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Due piloti affrontarono 60 caccia britannici, il motore collassò subito dopo l’atterraggio

Il motore tossisce una volta, poi due, poi silenzio. Un silenzio che pesa più di 1000 bombe. A 8.000 m di quota sopra il canale di Dover. Due piloti italiani guardano l’orizzonte e vedono qualcosa che gela il sangue nelle vene. 60 caccia britannici che si avvicinano come uno stormo di rapaci affamati.

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Il carburante sta finendo, i comandi rispondono a malapena e tra pochi secondi quei due giovani ragazzi di Torino dovranno compiere una scelta che cambierà per sempre il corso della loro vita. Questa non è una storia di guerra qualunque. Questa è la storia di due uomini che sfidarono l’impossibile, che guardarono la morte negli occhi e le sorrisero, che scrissero con il loro coraggio una delle pagine più incredibili e dimenticate della regia aeronautica.

una storia che vi lascerà senza fiato, perché quando tutto sembra perduto, quando il cielo diventa un inferno di fuoco e metallo, l’unica cosa che rimane è la volontà di sopravvivere. E loro ce l’avevano. È come se ce l’avevano. Se volete scoprire come questa missione impossibile si sia trasformata in una leggenda, se volete conoscere i segreti di un’impresa che nemmeno Hollywood oserebbe inventare, allora non potete perdervi nemmeno un secondo di questa storia.

Iscrivetevi al canale e attivate la campanella perché quello che state per ascoltare vi terrà incollati fino all’ultima parola, ve lo prometto. Era il 28 settembre 1940. L’Europa bruciava, Londra era sotto i bombardamenti quotidiani della luftwa vaffe tedesca, ma pochi sapevano che anche l’Italia stava partecipando a quella campagna aerea con il corpo aereo italiano e ancor meno persone conoscevano la storia del tenente Giulio Reiner e del sergente maggiore Carlo Massini, due piloti che quella mattina si preparavano per quella che sembrava

una missione di routine. Ricognizione sul territorio britannico. Raccolta informazioni, rientro alla base, semplice sulla carta. Giulio Reiner aveva 24 anni, capelli neri sempre un po’ ribelli, occhi scuri che sembravano vedere oltre l’orizzonte. Veniva da una famiglia di commercianti torinesi, gente che non aveva mai avuto nulla a che fare con la guerra, ma lui, fin da bambino, guardava il cielo con una fascinazione che sua madre non riusciva a comprendere.

A 18 anni si era arruolato nell’aeronautica e aveva dimostrato un talento naturale per il volo che aveva impressionato persino i suoi istruttori più severi. Calmo, preciso, determinato. Era il tipo di uomo che non alzava mai la voce, ma quando parlava tutti ascoltavano. Carlo Massini era diverso, 3 anni più giovane di Giulio.

Aveva un sorriso contagioso e un’energia che riempiva qualsiasi stanza. Veniva dalle campagne piemontesi, figlio di contadini che avevano lavorato la terra per generazioni. Era robusto, con mani grandi e forti e aveva imparato a volare quasi per sfida per dimostrare che un ragazzo di campagna poteva essere bravo quanto i figli dei nobili e degli ufficiali e ci era riuscito.

era diventato uno dei migliori mitraglieri della regia aeronautica con una mira che sembrava guidata da un istinto soprannaturale. Quella mattina alle 6:00 in punto i due si erano presentati davanti al loro aereo, un Fiat BR20 Cicogna, un bombardiere bimotore che portava quel nome per via della sua sagoma elegante e slanciata. Non era il caccia più veloce del cielo, ma era affidabile, robusto e aveva già portato a casa molti equipaggi da situazioni difficili.

Giulio controllava i comandi nella cabina di pilotaggio, mentre Carlo verificava le mitragliatrici difensive, assicurandosi che ogni nastro di munizioni fosse caricato perfettamente. Il comandante della base, un colonnello dai baffi grigi e l’espressione sempre corrucciata, li aveva chiamati nel suo ufficio prima del decollo.

