Il rombo sordo riempie il cielo sopra il deserto del Nevada. È il 1946 e all’interno della base aerea di Murok gli ingegneri americani si preparano a testare quello che credono sarà il bombardiere più veloce mai costruito. Hanno trascorso anni perfezionando ogni dettaglio, ogni angolo aerodinamico, ogni componente del motore.
Sono convinti che nessuno al mondo possa superarli, ma poi da un hangar nascosto trascinano fuori qualcosa che non dovrebbe esistere, un relitto malconcio dipinto con i colori sbiaditi della regia aeronautica italiana. Un aereo che tecnicamente dovrebbe essere obsoleto, un residuo di una guerra appena conclusa.
Lo guardano con sufficienza, quasi con pietà. Eppure, quando i tecnici iniziano i primi test al banco prova, qualcosa di impossibile accade. I numeri sui computer iniziano a salire, 700 km/h, 720, 750 e poi, come se sfidasse ogni legge della fisica conosciuta, l’indicatore tocca i 765 km/h. Un silenzio glaciale cala sulla sala di controllo.
Gli americani si guardano increduli. Com’è possibile? Come può un bombardiere italiano costruito in una nazione devastata dalla guerra con risorse limitate, superare tutto ciò che loro hanno progettato? In quel momento capiscono che hanno sottovalutato qualcosa di straordinario, una storia sepolta nelle ceneri della seconda guerra mondiale, una storia di genio italiano, di coraggio disperato e di una macchina da guerra che ha cambiato per sempre le regole del cielo.
Se vuoi scoprire come l’Italia sia riuscita a creare il bombardiere più veloce della Seconda Guerra Mondiale, battendo americani, tedeschi e britannici, iscriviti al canale ora e attiva la campanella. Questa storia è troppo incredibile per essere dimenticata e te la racconteremo come nessuno ha mai fatto prima. Dobbiamo tornare indietro di 7 anni.
È il 1939 e l’Europa è sull’orlo del baratro. Le nuvole nere della guerra si addensano su ogni capitale e ogni nazione corre disperatamente per prepararsi all’inevitabile. Mentre Hitler sfoggia i suoi Messerschmith e Junkers, mentre gli inglesi perfezionano i loro Speedfire e Lancaster, l’Italia si trova in una posizione peculiare.
Mussolini vuole dimostrare al mondo che l’ingegno italiano non è secondo a nessuno, che Roma può ancora competere con le grandi potenze, ma c’è un problema, le risorse sono limitate. L’industria bellica italiana non può reggere il confronto con quella tedesca o americana. servono soluzioni creative, servono menti brillanti.
Ed è qui che entra in scena un uomo che molti hanno dimenticato, ma che avrebbe dovuto essere ricordato come uno dei più grandi ingegneri aeronautici della storia, l’ingegner Filippo Zappata, un nome che oggi dice poco, ma che all’epoca rappresentava il futuro dell’aviazione italiana. Zappata non è un sognatore, è un pragmatico, un visionario che capisce che per vincere la guerra nei cieli non servono solo motori potenti, ma intelligenza progettuale, aerodinamica perfetta, leggerezza estrema e una dose massiccia di audacia. Nel suo studio a Roma,
circondato da calcoli e disegni tecnici, Zappata elabora un’idea che sembra folle: creare un bombardiere che non solo trasporti bombe, ma che voli così veloce da essere praticamente intocabile. Un bombardiere che possa entrare nello spazio aereo nemico, sganciare il suo carico mortale e scomparire prima che qualsiasi caccia possa intercettarlo.
I suoi colleghi lo guardano scettici. I generali dell’Aeronautica scuotono la testa. Impossibile, dicono, con le nostre risorse, con la nostra industria. Stai sognando, Filippo. Ma Zappata non ascolta. Lui sa qualcosa che gli altri non sanno. Sa che l’Italia ha una tradizione aeronautica che risale a Leonardo da Vinci.
sa che l’ingegno italiano, quando messo alle strette, può produrre miracoli e così inizia a lavorare giorno e notte, trasformando la sua visione in un progetto concreto che prenderà il nome di Savoia Marchetti SM.91. Il primo problema è il peso. I bombardieri tradizionali sono macchine massicce costruite per resistere ai colpi nemici e trasportare tonnellate di esplosivo, ma la resistenza significa peso e il peso significa lentezza.
