15 settembre 1993, Brancaccio, periferia di Palermo. Un prete di 56 anni torna a casa. sta infilando la chiave nella serratura del portone. Un uomo gli si avvicina, gli punta una pistola calibro 765 al collo. Don Pino Puglisi si volta, guarda in faccia al suo killer e sorride. “Me l’aspettavo”, dice.
Poi sorride di nuovo. “È il suo 56º compleanno, è l’ultimo regalo che riceverà”. A volere la sua morte sono i fratelli Graviano e il 1993 per loro è solo all’inizio. Nella prima puntata abbiamo ricostruito le origini dei fratelli Graviano, la nascita a Brancaccio, l’omicidio del padre Michele il 7 gennaio 82, la salita al comando del mandamento nel 1990 e la saldatura con Matteo Messina Denaro.
Per capire il 1992 bisogna tornare di qualche mese indietro. Tra ottobre e novembre del 1991 nel territorio del mandamento di Matteo Messina Denaro si tiene un summit decisivo. La rivelazione arriverà anni dopo dal pentito Vincenzo Sinacori, ex capo del mandamento di Mazzara del Vallo. L’appuntamento è a Castelvetrano, lo presiede Salvatore Rina.
Sono presenti Matteo Messina Denaro e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Lì, in quella riunione, viene decisa l’uccisione di Giovanni Falcone, dell’allora ministro Claudio Martelli, di Maurizio Costanzo e di altri giornalisti. È il momento in cui la stagione delle stragi prende forma operativa. Sinaori aggiunge che a quel summit ne seguono altri.
a Palermo, a casa di Salvatore Biondino, il boss di San Lorenzo che verrà arrestato insieme a Riina il 15 gennaio 93. È in questi successivi incontri che vengono definite le modalità con cui devono essere colpite le vittime disegnate dai corleonesi. Bisognava usare armi tradizionali. In caso di attentati bisognava chiedere il permesso a Rina e a Roma arrivarono con un camion di armi ed esplosivo quando il 23 maggio 92 l’autostrada di Capaci salterà in aria.
Falcone non sarà la prima vittima della pianificazione stragista, sarà la prima vittima di una pianificazione cominciata mesi prima a Castelvetrano, nel territorio di Matteo Messina Denaro, con i fratelli Graviano seduti al tavolo. Mentre a Palermo si prepara Capaci, un commando di Cosa Nostra si trasferisce a Roma. È febbraio 1992.
Il gruppo è composto da Matteo Messina Denaro, Francesco Geraci, gioielliere e uomo di fiducia di Matteo, Vincenzo Sinacori, Renzo Tinnirello, Giuseppe Graviano e Filippo Cannella, detto Fifetto. Il gruppo si ferma nella capitale per meno di due settimane. Nelle giornate romane il Commando frequenta ristoranti e locali alla moda, ma alla ricerca di attori, di volti noti, di punti di riferimento, soprattutto alla ricerca di Maurizio Costanzo.
Il giornalista era stato già condannato a morte dall’organizzazione l’anno precedente quando in tandem con Michele Santoro conduceva programmi durissimi contro la criminalità organizzata. parlava in televisione sempre male dei mafiosi, dirà Matteo a Geraci a titolo di motivazione. >> Dove ci mettiamo? >> Venga qui.
Allora, dica quello che c’ha da dire. Se mi dà il microfono parlo liberamente. Voglio dire soltanto che qui stasera >> vorrei parlare pure io, siccome ho sentito pazientemente, ho ascoltato per 3 ore tutte le buffonate che avete costruire, chiedo 2 minuti in silenzio. Credo che abbia il diritto di farlo, solo 2 minuti. C’è in atto una volgare aggressione alla classe dirigente migliore che abbia la Democrazia Cristiana in Sicilia.
una volgare aggressione >> mafia made in Italy. Quindi c’è qualcuno che le produce, qualcuno che le vende e qualche imbecille che le compra. Abbruciamo. L’attentato del 91 era stato rimandato per problemi organizzativi. Ora si torna alla carica. A pedinare Costanzo nel febbraio 92 sono Geraci e Sinaori. Sinaori guida l’auto perché conosce Roma.
