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Ex Luogotenente della Ndrangheta CONFESSA: Il VERO BOSS NON ERA Leoluca Bagarella

Il mio nome non ha importanza, ma quello che ho visto sì. Tutti, dai carabinieri e i giornalisti fino ai pentiti più celebri credono che dopo l’arresto di Totori Ina il potere assoluto fosse nelle mani di Leoluca Bagarella. Pensano a Don Luchino, alla sua ferocia leggendaria, alla strategia delle stragi che mise in ginocchio lo Stato.

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Ma questa è la prima e la più grande menzogna che vogliono farvi credere. È un’illusione costruita con il sangue e il rumore, una cortina di fumo studiata. per nascondere chi tirava davvero i fili. Io c’ero. Ho servito quell’uomo bagarella e l’ho visto chinare la testa non davanti alla legge, ma davanti a un’ombra un potere che non aveva bisogno di pistole perché la sua arma era il silenzio.

Non sto parlando di un altro capo mafia, di un rivale o di un boss più anziano della commissione. Parlo di qualcosa di completamente diverso. Un’entità che non rientrava nei nostri schemi mentali. Noi eravamo uomini d’onore, soldati legati da giuramenti e codici di violenza. Lui era un’altra cosa. Non aveva un soprannome da battaglia, non lo vedevi mai ai summit nelle campagne di Ciaculli.

Operava in un mondo parallelo al nostro, un mondo fatto di numeri, di leggi, di influenza sussurrata nei salotti buoni di Palermo e Roma. La sua esistenza era il segreto meglio custodito di Cosa Nostra, un segreto che, una volta scoperto riscriveva l’intera storia dell’organizzazione e spiegava il vero motivo per cui, nonostante gli arresti e le guerre, il sistema non crollava mai.

La mia storia, quindi, non è un racconto di redenzione, è la cronaca di come un uomo come me, Antonino Genko, un luogo tenente cresciuto nel culto della forza bruta, si è inciampato nella verità. Come ho scoperto questa figura che viveva nell’ombra, quest’uomo che tra di noi avevamo imparato a chiamare con timore il professore? Come funzionava la sua rete invisibile, capace di controllare un assassino come Bagarella con la stessa facilità con cui un banchiere muove capitali tra la Svizzera e Panama. E soprattutto come sono

riuscito a scappare quando ho capito che conoscere quella verità era una condanna a morte più sicura di qualsiasi tradimento? Queste sono le domande a cui risponderò, perché capire lui significa capire la vera natura del potere. Non sono nato criminale. La mia famiglia possedeva da generazioni un piccolo uliveto fuori Corleone.

Non eravamo ricchi, ma eravamo gente onesta, abituata al sudore e alla fatica. Poi all’inizio degli anni 90 la pressione divenne insopportabile. Un clan vicino iniziò a chiederci il pizzo, prima con le minacce, poi bruciandoci una parte del raccolto. Denunciare era impensabile, significava firmare la propria condanna e quella dei miei genitori.

C’era solo una via per proteggere la nostra terra e il lavoro di una vita, chiedere protezione a chi era più forte di loro. E a Corleone, in quegli anni i più forti erano gli uomini di Bagarella. La mia entrata in Cosa Nostra non fu una scelta di potere, ma un atto di sopravvivenza disperata. Per chi non l’ha vissuto è difficile immaginare cosa fosse la Sicilia nel 1993.

Non era solo criminalità, era uno stato parallelo che governava con le sue leggi. Cosa Nostra controllava tutto: gli appalti per le nuove costruzioni, il mercato ortofrutticolo, i voti per eleggere sindaci e deputati regionali. Il suo fatturato, si diceva, superava quello di una grande azienda nazionale. Le bombe di Capaci e via D’Amelio erano la sua faccia pubblica, la dimostrazione muscolare della sua potenza militare, ma quella era solo la punta dell’iceberg.