Zappata decide di fare l’opposto, costruire un aereo che rinuncia alla corazza pesante puntando tutto sulla velocità. Se voli abbastanza veloce, spiega ai suoi collaboratori, non hanno nemmeno il tempo di spararti. È una filosofia rivoluzionaria, quasi suicida agli occhi di molti, ma Zappata è convinto.
Inizia a disegnare una fusoliera affusolata, elegante come uno yacht da corsa. Ogni centimetro viene studiato per ridurre la resistenza dell’aria. Le ali vengono progettate con un profilo sottilissimo, quasi affilato. Il muso dell’aereo è appuntito come una lancia. Non ci sono sporgenze inutili, non ci sono pannelli mal allineati, tutto deve scorrere, tutto deve essere perfetto.
I tecnici della Savoia Marchetti lavorano con materiali innovativi per l’epoca, leghe di alluminio leggere ma resistenti, compensato aeronautico, trattato chimicamente per aumentare la rigidità senza aggiungere peso. Ogni componente viene pesato, misurato, ottimizzato. È un lavoro maniacale, ossessivo, ma funziona.
Quando il primo prototipo viene completato nel 1940 nella fabbrica di sesto calende sul Lago Maggiore, gli operai si fermano a guardarlo. È bellissimo. Non sembra un bombardiere, sembra un uccello rapace, elegante e letale. Le linee sono così pulite, così armoniose che sembra quasi un’opera d’arte più che una macchina da guerra. Ma la vera magia è nascosta dentro.
Tre motori piaggio P12 radiali, ciascuno in grado di generare 1000 cavalli di potenza. Una configurazione trimotore che garantisce non solo velocità ma anche affidabilità. Se un motore si guasta, gli altri due possono ancora portare l’aereo a casa. I primi test di volo avvengono in segreto. L’Italia è già in guerra e Mussolini non vuole che i nemici sappiano cosa sta per essere scatenato contro di loro.
Il collaudatore scelto è Ambrogio Colombo, un pilota veterano con nervi d’acciaio e un istinto quasi soprannaturale. Quando Colombo sale per la prima volta nell’abitacolo dell SM91, sente immediatamente che questo aereo è diverso. I comandi rispondono con una precisione che non ha mai sperimentato. Il motore ruggisce con una potenza incredibile e quando dà gas per il decollo, l’aereo praticamente salta in aria.
La leggerezza del design di zappata si traduce in un’agilità impressionante. L’S91 non è solo veloce in linea retta, è manovrabile come un caccia. Colombo spinge i motori al massimo, l’aereo accelera, accelera, accelera. L’indicatore di velocità sale vertiginosamente 600 km/h, 650, 700 e poi incredibilmente 715 km/h a quota 5.000 m.
È un record assoluto per un bombardiere. Nessun altro aereo da bombardamento al mondo può raggiungere quella velocità. Quando Colombo atterra e scende dall’abitacolo, il suo viso è illuminato da un sorriso enorme. “È perfetto”, dice semplicemente. “È assolutamente perfetto.” La notizia si diffonde rapidamente tra i vertici dell’Aeronautica.
Finalmente l’Italia ha un’arma che può competere, anzi superare qualsiasi cosa i nemici possano schierare. Il comando supremo decide immediatamente di mettere in produzione l’M 91 e di impiegarlo nelle missioni più delicate e pericolose. Le prime missioni operative iniziano nel 1941, quando l’Italia è coinvolta su più fronti.
nel Mediterraneo contro gli inglesi, in Africa settentrionale a supporto delle truppe di Romel e nei Balcani. L’M91 viene assegnato agli equipaggi più esperti, quelli che possono sfruttare appieno le capacità dell’aereo e fin da subito dimostra di essere una macchina straordinaria. Gli inglesi che controllano Malta e gran parte del Mediterraneo si trovano di fronte a un problema inaspettato.