Geraci è una pedina preziosa perché formalmente è pulito qualora venissero fermati dalle forze dell’ordine. La versione di copertura da raccontare è che Franco è a Roma per una riunione con un grossista. ha incontrato per caso il compaesano Matteo e hanno deciso di fare un giro insieme. Molti anni dopo, intercettato in carcere mentre parla con un compagno di passeggio, Giuseppe Graviano farà una rivelazione esplosiva.
Afferma di essere stato nel 92 a Roma in compagnia di Matteo Messina Denaro. “Ero con lui” dice Graviano e svela di essere stato sempre con Matteo anche nel teatro in cui si registrava il Maurizio Costanzo Show. Ci siamo seduti accanto. Gli investigatori della Dia, visionando tutti i filmati della trasmissione accertano che Graviano viene inquadrato fra il pubblico del teatro la prima volta a gennaio 92 e la seconda volta al 13 novembre 92.
I fotogrammi estratti dal video danno la certezza agli investigatori che fosse il boss di Brancaccio all’epoca latitante. Non è chiaro se sia stata estratta anche l’immagine dell’uomo seduto accanto a lui che dovrebbe essere Matteo Messina Denaro. Se così fosse sarebbe la fotografia più recente in assoluto del super latitante.
L’attentato a Costanzo, in quei giorni di febbraio viene di nuovo rimandato. Arriverà solo l’anno successivo, il 14 maggio 93 in via Fauro a Roma. Costanzo sopravviverà miracolosamente. >> Buonasera. Violenta esplosione questa sera intorno alle 21:40 a Roma in via Fauro, nel quartiere Parioli. Autobomba i Parioli, decine di feriti.
Una voce volevano uccidere Maurizio Costanzo. >> Costanzo sale su un’auto, un’auto diversa dal solito, insieme con la sua compagna e con l’autista. Passano accanto all’autobomba, svoltano a sinistra in via Boccioni. Ecco l’esplosione che squassa l’aria e fa scendere un buio fitto su tutto il quartiere. >> Buongiorno dal TG2.
L’autobomba a Roma, un attentato di avvertimento. Le ipotesi mafia, terrorismo serbo, tentativo di destabilizzazione. Terrore tra la gente, parlano i feriti e di testimoni. >> Come si presenta lo scenario dell’attentato a quasi 24 ore di distanza? Alessandro Feroldi, >> buonasera. Dunque, i Vigili del Fuoco hanno terminato i sopralluoghi nei nel centinaio di appartamenti, 99 per la precisione, che sono stati interessati a questo attentato a vario titolo.
sono state sistemate urgentemente le situazioni di pericolo, cioè pareti o pavimenti o soffitti pericolanti che potessero danneggiare le persone, però non le persone che ritorneranno ancora nelle case, che sono di fatto inagibili, ma le persone, appunto, vigili del fuoco che provvederanno a puntellare, riparare e creare un’emergenza, diciamo, per l’interno degli stabili.
I controlli statici saranno fatti più avanti. Comunque per ora rimangono inagibili. Dunque, il cratere che vedete ai miei piedi, l’esplosione è stata così violenta che, come avrete già visto nelle immagini di questa giornata, entrando la massa d’aria in tutti gli spazi possibili, cioè finestre, porte saracinesche, ha praticamente devastato gli appartamenti dall’interno.
ipotesi verosimile che Maurizio Costanzo fosse l’obiettivo di questo attentato è questo muretto che vedete da questa parte, la Camera lo sta inquadrando, che evidentemente ha salvato la macchina su cui viaggiava Maurizio Costanzo, una Mercedes che è nella strada di fianco e via Boccioni. Questo muro, evidentemente ha salvato la macchina da questa massa d’urto che, ripeto, ha praticamente devastato tutto il devastabile in un raggio molto più ampio di quello che si può vedere qua. spalle.