Sotto la superficie della violenza, come ho imparato a mie spese, c’era un’organizzazione fredda, quasi aziendale, la cui vera forza non risiedeva nei Kalashnikov, ma nei bilanci, nelle informazioni riservate e nelle connessioni insospettabili. All’inizio ero solo un soldato. Facevo quello che mi veniva detto, riscuotevo, intimidivo, mi guadagnavo il rispetto con la durezza.

La mia lealtà a Bagarella era totale, perché lui ci aveva dato ordine e ci aveva protetto. Lo vedevo come un re guerriero, un uomo spietato, ma giusto, secondo le nostre regole ferre. Credevo, come tutti gli altri, che le sue decisioni fossero legge e che il suo volere fosse l’origine di ogni azione. Non potevo neanche immaginare che un uomo come lui, uno che faceva tremare l’Italia intera con un solo sguardo, prendesse ordini.

La prima volta che ho intuito qualcosa fu un incontro in una villa isolata nelle campagne palermitane. Un dettaglio apparentemente insignificante, un cambio di postura, un tono di voce. Allora non capì, ma oggi so che quello fu il primo squarcio nel velo. I miei primi compiti erano semplici, brutali. Imparai presto che il rispetto nel nostro mondo non si chiede, si prende, non con le parole, ma con la paura che riesci a instillare negli occhi degli altri.

Fui assegnato alla riscossione del pizzo in alcuni quartieri di Palermo, un lavoro sporco che mi insegnò la grammatica del potere. Vedevo commercianti onesti, uomini che lavoravano 12 ore al giorno, abbassare lo sguardo davanti a me, un ragazzo che fino a pochi mesi prima zappava la terra. Non provavo orgoglio, ma una fredda sensazione di necessità.

Era il prezzo da pagare per la sicurezza della mia famiglia. Un’equazione terribile che giustificavo ogni notte prima di dormire, dicendomi che non avevo avuto scelta. Dentro l’organizzazione la gerarchia era chiara come la luce del sole siciliano. C’erano i soldati come me, gli esecutori, sopra di noi i capi de Cina, uomini che gestivano i territori.

E poi al vertice di tutto c’era lui, Leoluca Bagarella. Per noi non era un uomo, era una divinità della violenza, l’incarnazione della volontà di Cosa Nostra. Ogni suo ordine era un Vangelo, ogni suo desiderio una legge. La sua feroce era leggendaria e serviva a mantenere l’ordine, a terrorizzare i nemici e a disciplinare persino noi.

Credevo ciecamente in quella struttura, in quella piramide di potere, dove la forza era l’unico metro di giudizio. Era un sistema semplice, comprensibile e io mi sentivo al sicuro tra le sue mura. Col tempo la mia lealtà e la mia efficienza furono notate. Fui promosso, allontanato dalla strada e avvicinato al cerchio più stretto di don Luchino.

Diventai uno dei suoi uomini di fiducia, un incarico che significava più responsabilità, ma anche più pericoli. In quel periodo vedevo il potere da vicino, partecipavo a riunioni in casolari sperduti, ascoltavo discussioni su appalti, omicidi e strategie politiche. Bagarella dominava ogni conversazione.

La sua presenza riempiva la stanza. La sua voce era un tuono che non ammetteva repliche. Era un re nel suo castello, circondato da una corte di uomini che pendevano dalle sue labbra, pronti a uccidere o morire per un suo cenno. E io ero uno di loro. Fu in quel periodo, durante un pomeriggio affoso di fine estate, che la mia percezione del mondo iniziò a incrinarsi.

Ci trovavamo in una villa sulle colline sopra Monreale, un luogo isolato e apparentemente anonimo, usato per gli incontri più riservati. Bagarella era insolitamente teso, camminava avanti e indietro nel grande salone, ignorando tutti. Non stava pianificando un attentato o una vendetta, stava aspettando qualcuno.

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