I loro radar captano l’avvicinamento di un bombardiere italiano. I caccia Hurricane e Speedfire decollano per intercettarlo, ma quando arrivano alla quota indicata, l’M.91 91 è già passato, ha sganciato le bombe ed è già sulla via del ritorno, volando a una velocità che i caccia britannici non possono eguagliare. I rapporti dei piloti inglesi iniziano a riempirsi di note incredule, contatto perso, impossibile intercettare, velocità superiore alle nostre capacità.
A Londra l’intelligence britannica inizia a prendere sul serio quella che prima consideravano propaganda italiana. Com’è possibile che gli italiani, che fino a quel momento erano stati sottovalutati abbiano creato un bombardiere così avanzato? Gli analisti studiano ogni fotografia disponibile, ogni rapporto di avvistamento e lentamente iniziano a capire il genio del progetto di Zappata.
Non è solo velocità bruta, è un equilibrio perfetto tra potenza, aerodinamica e peso. È ingegneria aeronautica portata al suo massimo livello. Una delle missioni più famose dell’.91 avviene nell’agosto del 1941. Un gruppo di tre aerei parte dalla Sicilia con l’obiettivo di bombardare il porto di La Valletta a Malta, il cuore della presenza britannica nel Mediterraneo.
È un obiettivo durissimo, pesantemente difeso da batterie antiaeree e pattugliato costantemente da caccia nemici. Il comandante della formazione è il capitano Roberto Mauri, un pilota decorato con anni di esperienza. Mauri sa che questa missione è estremamente pericolosa, ma ha piena fiducia nel suo aereo. Se restiamo veloci e coordinati, dice al suo equipaggio prima del decollo, nessuno può fermarci.
I 3 SM 91 decollano all’alba volando bassi sul mare per evitare i radar britannici. Quando si avvicinano a Malta salgono rapidamente a quota 7.000 m. Sotto di loro il porto di la valletta brulica di navi da guerra britanniche. È un bersaglio ricco ma pericoloso. Appena i bombardieri italiani vengono avvistati, le sirene d’allarme iniziano a suonare.
Le batterie antiaeree aprono il fuoco riempiendo il cielo di esplosioni nere. I caccia Speedfire decollano in fretta i loro piloti determinati a fermare gli italiani. Ma Ma Mauri non si fa intimidire. Mantiene la rotta, mantiene la velocità. L’M.91 91 sfreccia attraverso il cielo tempestato di fuoco contraereo. I bombardieri aprono i portelloni e le bombe iniziano a cadere con precisione letale.
Esplosioni gigantesche scuotono il porto. Una nave da rifornimento britannica viene colpita in pieno e inizia ad affondare. Un deposito di munizioni esplode in una palla di fuoco che si vede da chilometri di distanza. Gli Speedfire cercano disperatamente di raggiungere i bombardieri italiani, ma è inutile. Gli SM91 accelerano ancora di più toccando gli 810 km/h in picchiata, una velocità che nessun caccia dell’epoca può eguagliare a quella quota.
In meno di 20 minuti la missione è completata. I tre bombardieri italiani tornano alla base senza aver subito un solo colpo. È una vittoria perfetta, una dimostrazione lampante della superiorità tecnica dell’M.91. Le notizie delle imprese dell’S.91 si diffondono come un incendio in tutta l’aviazione italiana. I piloti vogliono volare su quell’aereo.
Gli equipaggi che hanno avuto la fortuna di pilotarlo lo descrivono come un fulmine vivente, una macchina che sembra leggere la mente del pilota e rispondere istantaneamente a ogni comando. Ma mentre l’Italia celebra questo trionfo tecnologico, dall’altra parte dell’Atlantico qualcuno sta prestando molta attenzione.