Dietro c’è il teatro dove Maurizio Costanzo registra il suo Maurizio Costanzo Show. Poi la sua automobile, una Mercedes a noleggio con una scorta privata, scende da questa strada che vedete, via Ruggero Fauro. Ecco, a questo punto dove si vede la buca c’erano due automobili parcheggiati nelle quali o sotto le quali ancora gli investigatori devono accertarlo.
C’era almeno c’erano almeno 10 kg di tritoro. Comunque l’auto di Costanzo scende a questo punto della strada e qui necessariamente deve girare a sinistra perché c’è senso vietato e questo è il punto in cui la macchina rallenta ma l’esplosivo non è ancora scoppiato. Ecco la Mercedes di Maurizio Costanzo. A questo punto la macchina riceve la deflagrazione da lontano e come vedete questi sono i danni.
Quindi, quando la bomba è esplosa, la macchina era circa a 20-30 m, ma soprattutto era dietro l’angolo. >> Sono molto frastornato in questo momento, era una oltretutto una serata molto tranquilla. Era molto di routine la la storia era molto molto tranquilla. Forse di routine c’è di non routine c’è solo una cosa che io in proprio in maniera inusuale questa sera non avevo la macchina che solitamente ho.
>> Chi c’era con te sull’auto? Ecco, c’era lei che è Maria De Filippi che la persona che divide con me fino a ieri gioie, fino a questa notte le ansie, >> i rischi e i pericoli. >> I rischi e i pericoli. >> Sul momento non pensi niente, anche se sei fredda e lucida, quindi vedi quello che succede. E io ho avuto paura, penso che ce l’ha bevuta anche lui.
Per cui uno si guarda, poi guarda la persona che è accanto, vede che non è che stai bene, che non è successo niente e poi ti viene voglia di scappare. Io sono scappata, sono corsa avanti e lui dietro. 4 giorni dopo, il 27 maggio, esploderà via Deggi Orgofili a Firenze. >> Un cratere largo 3 m e profondo più di due.
Per fare una buca del genere ci vogliano 100 kg di esplosivo, hanno detto gli inquirenti. Firenze, colpita al cuore in via Lambertesca, a pochi passi da Piazza della Signoria e sgomenta e allibita. Cinque le salme recuperate sotto quelle macerie, 28 i feriti, due in gravissime condizioni. >> Mi sono sentito un dolore a una tempia e mi sono svegliata con della polvere in bocca.
La prima cosa ho fatto cercare il bambino e poi siamo riusciti in qualche modo a scendere dalle scale in mezzo a tutto che crollava. L’inferno è scoppiato alle 1:05 di notte, un’esplosione che ha sventrato l’antica torre dei pulci e un intero stabile. L’onda d’urto fa tremare Palazzo Vecchio e sconquassa la galleria degli Uffizi. I soccorsi arrivati subito trovano la gente inebetita, ferita, che si aggira in pigiama per questi medievali vicoli come sotto un bombardamento.
>> Ho sentito un grandissima polvere, non si riusciva nemmeno a respirare, era trollato tutto e basta. Il gas è la prima ipotesi della tragedia, mentre alla luce delle torce appaiono i corpi di Fabrizio Nencioni 39 anni, vigile urbano, della moglie Angela di 36 anni, delle due figlie Nadia di 9 anni e Caterina di 2 mesi appena.
Una famiglia intera distrutta. Nel palazzo di fronte crollato il corpo carbonizzato di Dario Capolicchio, 26 anni. È giorno ormai. A metà mattinata trova conferma l’ipotesi dell’esplosivo avanzata subito dal direttore della protezione civile. Il procuratore generale Pierluigi Vigna dice >> ci si orienta, come ho detto, sull’esplosivo.
