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26 tonnellate — il carro italiano arrivato troppo tardi per salvare l’Italia | P26/40

8 settembre 1943, Sestrip Ponente, Genova, Italia. La radio nell’ufficio del caporeparto crepitò trasmettendo la voce del maresciallo Pietro Badoglio. L’Italia usciva dalla guerra. Nelle navate cavernose degli stabilimenti ansaldo fossati i torni non smisero di girare, le gru non smisero di oscillare.

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L’ingegner Giuseppe Rosini stava accanto allo scafo di un carro pesante P26/40.  Era il veicolo corazzato più moderno che l’Italia avesse mai costruito. La sua corazza brillava sotto le luci della fabbrica. Il suo cannone da 75 mm puntava verso le alte finestre. Dopo 3 anni di sforzi, sul pavimento dell’officina c’era finalmente una macchina capace di combattere ad armi pari con il Crusader britannico, lo Sherman americano e il Panzer 4 tedesco.

Ve n’erano 21 in vari stadi completamento, 21 carri che avrebbero dovuto essere 500. 21 carri finiti proprio mentre l’Italia cessava di combattere. Rosini raccontò poi a un intervistatore dell’ufficio storico italiano: “Avevamo costruito la risposta non a ogni problema che i nostri soldati avevano affrontato nel deserto”.

La risposta arrivò con 3 anni di ritardo ed alla parte sbagliata della resa. Nel giro di 48 ore autocarri tedeschi sarebbero entrati nel cortile. Nel giro di una settimana la svastica avrebbe sventolato sul cancello. Il P26/40, il carro progettato per salvare l’Italia, avrebbe finito la guerra portando la croce del suo ex alleato.

Questa è la storia di come una nazione cercò di mettersi al passo con la guerra industriale e non fece in tempo. Per capire la tragedia del P26/40 bisogna capire la catastrofe che l’aveva preceduta. Nel giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra al fianco della Germania nazista. Il regio esercito entrò in guerra con fiducia, sfilava sotto le bandiere fasciste e con alle spalle tre decenni di riforme militari, ma il suo parco carry era un museo.

Il veicolo corazzato italiano più diffuso era l’L3/35. Era un minuscolo carro leggero biposto del peso di appena tre tonnellate. Montava due mitragliatrici. La sua corazza era così sottile che il fuoco dei fucili britannici poteva perforarla a breve distanza. Gli equipaggi italiani li chiamavano scatolette di sardine su cingoli.

Gli uomini che li guidavano erano più coraggiosi dell’acciaio che li circondava. Il nuovo carro medio, l’EM M13/40, avrebbe dovuto rimediare, pesava 14 tonnellate e montava un cannone da 47 mm. Sulla carta sembrava rispettabile. Nei deserti di Libia ed Egitto sembrava una trappola mortale. Durante l’operazione Compass, nel dicembre del 1940, una forza britannica di 36.

000 uomini attaccò un esercito italiano di 150.000. Nel giro di due mesi gli italiani persero 130.000 prigionieri e oltre 400 carri. L’M13/40 semplicemente non riusciva a a fermare i Matelda britannici. I suoi revetti saltavano via quando venivano colpiti. Il suo cannone non riusciva a perforare la corazza britannica a distanza di ingaggio.

Il suo motore diesel si guastava spesso con il caldo. Il tenente Carlo Bianchi del raggruppamento Babini scrisse in una lettera a casa: “Combattiamo in bare motorizzate, gli inglesi ci trapassano come se fossimo di carta. I nostri colpi rimbalzano sui loro Matilda come sassolini lanciati contro un muro. Mandateci carri migliori oppure mandateci fucili da fanteria.

Almeno potremmo ripararci dietro una roccia”. Quella lettera non arrivò mai a sua madre. Bianchi fu dato per disperso vicino a Bedafom il 7 febbraio 1941. Il suo carro fu ritrovato più tardi con tre fori perfetti che attraversavano la torretta. I piani alti lo sapevano. Il generale Ugo Cavallero divenne capo di stato maggiore generale nel dicembre del 1940.

ordinò uno studio immediato dei progetti di carri armati esteri. Disse ai suoi ingegneri una verità scomoda. All’Italia serviva un carro pesante e ne serviva uno nel giro di mesi, non di anni. Gli ingegneri dell’Ansaldo Fossati si misero al lavoro. Lo stabilimento di Sestriponente era il cuore della produzione italiana di carri armati.

sorgeva sulla costa Ligure, dove le montagne si tuffano nel mare. Genova costruiva navi e macchine da secoli. Ora i suoi operai si dedicavano all’acciaio corazzato. Il progetto portava la sigla P26/40. La lettera P stava per pesante. Il numero 26 indicava il peso previsto in tonnellate.

Il numero 40 indicava l’anno in cui il progetto ebbe inizio, il 1940. Le specifiche erano chiare. Il carro doveva pesare circa 26 tonnellate. Doveva montare un cannone da 75 mm, abbastanza potente da distruggere un carro incrociatore britannico a 1000 m. doveva avere una corazzatura sufficiente a resistere a un proiettile da 40 mm e doveva viaggiare a 35 kmh su strada.

Rispetto a un tiger tedesco che pesava 57 tonnellate, il P26/40 era modesto. Rispetto a qualsiasi cosa l’Italia avesse mai costruito, era un gigante. Il primo modello in legno era pronto entro l’estate del 1940. Il primo prototipo uscì dallo stabilimento nel 1941. Ma c’era un problema e il problema era il motore.

L’industria italiana non aveva mai costruito un motore per carri armati capace di superare i 200 cavalli. Al p/40 ne servivano almeno 300. La ditta italiana Spagettò un diesel chiamato 342. Era accreditato di 330 cavalli. Sulla carta sembrava un trionfo, in pratica si sfasciava da solo. L’ingegner Francesco Carlevaris collaudò il motore al campo prove Ansaldo.

In seguito scrisse: “Non riuscivamo a superare le 50 ore di funzionamento prima che qualcosa si crepasse. I cuscinetti cedevano, l’albero motore si torceva, il sistema di raffreddamento andava in ebollizione. Avevamo costruito un motore che voleva morire. Ogni giorno perso era un giorno in cui i nostri soldati combattevano senza di noi.

Il progetto del motore diesel fu infine abbandonato all’inizio del 1942. Gli ingegneri si rivolsero invece a un motore a benzina. Era un 12 cilindri anch’esso accreditato di 330 cavalli. Il nuovo motore funzionò, ma a due anni di tribolazioni avevano rubato all’Italia la risorsa più preziosa, il tempo.

Mentre gli ingegneri lottavano con il loro motore, gli equipaggi dei carri italiani combattevano nel deserto. Nel novembre del 1941 l’operazione britannica Crusader ruppe l’assedio di Tobruk, ricaciò le forze dell’asse attraverso la Cirenaica. Le unità corazzate italiane equipaggiate con gli inadeguati M13/40 persero oltre 200 carri.

Nell’estate del 1942 il nuovo M14/41 era arrivato al fronte. Era l’M13/40 con un motore più potente. Non cambiò nulla. I carri americani M3 Grant, forniti con il Land Le con i loro cannoni da 75 mm montati nello scafo, sconfissero le forze corazzate italiane a El Alamain nell’ottobre di quell’anno. Il tenente colonnello Ettore Petrocelli della divisione Ariete scrisse nel suo diario di guerra dopo la battaglia: “Abbiamo ricevuto 12:1 la scorsa settimana.

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