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Accusata, abbandonata e povera. La vedova di Totò Riina e la sua tragica fine…

Il 17 novembre 2017 una donna di 73 anni percorse i corridoi dell’ospedale penitenziario di Parma in Italia. Non pianse davanti alle telecamere, non disse una parola alla stampa, rimase 30 minuti accanto al corpo del marito e poi se ne andò. Quell’uomo morto era suo marito ed era anche il mafioso più temuto che l’Italia avesse mai conosciuto.

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Ninetta Bagarella aveva trascorso 25 anni nascosta con Totò Rina, il capo dei capi di Cosa Nostra. aveva vissuto nell’ombra, aveva cresciuto quattro figli nella clandestinità e non aveva mai in nessun momento, documentato chiesto perdono per questo. La domanda che rimane sospesa è semplice e inquietante. Cosa spinge una donna intelligente, istruita, insegnante a scegliere quell’uomo e quella vita? Prima di continuare lascia un like a questo video.

Questa storia merita attenzione e capirai presto il perché. Sra iniziamo da dove tutto ebbe inizio, in una piccola città siciliana chiamata Corleone negli anni 50, dove due famiglie mafiose si contendevano il controllo del territorio con il sangue. Corleone negli anni 50 non era un set cinematografico, era un luogo reale con strade strette, un silenzio pesante e morti di cui nessuno parlava ad alta voce. La famiglia Bagarella viveva lì.

Il padre Salvatore Bagarella era immerso nel mondo di Cosa Nostra. I figli crebbero in quell’ambiente come chi cresce vicino a una ferrovia. Il rumore non spaventa più. Antonietta Bagarella, che tutti chiamavano Ninetta, era la quinta di sette fratelli. Frequentò il liceo classico, ottenne il diploma magistrale e lavorò come insegnante supplente in una scuola elementare di Corleone.

Era intelligente, studiosa, con occhi scuri e un contegno che attirava l’attenzione. Non era il profilo che si immagina quando si pensa alla moglie di un mafioso. I suoi fratelli però appartenevano a un altro universo. Calogero Bagarella era amico intimo di Totò Rina fin dall’infanzia e Leoluca Bagarella, il più giovane, sarebbe diventato uno degli assassini più freddi e calcolatori di tutta la storia di Cosa Nostra.

Ninetta crebbe circondata da quel mondo. Sapeva fin da bambina cosa significasse quell’ambiente. Fu proprio in quel contesto che conobbe Salvatore Rina. Erano giovani. Lui aveva già seri problemi con la giustizia. La sua prima condanna arrivò quando aveva solo 19 anni, ma a Corleone questo non era necessariamente un dettaglio che allontanava le famiglie.

In certi ambienti era quasi il contrario. Nel 1963 Rina venne arrestato. Ninetta aveva quasi 20 anni. Dichiarò in seguito in un’intervista che fino a quel momento tra loro c’era solo simpatia, ma l’affetto crebbe nell’assenza, come spesso accade quando lui uscì. Il legame tra i due aveva un’altra densità e il fidanzamento arrivò poco dopo.

Nel luglio del 1971 Ninetta Bagarella si sedette davanti a un tribunale e a un giornalista allo stesso tempo. Stava venendo processata come possibile complice di Riina, accusata di aver fatto da collegamento tra il fidanzato e membri di Cosa Nostra. Il pubblico ministero chiese 4 anni di soggiorno obbligato al nord.

Era una pena pesante per una giovane donna. In quel processo pronunciò una frase che definisce tutto ciò che venne dopo. Guardando i giudici disse: “L’amore non guarda certe cose. Io ho scelto di amare Totò Riina”. Non fu un atto di debolezza, fu una dichiarazione deliberata, pubblica, calcolata. Sapeva esattamente cosa stava dicendo e cosa stava scegliendo.

Riuscì a evitare la condanna. argomentò di essere solo una donna innamorata. I giudici accettarono. La stampa la chiamò la maestrina di Corleone. La narrazione della donna innocente, prigioniera di un amore impossibile rimase nell’aria e lei non fece nulla per smentirla, anzi la usò come scudo per anni. Ma l’intervista completa conteneva un’altra confessione.

Disse che sentiva la mancanza di Riina, che lui era lontano da due anni senza dare notizie, né direttamente né indirettamente. Disse che quel silenzio le faceva dubitare dell’amore di lui. Disse che si sentiva sola e umiliata. era una donna davvero innamorata e questa dualità rende la sua storia così difficile da inserire in categorie semplici.

Il matrimonio avvenne il 16 aprile 1974, non in una cattedrale, non con invitati e fiori. Si celebrò in una villa privata a metà strada tra Capaci e Carini vicino a Palermo. A ufficiare fu il sacerdote Agostino Coppola. Oltre agli sposi erano presenti Bernardo Provenzano e Luciano Liggio, due dei nomi più pericolosi della mafia siciliana.

Il matrimonio non venne mai registrato in comune. Giuridicamente sarebbe stato dichiarato nullo decenni dopo, ma per Ninetta e Rina era definitivo. In quel giardino, davanti a due dei mafiosi più ricercati d’Italia, lei disse sì e da quel momento divenne anche lei una latitante. Riina aveva 44 anni, lei ne aveva 29. La differenza d’età era notevole e lei stessa l’aveva menzionata nell’intervista del 1971.

come uno degli elementi che le facevano dubitare dei sentimenti di lui. Eppure disse sì lo stesso e la luna di miele, è difficile crederlo, fu una settimana tra Napoli, Montecassino e infine Venezia, uno degli uomini più ricercati d’Italia che girava per il paese con la sua sposa.

I due andarono a vivere in una villa nel quartiere palermitano di Pallavicino, un posto tranquillo, residenziale dove i vicini non facevano troppe domande. usava un’identità falsa. Ninetta era registrata con il suo vero nome e così vissero per più di 20 anni nella piena città di Palermo invisibili. I quattro figli nacquero lì.

Maria Concetta nel 1974, Giovanni Francesco nel 1976, Giuseppe Salvatore nel 1977 e Lucia nel 1980. Tutti vennero al mondo nella clinica privata Pasqualino Noto di Palermo, dove Ninetta era regolarmente registrata. Le vaccinazioni furono fatte con la complicità di un medico. Il pediatra di famiglia era un uomo d’onore di Cosa Nostra.

Ninetta non fu solo madre in quel periodo, fu insegnante dei propri figli per anni. Mentre Rina comandava uno degli imperi criminali più sanguinari della storia europea, lei insegnava italiano, matematica e storia ai bambini in casa. Per il mondo esterno era una famiglia normale. Per cosa Nostra era la moglie esemplare del capo dei capi.

Cosa sapeva delle operazioni del marito? Questa è la domanda centrale che gli investigatori si posero per decenni. La risposta dei procuratori italiani fu chiara. sapeva molto. Secondo le indagini non era solo una moglie silenziosa. Servì attivamente da collegamento tra Riina e i membri del clan. Gestì risorse.

Fu, secondo la legge italiana complice, ma esiste una differenza tra ciò che dice la legge e ciò che una persona vive dentro di sé. Ninetta non confessò mai nulla, non collaborò mai con la giustizia, non rilasciò mai un’intervista per spiegare le sue scelte. L’unica finestra sul suo pensiero resta quell’intervista del 1971 e il comportamento dimostrato per decenni.

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