>> Bene. >> In un attimo Firenze e l’Italia piombano di nuovo nella strategia del terrore. Arriva il ministro dell’interno Nicola Mancino, arriva il presidente del Senato Giovanni Spadolini, il ministro dei beni culturali Alberto Ronchi e quello dell’ambiente Valdo Spini. In una Firenze sconvolta saltano subito agli occhi le analogie con l’altro attentato di Roma in via Fauro.
>> 23 maggio 92, ore 17:58 sull’autostrada A29 che collega Palermo all’aeroporto di Puntisi nei pressi dello svincolo di Capaci. Cinque quintali di esplosivo caricati in bidoni sistemati in un cunicolo sotto il manto stradale vengono fatti esplodere a distanza con un telecomando nel momento esatto in cui passa il convoglio blindato del giudice Giovanni Falcone.
Buonasera. L’Italia è in lutto per l’uccisione del suo giudice simbolo nella lotta contro la mafia. Giovanni Falcone è morto poche ore fa vicino a Palermo in un attentato devastante che ha provocato, secondo le notizie, anche la morte della moglie e di quattro uomini della scorta. Un attentato orribile che ha fatto altri 10 feriti, tra i quali alcuni sono in gravissime condizioni.
Un attentato orribile anche per le immagini che stiamo per vedere. Per uccidere Giovanni Falcone sono stati impiegati, pensate, 1000 kg di esplosivo. Una carica dalla potenza devastante che ha letteralmente polverizzato un lungo tratto dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Risi porta a Palermo, vicino allo svincolo di Capaci.
Proprio sotto il cavalcavia dello svincolo era stato collocato l’esplosivo. Un’azione evidentemente preparata con cura e con un dispiegamento ingente di mezzi e di coperture da parte dell’organizzazione mafiosa. Pensate cosa vuol dire poter piazzare una tonnellata di tritolo con gli apparati del comando a distanza, tenerli celati, poter sincronizzare l’attentato con il passaggio dell’auto di Falcone.
La mafia aveva evidentemente uomini all’aeroporto di Puntaraisi per verificare l’avvenuto atterraggio del volo e lungo tutto il tragitto dallo scalo al punto dell’esplosione. >> L’esplosione è catastrofica. La carreggiata viene sventrata. 50 m di asfalto volano in aria. Il giudice Giovanni Falcone muore. Muore sua moglie Francesca Morvillo.
Anche lei è magistrata. Muoiono gli agenti della scorta. Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani. Schifani aveva 27 anni, lascia una moglie Rosaria incinta di 7 mesi. Rosaria Schifani parlerà alla televisione italiana al giorno dei funerali con parole che resteranno nella memoria collettiva del paese. >> Rosaria Costa, vedova della gente, Vito Schifani.
Io vi perdono, però mi dovete mettere in ginocchio per >> se avete il coraggio di cambiare, loro non cambiano. È la strage di Capaci, il momento in cui Cosa Nostra dichiara guerra aperta allo stato italiano. Non è un omicidio, è un atto di guerra. Non si uccide un giudice in silenzio in un vicolo, si fa esplodere un pezzo di autostrada davanti all’intera nazione.
Il telecomando a Capaci lo preme Giovanni Brusca dalla collina che sovrasta l’autostrada. fatto accertato dalle sentenze e confermato dallo stesso Brusca. Ma sul tema ovviamente torneremo più avanti con un approfondimento dedicato. Giuseppe Graviano viene condannato all’ergastolo per la strage di Capaci il 27 settembre 97 dalla Corte d’Assise di Caltanissetta con una sentenza che emette 24 ergastoli totali, meno dei 32 richiesti dall’accusa.
La sua condanna è quella di mandante e organizzatore, non di esecutore materiale. Subito dopo il verdetto i pubblici ministeri annunciano la fase successiva delle indagini, puntare sui cosiddetti mandanti a volto coperto, sugli esponenti del mondo imprenditoriale e degli apparati deviati dello Stato che non sarebbero stati estranei alla strage.
