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Coppia in vacanza svanisce sul Vesuvio nel 1994 – I carabinieri scoprono un segreto 29 anni dopo

Coppia in vacanza, svanisce sul Vesuvio nel 1994. I carabinieri scoprono un segreto 29 anni dopo. Non c’è niente di più inquietante del pensiero che qualcuno possa essere sepolto vivo. Eppure è proprio ciò che i carabinieri hanno scoperto 29 anni dopo una scomparsa che all’epoca sembrava soltanto uno dei tanti misteri irrisolti d’Italia.

Il Vesuvio, con i suoi silenzi e le sue cavità nascoste, ha conservato per quasi tre decenni il segreto di una coppia in vacanza che sembrava essersi dissolta nel nulla. Ma dietro quella sparizione c’era molto più di un’escursione finita male. C’era una bugia costruita con freddezza. C’era un amore finito nell’odio.

C’era un uomo che ha lottato per la vita fino all’ultimo respiro e che ha lasciato un messaggio inciso nella roccia per accusare chi l’aveva condannato al buio e alla morte. Io sono Tony e questo è il canale I scomparsi d’Italia. Se anche voi credete che storie come questa meritino di essere raccontate, iscrivetevi al canale e attivate le notifiche.

Quella che vi racconterò oggi è un romanzo costruito con delicatezza, ma ispirato a fatti ed emozioni che la vita ci ha spesso mostrato essere possibili. Dietro ogni scomparsa c’è un mondo di verità nascoste e in questo racconto esploreremo uno di quei mondi passo dopo passo. Era il 18 agosto del 1994 quando Giulia Moretti e Matteo Ricci, entrambi di Milano, decisero di affrontare una breve escursione lungo uno dei sentieri secondari del Vesuvio.

Una vacanza nel Sud d’Italia pensata per riavvicinarsi, per ritrovare l’intesa. I giorni precedenti erano stati tesi. Giulia si sentiva trascurata, Matteo sembrava distante, forse già con la mente altrove. Ma quel giorno, con il cielo terso e l’aria tiepida, sembrava che la tensione potesse sciogliersi in una passeggiata tra i pini e le rocce laviche.

Parcheggiarono l’auto in una piazzola di sosta poco battuta, lontana dai flussi turistici principali. Un guardiaparco li vide e scambiò poche parole con loro. Disse di fare attenzione ai sentieri chiusi per rischio frane. Giulia annuì sorridendo, mentre Matteo si limitava a uno sguardo fugace. Nessuno avrebbe immaginato che di lì a poche ore uno dei due non sarebbe più tornato.

Quella sera Giulia ricomparve al parcheggio da sola. I capelli spettinati, la camicia sporca di terra, lo sguardo perso. Disse al guardiaparco che Matteo si era allontanato per fotografare una formazione rocciosa e che poi non era più tornato. Aggiunse che aveva cercato ovunque, chiamato lungo, ma senza risposta.

I carabinieri arrivarono poco dopo. Cominciarono le ricerche notturne con torce e cani, ma senza risultati. Al mattino seguente squadre di soccorso perlustrarono ogni angolo accessibile della zona, convinti che si trattasse di una caduta accidentale. Ma del giovane non c’era traccia, solo il suo zaino era rimasto in macchina insieme a una guida turistica sgualcita e due bottiglie d’acqua ancora sigillate.

La scomparsa di Matteo fu registrata come incidente in montagna. I giornali locali ne parlarono per qualche giorno. Giulia, intanto, divenne il volto della compagna disperata, rilasciava dichiarazioni, raccontava quanto fosse stata improvvisa quella sparizione, piangeva davanti alle telecamere, ma qualcosa, nei suoi occhi e nei suoi racconti lasciava un’ombra sottile.

Alcune versioni non combaciavano. Prima disse che Matteo era caduto dietro un costone, poi parlò di una fenditura invisibile, infine accennò a una possibile scelta volontaria come se l’uomo avesse deciso di scomparire. Nessuna di queste spiegazioni convinse davvero. I genitori di Matteo, soprattutto il fratello Enrico, non accettarono mai la narrazione di Giulia.

Sapevano che il ragazzo non avrebbe mai fatto una cosa simile. Non era nel suo carattere. era razionale, prudente, nonostante l’amore per la natura e le escursioni, e soprattutto non avrebbe mai lasciato la madre malata senza una parola. Per anni Enrico cercò indizi, scrisse lettere, contattò giornalisti, ma con il tempo tutto si spense.

Giulia si trasferì a Genova nel 1996, si sposò, ebbe due figli. Del passato non parlava mai. Matteo diventò un fantasma congelato nel tempo, un nome scolorito tra gli archivi delle persone scomparse, fino a quando, nell’autunno del 2023, una squadra di geologi incaricata di studiare le fratture del Vesuvio dopo una serie di microscosse sismiche si imbattè in una fessura coperta da massi e vegetazione.

Era stretta, quasi invisibile e sembrava chiusa in modo artificiale. Quando rimossero parte delle rocce, l’odore acre di decomposizione e terra antica salì improvviso. All’interno, rannicchiato contro la parete, c’era uno scheletro umano con indosso frammenti di una maglietta e una suola ancora leggibile, una marca sportiva che non si produceva più dal 94.

E accanto a quel corpo, inciso nella pietra con segni profondi e irregolari, compariva una scritta che lasciò tutti senza fiato, Giulia colpevole. La notizia del ritrovamento si diffuse a una velocità vertiginosa. I giornali titolavano con parole cariche di mistero e rabbia, ritrovato sul Vesuvio il corpo di Matteo Ricci. La scritta incisa accusa la sua compagna.

Le televisioni tornavano a parlare di un caso dimenticato da quasi 30 anni e le immagini dell’epoca, quelle di Giulia che piangeva davanti ai microfoni, riemergevano, ora osservate con occhi diversi. La scoperta della scritta sembrava suggerire non solo una verità nascosta, ma un’ultima volontà di giustizia strappata con le unghie dalla morte.

Il corpo fu recuperato con estrema difficoltà perché la fessura in cui era stato spinto si restringeva bruscamente dopo pochi metri. I rilievi forensi determinarono che Matteo era sopravvissuto alla caduta per almeno qualche giorno. Aveva una frattura alla gamba destra e varie lesioni, ma nulla di immediatamente letale. All’interno della cavità furono trovate tracce di unghie spezzate contro la roccia, segno che aveva tentato disperatamente di uscire.

La scritta Giulia colpevole era incisa poco sopra l’altezza degli occhi, su una parete che Matteo doveva aver raggiunto trascinandosi con le braccia. Le analisi indicavano che la frase era stata incisa con una pietra appuntita, probabilmente recuperata nella stessa cavità. I solchi erano profondi, tracciati con forza e ripetizione. Nessun dubbio, era stato lui.

Le prove biologiche coincidevano. La posizione del corpo, l’usura delle ossa e persino un piccolo brandello di pelle mummificata, ancora attaccata al polso, rafforzavano la certezza. Matteo aveva lottato contro la morte e contro il tempo, ma più di tutto aveva voluto lasciare un messaggio. Fu allora che i carabinieri riaprirono formalmente l’indagine.

L’ipotesi di incidente venne scartata immediatamente. La posizione dei massi che ostruivano l’ingresso della fessura non era frutto di una frana. erano stati sistemati uno sopra l’altro con precisione, come un tappo. Il comandante del reparto investigativo, il tenente Colucci, lo disse chiaramente alla stampa: “Ci sono elementi forti che indicano un’interferenza volontaria e su questo stiamo concentrando la nostra attenzione.

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