Gli Stati Uniti, anche se non ancora entrati ufficialmente in guerra, stanno monitorando attentamente gli sviluppi tecnologici di tutti i belligeranti e i rapporti che arrivano dall’intelligence americana riguardo all’M.91 sono così incredibili da sembrare quasi impossibili. Prima di continuare questa storia straordinaria, se non l’hai ancora fatto, iscriviti subito al canale e attiva le notifiche.
Ogni settimana portiamo alla luce storie dimenticate della seconda guerra mondiale che ti lasceranno senza fiato. Non perdere il prossimo episodio. Clicca su iscriviti ora. A Washington, nel Dipartimento della Guerra, gli analisti esaminano le fotografie aeree scattate dai ricognitori britannici che sono riusciti con grande difficoltà a catturare immagini dell’S.91 91 in volo.
Le linee dell’aereo sono così pulite, così avanzate che alcuni ingegneri americani pensano inizialmente che le foto siano state ritoccate dalla propaganda italiana. Nessun bombardiere può avere quelle forme afferma un esperto di aerodinamica dell MIT. È troppo snello, troppo leggero. Dove mettono le bombe? Dove mettono il carburante? Non può funzionare, ma i dati raccolti dall’intelligence britannica confermano tutto.
L’SM91 non solo esiste, ma è operativo e devastante. Il generale Henry App Arnold, comandante delle forze aeree dell’esercito americano, convoca una riunione d’emergenza con i suoi migliori ingegneri aeronautici. Signori, dice guardandoli negli occhi, gli italiani ci hanno battuto sul tempo, hanno creato qualcosa che noi non credevamo possibile e se non capiamo come l’hanno fatto, rischiamo di trovarci impreparati quando entreremo in guerra.
Inizia così una caccia ossessiva alle informazioni tecniche sull’SM.91. Gli americani offrono enormi somme di denaro a chiunque possa fornire dettagli sul progetto. Spie vengono infiltrate in Italia, ingegneri vengono interrogati, ma Zappata e il suo team hanno lavorato in condizioni di massima segretezza e pochissime persone conoscono i veri segreti del bombardiere italiano.
Mentre questa guerra di intelligence si svolge nell’ombra, l’91 continua a mietere successi sul campo di battaglia. Nell’autunno del 1941 l’aereo viene impiegato anche sul fronte orientale a supporto delle truppe italiane inviate in Russia. Qui le condizioni sono completamente diverse. Freddo estremo, piste improvvisate, manutenzione difficilissima.
Molti dubitano che un aereo così sofisticato possa operare in quelle condizioni brutali, ma ancora una volta l’M.91 dimostra la sua versatilità. I motori piaggio, anche a temperature di 30° sotto zero, continuano a funzionare perfettamente. La struttura leggera ma robusta resiste alle sollecitazioni delle piste ghiacciate e irregolari e la velocità, la benedetta velocità continua a salvare vite italiane.
I caccia sovietici, principalmente Yak1 e MIG3, sono completamente impotenti davanti alla velocità dell’M.91. Provano ogni tattica, agguati in quota, attacchi a sorpresa dalle nuvole, persino tentativi disperati di speronamento, ma niente funziona. L’aereo italiano è semplicemente troppo veloce.
Il tenente Marco Bianchi, pilota di un SM 91 sul fronte russo, scrive in una lettera a casa: “Mamma, volo su una macchina che sembra fatta di vento e fulmine. I russi ci sparano, ma quando i loro proiettili arrivano dove eravamo, noi siamo già chilometri più avanti. È come se avessimo una protezione invisibile. Filippo Zappata ha creato non solo un aereo, ma un angelo custode per chi lo pilota.
Ma la guerra è spietata e anche l’aereo più avanzato non può proteggere completamente chi lo pilota. Nel dicembre del 1941, durante una missione di bombardamento contro le installazioni ferroviarie sovietiche vicino a Kursk, un SM.91 91, pilotato dal capitano Alessandro Ferretti, viene colpito da una raffica fortunatissima di contraerea.
Non è un colpo diretto, solo schegge che perforano l’ala sinistra e danneggiano uno dei tre motori. Per qualsiasi altro bombardiere sarebbe stata una condanna a morte, ma non per l’M.91. Ferretti con nervi d’acciaio spegne il motore danneggiato e ridistribuisce la potenza sugli altri due. L’aereo perde velocità scendendo da 730 a circa 550 km/h.