Una promessa investigativa che risuonerà per decenni. 19 luglio 92, ore 16:58, via D’Ameglio, Palermo. Il giudice Paolo Borsellino scende dalla sua auto blindata per andare a trovare la madre che abita in quella via. Non fa in tempo ad arrivare al portone. Imbottita di 100 kg di esplosivo semtex parcheggiata sul bordo della strada esplode 57 giorni dopo Capaci.
Muoiono il giudice Borsellino e cinque agenti della scorta. Agostino Catalano, Waltereddi, Cosina. Vincenzo Limuli, Emanuela Loi Claudio Traina. Emanuela Loi a 26 anni è la prima donna della polizia a cadere in servizio. Vincenzo Limuli aveva 22 anni. L’Italia si ferma, l’orrore è totale, il messaggio è cristallino, nessuno è intoccabile, non i giudici, non lo Stato, non la Repubblica.
>> Sul luogo, sono stato fino a poco fa sul luogo dell’agguato, ma lì era difficile avere avere notizie esatte di cosa stesse accadendo e comunque nella nell’attentato sarebbe rimasto coinvolto, secondo le ultime vicende, il giudice Borsellino sarebbe ferito. una un’auto di scorta che io mi è sembrato di distinguere distentamente come un’auto blindata, era ferma in mezzo alla strada, completamente distrutta.
Dentro mi è sembrato di vedere anche alcuni corpi, ma non non ne sono sicuro. Il numero dei morti in questo momento dovrebbe essere cinque, ma sicuramente è stata un’esplosione potentissima, sicuramente più forte di quella che costò la vita al consigliere al consigliere istruttore Chinnici e che diede vita a quella che si definì la strategia libanese della mafia, una strategia riproposta in occasione dell’eccidio di Falcone.
E l’esplosione, come avete avrete detto, è avvenuta poco dopo le 17. Ha svegliato una città in una sonnolenta domenica di luglio dal silenzio dalle strade deserte. una un boato fortissimo avvertito da quasi tutti, una enorme nuvola di fumo e poi gli elicotteri, le sirene, la polizia, insomma si è avuta netta la sensazione che qualcosa di grave fosse avvenuto ed è oggettivamente una scena agghiacciante quella che si presenta nella zona interessata dalla dall’esplosione.
>> Quella domenica pomeriggio in fondo via D’Ameglio, dietro un muretto che dà su un giardino si trova Giuseppe Graviano. Con lui c’è Francesco Cannella, detto Fifetto. Graviano tiene in mano il telecomando. Lo aspettava. Il pentito Fabio Tranchina riferirà in seguito che il boss gli aveva detto in anticipo che si sarebbe messo comodo nel giardino.
Il collaboratore Giovan Battista Ferrante aggiungerà un dettaglio agghiacciante. Il boss Salvatore Biondino gli aveva detto che il muretto in fondo alla via d’Ameglio sarebbe potuto cadere addosso a chi avrebbe premuto il telecomando, tanto era la carica di esplosivo. Graviano rischia di essere travolto dall’onda d’urto della bomba che sta per azionare lui stesso.
La gente di scorta Antonio Vullo, l’unico sopravvissuto tra gli uomini della scorta, stava in quel momento spostando una delle due auto blindate per far manovra. Involontariamente ostruì per qualche istante la visuale di Graviano. La detonazione arrivò qualche secondo dopo, quando Borsellino aveva già attraversato il cancelletto d’ingresso e si trovava leggermente più distante dall’autobomba.
Sulla scena della strage gli inquirenti recupereranno in seguito tracce di sgommata, impronte di scarpe e frammenti di calzature e troveranno la recinzione metallica in fondo a via D’Ameglio di Velta in un punto, il punto esatto da cui Graviano era entrato nel giardino e da cui era fuggito dopo la detonazione.
