, nostra o di altre nazioni. In quei casi la segretezza è comprensibile.
Il problema è che questo crea una copertura perfetta. Qualsiasi avvistamento anomalo può essere liquidato come questioni di sicurezza militare, anche quando potrebbe essere qualcosa di completamente diverso. Questa conversazione diede a Malerba una nuova prospettiva. Forse la realtà era più complessa di una semplice cospirazione per nascondere la verità sugli UFO.
Forse c’erano molteplici livelli di segretezza, motivati da ragioni diverse che si sovrapponevano e creavano una nebbia di confusione dove era impossibile distinguere cosa fosse tecnologia militare segreta, cosa fosse fenomeno naturale incompreso e cosa fosse qualcos’altro. Nel 2013, all’età di 67 anni, Malerba pubblicò un secondo libro intitolato Oltre il segreto per una scienza spaziale trasparente.
Questo libro era più maturo e riflessivo del primo. Invece di concentrarsi sulla sua esperienza personale, esaminava il problema della segretezza nella scienza spaziale da una prospettiva storica e sociologica. tracciava come fin dagli albori dell’era spaziale durante la guerra fredda, la ricerca spaziale fosse stata intrinsecamente legata a preoccupazioni militari e di sicurezza nazionale, creando una cultura di classificazione e compartimentazione che persisteva anche quando le giustificazioni originali erano svanite.
Il libro proponeva anche soluzioni concrete, ma l’erba suggeriva la creazione di un’agenzia internazionale indipendente, forse sotto gli auspici delle Nazioni Unite, dedicata allo studio scientifico dei fenomeni inspiegabili nello spazio. Questa agenzia avrebbe avuto il mandato di raccogliere rapporti da astronauti e tecnici spaziali di tutte le nazioni, analizzarli con rigore scientifico e pubblicare i risultati sempre rispettando legittime preoccupazioni di sicurezza, ma con una presunzione di trasparenza piuttosto che di segretezza.
Immaginate, scriveva Malerba, se avessimo trattato altri campi della scienza nello stesso modo in cui trattiamo le anomalie spaziali. Se ogni il progresso scientifico richiede apertura, dibattito e la volontà di confrontarsi con l’ignoto. La cultura della segretezza nei programmi spaziali sta impedendo proprio questo progresso.
Il libro, ma altri furono più supportivi. Diversi scienziati e accademici rispettati scrissero articoli a favore delle proposte di malerba, argomentando che la scienza poteva solo beneficiare da maggiore trasparenza. più nella sua testimonianza presentò un caso convincente per la revisione delle politiche di classificazione dell’ESA, argomentando che troppi dati scientificamente preziosi venivano mantenuti segreti senza adeguata giustificazione.
Come dalla raccolta era una vittoria parziale. La nuova politica aveva molte eccezioni e scappatoie, ma era comunque un passo nella direzione giusta. Tuttavia, Malerba notò che la nuova politica non affrontava specificamente la questione degli avvistamenti di fenomeni anomali. Quando sollevò questo punto, in una riunione con funzionari dell’ESA, ricevette una risposta evasiva.
Quei tipi di rapporti rientrano in categorie speciali di classificazione per ragioni di sicurezza. In altre parole, la trasparenza aveva dei limiti e uno di quei limiti era esattamente l’argomento che più interessava a Malerba. Nel 2017, ormai settantunenne, Malerba ricevette una telefonata inaspettata. Era Claude Nicolli il suo compagno di equipaggio della missione STS46 con cui non aveva parlato da anni.
Nicolier, ora anche lui in pensione, disse che voleva incontrarlo. I due si incontrarono a Ginevra, dove Nicolli viveva. Franco, disse Nicolier, ho pensato molto a quello che abbiamo visto su quella missione e ho pensato al prezzo che hai pagato per aver parlato di esso. Voglio che tu sappia che avevi ragione a parlare. Io ero un codardo.
Ho messo la mia carriera davanti alla verità scientifica. Mi dispiace. Malerba fu toccato da queste parole. Claude, tutti facciamo le scelte che riteniamo necessarie in quel momento. Non ti biasimo per aver protetto la tua carriera. Ma Nicolier scosse la testa. No, c’è di più. Devo dirti qualcosa che non ti ho mai detto, qualcosa che è stato tenuto segreto per tutti questi anni.
Cosa stava per rivelare Nicolier e perché ora, dopo 25 anni? Claude Nicolli prese un respiro profondo e iniziò a parlare. Dopo il nostro rientro dalla missione STS46, fui convocato a una riunione privata con alcuni funzionari dell’ESA e della NASA. Mi dissero che l’oggetto che avevamo visto era stato identificato.
Non era un satellite convenzionale né un detrito spaziale. Era, secondo loro, un prototipo di veicolo spaziale sperimentale sviluppato congiuntamente da Stati Uniti e Russia nell’ambito di un programma classificato di cooperazione tecnologica. Ma l’erba lo guardò con scetticismo. Un prototipo. Ma Claude, tu hai visto come si muoveva quell’oggetto? Nessuna tecnologia terrestre che conosco può fare quelle manovre. Nicolier annuì.
