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Ho indagato sul caso di Leonardo Vitale, il “PAZZO” che è morto in modo IMPIETOSO!

un uomo d’onore, un killer spietato, un membro di Cosa Nostra che aveva giurato fedeltà al silenzio eterno. Eppure un giorno quest’uomo si alzò, uscì di casa e si consegnò alla polizia, non perché lo avessero catturato, non perché fosse in pericolo, ma per libera scelta, perché qualcosa dentro di lui si era spezzato per sempre.

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Lo chiamavano il pazzo, il folle di Cosa Nostra, un uomo che aveva perso la testa, dicevano i boss, un debole, un traditore, un reietto che aveva violato il codice più sacro della mafia siciliana. Ma vi siete mai chiesti? Era davvero pazzo o c’era qualcosa di molto più oscuro dietro quell’etichetta comoda e pericolosa? Parliamo di Leonardo Vitale, un nome che la storia ha quasi dimenticato, ma che in realtà ha cambiato per sempre il modo in cui lo Stato italiano combatteva a Cosa Nostra.

Un uomo che pagò con la vita il coraggio di dire la verità e non fu ucciso in una strada buia, non fu eliminato in silenzio, no. Fu assassinato mentre usciva dalla messa di Natale davanti a sua madre e sua sorella con due colpi di lupara in piena testa. Perché un uomo d’onore avrebbe tradito tutto? Cosa vide? Cosa fece? Cosa portava dentro di sé che lo spinse a rompere il muro dell’omertà? E perché la mafia aspettò 11 anni per vendicarsi? Cosa li trattenne così a lungo? E soprattutto chi ordinò quell’esecuzione in un luogo sacro, senza pietà, senza rispetto per nulla e

per nessuno? Questa storia mi lascia senza parole perché dietro la follia apparente di Leonardo Vitale si nasconde forse uno degli atti di coraggio più straordinari e tragici dell’intera  storia antimafia italiana e oggi ve la racconto tutta, senza filtri, senza omissioni, fino all’ultimo terribile momento.

Prima di immergerci in questa storia assurda e brutale, ho bisogno di un secondo. Se siete già incuriositi da quello che avete appena sentito, mettete subito un like a questo video. Aiutate il canale a crescere e a portare avanti storie come questa. Storie vere, oscure, dimenticate. Un solo click fa la differenza. Attivate anche il campanellino perché le prossime storie che ho preparato per voi sono ancora più esplosive.

Non voglio che ve le perdiate. Siete pronti? Andiamo. Palermo, Sicilia, anni 40. In un quartiere come tanti nasce Leonardo Vitale. È il 1941. La sua famiglia non è una famiglia qualunque. Intorno a lui, fin da piccolo, respirava un’aria diversa, un’aria densa di non detti, di rispetti silenziosi, di uomini che venivano visitati con il cappello in mano.

Suo zio era un boss e in certi ambienti quella non è una macchia sul cognome, è un lasciapassare. Leonardo cresce guardando quel mondo, lo impara, lo assorbe, lo interiorizza come se fosse normale e in fondo per lui lo era. A 19 anni fa il passo che in quell’ambiente si chiama iniziazione entra formalmente in Cosa Nostra, un giuramento, del sangue, una fiamma.

Da quel momento Leonardo Vitale è un uomo d’onore. Ma cosa significa davvero fare quel passo a 19 anni? Cosa si porta dentro un ragazzo dopo aver attraversato quel rituale? Gli anni passano. Vitale sale di grado, diventa capo decina nel mandamento di Altarello di Baida, una delle zone più controllate dalla mafia palermitana.

Gestisce estorsioni, controlla il territorio, partecipa ad azioni violente, è dentro il sistema fino al collo.  È uno di loro, rispettato e temuto, ma qualcosa dentro di lui comincia a incrinarsi. Qualcosa che nessuno degli altri sembrava sentire. Nel 1972 partecipa al sequestro di Luigi Corleo, suocero del potente Nino Salvo.