Nel corso del 92 Giuseppe Graviano partecipa in prima persona a un tentativo di omicidio nei confronti del commissario di polizia Rino German a Mazara del Vallo insieme a Matteo Messina Denaro e a Lolu Luca Bagarella. L’agguato fallisce. Il commissario german riesce a fuggire saltando dall’auto mentre gli sparano addosso. Soprav.
È uno degli episodi meno noti di questa stagione di fuoco, ma rivela con precisione il ruolo di Giuseppe Graviano nell’organizzazione, ma uomo operativo presente sul campo. >> Io non pensavo di essere nel mirino della mafia, nel mirino di due armi, un fucile e un Kalashingov, sicché io vivevo la mia vita in maniera, come posso dire, normale o ordinaria.

E quel giorno mi stavo recando a casa di di mio suocero dopo aver fatto completato la giornata. Prima hanno sparato con un fucile a pallettone e mi hanno colpito di striscio alla testa. Poi dopo hanno sparato sempre col Kalashingov a colpo singolo e nell’ultima fase del dell’agguato hanno sparato a raffica.
Io non mi sono tuffato in acqua, >> mh. >> Ho fatto un tragitto, diciamo così, un po’ sul bagnoasciuga e poi sono entrati in acqua fino all’altezza del ginocchio e quando loro sono ritornati per la seconda volta, insomma, per completare quelle che avevano in mento e hanno sparato a raffica, allora mi sono accovacciato, abbassato per evitare i colpi che si sentono ma non si vedono.
15 settembre 1993. Don Giuseppe Puglisi, 56 anni, parroco della chiesa di San Gaetano nel quartiere di Brancaccio. Sta rientrando a casa sua. Sono in quattro. Due aspettano in macchina. Don Pino cammina verso il portone di alluminio nododizzato della sua palazzina popolare che si affianca su piazza Anita Garibaldi ai bordi del quartiere.
Infila la chiave nella serratura. Uno dei quattro punta alla sua sinistra e gli afferra la borsa. Padre, questa è una rapina”, gli dice. L’altro si avvicina dalla destra, accosta al collo di Don Pino il tubo del silenziatore di una pistola calibro 765. è il suo compleanno. A 56 anni don Pino Puglisi si volta, guarda in faccia chi lo sta per uccidere e sorride.
Qui in piazza Anita Garibaldi. Il sacerdote aveva da poco posteggiato la sua auto, questa uno rossa, e si stava dirigendo verso casa. Aveva ancora le chiavi di casa in mano quando un killer gli ha sparato alla nuca. neanche il tempo di vedere in faccia l’assassino, il mafioso mandato ad uccidere questo sacerdote che predicava la giustizia e scomunicava agli uomini d’onore di Brancaccio.
>> A testimonianza di Salvatore Grigoli, il killer che ha ucciso e che poi diventerà collaboratore di giustizia, riporta quel sorriso come il gesto di un uomo che aveva già accettato quello che sarebbe avvenuto. Io, padre Luisi, non avevo avuto occasione di conoscerlo e quindi lo Spatuzza mi doveva farlo conoscere fisicamente.
Ricordo che andammo per la borgata per vedere di farmelo conoscere e padre era in una cabina telefonica a telefonare. Ci è stato detto l’omicidio doveva sembrare una rapina fatta da un tossico dipendente. La giapolisi si stava accingendo ad aprire il portone di casa e aveva con sé un borsello. Fuzza si affiancò a Pio Pugliese, gli disse padrio, questa è una padre Puglisi si girò e con un sorriso gli disse, “Me l’aspettavo io ci sparavi.”
>> Perché lo avevano condannato a morte il pentito Giovanni Drago, killer di Ciaculli, uno dei testimoni chiavi dell’inchiesta. lo spiega con una brutalità disarmante per uccidere. Quel prete predicava troppo, toglieva i ragazzini dalla strada, faceva processioni e gridava a destra e a sinistra contro la mafia.