È ancora pericolosamente esposto. Due caccia sovietici individuano il bombardiere ferito e si lanciano all’attacco come squali che hanno sentito l’odore del sangue. Inizia un duello aereo disperato. Ferretti manovra l’aereo con una maestria incredibile, sfruttando ogni grammo di velocità residua, ogni trucco che ha imparato in anni di volo.
Il mitragliere di coda, il sergente Paolo Ricci, apre il fuoco contro i caccia sovietici, cercando di tenerli a distanza. I proiettili tracciano linee luminose nel cielo gelido. Gli yak rispondono al fuoco. I loro proiettili sfiorano la fusoliera dell’M.91. Dentro l’abitacolo l’equipaggio può sentire il fischio dei colpi che passano vicini. Ma Ferretti non perde la calma.
Resistete! Grida ai suoi uomini. Siamo quasi al confine, solo altri 50 km. Sono i 50 km più lunghi della loro vita. I caccia sovietici continuano ad attaccare implacabili, ma Ferretti usa ogni nuvola, ogni variazione di quota, ogni manovra evasiva che conosce e lentamente, incredibilmente inizia a staccare gli inseguitori, anche con un motore fuori uso, anche danneggiato.
L’M 91 è ancora più veloce dei caccianemici in configurazione di combattimento. Quando finalmente attraversano la linea del fronte e vedono le posizioni italiane sotto di loro, l’equipaggio esplode in un grido di gioia e sollievo. Sono sopravvissuti. L’M.91 li ha riportati a casa anche quando tutto sembrava perduto.
Ferretti fa atterrare l’aereo danneggiato su una pista di emergenza. i pneumatici fumanti che toccano terra con un rumore sordo. Quando finalmente si fermano e spengono i motori rimasti, il silenzio sembra assordante. L’equipaggio scende dall’aereo su gambe tremanti, l’adrenalina ancora che pompa nelle vene.
I tecnici accorrono per esaminare i danni e quello che trovano li lascia senza parole. L’ala sinistra ha 17 fori di schegge. Il motore danneggiato e completamente distrutto con metà dei cilindri fracassati. Ci sono segni di proiettili calibro 12.7 mm sulla fusoliera. Eppure l’aereo ha volato, ha combattuto ed è tornato a casa. Uno dei tecnici più anziani, un uomo che ha lavorato su aerei per 30 anni, scuote la testa con ammirazione.
Signor capitano dice a Ferretti. qualsiasi altro bombardiere sarebbe caduto. Questo aereo, questo aereo è un miracolo dell’ingegneria italiana. La notizia dell’impresa di Ferretti si diffonde rapidamente. Viene decorato con la medaglia d’argento al valor militare, ma lui in un’intervista alla radio italiana dà tutto il merito all’aereo.
Non sono stato io l’eroe, è stato l’M.91. Filippo Zappata ha costruito non solo una macchina, ma un compagno che non ti abbandona mai, nemmeno quando la morte ti respira sul collo. Nel frattempo, nel Mediterraneo, l’SM P91 continua a essere una spina nel fianco degli alleati. Le missioni contro Malta si intensificano.
L’isola, strategicamente cruciale per il controllo del Mediterraneo, viene bombardata ripetutamente dai veloci bombardieri italiani. Gli inglesi provano di tutto per fermarli, aumentano il numero di caccia di pattuglia, migliorano le tattiche di intercettazione, installano nuovi radar più precisi, ma niente sembra funzionare contro la combinazione mortale di velocità e precisione dell SM.91.
Il maresciallo dell’aria britannico Arthur Tedder, comandante delle forze aeree nel Mediterraneo, scrive in un rapporto riservato a Churchill: “Primo ministro, dobbiamo ammettere una verità scomoda. Gli italiani hanno sviluppato un bombardiere che al momento è superiore a qualsiasi cosa noi possiamo schierare.