Un’operazione audace, pericolosa, che finisce nel sangue. Vitale viene arrestato e qui, nelle celle fredde del carcere dell’Asinara, qualcosa si rompe definitivamente. Immaginate di trovarvi rinchiusi con i vostri stessi crimini, senza via di fuga, senza distrazioni, solo voi e quello che avete fatto.

Non impazzirebbe qualunque uomo con una coscienza? Qualcosa cambia in lui. Gli psichiatri parlano di depressione profonda, di crisi dissociativa, di schizofrenia. Gli vengono somministrati farmaci pesanti, viene isolato, subisce trattamenti che oggi chiameremmo degradanti. Ma la domanda che rimane nell’aria è questa: era davvero malato o era semplicemente un uomo che aveva smesso di sopportare il peso di ciò che era diventato? Il carcere dell’Asinara negli anni 70  non è un posto per anime sensibili, è un luogo duro,

brutale, pensato per spezzare gli uomini. E in quel contesto Leonardo Vitale precipita: “La diagnosi ufficiale è schizofrenia paranoide. Gli vengono somministrati elettroschock, viene tenuto separato dagli altri detenuti, umiliato, ridotto a qualcosa di meno di un uomo. Ma c’è una domanda che non riesce ad andarsene dalla testa.

Quella diagnosi era davvero medica o era politica? Perché nella storia della mafia siciliana l’etichetta di pazzo è uno strumento potentissimo? Se dichiari folle un uomo che sa troppo, le sue parole perdono valore, i suoi segreti diventano deliri, le sue accuse diventano allucinazioni. Era davvero una coincidenza così comoda.

Quello che sappiamo con certezza è che vitale nel carcere attraversa una trasformazione radicale, non solo psicologica, ma spirituale.  comincia a leggere la Bibbia, si avvicina alla fede con un’intensità quasi ossessiva, inizia a  credere che i suoi crimini siano peccati che devono essere confessati non solo a un sacerdote, ma davanti al mondo intero, una convinzione che crescerà fino a diventare irresistibile.

I suoi compagni di Cosa Nostra lo guardano con diffidenza crescente. Un uomo che prega, che piange, che parla di redenzione è un problema. Non si comporta come un uomo d’onore, si comporta come qualcuno che potrebbe cedere. E in cosa nostra chi cede è già un morto che cammina, ma Vitale non lo sa ancora o forse lo sa già e va avanti lo stesso.

Marzo 1973, Leonardo Vitale  esce dal carcere in libertà provvisoria e invece di tornare a casa, invece di rientrare nel suo mandamento e riprendere la vita di prima, fa qualcosa di completamente inaspettato. si presenta spontaneamente alla questura di Palermo, bussa alla porta e chiede di parlare con qualcuno.

Vuole confessare tutto. Il funzionario che lo riceve è Bruno Contrada, all’epoca un alto ufficiale della polizia, poi lui stesso finito nel mirino della giustizia per altri motivi. Vitale si siede e comincia a parlare e parla per ore. parla di crimini commessi, parla di omicidi, parla di organizzazione, parla di nomi, parla di strutture, parla come nessun mafioso aveva mai parlato prima, in modo così dettagliato,  così preciso, così coraggioso.

Quello che mi intriga profondamente è questo: cosa spinge davvero un uomo a fare una cosa del genere? Non era stato minacciato, non aveva patteggiato uno sconto di pena, non cercava protezione, era mosso da qualcosa di interno, qualcosa che bruciava e non si lasciava ignorare. Chiamerete quella fede? Follia, coraggio? Forse era tutte e tre le cose insieme mescolate in un modo impossibile da separare.

E se vi dicessi che quello che rivelò in quella stanza nel 1973 era così preciso da descrivere strutture e nomi  che gli inquirenti italiani impiegheranno altri 10 anni a scoprire autonomamente, che nominò persone che allora sembravano intoccabili, che descrisse un sistema che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di mettere nero su bianco.

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