Lo so. e sollevai esattamente quella obiezione durante la riunione. La risposta che ricevetti fu evasiva. Mi dissero che c’erano stati progressi tecnologici che non erano di dominio pubblico, che il programma coinvolgeva principi di propulsione avanzati e che dovevo accettare questa spiegazione e non fare ulteriori domande.
Ma non mi convinsero continuò Nicolliè. C’era qualcosa nella loro spiegazione che non quadrava e poi circa un anno dopo successe qualcosa di strano. Ero a una conferenza internazionale di astronautica quando un cosmonauta russo, Sergei Kricalev mi avvicinò in privato. Mi chiese se durante le mie missioni avessi mai visto oggetti che non dovrebbero essere lì.

Gli dissi che non capivo cosa intendesse. Lui mi guardò intensamente e disse: “Penso che tu capisca perfettamente e penso che ti abbiano detto che era tecnologia nostra o americana, ma non lo era. Io ho visto la stessa cosa e quando ho fatto domande mi hanno detto la stessa storia. Ma Nicoliè, io lavoro nel programma spaziale russo da 30 anni.
Conosco ogni veicolo che abbiamo mai lanciato e posso dirti con certezza quello che abbiamo visto non è nostro. Ma l’erba sentì un brivido lungo la schiena. Quindi la storia del prototipo congiunto era una bugia. Nicolier si strinse nelle spalle. Non lo so con certezza, ma sospetto che fosse una spiegazione di copertura, qualcosa da dare agli astronauti che facevano troppe domande.
Una Nel corso degli anni ho raccolto informazioni da varie fonti. Quello che ho scoperto è inquietante. Aprì la cartella mostrando a Malerba documenti, foto e note. Ci sono stati almeno 23 avvistamenti documentati di oggetti simili a quello che abbiamo visto noi, riportati da astronauti e cosmonauti di cinque nazioni diverse tra il 1985 e il 2010.
Gli schem. Nel 2014, attraverso contatti nell’ESA, riuscìi ad ottenere una copia di un rapporto interno classificato. Il rapporto era una valutazione di minaccia riguardo a questi oggetti. La conclusione era che basandosi sull’analisi dei pattern di movimento e comportamento, questi oggetti sembravano essere sotto controllo intelligente e dimostravano una tecnologia significativamente più avanzata di qualsiasi cosa attualmente in possesso di nazioni terrestri.
Ma l’erba studiò il documento. Era autentico, o almeno lo sembrava. Se questo è vero, Cloud, significa che le agenzie spaziali sanno da decenni che c’è qualcosa là fuori, qualcosa di non nostro e lo hanno deliberatamente nascosto al pubblico. Nicolier annuì gravemente. Esattamente. E la ragione per questa segretezza, secondo il rapporto, è la preoccupazione per il panico pubblico e le implicazioni geopolitiche.
Ammettere l’esistenza di una tecnologia così superiore significherebbe ammettere che non abbiamo il controllo dello spazio che pretendiano di avere. Significherebbe riconoscere che potremmo essere osservati, studiati da qualcuno o qualcosa con capacità che non possiamo eguagliare. I due uomini rimasero seduti in silenzio per un momento, assorbendo il peso di queste rivelazioni.
Poi Malerba chiese: “Perché mi stai dicendo tutto questo ora, Claude? Perché rischiare dopo tutti questi anni?” Nicolier sorrise tristemente. “Perché sono vecchio, Franco, ho 74 anni. Che possono farmi adesso? Rovinare la mia reputazione? Non me ne importa più.” E penso che il pubblico abbia il diritto di sapere.
Tu hai provato a dirlo per anni e sei stato punito per questo. È ora che altri si uniscano a te. C’è qualcun altro disposto a parlare?” chiese Malerba. Nicolier annuì. Sì, ho parlato con altri tre astronauti in pensione che hanno avuto esperienze simili. sono disposti a fare dichiarazioni pubbliche, se lo facciamo insieme.
Uno di loro è americano, uno russo, uno giapponese. Se parliamo tutti insieme, sarà più difficile liquidarci come casi isolati o teorici della cospirazione. Sarà una testimonianza collettiva di professionisti credibili. Nel 2018 questo gruppo di ex astronauti organizzò una conferenza stampa congiunta a Ginevra.
Oltre a Malerba e Nicolier c’erano Brian Daffy, un ex astronauta della NASA con quattro missioni shuttle al suo attivo. Sergei Krikalev che deteneva il record per il tempo totale trascorso nello spazio, e Mamoru Mori, il primo astronauta giapponese. Insieme rappresentavano oltre 100 missioni spaziali e più di 1000 giorni cumulativi nello spazio.