L’S91 rappresenta un salto tecnologico che non avevamo previsto. Fino a quando non svilupperemo caccia più veloci o sistemi di difesa più efficaci, continueremo a subire perdite. Churchill, furioso ma pragmatico, ordina immediatamente ai servizi segreti britannici di intensificare gli sforzi per ottenere informazioni dettagliate sull’aereo italiano.
Viene lanciata l’operazione Nightingale, una missione top secret con l’obiettivo di catturare un SM.91 intatto o, in alternativa, di ottenere i progetti di zappata. Gli agenti britannici iniziano a lavorare in Italia cercando di corrompere tecnici, ingegneri, chiunque possa avere accesso alle informazioni. Ma l’Italia, consapevole del valore del suo gioiello tecnologico, ha rafforzato la sicurezza intorno al progetto SM.91.
Gli stabilimenti di produzione sono sorvegliati 24 ore su 24. I progetti originali sono custoditi in una cassaforte blindata a Roma e Zappata stesso viene protetto da guardie del corpo personali. Nell’estate del 1942 accade qualcosa che cambierà le sorti dell’M.91 e dell’intera guerra aerea. Durante una missione particolarmente audace contro Gibilterra, uno degli SM.
91 91, pilotato dal maggiore Giuseppe Tardini, subisce un guasto meccanico catastrofico. Non è colpa del progetto di zappata, ma di un difetto di fabbricazione in un particolare batch di componenti elettrici. Il sistema di controllo del carburante si blocca e Tardini si trova con la scelta impossibile, tentare di raggiungere la base sapendo che potrebbe cadere in mare o cercare un posto dove atterrare in emergenza.
Tardini sceglie la seconda opzione. Sotto di lui vede le coste del Marocco spagnolo, tecnicamente territorio neutrale. Con l’aereo che perde quota rapidamente si dirige verso una spiaggia che sembra abbastanza lunga e piatta da permettere un atterraggio d’emergenza. È una manovra disperata, pericolosa. Mat Tardini è un pilota eccezionale.
Tocca terra sulla sabbia compatta. L’aereo rimbalza, slitta, solleva una nuvola enorme di sabbia e finalmente si ferma a pochi metri dall’acqua. L’equipaggio è illeso, ma l’aereo, il prezioso SM.91, è ora in territorio dove gli inglesi possono facilmente raggiungerlo e infatti in poche ore agenti britannici in Spagna vengono allertati.
Inizia una corsa contro il tempo. Gli italiani, sapendo cosa è successo, inviano immediatamente una squadra di recupero, ma gli inglesi sono più vicini e più veloci. Quando la squadra italiana arriva sulla spiaggia marocchina, trova l’aereo già circondato da soldati spagnoli e più inquietante da alcuni civili che hanno tutta l’aria di essere agenti dell’intelligence britannica.
Quello che segue è una trattativa diplomatica tesa e complessa. L’Italia reclama il diritto di recuperare il suo aereo. La Spagna, ufficialmente neutrale, si trova in una posizione delicata. Gli inglesi offrono somme astronomiche per acquistare l’aereo come rottame. Per settimane l’un91 resta sulla spiaggia marocchina, sorvegliato da tutti, mentre dietro le quinte si combatte una guerra di spieazia.
Zappata a Roma è disperato. Sa che se gli inglesi mettono le mani sul suo progetto tutti i segreti verranno svelati. Tutti i vantaggi tecnologici dell’Italia svaniranno. Scrive lettere personali a Mussolini implorando di fare qualsiasi cosa per recuperare l’aereo o se necessario, distruggerlo per impedire che cada in mani nemiche.
Mussolini, comprendendo l’importanza della situazione, fa pressioni enormi sulla Spagna, minaccia, promette, negozia e alla fine, dopo sei settimane di tensione, la Spagna permette all’Italia di recuperare l’aereo. Ma c’è un prezzo. Gli inglesi hanno avuto accesso all’aereo per ispezione. Hanno fotografato ogni dettaglio, hanno misurato ogni angolo, hanno studiato la struttura, non hanno i progetti originali di Zappata, ma hanno visto abbastanza per capire molti dei segreti del design.