>> Una famiglia composta di sette figli abitano in una stanza umida a piano terra e tutto è lì, tutto quella stanza. Ho sentito la necessità di un centro di servizio per tutte queste necessità delle povertà che ci sono nel quartiere. >> Don Pino Puglisi era un prete che dava fastidio, non perché predicasse dal pulpito contro la mafia, quello lo facevano in molti a parole.
Lui dava fastidio perché agiva. Aveva fondato un centro di accoglienza per ragazzi di Brancaccio, il centro Padre nostro, che sottraeva i bambini del quartiere all’influenza mafiosa, con l’educazione quotidiana, con il calcio, con il teatro, con la scuola, con la costruzione paziente di un’alternativa concreta alla strada e alla logica dei clani.
L’apertura di questo centro per noi è anche segno di una esplicita fiducia nella solidarietà degli uomini che esprime, potremmo dire, la provvidenza >> per i Graviano che controllavano Brancaccio. Questo era intollerabile. Non per ragioni ideologiche. I boss mafiosi non ragionano in questi termini, ma per ragioni pratiche. Don Puglisi aveva messo in crisi il sistema creando punti di riferimento alternativi ai boss. Era un nemico perché funzionava.
Ho visto bambini poveri, bambini lasciati magari così in mezzo alla strada dove diventano preda di eh di persone senza scrupoli che poi li avviano a alla violenza, alla devianza e quindi in quella zona e anche in altre zone ci sono appunto cippi, furti commessi da ragazzini magari che magari eh sono inconsapevoli di quello che fanno.
Lei diceva, appunto, un recupero, avrebbero bisogno di un recupero etico, morale, cioè che riescano a capire quali sono i valori fondamentali della vita, perché viviamo, perché siamo in questa società, che cosa ci stiamo a fare. >> La tensione non era arrivata tutta in una volta. Don Pino aveva organizzato una fiaccolata antimafia che era passata sotto le finestre di casa Graviano.
Aveva dirottato la processione di Pasqua lontano dai vicoli dove i capi mafia si affacciavano al balcone. Aveva spostato le prime comunioni in inverno. Si era rifiutato di accettare come padrini di battesimo uomini legati alle cosche. Quell’estate era saltato in aria un furgone dell’impresa che ristrutturava la sua chiesa.
A giugno avevano bruciato la porta di casa dei membri del comitato intercondominiale, il gruppo di residenti che lui aveva incoraggiato a rivendicare i propri diritti. E prima ancora Benedetto Graviano aveva fatto avvicinare il vice pararroco don Gregorio Porcaro per consegnargli un avvertimento. Loro non gradiscono che Brancaccio venga diffamata dalle denunce del parroco.
stanno attorno al centro sociale e alcuni già sono qui presenti qui attorno a noi, che incominciano ad aprirsi ad orizzonti nuovi e che incominciano a capire che la vita non è fatta semplicemente di di violenza, di degrado, ma ehm ci sono valori come pace, fraternità e collaborazione. >> Il 23 giugno 94 la Procura di Palermo emette cinque ordini di custodia cautelare.
I fratelli Giuseppe Filippo Graviano già in carcere dal gennaio precedente vengono formalmente iscritti come mandanti. Con loro vengono arrestati il dottor Nangano e i due picciotti Gaetano Castiglione e Antonino Catanzaro, responsabili delle aggressioni e delle intimidazione ai collaboratori di don Puglisi. Nel 1999 Filippo e Giuseppe Graviano vengono condannati all’ergastolo come mandanti dell’omicidio.
Nel 2013 la Chiesa cattolica beatifica don Giuseppe Puglisi. Oggi è il beato Pino Puglisi, il prete di Brancaccio che Cosa Nostra ha ucciso il giorno del suo compleanno. >> Eh, ma lui ha fatto tanto. Lui pensava sempre ai bambini a imparare l’educazione, a dire grazie, prego. E principalmente per questo motivo. Poi oltre ancora lui parlava pure che voleva parlare ai mafiosi. Sì.
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