Nella conferenza stampa ciascuno di loro raccontò le proprie esperienze con fenomeni inspiegabili nello spazio. Le storie erano notevolmente consistenti. Oggetti che si muovevano in modi impossibili, che sembravano osservare le navette spaziali che apparivano e scomparivano senza lasciare traccia radar. presentarono anche documentazione, foto, note personali, copie di rapporti che avevano conservato nel corso degli anni.
Noi non stiamo dicendo che questi sono necessariamente veicoli extraterrestri, disse Malerba leggendo da una dichiarazione preparata. Non abbiamo prove sufficienti per fare quella affermazione. Quello che stiamo dicendo è che esistono fenomeni nello spazio che non possiamo spiegare con la scienza e la tecnologia attuali e che le agenzie spaziali hanno sistematicamente nascosto queste informazioni al pubblico. Questo deve finire.
La scienza progredisce attraverso la trasparenza e il dibattito aperto, non attraverso la segretezza e la negazione. La conferenza stampa ricevette una copertura mediatica significativa. per alcuni giorni fu la storia principale su molti notiziari internazionali, ma poi, come spesso accade con storie di questo tipo, l’attenzione si spostò su altri argomenti e le agenzie spaziali, dopo dichiarazioni iniziali che prendevano sul serio le preoccupazioni degli astronauti e avrebbero esaminato i problemi sollevati, in sostanza non
fecero nulla di concreto per cambiare le loro politiche. Tuttavia la conferenza stampa ebbe un effetto importante. Aprì le porte per altri testimoni a farsi avanti. Nei mesi successivi dozzine di ex tecnici, ingegneri e scienziati che avevano lavorato in programmi spaziali iniziarono a condividere le loro esperienze.
un quadro di una segretezza sistematica, non necessariamente coordinata da una singola autorità, ma mantenuta attraverso una combinazione di classificazioni di sicurezza, pressione istituzionale e paura delle conseguenze sulla carriera. Nel 2019 Malerba pubblicò il suo terzo e ultimo libro, La verità oltre l’orbita, riflessioni di un astronauta sulla segretezza spaziale.
Questo libro era parte memoir, parte manifesto. ripercorreva tutta la sua storia dalla missione del 1992 fino alla conferenza stampa del 2018, ma lo faceva nel contesto più ampio di una riflessione sulla natura della verità scientifica, il ruolo delle istituzioni nella formazione della conoscenza pubblica e la responsabilità degli scienziati di parlare anche quando è scomodo.
“Ho pagato un prezzo per aver detto la verità”, scriveva Malerba verso la fine del libro. La mia carriera come astronauta è finita dopo un solo volo. Sono stato marginalizzato, minacciato, ridicolizzato, ma non rimpiango le mie scelte perché credo che la verità, anche quando è incompleta o sconcertante, sia sempre preferibile alla menzogna confortevole.
E la più grande menzogna che ci viene raccontata sui programmi spaziali è che sappiamo tutto quello che succede là fuori. Non lo sappiamo. Ci sono. E quando Franco Malerba morì nel 2021 all’età di 75 anni. nei suoi necrologi venne ricordato principalmente come il primo astronauta italiano, l’uomo che aveva portato l’Italia nello spazio.
Ma alcuni necrologi menzionarono anche la sua battaglia per la trasparenza nei programmi spaziali, la sua volontà di parlare anche quando gli costava caro. Oggi, più di 30 anni dopo quella missione fatale del 1992, la domanda rimane: “Cosa vide veramente Franco Malerba nello spazio? Era tecnologia militare segreta? Era un fenomeno naturale che non capiamo ancora? O era qualcosa di più straordinario, qualcosa che sfida le nostre assunzioni fondamentali sul nostro posto nell’universo? Non abbiamo ancora una risposta
definitiva, ma grazie al coraggio di uomini come malerba, almeno ora sappiamo che la domanda è legittima. Sappiamo che non siamo pazzi o creduloni per chiederci se ci sia di più là fuori di quello che ci viene detto. E sappiamo che la ricerca della verità, anche quando scomoda, è sempre un obiettivo degno. La storia di Franco Malerba ci ricorda che la scienza non è solo un corpo di conoscenze, ma un processo.
un processo che richiede onestà, trasparenza e la volontà di confrontarsi con l’ignoto e ci ricorda che a volte il più grande atto di coraggio scientifico non è esplorare lo spazio esterno, ma sfidare le istituzioni e le ortodossie che vogliono controllare cosa possiamo sapere su quell’esplorazione. Grazie per aver seguito questa lunga indagine sulla storia di Franco Malerba e i segreti dello spazio.
Questa è una storia che solleva più domande di quante risposte fornisca, ma a volte le domande sono più importanti delle risposte facili. Se questo video vi ha fatto riflettere sulla natura della verità scientifica e sul nostro diritto di conoscerla, vi invito a iscrivervi al canale e a mettere un like.
Continuiamo insieme a cercare la verità, anche quando è scomoda, anche quando è nascosta, perché solo attraverso la verità possiamo veramente progredire. Grazie e alla prossima.
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