Quando l’Mun891 viene finalmente riportato in Italia, Zappata lo esamina personalmente e con orrore scopre che alcune parti sono state smontate e rimontate. Gli inglesi non solo hanno guardato, hanno studiato approfonditamente. Il vantaggio tecnologico italiano è stato compromesso, ma la guerra continua e l’M.91 continua a volare e a combattere.
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La guerra sta volgendo decisamente a favore degli alleati. Le risorse italiane si stanno esaurendo, le fabbriche vengono bombardate, il carburante scarseggia, ma paradossalmente è proprio in questo momento disperato che l’M91 dimostra il suo valore più grande. Con la Sicilia sotto attacco e l’invasione alleata imminente, ogni missione diventa critica. Gli SM.
91 91 vengono impiegati per colpire le concentrazioni di navi alleate, i depositi di rifornimento, le teste di ponte nemiche e, nonostante le condizioni disperate continuano a svolgere il loro compito con un’efficacia straordinaria. Il capitano Lorenzo Martelli, veterano di decine di missioni, guida una formazione di 4 SM.
91 91 in quella che passerà alla storia come l’operazione tempesta. L’obiettivo è il porto di Algeri, dove una gigantesca flotta alleata si sta ammassando per l’invasione della Sicilia. È una missione quasi suicida. Il porto è difeso da centinaia di cannoni antiaerei e da squadroni di caccia americani P38 Lightning e inglesi Speedfire Mark 9.
Versioni finalmente abbastanza veloci da rappresentare una minaccia seria per gli SM.91. Martelli sa che questa potrebbe essere la sua ultima missione, ma guarda i suoi uomini negli occhi e dice semplicemente: “Voliamo sull’aereo più veloce del mondo, usiamolo. I quattro bombardieri decollano all’alba da una base in Sardegna.
Volano bassissimi sul mare, a soli 50 m dall’acqua per evitare i radar”. Il Mediterraneo scorre sotto di loro come un tappeto blu infinito. Dentro gli abitacoli gli equipaggi sono tesi ma concentrati. Sanno che stanno per affrontare la loro sfida più grande. Quando si avvicinano ad Algeri salgono rapidamente a quota 8000 m. Sotto di loro il porto brulica di navi, corazzate, incrociatori, trasporti truppe, cacciator pediniere.
È un bersaglio ricco oltre ogni immaginazione, ma è anche una trappola mortale. Appena i bombardieri italiani vengono individuati dai radar, scatta l’inferno. Decine di caccia alleati decollano simultaneamente. Le batterie antiaeree iniziano a saturare il cielo di fuoco. Martelli ordina la formazione di attacco.
Gli SM91 si dividono, ognuno puntando verso un settore diverso del porto. È una tattica rischiosa ma necessaria. Dividendosi moltiplicano i bersagli che i difensori devono proteggere. Il bombardiere di Martelli punta dritto verso un gruppo di navi da trasporto. I portelloni si aprono, le bombe cadono con precisione millimetrica, esplosioni colossali squassano il porto.
Una nave carica di munizioni esplode in una detonazione così potente che viene vista a chilometri di distanza. Ma i caccia alleati sono ovunque. Due P38 Lightning si lanciano contro l’M.91. 91 di martelli. Sono aerei veloci, armati di cannoni da 20 mm. I piloti americani sono esperti, determinati. Inizia un inseguimento mozzafiato.
Martelli spinge i motori al massimo. L’SM.91 91 accelera fino a toccare i 765 kmh. È la velocità massima, il limite assoluto. I Lightning seguono sparando raffiche continue. I proiettili tracciano scie luminose che passano vicino, troppo vicino. Il mitragliere di coda, il sergente Antonio Greco, risponde al fuoco disperatamente, ma i P38 sono persistenti, agguerriti.
martelli manovra l’aereo come se fosse un caccia, virando, picchiando, risalendo, sfrutta ogni nuvola, ogni variazione del vento e lentamente, centimetro per centimetro, inizia a distanziare gli inseguitori. I Lightning, al loro limite massimo di velocità cominciano a perdere terreno. I piloti americani, increduli, vedono il bombardiere italiano allontanarsi.
