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Calogero Vizzini: il vero capo di Cosa Nostra che molti ancora non conoscono. Era temuto da tutti.

Nel cuore della Sicilia, un’isola segnata da tradizione, onore e segreti, un uomo è salito alla ribalta come simbolo di autorità e mistero. Il suo nome Calogero Vizzini o semplicemente Don Calò. Per molti era solo un altro boss della mafia siciliana. Per altri era il vero artefice del potere che ha plasmato Cosa Nostra nel XXo secolo.

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Pochi, tuttavia conoscono la profondità della sua influenza, la sua abilità politica e il timore che il suo nome ispirava. Oggi sveliamo la traiettoria dell’uomo che per molti è stato il vero capo di tutti i capi, un uomo la cui ombra incombe ancora sulla storia della mafia italiana. Calogero Vizzini, noto come Don Calò, nacque il 24 luglio 1877 a Villalba, un piccolo centro nel cuore della provincia di Caltanissetta.

Figlio di Beniamino, un contadino, e di salvatrice Scarlata, proveniva da una famiglia rispettata. Due suoi fratelli scelsero la vita ecclesiastica divenendo sacerdoti e lo zio materno era Monsignor Giuseppe Scarlata, vescovo di muro lucano. Diversamente dagli altri, Calogero non completò le scuole elementari e rimase semianalfabeta, fatto che influenzò il suo avvio nel mondo criminale.

Fin da giovane entrò in contatto con la cosca capeggiata dal noto bandito Francesco Paolo Varsallona. attivo nelle campagne tra Cammarata e Castronovo di Sicilia, Varsallona era un uomo d’onore, dedito a furti di bestiame, contrabbando e riscossione di protezione dai proprietari terrieri. Vizzini si propose come intermediario, aiutando i contadini a trasportare il grano verso i mulini costieri, situati a circa 80 km.

Le strade erano insicure e infestati da banditi. Vizzini strinse dunque un’alleanza con Barsona per garantire protezione e sicurezza. Nel 1902 fu arrestato con la banda di Varsallona con l’accusa di associazione a delinquere, ma fu uno dei pochi a essere assolti per insufficienza di prove. Nonostante le indagini, l’episodio ebbe scarsa incidenza sulla sua carriera.

Nel 1908, grazie alla sua influenza, riuscì a ottenere una parte rilevante dell’esteso fondo Belici, apparteneva al duca Francesco Thomas de Barberin, residente a Parigi. Un terzo di quel territorio rimase sotto il suo controllo, mentre il resto fu affidato a una banca rurale, la cassa rurale, presieduta da un suo zio. Il terreno venne locato ai contadini cattolici, permettendo loro di lavorare in autonomia.

Con l’inizio della Prima Guerra Mondiale la sua posizione si consolidò, forniva cavalli e muli all’esercito italiano, divenendo capo incontrastato della mafia a Villalba. Nel 1917 fu accusato di frode, corruzione e omicidio e condannato a 20 anni di reclusione. Tuttavia, grazie a contatti influenti, venne scagionato e liberato. Successivamente si dedicò al mercato nero e all’estrazione dello zolfo, un’attività redditizia nell’economia siciliana dell’epoca.

Durante il fascismo, Vizzini volle mantenere un equilibrio tra il potere criminale e quello istituzionale. Si dice che abbia finanziato in parte la marcia su Roma del 1922, contribuendo alle spese del movimento di Mussolini. Tuttavia, quando il regime fascista lanciò una dura campagna contro la mafia, Vizzini fu perseguito e nel 1931 fu esiliato in Basilicata.

rientrò a Villalba nel 1937, ormai irreprensibile e posto alla testa delle dinamiche criminali locali. La sua figura rappresenta il prototipo del capomafia rurale, poco alfabetizzato, ma capace di sfruttare reti familiari e reti criminali per costruire un potere stabile e duraturo. La sua ascesa partì dalla mediazione tra contadini e mulini.

proseguì attraverso l’accumulo terriero, la collaborazione con le istituzioni e l’espansione nel mercato nero. Alla base del suo potere c’era il legame diretto con la comunità di Villalba che lo vedeva come punto di riferimento nei momenti in cui lo Stato era lontano. Questo primo capitolo getta le fondamenta per comprendere la trasformazione di un giovane semianalfabeta in figura centrale della Cosa Nostra Siciliana.

L’ambiente contadino, la povertà, le rivolte in regione, la mancanza di protezione istituzionale e le alleanze strategiche furono gli strumenti attraverso cui Vizzini si elevò fino a diventare il boss incontrastato di Villalba. Il suo potere affondava le radici nella società locale, nel bisogno di ordine, nel controllo delle risorse e nella gestione capillare delle tensioni contadine.

In questo quadro appare chiaro come Don Calò fosse ben più di un criminale. Era un leader con un legame profondo con la sua terra e la sua gente. Calogero Vizzini, ancora giovane, iniziò la sua attività come cancia, ovvero intermediario fra i contadini che intendevano macinare il frumento e i mulini costieri, ubicati a circa 80 km.

Le strade che collegavano Villalba alla costa erano teatro di attacchi e rapine e chi controllava i mulini era spesso un mafioso che imponeva tasse e privilegi. La sicurezza nella percorrenza del grano era essenziale. Vizzini comprese presto che bisognava offrire protezione oppure ottenerla.

trovò un alleato nel celebre bandito Francesco Paolo Varsallona che con la sua banda agiva tra le montagne di Camarata e Castronovo. Varsallona, altro non era che un uomo d’onore che forniva manodopera ai proprietari terrieri per sedare rivolte contadine e garantire il trasporto delle merci. Vizini si affiancò a questa struttura facendo leva sulla sua abilità nell’organizzare i percorsi, guadagnando credibilità e potere.

Nel 1902, quando le forze dell’ordine arrestarono Varsallona in un’operazione su vasta scala, anche Vizzini fu catturato e processato per associazione a delinquere. Tuttavia, nonostante la gravità delle accuse, fu uno dei pochi assolti per insufficienza di prove. Questo accadde due volte, sia nella prima che in una successiva accusa.

La clemenza della giustizia, associata alla sua crescente influenza locale gli permise di uscire rafforzato da tali vicende e consolidare una rete di interessi che andava oltre il controllo del grano. Nel 1908 Vizzini concluse un accordo cruciale. Mediò tra il duca Francesco Thomas de Barberin, proprietario del vasto feudo Belici e residente a Parigi, e la locale cassa rurale, presieduta da suo zio, un sacerdote.

Grazie a questo accordo ottenne per sé circa un terzo delle terre del feudo, mentre il resto fu affidato alla banca che poi lo affittò a contadini cattolici. In questo modo Vizzini consolidò la sua posizione come figura di potere nel territorio, apparendo agli occhi dei locali come un benefattore che restituiva dignità ai lavoratori.

Dopo la prima guerra mondiale, Vizzini orientò le sue attività verso l’industria mineraria del San Nnitro. Diventò uno dei principali azionisti della Solfatara di Gessolungo, una delle miniere di zolfo più profonde e produttive della provincia di Caltanissetta. A partire dal 1919 mantenne incarichi rilevanti anche nella miniera Gibellini situata tra Montedoro e Racalmuto.

Attraverso questi investimenti Vizzini ampliò il suo potere collegandolo a un’industria fondamentale per l’economia regionale e nazionale, ottenendo guadagni consistenti dalla lavorazione e vendita del Salnitro. Nel frattempo la zona manteneva forti legami con la Chiesa. I suoi fratelli erano sacerdoti stimati e uno zio era vescovo, tutti impegnati nella risposta sociale alla miseria contadina.

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