Ragazzi, aveva detto con voce grave, la missione è delicata, dovete fotografare le installazioni britanniche lungo la costa di Dover. Il comando ha bisogno di quelle immagini per pianificare le prossime operazioni, ma state attenti, i cieli britannici infestati di Speedfire e Harurry Kane. Se vi avvistano, non cercate lo scontro, scattate le foto e tornate indietro.

Avete capito? Giulio aveva annuito. Capito, signore. Carlo aveva stretto i pugni sentendo l’adrenalina che già iniziava a scorrere. Faremo il nostro dovere, colonnello. E così alle 7:00 del mattino il BR 20 aveva rullato sulla pista e si era alzato in volo tagliando le nuvole basse che coprivano il Belgio. Il rombo dei motori era potente, rassicurante.

Giulio teneva la cloche con mano ferma, gli occhi fissi sull’orizzonte, mentre Carlo controllava gli strumenti di navigazione e teneva d’occhio il cielo intorno a loro. Per i primi 40 minuti tutto era andato liscio. Avevano attraversato il cielo grigio del nord della Francia, avevano sorvolato il canale e avevano raggiunto la costa britannica senza incontrare resistenza.

Giulio aveva abbassato la quota per permettere a Carlo di scattare le fotografie necessarie. Le scogliere bianche di Dover si stagliavano sotto di loro, maestose e minacciose. Le batterie antiaeree britanniche avevano iniziato a sparare, ma i colpi esplodevano lontano, senza costituire una vera minaccia.

“Fatto”, aveva detto Carlo dopo pochi minuti riponendo la macchina fotografica. Abbiamo tutto quello che serviva, possiamo tornare a casa. Giulio aveva sorriso. Perfetto, mettiamoci comodi per il viaggio di ritorno. Ma proprio in quel momento il destino aveva deciso di cambiare le carte in tavola. Giulio. La voce di Carlo era cambiata, non più allegra, non più rilassata, tesa, preoccupata.

Abbiamo compagnia. Giulio aveva girato la testa e aveva visto quello che Carlo stava guardando attraverso il periscopio di coda. Puntini neri all’orizzonte, tanti puntini neri che si avvicinavano velocemente. “Quanti sono?” aveva chiesto Giulio, sentendo il cuore accelerare. Carlo aveva contato, aveva ricontato, aveva sperato di sbagliarsi.

Troppi, almeno 60. forse di più. 60 caccia britannici. Speedfire e Hurricane, i migliori aerei da combattimento che la RAF potesse mettere in campo. Veloci, agili, letali e tutti diretti verso quel singolo bombardiere italiano che osava volare sopra il loro territorio. Giulio aveva stretto la cloch.

Teniamoci pronti, saliremo di quota e cercheremo di seminare i più lenti. Ma prima che potesse iniziare la manovra, uno dei motori aveva tossito quel suono secco, innaturale che ogni pilota impara a temere. Il motore sinistro stava perdendo potenza. No, no, no. Giulio aveva controllato gli indicatori. La pressione dell’olio stava scendendo, la temperatura saliva, qualcosa non andava. Giulio, si stanno avvicinando.

La voce di Carlo era diventata un grido e allora Giulio aveva preso la decisione, una decisione che solo un vero pilota, uno con nervi d’acciaio e un coraggio smisurato, avrebbe potuto prendere. Carlo, preparati, non scapperemo, combatteremo. Combattere contro 60 caccia. Abbiamo due opzioni, arrenderci o vendere cara la pelle.

E io non ho intenzione di arrendermi. Carlo aveva riso, un riso nervoso, ma vero. Va bene, tenente, se dobbiamo morire almeno facciamolo da uomini. I primi Speedfire erano arrivati come fulmini, argentati, velocissimi, con le ali che tagliavano l’aria come lame. Avevano aperto il fuoco simultaneamente e il cielo si era trasformato in un inferno di traccianti rossi e gialli che fischiavano intorno al BR20.

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