Uno di loro, il tenente James Morrison, dirà più tardi: “Era come inseguire un fantasma. Ogni volta che pensavo di averlo nel mirino, lui accelerava ancora. Non avevo mai visto niente del genere”. Gli altri tre SM.91 della formazione combattono battaglie ugualmente disperate. Uno viene colpito e costretto a un atterraggio di emergenza in Tunisia.
L’equipaggio sopravvive. e verrà poi recuperato. Ma gli altri due, insieme a quello di Martelli, riescono a sfuggire alla trappola mortale e a tornare alla base in Sardegna. Quando atterrano, gli aerei sono crivellati di colpi, i serbatoi quasi vuoti, gli equipaggi esausti, ma hanno completato la missione. I danni inflitti al porto di Algeri ritarderanno l’invasione alleata di quasi due settimane.
È una vittoria tattica significativa ottenuta grazie alla velocità e all’ingegno dell’SM.91. Questa missione segna anche l’aperativo del bombardiere. Nelle settimane successive, con l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943, molti SM.91 vengono catturati dagli alleati o distrutti per impedire che cadano in mani tedesche.
Ed è qui che torniamo al punto di partenza della nostra storia, la base di Muroc nel Nevada. 1946 gli ingegneri americani hanno finalmente messo le mani su un SM.91 91 quasi intatto. Lo hanno trasportato negli Stati Uniti, lo hanno restaurato e ora stanno per testarlo. Quando il bombardiere italiano viene portato sulla pista, molti tecnici americani lo guardano ancora con scetticismo.
Sembra troppo leggero, troppo fragile. Non può davvero volare così veloce, mormora uno di loro. Ma quando i motori si accendono e l’aereo inizia a correre sulla pista, le facce degli americani cambiano. L’M91 decolla con un’eleganza quasi soprannaturale. Il pilota collaudatore americano Chuck Jaer, futuro primo uomo a rompere il muro del suono, è ai comandi e quando spinge i motori al massimo anche lui rimane stupefatto.
L’aereo risponde con una precisione e una potenza incredibili. L’indicatore di velocità sale, sale, sale, 765 kmh. Jaer, che ha volato su tutto ciò che l’America ha prodotto, scuote la testa con ammirazione. Quando atterra e scende dall’abitacolo, il suo giudizio è lapidario, ma sincero. Gli italiani hanno costruito un capolavoro.
Questo aereo è avanti di anni rispetto a qualsiasi cosa noi avessimo durante la guerra. I test continuano per mesi. Gli ingegneri americani smontano l’aereo pezzo per pezzo, studiano ogni dettaglio del design di Zappata e ciò che scoprono influenzerà profondamente la progettazione aeronautica americana del dopoguerra, le tecniche di riduzione del peso, l’aerodinamica raffinata, la configurazione trimotore, tutti i elementi che verranno incorporati nei futuri progetti americani.
Filippo Zappata, nel frattempo, è sopravvissuto alla guerra. Nell’Italia del dopoguerra, devastata e impoverita, continua a lavorare nel campo dell’aviazione, anche se con risorse infinitamente minori, ma porta sempre con sé l’orgoglio di aver creato qualcosa di straordinario, un aereo che ha dimostrato al mondo che l’ingegno italiano può competere e superare chiunque.
Oggi l’Munt91 è quasi dimenticato. I libri di storia parlano dei B17 americani, dei Lancaster inglesi, dei bombardieri tedeschi, ma pochi ricordano il bombardiere italiano che volava a 765 km/h sfidando ogni aspettativa e lasciando gli ingegneri alleati a bocca aperta. Questa è la storia di come l’Italia, in mezzo alla devastazione della guerra, ha creato un miracolo tecnologico che ha riscritto le regole dell’aviazione da bombardamento e ha dimostrato che il genio non conosce confini. M.
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